Punti di vista da un altro pianeta

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lunedì 2 maggio 2016

Real Mars Tour 2016 - GENOVA

Ci siamo, si parte! A un paio di settimane dall'uscita di Real Mars, cominciamo finalmente il tour di presentazioni che ci porterà in giro per l'Italia nei prossimi mesi. La partenza è - doverosamente - da casa. L'appuntamento è dunque per Sabato 7 Maggio, ore 18:30 presso la Libreria Bookowski - Vico Valoria 40 - Genova.

A fare da padrone di casa ci sarò io, insieme con Giorgio Raffaelli di Zona 42 e insieme parleremo del libro, dei sogni (perduti?) dell'esplorazione spaziale, di media, di quello che siamo noi oggi e di quello che speriamo di essere domani.

Vi anticipo che la prossima tappa del Real Mars Tour 2016, sarà Milano, sabato 28 maggio prossimo. Seguiranno dettagli.

venerdì 16 ottobre 2015

The Martian, ovvero perché il film è (molto) migliore del libro

L'avete già capito dal titolo. A Sopravvissuto - The Martian riesce il raro miracolo di essere un film decisamente migliore del libro da cui è tratto. Così su due piedi mi vengono in mente solo alcuni film che riescono a tenere testa al libro ispiratore (quasi tutti di Kubrick), ma nessuno che lo stacchi in maniera così prepotente. Del libro ne ho già parlato diffusamente qui e l'impressione che ho avuto guardando il film è che Drew Goddard, lo sceneggiatore, abbia prima di ogni altra cosa pulito la storia di Andy Weir da quelle caratteristiche che la rendono di fatto mediocre.

Non crediate che si nasca geni della scrittura. Weir è un esordiente che ha trovato per terra un cappello a cilindro e, infilandoci la mano, se l'è trovata intorno a due pelose orecchie da coniglio. Ma è pur sempre un esordiente dunque con poca esperienza e nel suo libro a mio avviso questo si vede. Goddard no. Goddard è uno che si è fatto le ossa su alcune serie TV, che ha scritto la sceneggiatura di Cloverfield (2008) e di Quella casa nel bosco (2011) di cui è stato anche regista, e che nel 2013 è stato lo show-runner di una della prima stagione di una delle serie più acclamate di Netflix: Daredevil. Insomma è un professionista in ascesa. E anche in The Martian ha fatto un egregio lavoro spogliando la narrazione originale di Weir dagli elementi posticci. In primis il tono. Insopportabilmente brillante quello di Weir, misurato e realistico quello di Goddard. Okay, mi direte, ma in qualche punto del film Watney si lascia comunque andare alla commedia, come con il tormentone della disco music o la gag di Fonzie. Certo, avete ragione. Però, diamine, è un film, non un documentario e qualche licenza al divertimento bisogna pur concederglielo. Inoltre, attenzione, non è una storia vera. Non siamo nei territori di Apollo 13, per intenderci. Dunque non bisogna lasciarsi andare alla tentazione di paragonarlo al film di Ron Howard. Quella era una ricostruzione cinematografica di eventi realmente accaduti. The Martian no. E questa differenza non è trascurabile. D'altro canto quei momenti leggeri alleviano la tensione, sono simpatici, tutto sommato equilibrati e, soprattutto, sono inseriti dallo sceneggiatore nei momenti giusti, ovvero per lo più quando a Watney le cose vanno bene e dunque è giustificato che lui faccia un po' il guascone. Mentre nel libro Watney è eccessivamente brillante anche quando le cose gli vanno di merda e questo proprio io non l'ho digerito.

La seconda cosa è la struttura dei punti di vista. Il libro, come il film, sono raccontati sostanzialmente attraverso tre prospettive. Un punto di vista in prima persona, il diario di Watney; un punto di vista in terza persona, quello che succede sulla Terra; un altro punto di vista, sempre in terza persona, quello che succede sulla Hermes. La cosa equilibrata che ha fatto Goddard è stato di montare questi piani con sapienza (ovvero senza dare troppo spazio all'uno o all'altro) fin dall'inizio del film. Weir no. Weir inizia il suo romanzo come diario e come diario prosegue per parecchi capitoli (fino a pag. 60) tanto che ci si convince che sarà un diario fino alla fine. Invece al capitolo 6 cambia tutto. Come in una sterzata brusca in cui ci si viene a trovare con la faccia schiacciata contro il finestrino freddo, ci si ritrova il diario di Watney inframmezzato agli altri racconti narrati in una terza persona e questo, nell'economia della narrazione e rispetto allo stile e alla struttura del libro, a me ha dato molto fastidio. Come uscire di casa con una scarpa e una ciabatta.

Poi c'è la faccenda dell'effetto McGyver. Una degli aspetti più deteriori del libro, a mio avviso, è l'eccessiva ripetitività dei tecnicismi e delle situazioni. Per quanto riguarda Watney è tutto un susseguirsi di problema>soluzione, problema>soluzione ecc. che alla lunga, passato l'effetto curiosità (per me intorno a pagina 100), diventa stucchevole. Il Watney cinematografico invece diluisce questo aspetto che, pur presente, non è assillante e risulta più variegato, forse anche grazie al maggior peso che hanno, nel film, le vicende che si svolgono sulla Terra e sulla Hermes. Non escludo nemmeno che le differenti modalità di fruizione possano avere un peso determinante. D'accordo, però non si può mettere tutto a posto col nastro Gaffa, avete ragione. Soprattutto un portello di telo di nylon che dovrebbe resistere a una differenza di pressione di quasi un'atmosfera. E avete ragione anche circa il fatto che difficilmente su Marte una tempesta di sabbia, per quanto violenta, possa inclinare e rischiare di far ribaltare un veicolo della massa di un modulo di ritorno. L'atmosfera è molto più rarefatta, meno di un centesimo di quella terrestre, dunque che questo possa verificarsi mi pare ipotesi davvero azzardata. Come non è affatto plausibile che la tempesta duri poche ore o si scateni senza preavviso. Le dinamiche delle tempeste di sabbia marziane sono ben diverse. E in qualche modo al cinema questo aspetto salta maggiormente all'occhio che nel libro.

La quarta cosa è la retorica. Come ho già scritto nella recensione del libro, le ultime pagine di The Martian meriterebbero un lancio contro il primo muro disponibile, intrise di un politically correct sulla solidarietà umana da carie nei denti all'ultimo stadio. Invero, il film non è del tutto immune da questo aspetto: l'intervento dei cinesi che forse avrebbero più da perderci che da guadagnarci (ma che di fatto barattano l'aiuto con la presenza dell'astronauta cinese nella missione successiva), le piazze gremite di gente entusiasta, le bandierine americane che sventolano, il "siamo troppo forti" eccetera, eccetera. Però Goddard lo diluisce un po' lungo tutta la pellicola, mentre Weir lo concentra in fondo al libro in un discorso ingenuo e buonista del tutto fuori tono. Nel film resta il peso non trascurabile dello spottone a favore della NASA e, come al solito, degli americani. Ma Hollywood è roba loro. Invece di biasimarli per questo, perché non lo facciamo anche noi italiani? Perché dovremmo ritenere credibili loro e non credibili noi? Ma questa è materia per un altro post.

Insomma, tirando le somme a mio avviso il film funziona egregiamente, molto meglio di quanto mi ero aspettato. Non è un capolavoro, non siamo dunque dalle parti di Alien o Blade Runner per intenderci, tanto per restare nelle pertinenze di Mr. Ridley Scott, ma il suo sporco lavoro lo fa, a differenza del libro. Al punto che, la mia impressione è che questo film sia addirittura di almeno una spanna superiore a Gravity, nel quale forse era lo straordinario aspetto visuale a predominare, ma che complessivamente, a livello di storia lasciava alquanto a desiderare.

lunedì 12 gennaio 2015

L'uomo di Marte

Con un titolo della versione originale come The Martian, potevo forse esimermi dal parlare di questo romanzo?! Ma non è solo questo. Opera prima di Andy Weir, giovane informatico americano con una grandissima passione per l'astronautica, The Martian è stato infatti il clamoroso caso editoriale (americano) dello scorso anno. E la sua ascesa acquista i connotati di un'impresa se si considera che Weir, da autentico esordiente sconosciuto, nel 2011 prima ha messo il romanzo a puntate sul suo sito, dopodiché su richiesta dei fan, ha autopubblicato il romanzo su Amazon al prezzo minimo possibile (0,99$) e su questa piattaforma come ebook ha venduto la bellezza di 35.000 copie in tre mesi. Dopodiché, a inizio 2013, Weir ha trovato un editore per la versione in audiolibro del romanzo e dopo pochi mesi per quella cartacea, venduta - sembra - per una somma a sei cifre (a quel punto non dev'essere stato troppo difficile). Ma Weir è andato oltre e, in men che non si dica, ha venduto anche i diritti cinematografici del romanzo addirittura a Ridley Scott, il quale ha messo il progetto sul cosiddetto fast track (e pensare che ci sono autori assai più titolati che ci mettono decenni ad approdare sul grande schermo, vedi ad esempio Joe R. Lansdale) e già l'anno prossimo il film vedrà la luce delle sale cinematografiche con un cast davvero marziano (Matt Damon, Jessica Chastain, Jeff Daniels, Sean Bean e Chiwetel Ejiofor). Insomma, con questo romanzo Andy Weir ha pescato il jolly. E prova ne è anche il fatto che in Italia, dove la fantascienza fa una fatica boia ad approdare, il romanzo è stato acquisito quasi subito, ancorché da una casa editrice non specializzata ma di grande visibilità come Newton Compton, la quale l'ha affidato a un traduttore di provata esperienza ed eccelse referenze come Tullio Dobner (il traduttore storico di Stephen King, tanto per dirne una - anche se in questo caso sono d'accordo con chi gli contesta un'eccessiva morbidezza dei toni, soprattutto all'inizio, in cui la versione originale del romanzo risulta molto più "volgare"), e lo sta spingendo ovunque a un prezzo stracciato. Ma, insomma, com'è questo libro? Vale davvero tutta la fama che si porta dietro? La risposta, secondo me, è ni. Ma andiamo con ordine.

In copertina Newton Compton ne riassume la vicenda come "Gravity (che) incontra Robinson Crusoe". Ecco, diciamo che non è del tutto falso, anche se piuttosto che Gravity si sarebbe dovuto citare MacGyver (se non sapete cos'è MacGyver, significa che siete troppo giovani e dovete cliccare sul link). Per contro di Gravity c'è soltanto un ambientazione spaziale ricostruita con ottima perizia, ancorché in questo caso ci troviamo su Marte e non in orbita intorno alla Terra, e una storia di sopravvivenza in condizioni estreme. Su Robinson Crusoe c'è invece poco da dire: è un naufrago e i naufraghi devono cercare di sopravvivere (per restare in tema cinematografico potevano citare Cast Away). Così, per una situazione imprevista, l'astronauta Mark Watney si ritrova abbandonato su Marte dai suoi compagni e deve cercare di sopravvivere, da solo, esclusivamente con quello che ha a disposizione. Quindi non aspettatevi alieni o altre stranezze. L'uomo di Marte è un ingegnere e un botanico e il romanzo non si allontana di una virgola dalla più fredda scienza e tecnica che il protagonista cerca di applicare con un po' fantasia, ma con rigore, per cercare di portare a casa la pelle.

Dunque non siamo proprio nei territori della più sfrenata immaginazione e originalità, ma la scintilla che rende il romanzo degno di attenzione è l'approccio severamente tecnico al tema. Il taglio che Weir dà al romanzo è infatti scientifico al massimo grado - e in questo la preparazione dell'autore riesce a dare un'eccezionale credibilità alla narrazione - mentre la modalità del racconto è quella di un diario personale lasciato a eventuali posteri che dovessero trovarlo, qualora lui non se la cavasse e nel quale il protagonista racconta in prima persona la propria situazione e descrive, per filo e per segno, come cerca di cavarsela, superando un problema dopo l'altro. Eppure, se la rigorosa narrazione tecnica è il vero aspetto peculiare del libro, la sua esclusività ne è anche il suo più grande limite. Il protagonista infatti si ritrova ad affrontare tutta una serie di problemi e il diario si sofferma a raccontare (quasi esclusivamente) ciascuno di essi e come l'astronauta lo risolve. Giochino piuttosto curioso e interessante all'inizio, senza dubbio, ma sulla medio-lunga distanza diventa stucchevole e fa decisamente perdere interesse al punto che si ha più l'impressione di essere di fronte a un manuale tecnico di sopravvivenza (per giunta per una situazione in cui il lettore mai si troverà), piuttosto che a un'opera letteraria. Anche perché le incursioni non tecniche nel diario, quelle personali, quelle umane, quelle intime, quelle che potrebbero conferire spessore al personaggio, suggerire al lettore empatia ed emozione, e rendere così maggiormente credibile (e interessante) un diario di questo genere, sono davvero poche e banali e non riescono a togliere bidimensionalità alla figura del protagonista. E il tentativo di essere spiritoso non basta, anzi spesso sortisce l'effetto opposto (per lo meno nella versione italiana, ma questi sono aspetti in cui la traduzione può aver giocato a sfavore).

Altra scelta che non mi è piaciuta, anche se ne capisco la funzione nel contesto, è quello di rinunciare alla coerenza strutturale del diario, e passare di tanto in tanto a una narrazione in terza persona incentrata su altri punti di vista come i personaggi della NASA sulla Terra e i suoi compagni che lo hanno abbandonato sul Pianeta Rosso e che sono in viaggio verso casa, tutti che - naturalmente - contribuiscono a cercare di trovare un modo per salvare la vita al protagonista. Avendo Weir deciso di scrivere il romanzo sotto forma di diario, avrei apprezzato maggiormente che ne avesse mantenuto la struttura fino in fondo. Questo avrebbe dato maggior personalità e originalità al testo. Ma forse, da esordiente, Weir ha avuto timore di non riuscire a tenere una narrazione tesa e proficua fino in fondo dal solo punto di vista diaristico, decisamente più difficile da gestire. Infine, nonostante un finale che non vi svelo, ma che concede un po' troppo al clichè della spettacolarità cinematografica, ma che confesso ho letto con rinnovato piacere dopo una parte centrale che mi ha annoiato per i motivi già esposti, avrei decisamente dato alle fiamme l'ultimissima pagina, ingenua e moraleggiante, disgustosamente politically correct.

Nel complesso, dunque, mi sento di affermare che L'uomo di Marte è un romanzo discreto, che a seconda di come si prendono i tecnicismi davvero eccessivi (ovvero da quanto è il grado geek del lettore) può risultare più o meno gradevole. Ma in ogni caso siamo abbastanza distanti da qualcosa di veramente eccezionale. Qualcuno, oltre che a Gravity, ha voluto paragonarlo ad Apollo 13 per rigore scientifico e per una vicenda di sopravvivenza nello spazio, una sopravvivenza inevitabilmente legata alla capacità dell'uomo di saper padroneggiare scienza e tecnologia, e per questo ritiene che L'uomo di Marte abbia le potenzialità per essere un ottimo film. Ebbene, certo, non si può dire che non ci siano similitudini, ma al di là di quello che sarà capace di fare Ridley Scott (scostandosi eventualmente - e sperabilmente - dal romanzo), Apollo 13 aveva dalla sua qualcosa che L'uomo di Marte non ha. Qualcosa di cui ogni spettatore di Apollo 13 era consapevole prima di iniziarne la visione. Come una lente amplificatrice di interesse ed emozioni posta di fronte agli occhi e al cuore. Qualcosa su cui L'uomo di Marte non potrà contare. La forza della vita vera, la potenza della biografia.

L'incipit.

Giornale di bordo: Sol 6

Sono spacciato di brutto.
Questa è la mia ponderata valutazione.
Spacciato.
Sono passati solo sei giorni dall'inizio di quelli che sarebbero dovuti essere i più gloriosi due mesi della mia vita e sono finito in un incubo.
Non so nemmeno chi leggerà questo diario. Immagino che prima o poi qualcuno lo troverà. Magari di qui a cent'anni.
Per la cronaca... Non sono morto a Sol 6. Così crede senza dubbio il resto dell'equipaggio e non posso biasimarli. Forse decreteranno una giornata di lutto nazionale in mia memoria e sulla mia pagina di Wikipedia ci sarà scritto: "Mark Watney è l'unico essere umano morto su Marte".


L'uomo di Marte, di Andy Weir (2013 - Newton Compton Editori, trad. Tullio Dobner, 379 pagg., 9,90€)

PS: Il Sol è il nome del giorno marziano.

domenica 7 ottobre 2012

La musica dei pianeti

Seguendo l'antico concetto filosofico della Musica delle Sfere e traducendo dunque un'armonia cosmica in un'armonia musicale, si potrebbe usare la frequenza di rivoluzione di ciascuno dei pianeti del Sistema Solare, convertirla in nota musicale udibile all'orecchio umano, e costruirci sopra un pezzo.

È quello che ha fatto Giorgio Costantini con Alba Mundi, brano per pianoforte e orchestra composto proprio intorno alle nove note che costituiscono le trasposizioni musicali delle frequenze di rivoluzione dei nove pianeti dell'accezione classica (i pianeti oggi sono otto, Costantini ha avuto la bontà di includere anche Plutone che, di fatto, da qualche anno non è più "tecnicamente" considerato un pianeta). Il suono finale è quello che corrisponde alle frequenze orbitali di tutti i pianeti, trasportato di 36 ottave per essere udibile dall'orecchio umano.

Marte è un Re. Dite che è per questo che a me piace parecchio?



Qui trovate la spiegazione tecnica dettagliata dello stesso Costantini circa la costruzione del brano.

martedì 7 agosto 2012

Immigrazione marziana (illegale)

Allora, innanzitutto lasciamo perdere le pacche sulle spalle, le grida di giubilo e i brindisi di rito, e andiamo al sodo: il rover Curiosity è atterrato senza visto, né permesso di soggiorno. Non aveva nemmeno uno straccio di passaporto falso. L'avete catapultato impunemente nel nostro Cratere di Gale in cerca di prove di vita marziana e ora contate di farcelo scorrazzare per almeno due anni. E se perfino i telegiornali nazionali di ieri hanno riportato con una certa enfasi la notizia del successo del suo atterraggio (vi prego, anzi vi supplico, non chiamatelo ammartaggio) ancora prima delle solite dichiarazioni da spiaggia di (in ordine alfabetico) Alfano, Bersani, Casini, Di Pietro e Vendola, significa che l'evento è qualcosa di straordinario.

Ma davvero straordinario (almeno per ora) è stato solo il modo, nuovo e pazzesco (e, invero, anche un po' da irresponsabili), con cui avete avuto il coraggio di fargli toccare il suolo di ferro ossidato. Stavolta infatti niente super-airbag e rimbalzoni da cartoni animati, come successo con gli atterraggi dei precedenti rover Spirit e Opportunity. Prima l'avete fatto entrare nell'atmosfera marziana, frenata (ma mica poi tanto) dal suo scudo termico che si è arrostito per bene, poi gli avete concesso un mega paracadute supersonico (grazie), infine (e qui è stato l'azzardo) lo avete quasi fermato in volo con dei retrorazzi e, nel contempo, avete attivato un sistema di gru che ha calato il rover delicatamente al suolo appeso a dei cavi. Insomma, molte, moltissime cose potevano girare storte in questi sette minuti terribili, ieri mattina, tra le 7:23 e le 7:30, ma tutto è filato liscio e dopo oltre sei mesi di viaggio e un bel po' di milioni di chilometri percorsi, Curiosity ha inviato le prime immagini del suolo marziano in perfetto orario. Praticamente (quasi) come un IC Torino-Reggio Calabria.

Se poi anche il suo soggiorno sarà straordinario, si saprà nei prossimi due anni, durante i quali questo nuovo rover, molto più grande e complesso (e ambizioso) dei precedenti, avrà il compito di studiare il suolo come non veniva fatto da almeno trent'anni, ovvero dai tempi della sonda Viking, unica volta in cui la NASA ha provato a cercare (seriamente) tracce di vita marziana attraverso esperimenti biologici. Ma ci sarà senza dubbio tempo per riparlarne.

Per ora resta la vostra ennesima invasione, al punto che il Pianeta Rosso è senza dubbio il pianeta del Sistema Solare al di fuori della Terra più studiato e affollato di vostri trabiccoli, al suolo e in orbita. E siccome lo sappiamo bene anche noi che in fondo lo fate a fin di bene, per la faccenda del progresso della conoscenza, dell'esplorazione dell'universo, delle origini della vita eccetera, giusto per questo non chiuderemo la sonda in un Centro di Accoglienza Temporaneo. Tuttavia potete stare certi che da noi marziani non avrete alcun aiuto e che faremo di tutto per sfuggirvi anche questa volta. Proprio la suggestione di certe mitologie è anche il fatto che restino (per sempre) tali.

mercoledì 6 giugno 2012

Senza di lui i marziani sarebbero stati senza dubbio diversi

"Erano ingenui soltanto se conveniva esserlo. Smisero di cercare di distruggere tutto, di umiliare tutto. Fusero religione, arte e scienza, perché alla base, la scienza non è che la spiegazione di un miracolo che non riusciamo mai a spiegare e l'arte è un'interpretazione di quel miracolo." (Cronache marziane)

"Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive." (Fahrenheit 451)

giovedì 12 aprile 2012

Letargo elettromeccanico

Fanno quasi tenerezza questi trabiccoli con le ruotine, che ogni tanto spedite quassù, come verso un Eldorado interplanetario, per cercare chissà cosa, l'acqua come un raro tesoro nascosto, quando peraltro tutti sanno che è il composto più comune dell'Universo, oppure indizi geologici sull'evoluzione del pianeta e del Sistema Solare nel corso delle ere, o ancora (magari) qualche segno anche indiretto che possa schiudere i segreti della vostra origine, che tanto vi stanno a cuore, insieme con l'ombra di una presenza di vita extraterrestre (ma noi - ovviamente - stiamo attenti a rimanere sempre alle spalle della telecamera).

E se il rover Spirit ormai da più di un anno ha dato forfait, dopo peraltro sei anni di glorioso servizio, ed è stato dichiarato ufficialmente defunto lo scorso maggio, il suo gemello Opportunity sta ancora cavalcando ostinatamente le onde brulle (ma bellissime) di sabbia ossidata, col suo passo lento e attento (poco più di 34 km percorsi in quasi otto anni terrestri e mezzo), sfidando non solo gli ostacoli fisici sul suo cammino, ma anche le intemperie e l'ostilità delle stagioni di queste parti. Ecco infatti iniziato il suo quinto inverno marziano nell'emisfero meridionale che terminerà tra poco meno di 150 giorni marziani (quindi intorno a fine settembre 2012) e, come un orso intorpidito dal freddo, si è dovuto mettere in una specie di condizione di stand-by. Il Sole, lontano e basso sull'orizzonte, in questa stagione non consente infatti un'ottimale ricarica delle batterie attraverso i pannelli solari. Senza contare che l'accumulo di sabbia sui medesimi, come si vede dall'immagine, ostacola non poco il processo di ricarica. Dunque il rover deve limitare i suoi consumi e la cosa migliore è fermarsi in un posto conveniente.

Eccolo dunque, Opportunity, a svernare quest'anno nella ridente località di Greeley Haven (un bel posticino, non c'è che dire). Ma niente confortevoli tane, né placide spiagge lacustri. Solo un ottimo stazionamento in termini di esposizione ai raggi solari per garantire la miglior ricarica possibile, un po' come un animale a sangue freddo che, immobile su una pietra, cerca di raccogliere tutto il tepore che la termodinamica gli consente. Nel frattempo, se le sue condizioni energetiche lo consentiranno, il rover continuerà a mandare immagini dell'ambiente circostante e a fare ricerche mineralogiche, col suo collo da struzzo, i suoi attrezzi da ipercoltellino svizzero e lo chassis da sofisticata macchinina radiocomandata, cosa che in effetti è. Fanno quasi tenerezza questi trabiccoli con le ruotine, che ogni tanto spedite quassù per cercare chissà cosa, come giocattoli all'inseguimento di un sogno scientifico, gingilli a caccia di un Graal biologico, balocchi per sperimentare per interposta meccanica la mitologia planetaria per eccellenza. E per questo è l'unico caso in cui riuscite a farmi quasi tenerezza anche voi. Quasi.

sabato 3 marzo 2012

Cosa succede quando Marte perde le elezioni?

La risposta è semplice: va all'opposizione. E chi ha un po' di familiarità con la conoscenza del cielo, avrà intuito che ho usato questo piccolo gioco di parole per segnalare un bell'evento celeste. Nelle prossime ore Marte infatti si troverà in opposizione rispetto alla Terra, ovvero in quella particolare posizione dei pianeti, per cui il gioco dei moti orbitali fa sì che i corpi celesti si trovino allineati dalla stessa parte rispetto al Sole, dunque nella posizione di distanza relativa minima (quando sono allineati con il Sole in mezzo, dunque nella posizione di distanza relativa massima, si ha una congiunzione).

Poiché Marte è un pianeta esterno e il suo anno dura circa 687 giorni terrestri, la Terra compie un giro intorno al Sole, mentre Marte ne compie circa mezzo e questo implica che Terra e Marte si ritrovano affacciati ogni due anni circa. Questo è il cosiddetto Periodo Sinodico, che dura infatti approssimativamente 780 giorni. Va da sé che questo è anche il momento migliore per osservarsi a vicenda, anche se, siccome le orbite dei pianeti sono ellissi diverse e non concentriche, non tutte le opposizioni sono uguali e alcune risultano migliori rispetto ad altre, a seconda del punto in cui si verificano. Quella di questi giorni, per esempio, non è particolarmente favorevole, in quanto la distanza Terra-Marte sarà di circa cento milioni di chilometri, mentre nelle opposizioni più propizie, le cosiddette Grandi Opposizioni (come quella dell'agosto 2003 e quella che si verificherà nel 2015), la distanza tra i due pianeti può scendere fino a cinquantacinque milioni di chilometri e allora sì che la visuale reciproca risulta davvero straordinaria. Ma, trattandosi comunque di un evento non troppo comune, accontentiamoci.


Quindi, insomma, se il cielo è sereno, una di queste sere, dopo il tramonto, pensatemi per dieci secondi, volgete lo sguardo verso sud est e troverete Marte nella costellazione del Leone (la cartina che vedete qui sopra fa riferimento al cielo di stasera alle 21:30 da Roma, ma non cambia di molto rispetto al territorio italiano). Il puntino rossastro è inconfondibile anche a occhio nudo. Se poi avete un binocolo di media potenza e il cielo sarà in buone condizioni di visibilità, potrete risolverlo già in un piccolissimo dischetto, che aumenterà ancora nel caso abbiate la possibilità di osservarlo con un telescopio anche piccolo. In quest'ultimo caso, non è escluso che possiate avere la fortuna di vedermi mentre vi saluto con tutt'e quattro le braccia. Nel caso, ci terrei che faceste altrettanto, ancorché con due braccia sole. Altrimenti accontentatevi di avere dedicato qualche momento alla contemplazione di una dimensione, quella del cielo e - quindi - dell'universo, che ormai avete dimenticato, ma che fa parte di voi più di quanto abbiate voglia di ammettere, e che vi farebbe bene recuperare per la salute e l'equilibrio del vostro spirito e, dunque, della vostra umanità.

venerdì 13 maggio 2011

Salvare l'acqua è roba da socialisti? (ovvero se il pianeta è "rosso", ci sarà un perché)

Ora, non è che siccome Marte oggi non ha più acqua fluida in superficie e i suoi panorami assomigliano più di quanto voi pensiate ai vostri deserti più aspri, voi potete prenderci ad esempio, così, senza neanche la minima idea di come sono andate davvero le cose. Invece è quello che è successo qualche settimana fa, a margine della Giornata Mondiale dell'Acqua, quando Hugo Chavez, presidente del Venezuela, avrebbe dichiarato qualcosa del tipo: «Ho sempre detto, sentito, che non sarebbe strano se fosse esistita una civiltà su Marte. Forse, però, è arrivato il capitalismo, è arrivato l'imperialismo e ha distrutto il pianeta... Attenzione! Qui sulla Terra solo pochi secoli fa c'erano grandi foreste e adesso ci sono deserti. Dove c'erano fiumi, adesso ci sono deserti!»

A tale riguardo, mi piace lasciare che rispondano le parole di Giovanni Virgilio Schiaparelli, uno dei vostri più grandi studiosi di Marte della storia, primo grande cartografo di Marte, reso celebre dalla scoperta nel 1870 dei "canali" (risultati poi inesistenti, ma senza i quali forse nemmeno io sarei qui con voi oggi), che nel 1895 sulla rivista Natura e Arte, a proposito di Marte e del problema della gestione dell'acqua (su Marte), scriveva:

"[...] E se in Marte esiste una popolazione di esseri ragionevoli capace di vincere la Natura e di costringerla a servire ai propri intenti, la regolata distribuzione di quelle acque sopra le regioni atte a coltura deve costituire il problema principale e la continua preoccupazione degli ingegneri e degli statisti...

[...] E passando a un ordine più elevato di idee, interessante sarà ricercare qual forma d'ordinamento sociale sia più conveniente ad un tale stato di cose, quale abbiamo descritto; se l'intreccio, anzi la comunità d'interessi, onde son tra loro inevitabilmente legati gli abitanti d'ogni valle, non rendano qui assai più pratica e opportuna, che sulla Terra non sia, l'istituzione del socialismo collettivo, formando di ciascuna valle e dei suoi abitanti qualche cosa di simile ad un colossale falansterio, per cui Marte potrebbe diventare anche il paradiso dei socialisti."

(da Schiaparelli e Marte: un sogno scientifico - Edizioni Scientifiche Coelum)

domenica 2 gennaio 2011

Cartoline da un pianeta immaginato (3 di 3)

Il pianeta truffatore
Poi fu la volta dell'arrivo delle sonde automatiche, e le cose furono destinate a cambiare ancora, sebbene stavolta più velocemente. Nel luglio 1965 la Mariner 4 mandò le prime 21 immagini ravvicinate di Marte, distruggendo così il mito di un pianeta vivifico e lussureggiante, e dipingendolo invece come un mondo arido e morto, qualcosa di molto simile alla Luna. Addio canali, addio mari, addio distese di vegetali. Lassù ci sono solo sabbia e crateri e le ombre scure che si vedevano dalla Terra non erano altro che terreni strutturalmente diversi, in grado di riflettere diversamente la luce del Sole. Fine di tutti i miti. Amen. E invece no. Marte aveva ancora delle sorprese in serbo per la vostra inesauribile immaginazione. Nel 1976 la missione Viking stabiliva una pietra miliare nell'esplorazione dello spazio, riuscendo a far atterrare con successo su Marte un modulo in grado, per la prima volta, di prendere immagini a colori dal suolo e di compiere tre test biologici per cercare tracce di vita. Il cielo rosa fece fare un salto sulla seggiola agli scienziati e non solo. Quello che più d'ogni altra cosa fece trattenere il fiato fu che uno dei test in questione, la prova di cosiddetta Respirometria o Risposta Marcata (Labeled Release) ideata dal prof. Gilbert Levin, diede ripetutamente risultati positivi. In pratica si trattava di somministrare a un campione del suolo di Marte delle apposite sostanze nutrienti (amminoacidi), contaminate con una lievissima dose di C14, isotopo radioattivo del carbonio. Se una forma di vita fosse stata presente nel campione di suolo marziano, essa avrebbe metabolizzato le sostanze nutrienti, rilasciando dei composti di scarto (soprattutto anidride carbonica), che sarebbero stati anch'essi marcati con lo stesso isotopo radioattivo del carbonio. E l'anidride carbonica "marcata" fu effettivamente prodotta, e in quantità decisamente notevoli. Alla NASA ci furono rumori di bottiglie stappate e brindisi, la sera del 30 luglio 1976. Ma, nelle settimane successive, gli altri due esperimenti non confermarono mai i dati del primo test, anzi contribuirono a ridimensionarne il risultato apparentemente clamoroso. Che cos'era successo di preciso? Furono messe al vaglio molte ipotesi, e alla fine la NASA scelse una spiegazione che coinvolgeva meccanismi puramente geochimici, ovvero del tutto avulsi da un contesto biologico. Tuttavia c'è ancora chi (il Prof. Levin, per esempio) è convinto che si sia trattata invece di una prova decisiva della presenza di vita su Marte (ma non ce n'è bisogno, visto che la prova decisiva sono io!). Da allora, però, nonostante il gran numero di sonde, altri esperimenti di questo tipo non sono stati mai più tentati. Nel frattempo, però, l'immaginazione era ancora protagonista, perché nello stesso periodo il Viking Orbiter, il modulo rimasto in orbita, mandava dalla zona di Cydonia un'immagine da far svenire. Sembrava un volto e non ci volle molto perché fosse battezzato la "Sfinge" di Marte. Naturalmente all'epoca non si poté verificare, prendere un'immagine della stessa zona da un'altra angolazione, con un'altra prospettiva o una differente illuminazione, e così immaginario e mitologia ripartirono alla grande. Chi aveva scolpito quella "faccia"? E perché? Si erano estinti? Quando? Impossibile ignorare il ricordo delle Cronache Marziane di Ray Bradbury. Facile altresì, a questo punto, che immaginario e mitologia si spingessero oltre, e infatti nelle immagini della stessa zona furono viste anche piramidi e piccoli villaggi abbandonati. Articoli, libri e congetture fiorirono, e l'ipotesi extraterrestre non fu abbandonata del tutto nemmeno quando nel 1998 la Mars Global Surveyor andò a riprendere la stessa zona con una risoluzione decisamente maggiore, per dimostrare senza ombra di dubbio che il "volto" non era altro che un semplice effetto ottico del punto di vista, della luce e della bassa risoluzione. L'equivalente geologico degli elefanti in cielo fatti di nuvole.

Il pianeta mattacchione
Ma l'uomo evidentemente ha bisogno di mitologie e di immaginazione e nel 1994 Marte fece di nuovo egregiamente la sua parte. Successe quando gli scienziati videro i risultati di alcune scansioni al microscopio elettronico dell'interno di ALH84001, meteorite marziano rinvenuto in Antartide dieci anni prima. In alcune immagini, infatti, sembrava proprio di vedere dei batteri fossilizzati. L'immagine fece il giro del mondo e si gridò alla scoperta del secolo. Anche l'allora Presidente Clinton ne parlò in un discorso. Ma, sebbene ci fossero altre evidenze chimiche precise che potessero portare alla conclusione che effettivamente c'era stato qualcosa di vivo dentro quella roccia, come si faceva a essere sicuri che si trattassero proprio di batteri marziani fossili e non di uno scherzo del microscopio, della sezione, o di qualche altro accidente? Qualcuno ha mai visto un batterio marziano e saprebbe riconoscerne il relativo fossile? Alla fine la maggioranza della comunità scientifica si ritrovò a giudicare la prova del meteorite molto suggestiva, ma per lo meno non definitiva. Anche oggi, dunque, il mito non smette di essere alimentato. E anche quando dei rover comandati dalla Terra scorrazzano in lungo in largo per mesi sulla superficie marziana, c'è la possibilità per Marte di mettere ogni tanto la sua zampata da buontempone. A Spirit e Opportunity, i due sofisticati trabiccoli della NASA che ormai da più di sei anni studiano ostinatamente la superficie di Marte (Spirit in realtà è ormai KO dal marzo scorso), è successo almeno due volte di incappare in sfrontati specchietti per le allodole con cui Marte (o noi marziani?) si diverte a lastricare la strada della conoscenza umana. La prima volta è accaduto quando a un certo punto, nel suo girovagare sulla Meridiani Planum, a Opportunity capitò di inquadrare delle zone del suolo di Marte ricoperte da piccole sferette che gli americani non tardarono a battezzare blueberries, ovvero "mirtilli". Sembrava di vedere una di quelle spiagge tropicali disseminate da mucchietti di palline di sabbia, residuo del pasto di un esercito di piccoli granchi affamati. Naturalmente non si trattava di resti di un'attività biologica, bensì di particolari formazioni geologiche di ematite (ossidi di ferro), che anche sulla Terra si formano in presenza di acqua. Ma questo bastò a suggestionare l'immaginazione. La seconda volta, poi, fu ancora più clamorosa, perché qualche mese dopo il suo arrivo, Opportunity inquadrò e mandò sulla Terra l'immagine di un... coniglio!

L'uomo credulone
Sullo sfondo scuro e rugginoso della sabbia, sembrava davvero un bel piccolo coniglietto bianco con tanto di orecchie. E ci mancava anche che spuntasse Alice, saltellando e tirando fuori la lingua davanti all'obiettivo del rover. Ebbene, per qualche giorno l'enigma ha tenuto banco presso gli scienziati i quali cercavano di capire di che cosa si trattasse. Scattarono ripetute foto dell'"animale" per vedere se si muoveva o se cambiava posizione e, alla fine, giunsero alla conclusione che si doveva trattare di un frammento dell'air-bag che aveva protetto lo stesso rover durante la fase di atterraggio. Ma non ci sarebbe da sorprendersi se, da qualche parte, ci fosse qualcuno, particolarmente sensibile all'immaginazione, che ha ancora il dubbio che si trattasse di un coniglio autentico. Del resto è di Marte che si tratta, mica di un pianeta qualunque. Il pianeta principe di tutte le mitologie, l'unico capace di andare a solleticare il bisogno di emozioni dell'uomo, facendogli credere che la realtà delle cose è sempre più complicata, misteriosa ed esotica di quanto non sia. Ma è anche il pianeta che, anche nel suo lato ormai più scientifico e pragmatico, riesce sempre a trovare la strada per insinuare il frammento del dubbio, il barlume della suggestione, l'eco dello scherzo, il contorno di una nuova mitologia. Perché le mitologie nascono di notte. Le mitologie nascono dal mistero. E finché voi ve ne starete laggiù, distanti, irraggiungibili, intoccabili, noi marziani quassù non la smetteremo di prendervi per i fondelli, sapendo che è proprio questo, in fondo, quello che volete da noi.

/fine

venerdì 31 dicembre 2010

Cartoline da un pianeta immaginato (2 di 3)

Il pianeta illusionista
Poi giunse il telescopio, e le cose - per voi - furono destinate a cambiare ancora, sebbene molto lentamente. Nel frattempo, Marte e il paradigma della mitologia non rinunciavano a mettere in scacco l'immaginazione dell'uomo. Anzi, le prime osservazioni telescopiche, nonostante non potessero in alcun modo permettere di fare ipotesi realistiche sulla natura o la composizione del Pianeta Rosso, pur qualcosa evidenziavano. E quel qualcosa era sufficiente per... immaginare. Si trattava di vaghe zone d'ombra per lo più, ma non impiegaste molto - né vi si può biasimare per questo - ad applicare la vostra visione terrestre del mondo per dire che si trattava di “mari”, mentre le zone chiare erano, manco a dirlo, “terre”. Se poi ci aggiungiamo il fatto che nel XVIII secolo già si erano osservate delle calotte polari (proprio come la Terra) che cambiavano ampiezza con le stagioni, che la rotazione intorno al proprio asse era poco più di ventiquattro ore (proprio come la Terra...), e che l'inclinazione dell'asse era di circa 25° (proprio come la Terra!), tutto concorse, insieme con una buona dose di presunzione, a far ritenere che vi trovaste di fronte a un mondo del tutto simile al vostro. E in un mondo così apparentemente simile alla Terra, era così stravagante immaginare che ci fosse la vita? Quando poi vi accorgeste che i contorni delle ombre scure sulla superficie non sembravano avere confini fissi, ma parevano modificarsi nel corso dell'anno marziano (forse in accordo con le stagioni?), l'interpretazione che si trattasse di distese marine, fu sostituita dall'ipotesi che si trattasse di ampi continenti ricoperti da vegetazione, favorita dallo scioglimento delle calotte polari (e quindi si espandeva) o, viceversa, inibita dalle rigidità del lungo inverno marziano (e quindi si riduceva). Si era intorno alle metà del XIX secolo e la tecnologia ottica cominciava a fornire prestazioni di tutto rispetto, permettendo la costruzione di telescopi rifrattori e riflettori di grandi dimensioni, in grado di spingere più vicino lo sguardo degli osservatori. Questo significava senza dubbio poter vedere meglio, ma anche stuzzicare ancora meglio sempre lei: l'immaginazione. Successe così che nel 1877, anno di una Grande Opposizione particolarmente favorevole (posizione di massimo avvicinamento di due pianeti), un italiano si mise seduto dietro l'oculare del suo nuovo bellissimo rifrattore alla Specola di Milano e, così, tanto per provarlo, intraprese la serie di osservazioni più scientifica e sistematica del Pianeta Rosso che mai fosse stata compiuta fino ad allora. L'uomo era Giovanni Virgilio Schiaparelli e il risultato dei suoi studi, che peraltro proseguirono per molti anni a venire, furono le carta geografiche di Marte più dettagliate dell'epoca, con la relativa nomenclatura, che viene tutt'oggi da voi utilizzata. Ma quello che rese indimenticabile quella stagione, fu la nascita della mitologia dei "canali". In realtà Schiaparelli aveva solo timidamente osservato che sembravano esistere delle strutture simili a canali (tenete presente che, con gli strumenti disponibili all'epoca, un canale sulla superficie di Marte, per essere visibile dalla Terra avrebbe dovuto essere largo almeno 20 km) che sembravano anche modificare struttura, ovvero raddoppiare nel giro di qualche giorno, secondo quel fenomeno che l'astronomo italiano aveva chiamato geminazione. Complice, sembra, anche un errore di traduzione o di interpretazione degli scritti di Schiaparelli per cui "canale" fu tradotto in inglese con "canal" (di origine artificiale) invece che con "channel" (di origine naturale), moltissimi cominciarono a vedere canali sulla superficie di Marte, essendone convinti dell'artificialità e, di conseguenza, della presenza di esseri intelligenti in grado di costruirli.

Il pianeta fanfarone
Tra questi il più acceso sostenitore della teoria marziana fu Percival Lowell, ex-diplomatico e abbastanza facoltoso da potersi costruire un osservatorio personale in Arizona, solo per soddisfare il capriccio di osservare Marte. Sebbene ci fossero scienziati che, anche all'epoca, avessero un atteggiamento molto più scettico riguardo la faccenda dei canali e dei marziani, e lo stesso Schiaparelli fosse molto cauto a riguardo, grazie a Lowell, Flammarion e a una pletora di divulgatori tanto popolari, quanto un po' troppo inclini alla suggestione, l'immaginario popolare fu così invaso dalla mitologia di un Marte abitato e tecnologicamente avanzato. Con tutte le conseguenze del caso. Durante i primi esperimenti radio, Tesla interpretò segnali che Marconi diceva di aver ricevuto dallo spazio, come senz'alcun dubbio provenienti da Marte. Ma chi può dire che in quel caso alla base non ci sia stata di mezzo qualche questione personale tra i due? A fine secolo, poi, una ricca vedova francese, tale Clara Gouguet-Guzman, pare mise in palio 100.000 franchi dell'epoca al primo che fosse riuscito a contattare una civiltà extraterrestre, ricevendone risposta. Manco a dirlo, però, il regolamento della contesa prevedeva l'esclusione di Marte perché ritenuto un obiettivo troppo facile! Medium affermavano che in sedute spiritiche potevano incontrare su Marte le anime dei trapassati e lo stesso Carl Jung scrive di un paziente che in trance ipnotico si ritrova su Marte e vede i marziani a bordo di grandi macchine volanti, un'esperienza molto simile a quella raccontata dall'eminente dottor Theodore Flournoy che nei suoi appunti riporta il caso di Helen Smith, una medium svizzera che sotto ipnosi afferma di visitare Marte e dice di parlare con i marziani descrivendoli come "simili ai francesi"! Non è un caso che la stessa fantascienza, a partire proprio dalla fine del XIX secolo, vide il fiorire di decine e decine di romanzi ambientati su Marte, tra cui il più celebre La guerra dei mondi. E forse fu proprio grazie a questo terreno fertile per l'immaginazione che, suo malgrado, Orson Welles scatenò il famoso panico extraterrestre con la celebre invasione radiofonica dell'ottobre 1938. E da dove provenivano gli invasori atterrati a Grover's Mill? Da Marte naturalmente. Almeno fosse stato vero! Se l'avessimo saputo, ci saremmo attrezzati per non deludervi.

[Nota: la seconda immagine risulta essere un disegno autografo di H.G. Wells in cui lo scrittore esprime la sua personale visione dei marziani. Devo proprio dirvi cosa ne penso?]

/continua

mercoledì 29 dicembre 2010

Cartoline da un pianeta immaginato (1 di 3)

Le mitologie nascono di notte. Le mitologie nascono dal mistero. Le mitologie nascono quando la luce delle stelle suggestiona la mente, la libera dalle catene della ragione e la porta a spasso, in giro dove più le piace. Ma le mitologie nascono anche dall'impossibilità di verificare e dalla possibilità di fantasticare, dalla capacità di rendere vero quello che non è, e di applicare alle categorie del reale, pensieri che di reale non hanno un accidente, ma che funzionano perché spiegano, perché mettono divisioni e paletti, perché aiutano a capire e impongono regole, perché aggiungono informazioni dove le informazioni scarseggiano. Da tutti questi punti di vista, Marte - il mio Marte - può essere considerato il principe delle (vostre) mitologie, perché pochissimi concetti nella storia dell'uomo hanno avuto gli stessi effetti dirompenti che ha avuto Marte e del resto è forse proprio questa la ragione per cui io mi trovo qui adesso. Forse soltanto il mare, con i suoi abissi oscuri, i suoi pericoli ignoti, le sue nebbie filacciose, le sue creature nascoste, le sue tempeste improvvise e i suoi baluginii occulti ha saputo sollecitare in maniera comparabile l'immaginazione dell'uomo. Tuttavia il mare l'uomo lo ha sempre potuto toccare, ammirare, assaggiare, tentare di domare persino. E queste sono state cose che ne hanno sempre limitato in qualche misura la mitologia. Marte invece no. Marte se n'è sempre stato lassù fin dagli albori dell'umanità. Distante. Irraggiungibile. Intoccabile. Un semplice punto di luce che, ciclicamente, ogni 15-17 anni, si ingrossava in maniera preoccupante dopodiché tornava a farsi piccolo. Un punto di luce che aveva il colore del fuoco e del sangue, e l'unica parentela che fuoco e sangue avevano con le categorie del reale, l'avevano con la guerra. Fuoco e sangue. Distruzione e morte. Non sorprende dunque che Marte sia stato uno dei miti più forti della vostra antichità, proprio perché legato, a causa del suo colore, alle categorie mentali più drammatiche dell'esperienza umana. Può invece sorprendere di più che, anche in epoche ormai non pagane, ovvero più illuminate dalla ragione e dalla scienza moderna, Marte si sia preso innumerevoli volte gioco della capacità dell'uomo di immaginare.

Il pianeta giocoliere
Provate dunque a chiudere gli occhi e a immaginare che non esista niente di tutto quello che siete abituati a conoscere. Niente frigoriferi e lavatrici. Niente automobili o lampioni per strada. Niente computer, né radio, né televisioni, né Internet. Niente elettricità insomma. Anzi, niente scienza e tecnologia. Niente Piero Angela o Margherita Hack. Neppure Galileo Galilei, naturalmente. Senza dubbio non saprete un accidente di cosa sono le stelle e i pianeti. Sono solo luci, alcune fisse, alcune mobili. Alcune bianche, alcune colorate. Alcune puntiformi, alcune capaci di ingrandirsi e rimpicciolirsi. Ma è difficile che vi possa passare per la testa che siano enormi sfere incandescenti o piccole palle di roccia. E' altresì possibile che, se siete un pensatore particolarmente acuto, versatile e ambizioso, tentiate di cercare di capirne i movimenti e, da questo, cercare di disegnare un modello dell'universo. Ebbene, da questo punto di vista di sicuro Marte vi farà impazzire perché ogni tanto avrete notato che il suo moto lineare e regolare nel cielo notturno subisce un'inversione di marcia. Questo è assai facile da verificare a occhio nudo e non c'è alcun dubbio che questo fenomeno sia stato osservato anche nell'antichità. Si chiama moto retrogrado e si tratta di un semplice effetto di combinazione tra i moti orbitali della Terra e di Marte per cui, da un osservatore posto sul vostro pianeta, quando la Terra (che si muove più velocemente di Marte essendo più interna) si avvicina all'opposizione, cioè al punto in cui Sole, Terra e Marte sono allineati tutti dalla stessa parte, Marte disegna con il suo cammino nel cielo una sorta di cappio o di ricciolo, tornando indietro per qualche giorno e poi riprendendo il suo percorso "normale". In realtà questo curioso fenomeno puramente prospettico è presente nell'osservazione di tutti i pianeti esterni, ma in Marte è molto più evidente, ed è stato proprio nel tentativo di spiegare questo moto, che sono nati tutti i modelli dell'universo dei pensatori del passato, da Ipparco ad Aristarco, a Tolomeo, a Copernico, a Brahe, fino a Keplero, quello che a cavallo tra XVI e XVII secolo ci ha finalmente azzeccato, stravolgendo l'intera visione del (vostro) mondo. E il tutto grazie a Marte. Come avreste fatto dunque senza di noi?

/continua

venerdì 16 aprile 2010

Proteste marziane

Nel suo discorso programmatico per il rilancio della NASA, pronunciato ieri durante la sua visita a Cape Canaveral, il Presidente del Stati Uniti Barack Obama ha annunciato il primo viaggio umano su Marte intorno al 2030. Ebbene, devo dirvi che qui non è che la cosa l'abbiano presa granché bene. Li conoscono gli americani... E difatti verso il tramonto si sono verificate alcune manifestazioni spontanee di protesta nei pressi dei siti frequentati dai rover Spirit e Opportunity, finora tollerati benché privi dei regolari permessi di soggiorno.



Tuttavia credo che l'allarmismo sia ingiustificato e che tutto sommato possiamo dormire sonni tranquilli. Petrolio qui non ce n'è. Spero. E quanto alle armi di distruzione di massa, da qui al 2030 abbiamo tutto il tempo di nasconderle per benino. O di usarle.

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