Punti di vista da un altro pianeta

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giovedì 17 settembre 2015

David Gilmour dentro lo smartphone

L'altro giorno, al concerto di David Gilmour, sembrava di stare dentro un saggio di Walter Benjamin. Di fronte a quelle persone (parecchie) intente a guardare lo spettacolo attraverso lo schermo del loro smartphone che, intanto riprendeva ogni istante dell'esperienza, mentre il grande chitarrista snocciolava uno dopo l'altro capolavori come Time, Money, Us and Them e Shine on You Crazy Diamond, era come essere dentro un'opera d'arte al tempo della sua riproducibilità tecnica. Anzi no. Dentro una vita al tempo della sua registrabilità tecnica.

In un'occasione del genere, naturalmente, qualche foto è d'obbligo, a testimoniare, quando l'adrenalina sarà passata e l'eco della chitarra si sarà spento nelle orecchie emozionate, che quell'evento epocale ha inciso davvero qualche lastra del nostro passato, e non ci siamo solo crogiolati nell'inventarcelo, come un desiderio reso quasi palpabile da un sogno. In fondo è questo che in genere fanno foto e souvenir: conferire materia ai ricordi, dimostrandoci in ogni momento che ciò che è passato e non è più, in una qualche coordinata della matrice dell'esistenza dell'universo è - effettivamente - stato. Però, stare lì, tutto il tempo col telefono in mano e godersi il concerto attraverso lo schermo è qualcosa di più che surreale. Cioè, tu paghi profumatamente un biglietto anche non facile da trovare e poi vieni qui e buona parte dello show te lo passi con lo smartphone in mano a riprendere un video normalmente di pessima qualità sia vedersi che ad ascoltarsi?

Questo porta a osservare che oggi (per molti) sembra divenuta decisamente più importante la registrazione dell'evento, piuttosto che l'evento stesso, ovvero il file da riprodurre, piuttosto che la memoria biologica della costellazione di sensazioni che l'evento ha scatenato. È come se il semplice ricordo (ancorché vissuto fino in fondo) non bastasse più, o fosse addirittura un accessorio trascurabile, e la vera soddisfazione (la vera vita?) trovasse ormai compimento nel portarsi a casa un brutto video che, dopo averlo mostrato [CONDIVIDI] con orgoglio agli amici reali e virtuali (che non erano riusciti a recuperare il biglietto o che nemmeno sanno chi diavolo sia questo Gilmour, però bravo, eh), probabilmente nemmeno guarderanno più e del quale addirittura dopo qualche giorno si dimenticheranno, ma che magari addirittura riuscirà a sopravvivergli dentro qualche recesso di memoria a stato solido, come una specie di trofeo illusorio rubato alle grinfie dell'oblio.

Costoro, tuttavia, probabilmente non si renderanno mai conto che quel video qualcosa ha finito per costargli, mentre le loro mani erano impegnate a tenere l'inquadratura e il loro sguardo, come la loro attenzione, nella migliore delle ipotesi si divideva, un po' qua e un po' là, tra lo schermo HD e il palco. Si ha quasi l'impressione che la conquista della digitalizzazione del mondo (e con esso della vita) abbia fatto perdere ad alcuni (molti?) il gusto se non addirittura il senso del concetto di esperienza, ovvero il piacere e l'emozione di vivere uno straordinario accadimento dell'esistenza con la focalizzazione e la sintonizzazione di tutti i sensi, e la concentrazione e la consapevolezza di tutto l'essere. Invece, anche se sono lì, presenti dal vivo, questi spettatori scelgono di ridursi a guardare lo spettacolo dentro lo schermo, senza rendersi conto che, non solo è una drastica riduzione dell'esperienza, ma anche una sua anonimizzazione, perché la mediazione del display toglie vita ed energia alla performance e depotenzia l'attenzione della sua fruizione, decapitandola delle impareggiabili vibrazioni dell'esistenza. E non credere che sia poco.

lunedì 14 settembre 2015

Il vampiro di successi (sicuri)

Renzi, si vede, è uno ambizioso. Uno perennemente con l'acquolina in bocca. Non sarebbe arrivato dove è ora, nel modo in cui l'ha fatto, se non fosse così. Uno che, dietro quello sguardo da pesce lesso alla Mr. Bean, mostra i denti e azzanna duro. Un coccodrillo, con tutto l'armamentario completo, comprese le lacrime. Ma soprattutto è uno che ha fame di vittorie, uno cui non bastano le proprie (quali?), uno che non vede l'ora di fregiarsi anche di quelle altrui. Così, in quella che è stata una perfetta mossa berlusconica, non ha perso l'occasione di volare a New York per appropriarsi della vittoria italiana, qualunque fosse, agli US Open, tra Flavia Pennetta e Roberta Vinci. Dunque l'ha fatto in veste ufficiale, con tanto di volo di Stato, sostenuto dall'arroganza di chi ha ritenuto risibile curarsi delle polemiche che, ovviamente, un gesto come questo avrebbe scatenato rispetto ai costi della trasferta che sarebbero gravati sul bilancio dello Stato, ovvero sui contribuenti. Voleva fare come Pertini al Mundial, Renzi, con la sola differenza che Pertini dal Mundial avrebbe potuto uscire sconfitto, mentre dagli US Open l'Italia ne sarebbe uscita vincitrice comunque. Se in finale ci fosse stata solo una delle due italiane, pensate che Renzi ci sarebbe andato a New York, col rischio di vederla perdere?

Ma c'è anche un secondo, importante, dato da considerare, ovvero che Renzi evidentemente non ci capisce un accidente di tennis, difatti bisognerebbe insegnargli la differenza tra torneo del Grande Slam e Coppa Davis. Perché quest'ultima è effettivamente una gara tra squadre nazionali, gestita dalla Federazione Italiana Tennis, quindi un'istituzione strutturata all'interno dell'apparato dello Stato, mentre i tornei del Grande Slam (come tutti quelli dell'ATP Tour) sono confronti tra privati cittadini del mondo. Quindi sul centrale di Flushing Meadows, Roberta Vinci e Flavia Pennetta NON rappresentavano l'Italia. Non in maniera ufficiale. Hanno semplicemente rappresentato se stesse come individui, solo accidentalmente italiane. E la loro vittoria, quella di cui Renzi si è voluto appropriare facendosi ritrarre con loro per alimentare subliminalmente l'immagine vincente sua e della "sua" Italia, NON è affatto una vittoria dell'Italia. Per questo Renzi a New York poteva certo andarci, ma non in veste ufficiale, perché quella non era una manifestazione di una squadra nazionale come lo sarebbe stato se fosse stata, per restare appunto in ambito tennistico, la Coppa Davis, per la quale dunque sarebbe invece stato giustificato, persino andarci con un volo di Stato.

Così, anche in quest'occasione Renzi ha dimostrato la sua migliore attitudine, quella di vincere con le vittorie altrui. Non l'ha forse fatto anche con le elezioni?

Per la cronaca, ieri la squadra nazionale di ginnastica ritmica ha vinto il mondiale, ma a Stoccarda Renzi non l'ha visto nessuno.

venerdì 11 settembre 2015

Il dolce, caldo conforto dell'Asocial Network

Smettiamola di nasconderci dietro un mouse e ammettiamolo: siamo presuntuosi, molto presuntuosi. Di più. Siamo pensatori tracotanti, superbi, saccenti. Siamo convinti di avere (sempre) ragione. Anzi, l'abbiamo, che diamine, non c'è discussione! E uno dei nostri massimi desideri, forse addirittura il più grande, è quello che il mondo si conformi al nostro pensiero, che dunque – avendo noi sempre ragione – corrisponde al massimo bene per l'intera umanità. Siamo dei benefattori, insomma, e c'è soltanto da esserci grati per la generosità disinteressata con cui dispensiamo la nostra magniloquente Verità.

E per questo dobbiamo essere grati (anche) al Social Network per eccellenza, Mr. Facebook, nel quale il suo algoritmo (EdgeRank) fa' sì che i post degli amici visualizzati sul nostro newsfeed tendano a conformarsi ai nostri gusti. Facebook insomma non fa che aiutarci a mettere in pratica il principio consolatore del Daily Me già ipotizzato da Nicholas Negroponte nel 1995, ovvero quello di creare un quotidiano virtuale personalizzato sulle preferenze individuali. Il passo successivo è quello, praticato da molti di noi, di eliminare (bannare o togliere l'amicizia) i contatti che hanno idee politiche o sociali diametralmente opposte dalle nostre. Così succede che coloro che tenderanno a sinistra elimineranno i contatti che postano i busti di Mussolini, che inneggiano ai marò eroi, che condividono le foto delle felpe di Salvini, che non fanno altro che ripetere come dischi rotti che i migranti devono restarsene a casa loro e altrimenti bisogna rispedirli indietro, quando non addirittura sparagli; gli atei tenderanno a eliminare i contatti che postano le icone dei Santi, il pensiero del giorno di Papa Francesco, citazioni della Bibbia; gli omosessuali elimineranno gli omofobi; i creduloni di scie chimiche e vaccini autistici faranno fuori gli scettici e i cicappini oltranzisti; eccetera eccetera eccetera.

In questo modo avremo vinto la nostra personale battaglia perché vivremo (finalmente) nel mondo migliore che avevamo sempre desiderato, quel mondo intonato e accordato sulle nostre personali opinioni, un mondo privo di scontri, di discussioni, di diversità, di scomode diatribe e di pericolosi contrasti difficili da mediare. Un mondo omologato sul pensiero unico, il nostro, perché la dittatura è sempre un male terribile a meno che non sia la nostra, un mondo in cui potremo illuderci che sia il mondo a essersi conformato a noi e non il viceversa. Sarà addirittura un mondo in cui il compromesso non avrà più alcuna ragione d'essere e dunque nemmeno la democrazia, visto che mancherà completamente l'opposizione. Dovremo solo stare attenti a non mettere il naso fuori di casa.

giovedì 3 settembre 2015

L'ineffabile attrazione per il Granchio

E' bello vivere di sineddoche, perché la sineddoche ci dà certezze e avere certezze è quanto di meglio si possa chiedere a un'esistenza che, invece, di certezze in fondo ce ne dà una soltanto e non è che sia proprio una consolazione. Ma per tutto il resto abbiamo la sineddoche e la sineddoche è la nostra migliore amica, perché è colei che ci permette di avere opinioni definitive, facilmente e con pochissimo sforzo. E siccome farsi idee è la cosa più importante, in un mondo così complesso e articolato come quello in cui viviamo, ecco che la sineddoche ci viene in soccorso, ci risparmia fatica, ci sostiene nella nostra comprensione della realtà e nell'idea che ci facciamo di essa, di quello che contiene e di quello che vi succede. Da un evento particolare, di cui abbiamo sentito parlare sul web, sui giornali o in televisione, la sineddoche ci permette di indurre un principio generale. Cosa vogliamo di più?

Così, se a Genova, su un autobus di notte, un gruppo di adolescenti teste di cazzo, pestano a (quasi) morte un uomo perché credono che sia omosessuale, e l'autista codardo infila la testa sotto la sabbia dicendo che suo nonno gli ha sempre insegnato a farsi i fatti suoi, la sineddoche ci informa che il problema è la città degradata, l'omofobia dilagante, il razzismo, l'intolleranza. Se a Tunisi, alcuni militanti dell'Isis fanno strage di turisti in una spiaggia di Sousse, la sineddoche ci sussurra all'orecchio che i musulmani sono un branco di pazzi, incivili, arretrati, disposti a tutto, e la loro religione medioevale equivale al culto del male. Se un extracomunitario ubriaco investa una vecchietta sulle strisce, la sineddoche ci rivela che è tutta colpa dell'immigrazione clandestina, dei barconi, e che gli africani (anzi, i negri!) sono delinquenti e puzzano.

Insomma, la sineddoche è (molto) pericolosa, perché la sineddoche ci facilita la vita, ci risparmia l'impegno di pensare, di informarci, di verificare e - a un prezzo stracciato - ci mette in tasca una fresca e rassicurante verità assoluta, di quelle che poi possiamo sfoggiare sui social network, come un bel vestito su un red carpet, sputando sentenze e dando degli idioti a quelli che non la pensano come noi. Ma a noi che cosa importa, se quella opinione non corrisponde alla realtà, ma anzi la distorce e fa pescare granchi colossali come mostri di film di serie B? L'importante è che siamo convinti noi e che ci siamo arrivati da soli, a quelle conclusioni, dandoci così l'illusione di averla in pugno quella verità, che sia nostra e nostra soltanto. In questo modo non solo avremo la verità, ma potremo anche tirarcela con gli amici (reali e virtuali) di esserne i depositari, esserne orgogliosi, noi e tutti gli altri membri dell'affollato Club del Granchio. In fondo è solo questo che importa, mica la verità.

venerdì 31 luglio 2015

Nessuno tocchi Walter Palmer

Ma perché ve la prendete con Walter Palmer? Perché ha ucciso illegalmente? Perché ha sborsato cinquantacinquemila dollari per (il gusto di) uccidere un animale? Perché si fa ritrarre sorridente come un demente con un piede sulle sue prede? Ebbene, sbagliate. Lui non c'entra niente.

Che differenza ci sarebbe stata se, invece di Cecil, davanti a quella freccia e a quel fucile ci fosse stato un altro leone, però grande e bello e fiero uguale, o anche piccolo e timido, o magari solo una gazzella, un'antilope o un coniglio, o un fagiano, tutti quanti però in una zona di caccia consentita? Nessuno ne avrebbe saputo niente e tutti voi e le vostre coscienze sarebbero vissute tranquille e serene (e avreste continuato a postare gattini su Facebook), come accade per tutte le prede ammazzate per gioco di cui non sapete niente.

Dunque non fatevi prendere dal magone mediatico per le foto del povero animale ucciso, decapitato e scuoiato, e dalla furia nei confronti di Walter Palmer. Il problema non è Palmer-il-dentista, un cretino qualunque. Il problema è la caccia. Il problema è che la caccia esiste ed è legale (dove e quando è legale praticarla, naturalmente), ma anche illegale, e c'è gente che se ne va in giro pensando sia una bella cosa. Il problema sono le armi, la loro diffusione e le loro lobby di potere. Il problema sono i media che ci mostrano le foto strazianti e sollecitano le nostre reazioni emozionali e sostituiscono i loro pensieri ai nostri. Il problema è il sistema. L'Uomo è il problema.

Ma il fatto che Palmer abbia agito illegalmente (consapevolmente o meno) non rende affatto il suo gesto più barbaro o più meritevole di condanna. No, miei cari. Questo proprio no.

giovedì 23 luglio 2015

Il destino dell'incauto neologista

Poi succede che un giorno senti una parola che non avevi mai sentito prima. Neologismi li chiamano. In genere per la prima volta li leggi sul giornale o su un manifesto pubblicitario, o li ascolti alla radio o alla televisione, che anche se sono parole nuove, più o meno il significato lo capisci dal contesto e la prima volta sembra quasi un accidente, uno sbaglio, uno scherzo, finché non li senti una seconda volta e poi una terza, magari da un amico o da un collega al lavoro. E quando li ascolti (o li leggi) vuol dire che in qualche modo sono già in circolo come virus inestirpabili. Nella fattispecie non sai mai se quella che stai ascoltando/leggendo sia la sua prima volta, l'esordio assoluto di quella parola nell'ambito della comunicazione umana, ma in genere se un neologismo si aggira nei territori dei mass media vuol dire che ha già conquistato un suo diritto all'esistenza.

Eppure ci sarà qualcuno, da qualche parte, un demiurgo letterario che li forgia, i neologismi. Non è che le parole nascono da sole, come le canzoni di Vasco, già con le parole. Ogni neologismo avrà pure un suo papà da qualche parte, qualcuno che avrà avuto l'illuminazione per esprimere un vecchio concetto in un modo nuovo, originale e più efficace, o per esprimere una nuova situazione in una maniera più adeguata, più concisa, di quelle che calzano a pennello e si insediano facilmente nelle menti degli interlocutori/ascoltatori/spettatori/lettori, ignari, incolpevoli e ricettivi come spugne vergini, finché magari dopo un po' hanno pure l'onore di finire dentro al dizionario che se le metti nel tema, il prof non te le può più segnare con la matita blu. Robe che funzionano tipo: gugolare, gombloddo, pentastellato, bunga bunga, celodurismo, downloadare, svapare...

E sarebbe tanto, tanto bello poter sapere chi è il papà di queste nuove parole, colui che per primo le ha pensate, e poi scritte e dette (o viceversa), una persona che così, come niente, cambia la vita di noi tutti, perché cambia il nostro modo di comunicare. Sarebbe davvero elettrizzante poter cliccare da qualche parte et voilà, ecco chi è il papà di quella nuova parola!, dargli un volto, un nome e cognome, magari anche la targa di un'auto, un indirizzo, sapere dove andarlo a prendere, insomma, e trascinarlo in un posto appartato, magari dotati di qualche strumento duro e con una certa massa, uno spezzone di tubo innocenti potrebbe andare bene - di quelli per i ponteggi per intendersi -, e dargliele, dargliele, dargliele di santa ragione per avere inventato il termine: apericena.

lunedì 20 luglio 2015

Quasi come un Test di Rorschach

In questi giorni sono stato colpito da qualcosa che voglio sottoporvi, un po' come una specie di gioco estivo. Si tratta dei manifesti della pubblicità di uno smartphone, il nuovo Huawei P8 che raffigurano un angelo con le ali di fuoco, realizzazione di Benjamin Von Wong, fotografo e artista visivo piuttosto noto nel settore, che dovrebbe testimoniare le elevatissime prestazioni della camera dello smartphone anche in condizioni di luce particolarmente difficili. Ecco, l'immagine è questa qui sotto:


Ebbene, ora allontanatevi un po' dallo schermo e cercate di osservare la fotografia nel suo insieme, per qualche secondo, senza mettere a fuoco nessun dettaglio particolare. A che cosa vi fa pensare? Secondo me l'immagine è quasi esplicita nella sua esattezza subliminale, al punto che mi pare quasi impossibile che sia frutto di una semplice casualità. Ora, se suggerisce solo a me una prospettiva frontale di gambe aperte con tanto di vagina nel mezzo, okay, vorrà dire che il maniaco sono io e Rorschach avrà avuto ragione ancora una volta.

giovedì 9 luglio 2015

Demitizzando la Grecia (quasi un paradosso)

È un errore politico, una mistificazione mediatica, un abbaglio sociale, un lapsus ideologico, un equivoco narrativo dire che i greci abbiano fatto qualcosa di straordinario o, addirittura, eroico domenica scorsa. Non c'è nulla di tutto questo nel risultato del referendum greco. Molti in queste ore si sono ingioiellati la bocca con le parole eroismo, dignità, stima, rispetto, quando in realtà si è precipitati dentro una mitizzazione globale alimentata da un transfert rivoluzionario.

L'errore, innanzitutto, è considerare "il popolo" greco. Il popolo in quanto tale non esiste o per lo meno non esiste come essere senziente. Esistono semmai gli individui che lo compongono, con la multiformità che li contraddistingue, ognuno col suo modo di pensare, i suoi umori, le sue attitudini, le sue esperienze, le sue condizioni, le sue convinzioni politiche, le sue capacità intellettuali eccetera. Dunque, in un certo senso, se proprio dobbiamo dargli una connotazione, il popolo è un individuo statistico. E gli individui si sono espressi statisticamente. Il risultato, lo abbiamo visto tutti, è stato un 61%-39%, a favore del NO, con un'affluenza del 62,50%. Ciò significa che hanno votato NO il 38,1% dei greci e SI il 24,4%. Gli altri, ovvero il 37,5% dei greci aventi diritto, non hanno votato.

E qui credo sia necessaria una considerazione: i votanti sono stati pochi. Date le circostanze, mi sarei aspettato un referendum molto più partecipato. Invece il referendum greco ha visto un'affluenza discreta, ma non eccezionale. Questo significa che il 37,5% dei greci non ha ritenuto che fosse importante votare, o che avesse senso farlo, o non aveva un'idea in proposito tale da spingerlo a mettere una croce di qua o di là, oppure non è colpito dalla crisi greca e dunque non gliene frega un accidente. Magari un po' di tutte queste cose insieme. Però data la congiuntura particolarmente complessa e difficile, o per lo meno per come ce la dipingono i media italiani, quel numero a mio avviso non può essere lasciato passare inosservato.

Dopodiché prendiamo in considerazione quel 38,1% dei greci che ha votato NO. Perché credete che l'abbia fatto? Con quale cognizione di causa? A fronte di qualche tipo di informazione o di consapevolezza economica o finanziaria? E se sì, quale? Premettendo che dal punto di vista tecnico è molto difficile avere un quadro della situazione chiaro e comprensibile e dunque valutabile, che probabilmente neanche la Merkel e Tsipras ce l'hanno, e chissà forse nemmeno Varoufakis e Tsakalatos e Draghi eccetera (però di certo meglio di Nikolaos Konstantopoulos, pescatore di Mykonos), è ragionevole ritenere che la stragrande maggioranza di quel 38,1% avrà votato secondo due criteri di massima, peraltro entrambi incuranti delle conseguenze: (1) κοιλία, la pancia: ovvero ma vaffanculo Europa; ma vaffanculo poteri forti; ma vaffanculo BCE; ma vaffanculo Angela, Mario e Jean-Claude; ma vaffanculo tutti, ma proprio tutti vaffanculo!; (2) στόμαχος, lo stomaco: stiamo così mal messi da cinque anni, che peggio di così...; con l'austerity ci avevano promesso miglioramenti, invece la situazione è peggiorata, quindi inutile continuare per la stessa strada; ormai non manca molto a toccare il fondo, già lo vediamo, pertanto solo un colpo di coda può restituirci almeno la speranza; non abbiamo davvero più niente da perdere ormai, dunque tanto vale votare NO.

In mezzo ci sono naturalmente tutte le sfumature possibili modulate dalla propaganda, dalla demagogia, dagli umori, da Facebook e da Twitter e dalle discussioni davanti a un bicchiere di Ouzo (il tutto relativo a entrambe le posizioni, ovviamente), come pure – ma, ne sono certo, in misura minore – dall'informazione seria, precisa e circostanziata, soprattutto rispetto a una questione che, come dicevo prima, ha bisogno di un background tecnico rilevante per essere affrontata e soprattutto analizzata, e a proposito della quale davvero si sente dire tutto e il contrario di tutto, visto che il mondo pare essersi improvvisamente popolato di un esercito di esperti economisti.

Eppure, a prescindere dalla categoria di appartenenza, (1) o (2), non c'è alcuna virtù speciale, perché non c'è la presupposizione di alcun sacrificio e di certo non "del popolo greco" (se sofferenza dev'esserci, i greci – o per lo meno una quota parte di essi – la sperimentano ormai da anni), e non a fronte del risultato di un referendum le cui conseguenze sono di difficile previsione in entrambi i casi. L'eroismo, la dignità e il resto di questa retorica di opposizione, sono solo il frutto di un racconto, una mitologia affascinante e suggestiva, quella di Davide che sfida Golia, del povero che si ribella al ricco, della ghigliottina che cala sul morbido e profumato collo dell'odiata regina. Non sono i greci a essere eroi, Achille lo è.

sabato 28 marzo 2015

Beppe Grillo e la selezione (non) naturale

Il blog di Grillo, organo ufficiale del Movimento 5 Stelle, pubblica la foto di Renzi in cabina di pilotaggio dicendo che farà precipitare l'Italia come ha fatto Andreas Lubitz con il suo aereo, e fa scoppiare il finimondo anche (almeno in parte) tra i suoi iscritti. L'invito condivisibile è per lo più a vergognarsi, e l'accusa ricorrente (condivisibile anch'essa) è di oltraggio alle vittime.

In ambiti, tuttavia, come quello della premiata ditta Grillo & Casaleggio, dove queste manifestazioni estreme non sono lasciate al caso o all'iniziativa estemporanea del singolo, ma sono frutto di idee e di strategie mediatiche deliberate, la scelta di esprimere una metafora del genere, fa capire qualcosa di quello che hanno in testa Grillo & C.

Grillo & C. non vogliono infatti solo attirare sempre e comunque l'attenzione su se stessi, né vogliono solo suscitare emozioni forti parlando alla pancia delle persone, loro "selezionano" il simpatizzante tipo, perché a chi sta tremendamente sul cazzo questo modo di fare (come al sottoscritto), per quante cose giuste ogni tanto il M5S possa aver detto in passato e potrà dire in futuro, non riuscirà mai a scalfire (in me) la barriera di avversione che questi modi suscitano.

Così il simpatizzante modello (leggi elettore) del M5S finisce per essere fondamentalmente di due tipi: [1] il tipo intestinale, ovvero colui che ragiona col ventre, che si compiace enormemente dei modi di Grillo & C., ed è pronto ad appoggiarlo sempre e comunque, e [2] il tipo midollare, ovvero colui che è disposto a perdonare Grillo & C., non solo in merito alle sue intemperanze, che vengono tipicamente liquidate come semplici boutade di poco conto, ovvero esternazioni per fare notizia e niente di più, ma anche sulle espulsioni, le prese di posizione autoritarie ecc.. Sempre insomma. In entrambi i casi, in questo modo Grillo & C. avrà seguaci che terrà sempre e comunque in pugno qualsiasi cosa lui farà.

giovedì 26 marzo 2015

Il dito (medio?) di Varoufakis e la ricalibrazione della realtà

Allora, Yanis Varoufakis lo ha fatto o no, questo dito medio alla Germania? A oltre una settimana di distanza dalla salita alla ribalta del famigerato video in cui si vede quello che, di lì a un paio d'anni, sarebbe stato il ministro delle finanze greco, commentare con un'alzata di dito medio un riferimento alla Germania, la verità sembra ben lungi dall'essere determinata, anzi sembra definitivamente tramontata l'ipotesi di poterne trovare una qualunque.

All'uscita del video incriminato, infatti, Varoufakis ha subito (doverosamente) smentito, ma gli esperti hanno confermato che non si trattava di un falso. Poi però un programma televisivo tedesco ha dichiarato di aver creato il video manipolato, aggiungendo il "dito medio" a immagini che non lo contenevano, ammettendo così che il video in realtà un falso lo era (e hanno anche mostrato un video dove dimostravano il falso, v. sotto). Dopodiché, in una sorta di triplo gioco degno di una storia di spionaggio, lo stesso giornalista ha smentito la propria precedente versione (avallato anche dalla rivista Bild), dicendo che la trasmissione era satirica e il video originale era davvero quello con il dito.

Ma il punto, naturalmente, non è il dito. Di Varoufakis, di quello che dice, di quello che pensa e dei gesti che fa (o non fa) non ci importa un fico secco. Il punto è che il caso Varoufakis, con le sue incertezze, i suoi voltafaccia, le sue menzogne e le sue ritrattazioni, ci sbatte in faccia con inquietante esattezza non solo l'impossibilità ormai completa della determinazione di una qualche verità, ma anche le nuove terribili possibilità di manipolazione (e moltiplicazione) di essa.

Il caso Varoufakis ci dimostra in quale misura viviamo una potenziale e preoccupante riscrittura mediatica della realtà che va ben oltre la photoshopizzazione delle chiappe di qualche modella, ma è capace di revisionare aspetti del reale dei quali non saremo in grado di accorgerci, come in una delle migliori (o - date le circostanze - peggiori) visioni di Philip K. Dick. Ma non temete, se non saremo in grado di accorgercene, non farà alcuna differenza per noi.

martedì 24 febbraio 2015

Evviva l'Oscar (non) italiano!

Milena Canonero conquista il suo quarto Oscar nella categoria Migliori Costumi e subito i media titolano cose tipo: "Oscar, l'Italia c'è". L'apoteosi della sineddoche al contrario. Il tutto per la parte. Una cosa sempre un po' triste, a dire il vero. Perché l'Oscar l'ha conquistato Milena Canonero, non l'Italia. Non c'è niente di italiano in Milena Canonero se non la sua nascita torinese. La Canonero (adesso qualcuno esclamerà "la Milena nazionale!") inizia la sua carriera quando un regista di belle speranze la vuole come costumista in un film minore. Il regista è Stanley Kubrick. Il film è Arancia Meccanica. Non so se avete presente i costumi di Alex e i suoi drughi. Ecco, quelli. All'epoca lei ha (soltanto) 25 anni. Il suo primo Oscar se lo aggiudica solo cinque anni più tardi, per un altro filmetto da nulla, in cui i costumi valgono poco o niente: Barry Lyndon. Ne passano altri sei e si porta via la statuetta per Momenti di gloria. E lei ne ha già avuti parecchi. Seguono poi cinque nomination e altre due vittorie: Marie Antoinette di Sofia Coppola e questa del 2015 per Grand Budapest Hotel di Wes Anderson. Quindi, insomma, un curriculum che parla da sé, dove l'Italia è presente solo sulla sezione anagrafica.

Non c'è niente di italiano in questa storia, tranne i natali del soggetto. Niente per cui si possa sostenere che c'è un pezzetto di Italia nel successo di Milena Canonero. Questo è millantato credito. Qui si parla di una singola persona, un talento straordinario, che giovanissima si è trasferita a Londra a studiare arte e storia del costume (a Londra, non a Roma) e da lì ha fatto il grande salto nel momento in cui le circostanze la portarono a conoscere Kubrick (Kubrick, non Fellini) e a lavorare per lui. Da Londra a Hollywood, il passo è stato breve. Oggi, a 69 anni, vive e lavora a Los Angeles. A che titolo dunque dovremmo dire: "L'Italia vince con Milena Canonero"?
È odioso questo modo tipico dei media (e dei politici) - che poi però si riversa sui lettori (e gli elettori) e sul loro modo di intendere le cose - di scippare meriti per cercare in qualche modo di nutrire l'orgoglio nazionale, incrementare così le vendite (e i voti) e dimostrare la tesi che l'Italia può avere successo, quando non addirittura di arrogarseli, quei meriti. La verità è che, almeno in questo caso - come in altri -, l'Italia non c'entra un bel niente. Anzi. Milena è un cervello in fuga, Milena ha dovuto andare via giovanissima dall'Italia per seguire la passione e raggiungere l'eccellenza. L'Italia non ha avuto alcuna parte nel successo di Milena, dunque l'Italia non ha vinto un accidente. E noi possiamo essere felici per lei al massimo giusto per quell'empatia istintiva che ci può suggerire il suo cognome, ma non più di Martin Scorsese, Francis Ford Coppola, Al Pacino o Joe Pesci.

venerdì 6 febbraio 2015

Il mezzo e l'incredulità

Quando ci confrontiamo con una narrazione di qualunque tipo, abbiamo sempre bisogno di sospendere la nostra incredulità, ovvero di credere a quello che stiamo leggendo/vedendo/ascoltando, altrimenti la narrazione non funziona e la nostra reazione a essa sarà di noia, irritazione, incomprensione, scherno ecc. Chiunque si occupi di raccontare qualcosa (romanzi, film, fumetti, teatro ecc.) sa di dover fare i conti con questo paradigma, tanto più se – per esempio – l'oggetto della narrazione è qualcosa che per sua natura difetta di aderenza con la realtà. Rendere credibile una storia fantascientifica, per dire, è senza dubbio più difficile che far digerire a un lettore un giallo ambientato a Milano. Questa, sia chiaro, non è comunque condizione sufficiente a rendere buona l'opera, ma almeno necessaria a renderla fruibile, benché questo dipenda in qualche misura anche dal palato del fruitore.

Tuttavia, in particolare, nel caso del fantastico in generale (tanto per comprendere la più ampia varietà dei sottogeneri), ho l'impressione che l'incredulità e la sospensione di essa dipendano in qualche modo (anche) dal mezzo attraverso il quale stiamo vivendo la storia. Per esempio, mettendo a confronto ambiti visuali, il fumetto agevola maggiormente la sospensione dell'incredulità rispetto al cinema, quello con attori in carne e ossa, intendo. La rappresentazione grafica di una realtà, qualsivoglia fantastica, con il suo tratto, i suoi colori, il suo stile, la sua tecnica costruisce infatti già di per sé una netta separazione dalla realtà e questo consente al fruitore dell'opera di accettare le deviazioni della vicenda dal piano della realtà (e dunque della logica e della razionalità) con maggior agio, proprio perché la modalità stessa di rappresentazione della storia appartiene già di per sé a un piano diverso. Al contrario una rappresentazione cinematografica con attori in carne e ossa parte già da un ben più aderente piano di realtà, molto più difficile quindi da far digerire allo spettatore, perché innegabilmente possiede un'intenzione emulativa della realtà che il fumetto non ha.

L'osservazione mi è scaturita a valle della recensione di Snowpiercer (film) di qualche giorno fa, ovvero in merito alla riflessione che non potevo escludere che la storia della Terra ghiacciata e del treno che ruota perpetuo intorno al pianeta, reggesse molto meglio a fumetti rispetto che al cinema, benché questo non sia in grado di dirlo non conoscendo il fumetto. Peraltro questo concetto ritengo possa essere influenzato anche dal grado di coerenza interna del fumetto. Per esempio i fumetti Marvel e DC tendono ad avere un elevato livello di congruenza con la realtà e questo li rende maggiormente trasponibili sul grande schermo rispetto ad altre opere. Forse Le Transperceneige è una di queste. E forse questo è anche uno dei motivi per cui certe trasposizioni cinematografiche di fumetti sarebbe meglio che non vedano mai la luce.

lunedì 2 febbraio 2015

L'istinto perverso per il notiziario

C'è uno stratagemma narrativo cui il cinema, soprattutto di genere, ma spesso anche la televisione, sembrano ricorrere con sempre maggior frequenza. Si tratta della rappresentazione finzionale dei notiziari. Nei film, insomma, ci viene mostrata sovente la messa in onda di telegiornali, ricostruiti e rappresentati con eccezionale verosimiglianza, ottimo espediente per far digerire allo spettatore tante informazioni sulla storia in pochissimo tempo e con un certa agilità. Ma questa trovata ha anche un altro effetto importante e per lo più inconsapevole, sullo spettatore: quello di connotare la storia di maggiore realismo e credibilità.

In altre parole, nella fiction televisiva e cinematografica, l'inserimento di uno spezzone di notiziario immerge lo spettatore più profondamente nella storia, perché la sola presenza del telegiornale rende la vicenda complessivamente più reale in quanto più credibile. La realtà fittizia che prevede l'esistenza di un notiziario il quale parla in qualche modo (proprio) della vicenda di cui ci parla il film, diventa immediatamente più concreta e, per questo, coinvolgente. E questo accade perché lo spettatore tende - per istinto - a dare maggior credito a un notiziario (ancorché inventato, come quelli nei film), che al semplice racconto nudo e crudo della storia.

Se però osserviamo il fenomeno dalla prospettiva opposta, apprendiamo molto anche sul modo con cui ci poniamo - per istinto - di fronte alla ricezione delle notizie giornalistiche e al nostro rapporto con la realtà di cui ci parlano i telegiornali autentici. Nella misura in cui la realtà non è totalmente conoscibile (e nessuna realtà lo è), il racconto della realtà che un notiziario fa, finisce infatti per essere sempre più incisivo e credibile della realtà stessa. E questo, purtroppo, vale anche per il TG4.

sabato 17 gennaio 2015

Greta, Vanessa, i media e noi

In tutta questa storia Greta e Vanessa hanno due difetti terribili. Il primo è la loro giovanissima età. E su questo non ci sono dubbi, visto che hanno rispettivamente 20 e 21 anni. Il secondo, peraltro in parte diretta conseguenza dal primo, è la faccia. Proprio lei. Quella cosa che, a noi che siamo totalmente al di fuori della loro vicenda e ce ne facciamo un'idea solo attraverso i più svariati mezzi di comunicazione, ci trasmette due espressioni che, in fatto di volontariato, te le immagineresti più dietro il banco della lotteria di beneficienza della Festa Parrocchiale di Sant'Agata, che in Siria a un tiro di kalashnikov da un manipolo di mujaheddin con le barbe cespugliose e le cartucciere incrociate sul petto.

Mi riferisco alle loro immagini prima della prigionia, quelle che i media ci stanno propinando a sottolineare retoricamente il pauroso divario rispetto a come le stiamo vedendo in queste ore, dopo la prigionia, devastate nell'anima e nel corpo dai mesi di un terrore consumato nella terribile incertezza dell'esito finale. Ma di questo loro non hanno nessuna colpa. Sono giovani e forse, sì, anche un po' naïf. Sono così, Greta e Vanessa. O meglio, ce le stanno facendo vedere così. Ed è un attimo costruirsi l'immagine di due idealiste (forse) un po' sprovvedute, o (forse) un po' incoscienti, o (forse, chissà) nessuna delle due cose, perché nessuno di noi le conosce sul serio. I media costruiscono l'immagine mentale che noi abbiamo di loro.

Ed è da qui, da questa immagine irreale e dalla nostra percezione derivata, che è partita la polemica piuttosto spiacevole che ruota per lo più intorno al vociferato riscatto (12.000.000€?) sborsato per la loro liberazione. Del resto la cifra non importa, in quanto in certi frangenti la libertà non è (mai) gratis, non può esserlo, né è quasi mai come nei film, quando si finisce con il classico scambio di prigionieri e tutti a casa felici e contenti. Insomma, potete stare certi che non le hanno rimandate a casa perché puzzavano. Detto questo, perché a molti questa cosa non va bene? Perché quei soldi sono nostri soldi? Nell'ipotesi (ragionevole) dei 12.000.000€, se gli italiani sono 60.000.000, significa che ciascuno di noi avrebbe sborsato 10 cent per ciascuna di loro. È da molto ormai che con 10 cent non ci compri neanche un rotolo di carta igienica. Non li vale forse 10 cent una vita?

Poi però c'è la storia di quanta gente verrà ammazzata con le armi che i terroristi si compreranno con quei soldi. Vero. E poi c'è anche la faccenda della sicurezza degli altri italiani in giro per il mondo, visto che adesso lo Stato italiano si sarà fatto la reputazione di ottimo finanziatore di terroristi. Vero anche questo. È per questo che ci sono nazioni che non pagano mai, in nessun caso (o almeno così dicono). Ma queste sono scelte, badate bene, politiche. Non c'entrano alcunché con la solidarietà, né con l'umanità. Il punto, semmai, è che forse non doveva essere loro consentito di andare. Forse, meglio, non dovrebbe essere consentito a ONG prive di adeguate strutture locali (anche di sicurezza) di operare in posti così esplicitamente a rischio. Ma anche di questo, noi da qui sappiamo ben poco e non è facile farsi un’idea che si avvicini al vero. Quindi è facile sputare sentenze a vanvera. C'è però un'altra cosa che mi tormenta, a proposito di tutto il bailamme che ne sta venendo fuori in queste ore, come una specie di linciaggio mediatico.

Se invece di Greta e Vanessa si fossero chiamate Mario e Giuseppe, sarebbe successo lo stesso?

venerdì 8 novembre 2013

Illusione e doping dell'informazione

L'informazione non esiste. L'informazione è un miraggio. L'informazione è qualcosa di virtuale che ci fanno credere essere reale, che ci hanno abituati a credere tale, che ci hanno educati a considerare importante, a seguire, a esserne dipendenti. Ci hanno abituato che è cosa buona sapere tutto, ed è cosa più buona saperlo prima, anche se non ci fa vincere niente saperlo prima, anche se questo tutto non ci tocca, non ci importa, non ci serve, non dà alcun valore aggiunto alle nostre vite, perché l'informazione (o almeno la stragrande maggioranza di essa) è un'illusione.

Gli aspetti da considerare sono due, di cui uno in qualche modo discende dall'altro. Innanzitutto l'informazione, anche quella seria, quella esposta con le sopracciglia aggrottate e lo sguardo compito, ha la dolciastra confezione del gossip. La natura sostanzialmente lucrativa dei mezzi di informazione fa privilegiare ciò che vende: il sensazionalismo, il pettegolezzo, lo scoop, lo choc. Dunque le notizie vengono tagliate col filtro del sensazionalismo e del pettegolezzo, mentre lo scoop e lo choc vengono sottolineati anche (soprattutto) quando non sussistono (per esempio il portale Libero.it è maestro in questo, ma anche Repubblica.it non scherza), distorcendo la stessa percezione del lettore rispetto a quale dovrebbe essere una notizia davvero importante e quindi sminuendo il concetto di importanza di un fatto.

Il secondo, e conseguenza del primo, è la disintegrazione totale dei contenuti. Le notizie, specie quelle della cronaca politica, a un'analisi neanche troppo approfondita risultano completamente vuote. Nascondendosi dietro l'alibi della semplicità e del proposito di raggiungere il maggior numero di utenti possibile, l'informazione viene privata di tutti i concetti davvero informativi (difficili?) e viene propinato il suo aspetto più istintivamente attraente: il gossip. Quando viene approvato, o respinto, o proposto un provvedimento (che sia il ddl sul femminicidio o la proposta di abolizione del reato di clandestinità), nei relativi articoli giornalistici voi non troverete mai la spiegazione di che cosa prevede in dettaglio la legge o il provvedimento, ma troverete solo la diatriba politica, il ping-pong tra le fazioni, l'insulto irritante, il battibecco sterile, la pernacchia umida, senza che venga messa in luce la sostanza, il vero nodo del contendere (se mai ce ne sia davvero uno), senza che venga messo in condizione il pubblico di farsi davvero un'idea e capire. L'opinione dunque che l'informato si fa del provvedimento non è mai nel merito del provvedimento stesso, ma risulta essere di tipo calcistico, legata al tifo per il miglior insulto, per la fazione che suscita la maggior simpatia, per il tono di scherno maggiormente riuscito. È di matrice cabarettistica, insomma.

Qualcuno punta il dito contro il pubblico, giustificando questo modus informandi con il fatto che il concetto stesso di "approfondimento" allontana il grande pubblico, pigro e mediamente ignorante, allo stesso modo - indulgente - con cui la televisione spazzatura giustifica se stessa. Eppure mi chiedo come sarebbe un mondo in cui ci fosse solo informazione seria, obiettiva e circostanziata, un mondo in cui nessuno potesse essere tentato dai profumi inebrianti della merda mediatica, dalle tette inutili, dagli urli e dalle parolacce sputacchiate sui microfoni. Ma purtroppo è come il doping. Se non ci fosse, tutto sarebbe più vero, più leale e tutti sarebbero comunque alla pari. Ma siccome nessuno è immune alla tentazione di voler vincere facile, e nessuno è sicuro che nessun altro lo userà, alla fine diventa necessario che lo usino tutti.

giovedì 10 ottobre 2013

Bara (bianca) con orsetto

E poi ci sono gli orsetti. Quelli che sono spuntati sulle bare bianche dei bambini morti nella tragedia di Lampedusa. Ma cosa cazzo se ne fanno adesso quei bambini, chiusi dentro una bara inchiodata, di un orsetto? Con quegli orsetti di pezza, sinonimo mondiale di cucciolosa tenerezza, quei bambini avrebbero voluto giocarci, inventarsi delle storie, dormirci abbracciati la notte per cercare un conforto, un salvagente (è il caso di dirlo) alle cose brutte (incomprensibili) del mondo. Invece tocca loro guardarli dal lato sbagliato del coperchio. Dunque qual è il messaggio che chi ha deciso di mettere lì quegli orsetti tutti uguali, ha voluto mandare?

È tradizione antica e di tutte le culture che la bara del morto venga ornata di fiori o di testimonianze di affetto di coloro che restano da questa parte. E non si può escludere che nel caso dei bimbi di Lampedusa la cosa non sia stata fatta con lo stesso (nobile) intento. Ma nel caso avrei almeno voluto vedere una processione di superstiti posare gli orsetti su quelle bare. Invece gli orsetti sono spuntati come funghi sulle bare nell'hangar dell'aeroporto dell'isola, quindi non credo che i superstiti abbiano avuto qualcosa a che vedere con questa comparsa, ma piuttosto ritengo sia stata una qualche decisione delle autorità incaricate di allestire la camera ardente.

E proprio quell'omologazione dei quattro orsetti tutti uguali, nuovi di zecca, magari comprati col 3x2 al più vicino discount da qualche addetto del Comune in fretta e furia a beneficio dei media, dunque non un giocattolo che quei bambini si erano portati da casa, magari come unico bagaglio verso un orizzonte incognito, che probabilmente non erano nemmeno in grado di comprendere, anzi probabilmente faceva paura, mi dà la netta sensazione di un odioso (e schifoso nella sua zuccherosa retorica) spettacolo allestito dall'Italia a beneficio del mondo.

Come se adesso all'Italia di quei bambini importasse qualcosa. Se non importava niente di loro prima che annegassero (e le leggi in vigore stanno lì a dimostrarlo), perché dovrebbe importare qualcosa adesso?

mercoledì 9 ottobre 2013

Il piacere di un bambino morto

Prendete una strage. Una qualunque, purché con un bel numero di vittime innocenti. Più sono i corpi, nel fango, sul mare, o sotto le macerie, meglio è. Come la sciagura di Lampedusa di qualche giorno fa, o come l'ecatombe del Vajont, di cui proprio oggi, 9 ottobre 2013, ricorre il cinquantesimo anniversario. Dopodiché prestate bene orecchio a come i media, telegiornali su tutti, riportano la notizia delle vittime. Sempre e comunque verrà evidenziato il numero di donne e, soprattutto, bambini. Nel caso del disastro del Vajont, per dire, il numero di morti stimati fu 1918, di cui 487 bambini. E vedrete che i telegiornali non mancheranno mai di rimarcarlo. Perché?

Forse il valore della vita di un essere umano viene contabilizzato in base a quanti anni ha potenzialmente ancora davanti a sé? O non è invece vero che tutte le vite, di fronte a una tragedia di simili proporzioni, sono uguali? Se nel Vajont i bambini fossero stati solo 3, o se anche non ce ne fosse stato nessuno, la tragedia sarebbe stata meno tragica?

Invece i media non mancano mai di porre l'accento sul fatto che tra le vittime c'erano "donne e bambini", snocciolando i numeri, possibilmente, se impressionanti. Altrimenti restano sul vago, ma non rinunciano mai all'occasione di solleticare l'emozione dello spettatore, l'empatia, la compassione. Anche senza la necessità di spingerlo alla lacrima, beninteso. Anche perché spesso lo spettatore è comunque troppo distante per commuoversi.

Ma quel piccolo tic interiore causato dall'essere costretti (inutilmente) a porre l'attenzione al numero di bambini morti, crea nello spettatore una reazione emotiva che, in quanto tale, e per quanto piccola (non importa se collegata a un evento negativo), viene istintivamente percepita dallo spettatore come una cosa buona (illude lo spettatore alla partecipazione e alla non-indifferenza, quando in realtà allo spettatore non frega un accidente di quelle vittime) e crea così una connessione di solidarietà e fiducia con chi l'ha catalizzata, rinsaldando il legame dello spettatore con il media stesso, che è proprio lo scopo (ultimo) che il media vuole.

martedì 1 ottobre 2013

Quell'ultima fetta della torta Barilla

Supponiamo per un momento che Mr. Barilla non sia l'idiota che è apparso a molti (ma non tutti). Dopodiché proviamo a fare quest'esercizio. Immaginiamo che Barilla l'altro giorno non abbia parlato a vanvera ai microfoni della Zanzara, ma lo abbia fatto in seguito a una ben precisa strategia, pianificata con il suo Direttore Marketing e approvata dal CDA, in quanto risultato inequivocabile di approfonditi (e costosi, dunque veri) studi di settore, ricerche di mercato, sondaggi di opinione e analisi psicosociologiche comparate, in base ai quali sarebbe redditizio dal punto di vista del mercato schierarsi dalla parte di quella fetta della torta dei consumatori costituita dagli omofobi.

Però quando si entra in territori del genere non è il caso di esagerare. Dunque magari non proprio coloro che gli omosessuali li prenderebbero a sprangate, li brucerebbero in piazza o si augurerebbero per loro la castrazione chimica obbligatoria, che peraltro (si spera) sono pochi e quindi poco rilevanti dal punto di vista delle quote di mercato di Macine e Galletti. Allora però nemmeno quelli che dicono che "l'AIDS è la giusta punizione divina" oppure "sì, vabbè, però devi ammettere che sono contro natura, perché la natura è per la riproduzione". Costoro saranno un po' di più naturalmente, ma di certo ancora non abbastanza da influenzare Farfalle e Rigatoni. A 'sto punto, pertanto, neanche coloro cui gli LGBT fanno schifo o che "però dovrebbero fare qualcosa perché, è inutile girarci intorno, questi sono ma-la-ti". Sebbene il loro numero sarà ancora un tantino più elevato, non ci sarà da preoccuparsi per Pasta Voiello e Pavesini (sì, pure loro). E dunque, infine, neppure coloro che li chiamano ricchioni/ossi buchi/culi sfranti/ecc. ecc., o che si danno di gomito alle spalle del collega che lo sanno tutti che "gli piace prenderlo in culo", i quali, benché saranno decisamente molti di più, di certo non è gente che mangia pasta o prodotti da forno.

Ora, a parte gli LGBT, chi c'è rimasto sulla glassa della torta laggiù?

mercoledì 18 settembre 2013

venerdì 13 settembre 2013

La tenerezza delle rette parallele

Fa un po' tenerezza assistere allo scambio epistolare tra Eugenio Scalfari, colosso (ateo) del giornalismo italiano, e Papa Francesco. Fa un po' tenerezza perché sotto quello smalto di originalità che Scalfari attribuisce alle risposte del Papa, e che dovrebbe (o potrebbe) essere desunto dall'interesse che dovrebbe essere suscitato dalle domande da lui poste, quello che resta è la solita manciata di banali chiacchiere da sagrato o da zerbino quando il parroco viene per benedirti la casa, dentro l'abito talare, la cotta un po' spiegazzata dalla lunga giornata, la stola che sa di muffa e incenso, una valigetta di pelle nera a penzolargli in fondo a un braccio e il chierichetto al seguito (i volantini con la preghiera li tiene lui), che tu hai socchiuso la porta (blindata) giusto quel palmo per dirgli: "Grazie, ma non credo" e lui ti risponde: "Guardi che Dio la ama lo stesso", argomenti per non-udenti che, sotto quella patina di apertura e amicizia (non certo ipocrita, per carità), evidenziano l'incomunicabilità asimmetrica di due mondi. E se l'incomunicabilità non sarebbe un problema, è l'asimmetria a rendere la questione (sempre) alquanto spinosa. Perché a un ateo non interessa convertire il credente, ma la presuntuosa ostinazione del viceversa non potrà mai rinunciare alla sua missione.

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