La strage di Nizza è la realizzazione pratica dell'incubo, perché se nei casi - tremendi - che ci sono stati finora tu, che te ne stavi a guardare i fatti da distante, davanti al PC o alla tivù, ti potevi raccontare che sì, però ci vogliono le armi, che sì, però ci vuole l'esplosivo, che sì, però ci sono state falle nella sicurezza, che sì, però è un caso isolato, che sì, però le probabilità di finire coinvolti in una cosa del genere sono comunque risibili, che sì, però però però, tutte storie con cui ti raccontavi che in fondo quello che vedevi era un mondo che non apparteneva proprio al tuo mondo, come in quei libri di Philip K. Dick, tu che al mattino ti alzi in un piccolo quartiere nemmeno tanto centrale di Genova, un poco sulle alture, che il mare non lo vedi proprio bene, ma una strisciolina di orizzonte azzurro quella sì, e spesso ci sono anche dei bei tramonti laggiù a ovest, e poi dai da mangiare ai tuoi gatti, li accarezzi, loro si sfregano un po', le code dritte di soddisfazione, dopodiché prendi il tuo mezzo e attraversi la città , quattro chilometri e mezzo di Sopraelevata e la Lanterna lì, come un baluardo rassicurante, anche se non sei un navigante, la garanzia di una storia, di una tradizione, di quello che sei, di quello che siamo un po' tutti qui, di quello che abbiamo imparato a essere, o ci hanno insegnato, di qualcosa che non può mica cambiare, se la Lanterna è lì, da quanto?, novecento anni?, non lo sai neanche bene, qualcosa vorrà pur dire, ma non importa, perché intanto la macchina (o lo scooter o il bus) va un po' per conto suo a quest'ora in cui hai ancora lembi di sonno che svolazzano impigliati alle ciglia, e così arrivi al tuo ufficio e inizi la giornata, leggi le email, parli coi colleghi, una discussione, un caffè alla macchinetta, la mensa, la sbobba, la qualità mi pare scaduta, vero?, altro caffè, altri discorsi, qualche email, telefonate e la giornata prosegue nel tuo piccolo mondo che, però, non appartiene a quel mondo là , quello dei corpi a terra con i lenzuoli bianchi sopra, obitori a cielo aperto, come miniere di morte, visto che te ne torni a casa, alla peggio un po' di coda, una pasta al pesto in famiglia davanti al quiz, che provi anche tu a rispondere alle domande e se ci riesci è come se avessi vinto, mentre i gatti gironzolano affettuosi, e poi, visto che è una sera d'estate e fa caldo, non ci starebbe male un gelato, ma uno buono, non soltanto una manciata di grassi da appendere agli addominali e degli zuccheri da sciogliere nel sangue già denso e opulento di suo, e magari ci aggiungi anche due passi, voi due, mano nella mano, come fidanzatini, sul lungomare a Boccadasse (così simile a quello di Nizza), dove vi siete sposati, ormai sono quasi undici anni, mamma mia!, e vedi la chiesa e senti la sua mano e capisci che è ancora come quel giorno, anche se tu non è che ci credevi molto a questa cosa del rito (e nemmeno adesso, a dire il vero), però ci voleva comunque un sigillo, qualcosa che conferisse solennità a un momento che entrambi ritenete sacro, qualcosa in più di un semplice contratto tra due persone, due firme e via, si va casa a scopare, ma comunque non prima di aver leccato fino in fondo questo cono al cioccolato e pistacchio, che il caldo scioglie troppo in fretta e ti impiastriccia un po' le dita e, mentre passeggi al margine della risacca, scopri che una goccia è finita sulla tua maglietta fresca di bucato, ma che cazzo!, come un bambino di due anni, come quelli lì che giocano vicino ai banchetti che vendono braccialetti, quello dei croccanti e dello zucchero filato, e gli africani con i loro teli sistemati e le file di occhiali, borse, che una volta c'erano i CD e i DVD, ma ormai quelli non tirano più, i Ray-Ban taroccati invece, quelli ormai sono una tradizione, come quella di venire qui a farsi due vasche al tramonto, e difatti c'è parecchia gente stasera, fin troppi per i tuoi gusti che non ami le folle, e mentre dai il primo morso al biscotto e vedi i fanali che sfrecciano per Corso Italia, pensi: se adesso una di queste salisse sul marciapiede farebbe una strage, cosa ci vuole?, non c'è nemmeno bisogno di un Kalashnikov o di un mattoncino di C4, tutti quanti giriamo armati, un veicolo in velocità (e non serve nemmeno una gran velocità ) è una bomba, soprattutto se, come questi qui, non hai paura di morire, non ti importa di morire, anzi sei convinto che la morte sia una specie di biglietto per riscuotere per un premio, non c'è la storia delle vergini?, quante erano? cinquanta? settanta? ottanta?, che poi quando si fanno saltare in aria le donne il premio invece qual è?, forse non doversi mettere più il velo?, o essere finalmente libere?, così mentre maledici la gelataia che ti ha messo prima il pistacchio mentre tu avresti voluto finire col cioccolato, cominci a guardarti intorno come se qualcuno avesse cosparso il mondo di una patina invisibile che ne altera la percezione e pensi che ogni lenzuolo bianco lasciato sul selciato da questa guerriglia - perché pur nella sua atipicità , questa è comunque una specie nuova di guerriglia - è una goccia che riempie la vasca della nostra paura, della nostra intolleranza, della nostra islamofobia, fa alzare di qualche grado il nostro braccio a puntare il dito contro i fenomeni migratori, fa scoprire sempre un po' di più i nostri denti contro le barbe lunghe, i caftani, il progetto della moschea e, nella nostra ignoranza e nella variegatezza di un fenomeno così complesso da comprendere o anche solo da circoscrivere, sollecita domande sul nostro futuro, sugli anni che verranno, come questa situazione verrà risolta, se mai questa situazione verrà risolta, perché qui non basta mandare una flotta, un esercito, sganciare qualche bomba da qualche parte, fare finta che abbiano armi di distruzione di massa e asfaltare un pezzettino di mondo (e poi firmare qualche contratto miliardario per ricostruirlo), mettere in conto qualche danno collaterale, perché qualcuno alla fine si deve sempre sacrificare per il benesuperiore, anche se il bene superiore è sempre il nostro, ma poi a un certo punto bene o male la finiremo, no?, no, magari questa cosa non finisce, nel senso che noi non la vedremo finire, perché non è una guerra normale che poi a un certo punto uno non ce la fa più e alza bandiera bianca e ci si trova tutti insieme in un bel posto a firmare un pezzo di carta e a mangiare qualche pasticcino, questo è qualcosa di diverso da tutto quello abbiamo sperimentato in passato, per cui la Storia non ci insegna niente, come se poi la Storia ci avesse mai insegnato qualcosa, quella Storia che ci urla - inutile negarlo - che tra le peggiori nefandezze ci sono sempre state di mezzo le religioni, quelle religioni che vogliono sempre imporre la loro visione della vita e del mondo a tutti quanti, quella Storia lì stavolta non ci aiuta, siamo in territori oscuri e avanziamo mettendo i piedi a caso, e sono territori pieni di buche, tagliole, abissi e mine antiuomo, territori inquinati di odio, un odio generalizzato, indiscriminato, che ha la forma del muro contro muro, sempre e comunque, perché è più semplice, è più comodo odiare tutti, è più conservativo, meglio tutti quanti, che dover impegnarsi a distinguere questi da quelli, che non è facile, che è faticoso, che magari anche il tuo fruttivendolo (marocchino), quello che ieri ti ha venduto un melone davvero squisito, domani pomeriggio sale su un autobus in centro e si fa saltare, così con la stessa naturalezza con cui alla mattina ha scelto dalla cassetta i pomodori per la signora Rossi, che li vuole belli sodi, meglio se un po' verdi, ma non troppo mi raccomando, che altrimenti sono troppo acidi, del resto lo dicono tutti che è una cagacazzo la signora Rossi, non sorprende che sia rimasta zitella, sempre a lamentarsi, come quando la becchi dal panettiere (egiziano) che questo è troppo cotto e quello è troppo pallido, quello è troppo unto e quello l'ultima volta era troppo salato, e l'altro giorno mentre cercava gli spiccioli nel portafoglio l'hai sentita bofonchiare che la badante (russa) del padre si frega gli yogurt dal frigo, così mentre addenti la punta finale del tuo cono che sa di pistacchio, ma avresti voluto che sapesse di cioccolato, ti rendi conto che l'unica soluzione che abbiamo, l'unico tipo di resistenza che possiamo mettere in atto noi, persone comuni, quelle che a centinaia, a migliaia, a milioni creano la società e il mondo intero come le gocce formano un mare, è quella della cultura e della conoscenza, perché solo la vera cultura e la vera conoscenza ci permettono di capire che il mondo è più complesso di quello che sembra, che il fruttivendolo (marocchino) è uno come te, che vuole solo fare la sua vita, dignitosa, che anche lui cerca un po' di felicità , né più né meno di te, e ne ha tutto il diritto, che anche se a intervalli regolari srotola un tappetino e si rivolge verso sud est intonando "Allahu Akbar!", non gli viene neanche in mente di salire sull'autobus in centro a farsi saltare in aria, come pure coloro che qualche giorno fa, mentre andavi al lavoro, hai incrociato per strada con le tuniche a festa che andavano a celebrare la fine del Ramadan, insomma la cultura - per te, per noi - è la vera resistenza, oggi, perché la cultura è quella che ci protegge dai populismi, dalle giustizie sommarie, dai demagoghi, dall'informazione falsa e tendenziosa, da Libero e da Il Giornale, ma anche da Repubblica, dalle bufale, dalle scie chimiche, dalle stronzate sui vaccini, dalla frottola che non siamo mai stati sulla Luna, dalla mancanza di rispetto e da tutte le -fobie culturali, la cultura ci aiuta a scegliere governanti migliori, ma anche a esserlo, gli stessi che devono prendere distanze dalle connivenze occulte, dalle lobby delle armi, dall'affarismo senza scrupoli, dallo sfruttamento capitalista, la cultura ci dà gli strumenti per capire che non sempre quello che pensiamo sia meglio, sia davvero meglio e quello che pensiamo vada a nostro svantaggio, sia davvero peggio, e che forse per stare un po' meglio tutti, qualcuno dovrà stare un po' peggio di così, quando un po' peggio di così magari significherà solo non cambiarsi l'iPhone ogni anno, non andare a mangiare fuori tutte le settimane, o non avere i fondi neri alle Cayman e un armadio pieno di vestiti griffati, perché il mondo, la politica, la società sono assai più complessi e variegati di un gelato vaniglia e amarena, e pensare di capire e giudicare le mosse per migliorarlo (il mondo, non il gelato) è ben più difficile che dire che Conte ha sbagliato a non portare a Balotelli all'Europeo, perché ti senti un sacco bene a riempirti la bocca con la storia della tolleranza, ma "tollerare" significa sopportare e "tollerare" non è abbastanza, non lo è più, anzi non lo è mai stato, perché dobbiamo stare tutti molto attenti alle parole che usiamo, ai significati che hanno, a quelli che gli attribuiamo o che ci insegnano ad attribuire loro, perché le parole ci definiscono, mettono la cornice intorno a quello che pensiamo e, dunque, a quello che siamo, perché hai un bel raccontarti la faccenda tutta rose e fiori dell'essere umani, del recuperare la nostra umanità , quando l'umanità è (anche) quella della tratta degli schiavi, della caccia alle streghe, del massacro di Srebrenica, dei lager in Corea del Nord, del branco di minorenni che violenta una ragazza, non è che lì – come in tanti altri posti, o fasi della Storia, o momenti della cronaca – si sia persa l'umanità , no, è che l'umanità è (anche) quella, esattamente come quella di un uomo che si mette al volante di un camion e fa una strage ricordandoci che il terrorismo si chiama così proprio per quel motivo che stai pensando adesso, e l'unico modo che abbiamo, noi, per combatterlo è sapere, essere convinti, pensare con tutte le nostre cellule, che il nostro diritto alla felicità non può essere pagato con il diritto alla felicità altrui, sia egli il nostro vicino di casa che tiene lo stereo troppo alto, Kaamil che sogna di fare il tassista ad Aleppo o la piccola Indira che cuce i nostri jeans per sedici ore al giorno in un sobborgo di Dacca.
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venerdì 15 luglio 2016
giovedì 21 aprile 2016
L'amore ai tempi del referendum
Non illudetevi. Non è stato l'appello di Renzi. Magari fosse stato così. Renzi si è appropriato di qualcosa su cui lui faceva conto: la pigrizia (fisica e morale), l'indolenza civica, la scarsità di senso dello Stato, la mancanza di consapevolezza dell'essere cittadini, l'oblio di tutto quello che è stato necessario pagare alla Storia per poter avere il diritto di tracciare una X su un foglio di carta. E non è certo questo referendum a far emergere questa triste realtà . Sapete qual è il punto, quello vero? È che la gente (per lo più) se ne sbatte. È tutto qui. Alla gente frega solo di quello che la tocca direttamente, sulla pelle, sulla carne, dentro il sangue e i suoi nervi. Mentre il concetto di voto e - soprattutto - di referendum presuppone una visione più ampia di se stessi all'interno di una comunità di persone che, anche solo per questo motivo, condividono un "bene comune". C’è un senso di solidarietà nel votare a un referendum, un senso che questo paese non ha. Tutto questo non c'è. Non so se è stato perduto o se non c'è mai stato. So che vige il paradigma dell'ognuno per sé, della mia auto in doppia fila, delle tasse che riesco a evadere, delle raccomandazioni che riesco ad avere, dei favori che riesco a ottenere, delle persone in coda che riesco a saltare. Fa tutto parte dello stesso, triste quadro, di quello che siamo diventati o - forse meglio - di quello che non siamo mai stati e (forse) non saremo mai. Italiani.
lunedì 21 settembre 2015
Lettera aperta a Umberto Eco sulla faccenda del Tu, del Lei e del Voi
Caro Umberto,
ho letto con molto interesse il tuo intervento apparso su Repubblica la settimana scorsa in merito all'uso del Tu, del Lei e del Voi, ma devo dire che ho trovato le tue argomentazioni lacunose e superficiali, insomma, per nulla convincenti. Per esempio non ho visto alcun cenno alla naturale evoluzione che ogni lingua ha, sia nello scritto che nel parlato, in funzione di come si modifica lo scenario sociale e culturale entro il quale quella lingua vive attraverso la popolazione che la usa. E non ho visto alcun riferimento alle influenze che gli stili e le abitudini di vita, che non sono sempre uguali a se stessi e anzi negli ultimi anni sono cambiati e vediamo cambiare con una velocità sempre maggiore, si trasferiscono al modo con cui ci relazioniamo e, dunque, per forza di cose, anche con cui comunichiamo. Infine non ho visto alcuna traccia nemmeno dell'influenza dei media né, soprattutto, del fatto che una modifica dell'uso lingua non può implicare un giudizio morale, in quanto è soltanto un riferimento convenzionale di comunicazione, ancorché avallato da una tradizione che però non ha alcun valore se non quello, appunto, di essere consolidato nel passato e tramandato da esso e quindi essere legato all'eventuale nostalgia o attaccamento (legittimi) che possiamo provare nei suoi confronti, ma che non essendoci niente che lo definisca come regola immutabile, può essere soltanto preso a titolo di pregiudizio.
Ho l'impressione, avallata anche per esempio da un altro tuo recente intervento sui Social Network e sui suoi fruitori (da te definiti "legioni di imbecilli") che forse tu non abbia digerito fino in fondo i cambiamenti che stiamo vedendo in atto nella società a partire dagli anni duemila. Contrariamente a quel medioevo da te ben conosciuto, in cui la visione del futuro era legata solo, in prima battuta alla speranza di non essere travolti dai barbari, spazzati via dalla peste, vessati dal Signore di turno, avere un buon raccolto eccetera, e in ultima analisi all'incertezza tra la ricompensa divina e il castigo eterno, un tempo in cui la società si riteneva sempre immobile e uguale a se stessa per lo meno all'interno dell'orizzonte di alcune generazioni, ora le società si modificano rapidamente e i cambiamenti sociali influenzano i modi di vita e di pensare delle persone e quindi, anche, come si esprimono e come si mettono in relazione tra loro. In particolare, le nuove tecnologie di comunicazione, nella fattispecie i Social Network da te tanto osteggiati, hanno una parte non trascurabile nell'evoluzione di questo nuovo universo relazionale. Perché oltre alla velocità e all'immediatezza, che presuppongono una comunicazione snella ed essenziale (quindi bando alle inutili sovrastrutture ossequiose), danno soprattutto la possibilità di conoscere persone anche solo virtualmente e, nella democrazia della rete, esiste un'uguaglianza di fondo che nella realtà non c'è. Ed è anche questo il bello. Nei Social Network sei giudicato per quello che dici e, semmai, per come lo dici, non per l'età che hai, se hai la barba bianca, la pelle nera, se sei transgender, se sei ebreo, o se sei professore universitario. E personalmente sono convinto che questo modello relazionale si stia lentamente trasferendo anche nella società reale, pur con le dovute cautele e distinguo, necessari sempre quando non ci sono i presupposti per generalizzare.
Tuttavia, non vedo come questo possa essere automaticamente contraddistinto dalla connotazione negativa su cui tu punti il dito, senza che possa essere considerato un tuo preconcetto. Il Tu e soltanto il Tu, se rivolto a uno sconosciuto, ma anche a un conoscente con il quale non si ha molta confidenza, non implica necessariamente un insulto o una mancanza di rispetto. Niente di stigmatizzabile, insomma. L'arroganza, l'abuso, la mancanza di gentilezza o il difetto di garbo, l'insulto vero, quelli sì sono comportamenti biasimevoli, che feriscono le relazioni. Ma l'uso del Lei o del Voi non mettono certo al riparo da queste mancanze di rispetto, come l'uso del Tu non configura automaticamente una situazione da condannare. Pensare che il Tu sia già un insulto a prescindere, sminuisce gli insulti veri. Del resto mi riesce difficile capire il motivo di tanta acrimonia o preoccupazione, se non quello – più generale – della paura innata che tutti abbiamo del cambiamento, la modifica di uno status quo o del superamento di una tradizione che, per quanto possa dispiacerci e spiazzarci, non sottintende necessariamente l'instaurarsi di qualcosa di maligno contro il quale dobbiamo per forza combattere. Al contrario potrebbe configurare un mondo dove, per esempio, i soloni scendano giù dal prezioso arrocco dei loro scranni; i vecchi siano un po' più rispettosi (ebbene sì) e abbiano un po' più di fiducia nei confronti dei giovani coi capelli lunghi, il piercing al naso e il tatuaggio sul collo, senza voler sempre impartire loro lezioni e morali a ogni costo; i grandi medici la smettano di guardarti come divinità che lumano un pezzo di carne di cui disporre a proprio piacimento, portafoglio compreso; i vicini di casa siano degli esseri umani cui poter bussare per chiedere un uovo e un po' di zucchero per la torta, senza temere sbirciate in tralice o grugniti dietro lo spioncino, ma con la confidenza di avere la risposta di un sorriso e ricambiarlo con una fetta di dolce appena sfornato. Perché il Tu non insulta le persone, semmai le avvicina, anche soltanto di un po’. Magari, chissà , potrebbe anche essere un mondo migliore.
Con immutata stima e rispetto (nonostante il Tu),
Alessandro Vietti
ho letto con molto interesse il tuo intervento apparso su Repubblica la settimana scorsa in merito all'uso del Tu, del Lei e del Voi, ma devo dire che ho trovato le tue argomentazioni lacunose e superficiali, insomma, per nulla convincenti. Per esempio non ho visto alcun cenno alla naturale evoluzione che ogni lingua ha, sia nello scritto che nel parlato, in funzione di come si modifica lo scenario sociale e culturale entro il quale quella lingua vive attraverso la popolazione che la usa. E non ho visto alcun riferimento alle influenze che gli stili e le abitudini di vita, che non sono sempre uguali a se stessi e anzi negli ultimi anni sono cambiati e vediamo cambiare con una velocità sempre maggiore, si trasferiscono al modo con cui ci relazioniamo e, dunque, per forza di cose, anche con cui comunichiamo. Infine non ho visto alcuna traccia nemmeno dell'influenza dei media né, soprattutto, del fatto che una modifica dell'uso lingua non può implicare un giudizio morale, in quanto è soltanto un riferimento convenzionale di comunicazione, ancorché avallato da una tradizione che però non ha alcun valore se non quello, appunto, di essere consolidato nel passato e tramandato da esso e quindi essere legato all'eventuale nostalgia o attaccamento (legittimi) che possiamo provare nei suoi confronti, ma che non essendoci niente che lo definisca come regola immutabile, può essere soltanto preso a titolo di pregiudizio.
Ho l'impressione, avallata anche per esempio da un altro tuo recente intervento sui Social Network e sui suoi fruitori (da te definiti "legioni di imbecilli") che forse tu non abbia digerito fino in fondo i cambiamenti che stiamo vedendo in atto nella società a partire dagli anni duemila. Contrariamente a quel medioevo da te ben conosciuto, in cui la visione del futuro era legata solo, in prima battuta alla speranza di non essere travolti dai barbari, spazzati via dalla peste, vessati dal Signore di turno, avere un buon raccolto eccetera, e in ultima analisi all'incertezza tra la ricompensa divina e il castigo eterno, un tempo in cui la società si riteneva sempre immobile e uguale a se stessa per lo meno all'interno dell'orizzonte di alcune generazioni, ora le società si modificano rapidamente e i cambiamenti sociali influenzano i modi di vita e di pensare delle persone e quindi, anche, come si esprimono e come si mettono in relazione tra loro. In particolare, le nuove tecnologie di comunicazione, nella fattispecie i Social Network da te tanto osteggiati, hanno una parte non trascurabile nell'evoluzione di questo nuovo universo relazionale. Perché oltre alla velocità e all'immediatezza, che presuppongono una comunicazione snella ed essenziale (quindi bando alle inutili sovrastrutture ossequiose), danno soprattutto la possibilità di conoscere persone anche solo virtualmente e, nella democrazia della rete, esiste un'uguaglianza di fondo che nella realtà non c'è. Ed è anche questo il bello. Nei Social Network sei giudicato per quello che dici e, semmai, per come lo dici, non per l'età che hai, se hai la barba bianca, la pelle nera, se sei transgender, se sei ebreo, o se sei professore universitario. E personalmente sono convinto che questo modello relazionale si stia lentamente trasferendo anche nella società reale, pur con le dovute cautele e distinguo, necessari sempre quando non ci sono i presupposti per generalizzare.
Tuttavia, non vedo come questo possa essere automaticamente contraddistinto dalla connotazione negativa su cui tu punti il dito, senza che possa essere considerato un tuo preconcetto. Il Tu e soltanto il Tu, se rivolto a uno sconosciuto, ma anche a un conoscente con il quale non si ha molta confidenza, non implica necessariamente un insulto o una mancanza di rispetto. Niente di stigmatizzabile, insomma. L'arroganza, l'abuso, la mancanza di gentilezza o il difetto di garbo, l'insulto vero, quelli sì sono comportamenti biasimevoli, che feriscono le relazioni. Ma l'uso del Lei o del Voi non mettono certo al riparo da queste mancanze di rispetto, come l'uso del Tu non configura automaticamente una situazione da condannare. Pensare che il Tu sia già un insulto a prescindere, sminuisce gli insulti veri. Del resto mi riesce difficile capire il motivo di tanta acrimonia o preoccupazione, se non quello – più generale – della paura innata che tutti abbiamo del cambiamento, la modifica di uno status quo o del superamento di una tradizione che, per quanto possa dispiacerci e spiazzarci, non sottintende necessariamente l'instaurarsi di qualcosa di maligno contro il quale dobbiamo per forza combattere. Al contrario potrebbe configurare un mondo dove, per esempio, i soloni scendano giù dal prezioso arrocco dei loro scranni; i vecchi siano un po' più rispettosi (ebbene sì) e abbiano un po' più di fiducia nei confronti dei giovani coi capelli lunghi, il piercing al naso e il tatuaggio sul collo, senza voler sempre impartire loro lezioni e morali a ogni costo; i grandi medici la smettano di guardarti come divinità che lumano un pezzo di carne di cui disporre a proprio piacimento, portafoglio compreso; i vicini di casa siano degli esseri umani cui poter bussare per chiedere un uovo e un po' di zucchero per la torta, senza temere sbirciate in tralice o grugniti dietro lo spioncino, ma con la confidenza di avere la risposta di un sorriso e ricambiarlo con una fetta di dolce appena sfornato. Perché il Tu non insulta le persone, semmai le avvicina, anche soltanto di un po’. Magari, chissà , potrebbe anche essere un mondo migliore.
Con immutata stima e rispetto (nonostante il Tu),
Alessandro Vietti
venerdì 11 settembre 2015
Il dolce, caldo conforto dell'Asocial Network
Smettiamola di nasconderci dietro un mouse e ammettiamolo: siamo presuntuosi, molto presuntuosi. Di più. Siamo pensatori tracotanti, superbi, saccenti. Siamo convinti di avere (sempre) ragione. Anzi, l'abbiamo, che diamine, non c'è discussione! E uno dei nostri massimi desideri, forse addirittura il più grande, è quello che il mondo si conformi al nostro pensiero, che dunque – avendo noi sempre ragione – corrisponde al massimo bene per l'intera umanità . Siamo dei benefattori, insomma, e c'è soltanto da esserci grati per la generosità disinteressata con cui dispensiamo la nostra magniloquente Verità .
E per questo dobbiamo essere grati (anche) al Social Network per eccellenza, Mr. Facebook, nel quale il suo algoritmo (EdgeRank) fa' sì che i post degli amici visualizzati sul nostro newsfeed tendano a conformarsi ai nostri gusti. Facebook insomma non fa che aiutarci a mettere in pratica il principio consolatore del Daily Me già ipotizzato da Nicholas Negroponte nel 1995, ovvero quello di creare un quotidiano virtuale personalizzato sulle preferenze individuali. Il passo successivo è quello, praticato da molti di noi, di eliminare (bannare o togliere l'amicizia) i contatti che hanno idee politiche o sociali diametralmente opposte dalle nostre. Così succede che coloro che tenderanno a sinistra elimineranno i contatti che postano i busti di Mussolini, che inneggiano ai marò eroi, che condividono le foto delle felpe di Salvini, che non fanno altro che ripetere come dischi rotti che i migranti devono restarsene a casa loro e altrimenti bisogna rispedirli indietro, quando non addirittura sparagli; gli atei tenderanno a eliminare i contatti che postano le icone dei Santi, il pensiero del giorno di Papa Francesco, citazioni della Bibbia; gli omosessuali elimineranno gli omofobi; i creduloni di scie chimiche e vaccini autistici faranno fuori gli scettici e i cicappini oltranzisti; eccetera eccetera eccetera.
In questo modo avremo vinto la nostra personale battaglia perché vivremo (finalmente) nel mondo migliore che avevamo sempre desiderato, quel mondo intonato e accordato sulle nostre personali opinioni, un mondo privo di scontri, di discussioni, di diversità , di scomode diatribe e di pericolosi contrasti difficili da mediare. Un mondo omologato sul pensiero unico, il nostro, perché la dittatura è sempre un male terribile a meno che non sia la nostra, un mondo in cui potremo illuderci che sia il mondo a essersi conformato a noi e non il viceversa. Sarà addirittura un mondo in cui il compromesso non avrà più alcuna ragione d'essere e dunque nemmeno la democrazia, visto che mancherà completamente l'opposizione. Dovremo solo stare attenti a non mettere il naso fuori di casa.
E per questo dobbiamo essere grati (anche) al Social Network per eccellenza, Mr. Facebook, nel quale il suo algoritmo (EdgeRank) fa' sì che i post degli amici visualizzati sul nostro newsfeed tendano a conformarsi ai nostri gusti. Facebook insomma non fa che aiutarci a mettere in pratica il principio consolatore del Daily Me già ipotizzato da Nicholas Negroponte nel 1995, ovvero quello di creare un quotidiano virtuale personalizzato sulle preferenze individuali. Il passo successivo è quello, praticato da molti di noi, di eliminare (bannare o togliere l'amicizia) i contatti che hanno idee politiche o sociali diametralmente opposte dalle nostre. Così succede che coloro che tenderanno a sinistra elimineranno i contatti che postano i busti di Mussolini, che inneggiano ai marò eroi, che condividono le foto delle felpe di Salvini, che non fanno altro che ripetere come dischi rotti che i migranti devono restarsene a casa loro e altrimenti bisogna rispedirli indietro, quando non addirittura sparagli; gli atei tenderanno a eliminare i contatti che postano le icone dei Santi, il pensiero del giorno di Papa Francesco, citazioni della Bibbia; gli omosessuali elimineranno gli omofobi; i creduloni di scie chimiche e vaccini autistici faranno fuori gli scettici e i cicappini oltranzisti; eccetera eccetera eccetera.
In questo modo avremo vinto la nostra personale battaglia perché vivremo (finalmente) nel mondo migliore che avevamo sempre desiderato, quel mondo intonato e accordato sulle nostre personali opinioni, un mondo privo di scontri, di discussioni, di diversità , di scomode diatribe e di pericolosi contrasti difficili da mediare. Un mondo omologato sul pensiero unico, il nostro, perché la dittatura è sempre un male terribile a meno che non sia la nostra, un mondo in cui potremo illuderci che sia il mondo a essersi conformato a noi e non il viceversa. Sarà addirittura un mondo in cui il compromesso non avrà più alcuna ragione d'essere e dunque nemmeno la democrazia, visto che mancherà completamente l'opposizione. Dovremo solo stare attenti a non mettere il naso fuori di casa.
giovedì 9 luglio 2015
Demitizzando la Grecia (quasi un paradosso)
È un errore politico, una mistificazione mediatica, un abbaglio sociale, un lapsus ideologico, un equivoco narrativo dire che i greci abbiano fatto qualcosa di straordinario o, addirittura, eroico domenica scorsa. Non c'è nulla di tutto questo nel risultato del referendum greco. Molti in queste ore si sono ingioiellati la bocca con le parole eroismo, dignità , stima, rispetto, quando in realtà si è precipitati dentro una mitizzazione globale alimentata da un transfert rivoluzionario.
L'errore, innanzitutto, è considerare "il popolo" greco. Il popolo in quanto tale non esiste o per lo meno non esiste come essere senziente. Esistono semmai gli individui che lo compongono, con la multiformità che li contraddistingue, ognuno col suo modo di pensare, i suoi umori, le sue attitudini, le sue esperienze, le sue condizioni, le sue convinzioni politiche, le sue capacità intellettuali eccetera. Dunque, in un certo senso, se proprio dobbiamo dargli una connotazione, il popolo è un individuo statistico. E gli individui si sono espressi statisticamente. Il risultato, lo abbiamo visto tutti, è stato un 61%-39%, a favore del NO, con un'affluenza del 62,50%. Ciò significa che hanno votato NO il 38,1% dei greci e SI il 24,4%. Gli altri, ovvero il 37,5% dei greci aventi diritto, non hanno votato.
E qui credo sia necessaria una considerazione: i votanti sono stati pochi. Date le circostanze, mi sarei aspettato un referendum molto più partecipato. Invece il referendum greco ha visto un'affluenza discreta, ma non eccezionale. Questo significa che il 37,5% dei greci non ha ritenuto che fosse importante votare, o che avesse senso farlo, o non aveva un'idea in proposito tale da spingerlo a mettere una croce di qua o di là , oppure non è colpito dalla crisi greca e dunque non gliene frega un accidente. Magari un po' di tutte queste cose insieme. Però data la congiuntura particolarmente complessa e difficile, o per lo meno per come ce la dipingono i media italiani, quel numero a mio avviso non può essere lasciato passare inosservato.
Dopodiché prendiamo in considerazione quel 38,1% dei greci che ha votato NO. Perché credete che l'abbia fatto? Con quale cognizione di causa? A fronte di qualche tipo di informazione o di consapevolezza economica o finanziaria? E se sì, quale? Premettendo che dal punto di vista tecnico è molto difficile avere un quadro della situazione chiaro e comprensibile e dunque valutabile, che probabilmente neanche la Merkel e Tsipras ce l'hanno, e chissà forse nemmeno Varoufakis e Tsakalatos e Draghi eccetera (però di certo meglio di Nikolaos Konstantopoulos, pescatore di Mykonos), è ragionevole ritenere che la stragrande maggioranza di quel 38,1% avrà votato secondo due criteri di massima, peraltro entrambi incuranti delle conseguenze: (1) κοιλία, la pancia: ovvero ma vaffanculo Europa; ma vaffanculo poteri forti; ma vaffanculo BCE; ma vaffanculo Angela, Mario e Jean-Claude; ma vaffanculo tutti, ma proprio tutti vaffanculo!; (2) στόμαχος, lo stomaco: stiamo così mal messi da cinque anni, che peggio di così...; con l'austerity ci avevano promesso miglioramenti, invece la situazione è peggiorata, quindi inutile continuare per la stessa strada; ormai non manca molto a toccare il fondo, già lo vediamo, pertanto solo un colpo di coda può restituirci almeno la speranza; non abbiamo davvero più niente da perdere ormai, dunque tanto vale votare NO.
In mezzo ci sono naturalmente tutte le sfumature possibili modulate dalla propaganda, dalla demagogia, dagli umori, da Facebook e da Twitter e dalle discussioni davanti a un bicchiere di Ouzo (il tutto relativo a entrambe le posizioni, ovviamente), come pure – ma, ne sono certo, in misura minore – dall'informazione seria, precisa e circostanziata, soprattutto rispetto a una questione che, come dicevo prima, ha bisogno di un background tecnico rilevante per essere affrontata e soprattutto analizzata, e a proposito della quale davvero si sente dire tutto e il contrario di tutto, visto che il mondo pare essersi improvvisamente popolato di un esercito di esperti economisti.
Eppure, a prescindere dalla categoria di appartenenza, (1) o (2), non c'è alcuna virtù speciale, perché non c'è la presupposizione di alcun sacrificio e di certo non "del popolo greco" (se sofferenza dev'esserci, i greci – o per lo meno una quota parte di essi – la sperimentano ormai da anni), e non a fronte del risultato di un referendum le cui conseguenze sono di difficile previsione in entrambi i casi. L'eroismo, la dignità e il resto di questa retorica di opposizione, sono solo il frutto di un racconto, una mitologia affascinante e suggestiva, quella di Davide che sfida Golia, del povero che si ribella al ricco, della ghigliottina che cala sul morbido e profumato collo dell'odiata regina. Non sono i greci a essere eroi, Achille lo è.
L'errore, innanzitutto, è considerare "il popolo" greco. Il popolo in quanto tale non esiste o per lo meno non esiste come essere senziente. Esistono semmai gli individui che lo compongono, con la multiformità che li contraddistingue, ognuno col suo modo di pensare, i suoi umori, le sue attitudini, le sue esperienze, le sue condizioni, le sue convinzioni politiche, le sue capacità intellettuali eccetera. Dunque, in un certo senso, se proprio dobbiamo dargli una connotazione, il popolo è un individuo statistico. E gli individui si sono espressi statisticamente. Il risultato, lo abbiamo visto tutti, è stato un 61%-39%, a favore del NO, con un'affluenza del 62,50%. Ciò significa che hanno votato NO il 38,1% dei greci e SI il 24,4%. Gli altri, ovvero il 37,5% dei greci aventi diritto, non hanno votato.
E qui credo sia necessaria una considerazione: i votanti sono stati pochi. Date le circostanze, mi sarei aspettato un referendum molto più partecipato. Invece il referendum greco ha visto un'affluenza discreta, ma non eccezionale. Questo significa che il 37,5% dei greci non ha ritenuto che fosse importante votare, o che avesse senso farlo, o non aveva un'idea in proposito tale da spingerlo a mettere una croce di qua o di là , oppure non è colpito dalla crisi greca e dunque non gliene frega un accidente. Magari un po' di tutte queste cose insieme. Però data la congiuntura particolarmente complessa e difficile, o per lo meno per come ce la dipingono i media italiani, quel numero a mio avviso non può essere lasciato passare inosservato.
Dopodiché prendiamo in considerazione quel 38,1% dei greci che ha votato NO. Perché credete che l'abbia fatto? Con quale cognizione di causa? A fronte di qualche tipo di informazione o di consapevolezza economica o finanziaria? E se sì, quale? Premettendo che dal punto di vista tecnico è molto difficile avere un quadro della situazione chiaro e comprensibile e dunque valutabile, che probabilmente neanche la Merkel e Tsipras ce l'hanno, e chissà forse nemmeno Varoufakis e Tsakalatos e Draghi eccetera (però di certo meglio di Nikolaos Konstantopoulos, pescatore di Mykonos), è ragionevole ritenere che la stragrande maggioranza di quel 38,1% avrà votato secondo due criteri di massima, peraltro entrambi incuranti delle conseguenze: (1) κοιλία, la pancia: ovvero ma vaffanculo Europa; ma vaffanculo poteri forti; ma vaffanculo BCE; ma vaffanculo Angela, Mario e Jean-Claude; ma vaffanculo tutti, ma proprio tutti vaffanculo!; (2) στόμαχος, lo stomaco: stiamo così mal messi da cinque anni, che peggio di così...; con l'austerity ci avevano promesso miglioramenti, invece la situazione è peggiorata, quindi inutile continuare per la stessa strada; ormai non manca molto a toccare il fondo, già lo vediamo, pertanto solo un colpo di coda può restituirci almeno la speranza; non abbiamo davvero più niente da perdere ormai, dunque tanto vale votare NO.
In mezzo ci sono naturalmente tutte le sfumature possibili modulate dalla propaganda, dalla demagogia, dagli umori, da Facebook e da Twitter e dalle discussioni davanti a un bicchiere di Ouzo (il tutto relativo a entrambe le posizioni, ovviamente), come pure – ma, ne sono certo, in misura minore – dall'informazione seria, precisa e circostanziata, soprattutto rispetto a una questione che, come dicevo prima, ha bisogno di un background tecnico rilevante per essere affrontata e soprattutto analizzata, e a proposito della quale davvero si sente dire tutto e il contrario di tutto, visto che il mondo pare essersi improvvisamente popolato di un esercito di esperti economisti.
Eppure, a prescindere dalla categoria di appartenenza, (1) o (2), non c'è alcuna virtù speciale, perché non c'è la presupposizione di alcun sacrificio e di certo non "del popolo greco" (se sofferenza dev'esserci, i greci – o per lo meno una quota parte di essi – la sperimentano ormai da anni), e non a fronte del risultato di un referendum le cui conseguenze sono di difficile previsione in entrambi i casi. L'eroismo, la dignità e il resto di questa retorica di opposizione, sono solo il frutto di un racconto, una mitologia affascinante e suggestiva, quella di Davide che sfida Golia, del povero che si ribella al ricco, della ghigliottina che cala sul morbido e profumato collo dell'odiata regina. Non sono i greci a essere eroi, Achille lo è.
giovedì 26 marzo 2015
Il dito (medio?) di Varoufakis e la ricalibrazione della realtÃ
Allora, Yanis Varoufakis lo ha fatto o no, questo dito medio alla Germania? A oltre una settimana di distanza dalla salita alla ribalta del famigerato video in cui si vede quello che, di lì a un paio d'anni, sarebbe stato il ministro delle finanze greco, commentare con un'alzata di dito medio un riferimento alla Germania, la verità sembra ben lungi dall'essere determinata, anzi sembra definitivamente tramontata l'ipotesi di poterne trovare una qualunque.
All'uscita del video incriminato, infatti, Varoufakis ha subito (doverosamente) smentito, ma gli esperti hanno confermato che non si trattava di un falso. Poi però un programma televisivo tedesco ha dichiarato di aver creato il video manipolato, aggiungendo il "dito medio" a immagini che non lo contenevano, ammettendo così che il video in realtà un falso lo era (e hanno anche mostrato un video dove dimostravano il falso, v. sotto). Dopodiché, in una sorta di triplo gioco degno di una storia di spionaggio, lo stesso giornalista ha smentito la propria precedente versione (avallato anche dalla rivista Bild), dicendo che la trasmissione era satirica e il video originale era davvero quello con il dito.
Ma il punto, naturalmente, non è il dito. Di Varoufakis, di quello che dice, di quello che pensa e dei gesti che fa (o non fa) non ci importa un fico secco. Il punto è che il caso Varoufakis, con le sue incertezze, i suoi voltafaccia, le sue menzogne e le sue ritrattazioni, ci sbatte in faccia con inquietante esattezza non solo l'impossibilità ormai completa della determinazione di una qualche verità , ma anche le nuove terribili possibilità di manipolazione (e moltiplicazione) di essa.
Il caso Varoufakis ci dimostra in quale misura viviamo una potenziale e preoccupante riscrittura mediatica della realtà che va ben oltre la photoshopizzazione delle chiappe di qualche modella, ma è capace di revisionare aspetti del reale dei quali non saremo in grado di accorgerci, come in una delle migliori (o - date le circostanze - peggiori) visioni di Philip K. Dick. Ma non temete, se non saremo in grado di accorgercene, non farà alcuna differenza per noi.
All'uscita del video incriminato, infatti, Varoufakis ha subito (doverosamente) smentito, ma gli esperti hanno confermato che non si trattava di un falso. Poi però un programma televisivo tedesco ha dichiarato di aver creato il video manipolato, aggiungendo il "dito medio" a immagini che non lo contenevano, ammettendo così che il video in realtà un falso lo era (e hanno anche mostrato un video dove dimostravano il falso, v. sotto). Dopodiché, in una sorta di triplo gioco degno di una storia di spionaggio, lo stesso giornalista ha smentito la propria precedente versione (avallato anche dalla rivista Bild), dicendo che la trasmissione era satirica e il video originale era davvero quello con il dito.
Ma il punto, naturalmente, non è il dito. Di Varoufakis, di quello che dice, di quello che pensa e dei gesti che fa (o non fa) non ci importa un fico secco. Il punto è che il caso Varoufakis, con le sue incertezze, i suoi voltafaccia, le sue menzogne e le sue ritrattazioni, ci sbatte in faccia con inquietante esattezza non solo l'impossibilità ormai completa della determinazione di una qualche verità , ma anche le nuove terribili possibilità di manipolazione (e moltiplicazione) di essa.
Il caso Varoufakis ci dimostra in quale misura viviamo una potenziale e preoccupante riscrittura mediatica della realtà che va ben oltre la photoshopizzazione delle chiappe di qualche modella, ma è capace di revisionare aspetti del reale dei quali non saremo in grado di accorgerci, come in una delle migliori (o - date le circostanze - peggiori) visioni di Philip K. Dick. Ma non temete, se non saremo in grado di accorgercene, non farà alcuna differenza per noi.
venerdì 6 marzo 2015
Non è un paese per eroi (alla ricerca di Spock)
Inspiring è una parola inglese molto interessante. L'Oxford Dictionary definisce inspire, il verbo da cui è derivata, come: "Fill (someone) with the urge or ability to do or feel something, especially to do something creative" ovvero, letteralmente: "Riempire (qualcuno) con l'urgenza o l'abilità di fare o sentire qualcosa, specialmente di fare qualcosa di creativo". In italiano la traduzione esiste ed è tutto sommato analoga, ovvero "ispirante" o "che dà ispirazione", tuttavia nella nostra lingua il suo uso è praticamente assente. Al contrario, nei paesi anglofoni la locuzione è assai gettonata, a volte addirittura inflazionata. La ritroverete citata un po' ovunque, tutte le volte in cui – anche un po' iperbolicamente – si desidera comunicare questo sentimento di qualcosa o qualcuno che contribuisce a catalizzare l'altrui propensione alla creatività o, in generale, ad agire per raggiungere qualche tipo di ambizioso traguardo.
Riferita alle cose spesso la si ritrova in pubblicità , ma non di rado viene utilizzata riferita anche alle persone, quelle che sono, o sono state, di esempio in vari campi, quelle che in qualche modo hanno tracciato una via, illuminato una strada, fatto pensare a qualcuno di voler essere come loro, seguire le loro orme. E forse davvero non c'è una migliore applicazione della parole inspiring: persone in grado di far sognare altre persone, individui capaci di cambiare la vita di altri individui, influenze positive esercitate non di proposito, ma spesso involontariamente, se non addirittura indirettamente, attraverso esistenze ritenute universalmente straordinarie. Il loro esempio, i loro traguardi, il loro valore, le loro capacità di attraversare traguardi impensati, la loro forza di cambiare in qualche misura il mondo. Se ci si pensa bene, questo non è molto distante, in senso lato, dalla definizione di "eroi".
Ci riflettevo qualche giorno fa, a corollario della scomparsa di Leonard Nimoy. Si trattava di un (semplice) attore, ancorché famosissimo, non di un Premio Nobel per la Pace. Eppure, grazie anche all'identificazione con il suo personaggio, Nimoy è stata una persona inspiring e grazie al lavoro di una vita continuerà a esserlo con la sua eredità telecinematografica. E con lui altri. Spesso le inspiring people hanno questo potere, almeno finché il fermento della memoria collettiva lo concede. Il punto è che non mi sono venute in mente persone "ispiranti". Italiane, voglio dire. Così, il fatto che la lingua italiana non sia avvezza all'uso dell'equivalente di inspiring mi è parso derivare dalla tradizionale mancanza italiana di persone inspiring. L'alternativa è che esista, in Italia, una tradizionale incapacità nazionale (culturale?) di attribuire a persone un ruolo inspiring.
Se poi una lingua è capace di dire qualcosa sulla nazione che la usa, le parole, i loro significati e la loro (non) esistenza, possono rivelare qualcosa sul popolo che (non) le usa. Quel che è peggio, infatti, è che il concetto di inspiring non mi pare proprio utilizzato in generale, nemmeno nell'ambito più cinico della pubblicità , come se questa attività intellettuale non fosse contemplata dal bagaglio culturale o sociale della nazione. Come se per l'Italia (ovvero per gli italiani) il ruolo dell'Esempio fosse del tutto irrilevante e i Modelli, quelli capaci di infondere virtù, visioni, traguardi, orizzonti, gli ispiratori delle generazioni a venire, non hanno alcuna ragione d'essere. Il problema è che tutto questo ha anche (molto) a che vedere con l'idea che un popolo ha del proprio futuro, ovvero del fatto che non sappia nemmeno contemplarla la possibilità di immaginarlo, un futuro.
Come partire da una singola parola e trarre una visione dell'Italia drammaticamente (e anche un po' tragicamente) credibile.
Riferita alle cose spesso la si ritrova in pubblicità , ma non di rado viene utilizzata riferita anche alle persone, quelle che sono, o sono state, di esempio in vari campi, quelle che in qualche modo hanno tracciato una via, illuminato una strada, fatto pensare a qualcuno di voler essere come loro, seguire le loro orme. E forse davvero non c'è una migliore applicazione della parole inspiring: persone in grado di far sognare altre persone, individui capaci di cambiare la vita di altri individui, influenze positive esercitate non di proposito, ma spesso involontariamente, se non addirittura indirettamente, attraverso esistenze ritenute universalmente straordinarie. Il loro esempio, i loro traguardi, il loro valore, le loro capacità di attraversare traguardi impensati, la loro forza di cambiare in qualche misura il mondo. Se ci si pensa bene, questo non è molto distante, in senso lato, dalla definizione di "eroi".
Ci riflettevo qualche giorno fa, a corollario della scomparsa di Leonard Nimoy. Si trattava di un (semplice) attore, ancorché famosissimo, non di un Premio Nobel per la Pace. Eppure, grazie anche all'identificazione con il suo personaggio, Nimoy è stata una persona inspiring e grazie al lavoro di una vita continuerà a esserlo con la sua eredità telecinematografica. E con lui altri. Spesso le inspiring people hanno questo potere, almeno finché il fermento della memoria collettiva lo concede. Il punto è che non mi sono venute in mente persone "ispiranti". Italiane, voglio dire. Così, il fatto che la lingua italiana non sia avvezza all'uso dell'equivalente di inspiring mi è parso derivare dalla tradizionale mancanza italiana di persone inspiring. L'alternativa è che esista, in Italia, una tradizionale incapacità nazionale (culturale?) di attribuire a persone un ruolo inspiring.
Se poi una lingua è capace di dire qualcosa sulla nazione che la usa, le parole, i loro significati e la loro (non) esistenza, possono rivelare qualcosa sul popolo che (non) le usa. Quel che è peggio, infatti, è che il concetto di inspiring non mi pare proprio utilizzato in generale, nemmeno nell'ambito più cinico della pubblicità , come se questa attività intellettuale non fosse contemplata dal bagaglio culturale o sociale della nazione. Come se per l'Italia (ovvero per gli italiani) il ruolo dell'Esempio fosse del tutto irrilevante e i Modelli, quelli capaci di infondere virtù, visioni, traguardi, orizzonti, gli ispiratori delle generazioni a venire, non hanno alcuna ragione d'essere. Il problema è che tutto questo ha anche (molto) a che vedere con l'idea che un popolo ha del proprio futuro, ovvero del fatto che non sappia nemmeno contemplarla la possibilità di immaginarlo, un futuro.
Come partire da una singola parola e trarre una visione dell'Italia drammaticamente (e anche un po' tragicamente) credibile.
mercoledì 4 marzo 2015
Il Principe Azzurro, dalla scarpetta alla frusta
Un uomo bello e ricco seduce una studentessa e la convince a fare delle zozzerie trasgressive: dal bondage, al sadomaso, ecc.. Poi però lei si innamora. Poi però lui esagera. E allora lei lo manda a cagare. Questa, in poche parole, potrebbe esse la sinossi di 50 sfumature di grigio, film o libro non importa. Ciò che importa è che a guardare la storia in controluce ci sono due aspetti in conflitto tra loro che colpiscono e che sembrano completamente (e inquietantemente) assenti dalle critiche, concentrate invece per lo più sulla risibilità degli aspetti erotici del film o sulla scadente qualità letteraria del libro.
Il primo è il meschino sottotesto maschilista e classista della trama. Insomma c'è 'sto tipo straricco sfondato che convince una studentessa di umili origini a sottoscrivere un contratto per essere dominata (sessualmente). Quindi in un'unica situazione sono riunite e vengono in qualche modo esaltate le due coppie archetipiche della dominazione: uomo>donna, ricco>povero. E questo, vogliate o no, è un messaggio che passa. La seconda è il prodigioso sottotesto femminista e immaginativo che riesce a mascherare l'aspetto precedente dalla sua valenza maschilista e classista, per riportarlo all'interno di confini di ambizione e desiderabilità . E anche questo messaggio passa. Il fatto che poi alla fine lei lo molli perché lui esagera (la frusta di brutto, costringendola a contare le frustate come nei migliori racconti di schiavitù) non redime comunque una situazione che, nei suoi paradigmi di base, viene comunque accettata con una firma e, in qualche modo, celebrata.
Tramite il personaggio di Christian Grey, E.L. James (NB una donna) traccia così le coordinate valoriali del Principe Azzurro del nuovo millennio: un uomo potente, facoltoso, trasgressivo, bello (ovviamente), ossessionato dall'esercizio del dominio, al quale la donna concede la propria sottomissione, ancorché con qualche distinguo che però non vale certo ad affrancarla e a rimetterla in una condizione di parità . Il personaggio di Anastasia Steele (forse Steele sta a evocare il freddo dell'acciaio di una donna che ha bisogno del calore di emozioni estreme per sciogliersi in godimento?) rappresenta il prototipo della donna che alla fine accetta volentieri di sottomettersi alle pratiche pervertite di lui, vuoi nell'illusione di poterlo salvare, vuoi nella realtà della sua carta di credito (e la ricchezza non è un aspetto incidentale della storia, ma non lo è – se andiamo a vedere – nemmeno in quella di Cenerentola), vuoi per entrambe, vuoi per quello che volete voi.
Se poi, in ultima analisi, si considera che pare che il pubblico-tipo di questo film/libro sia per oltre la stragrande maggioranza femminile e per giunta piuttosto giovane, è facile giungere alla conclusione che quella di 50 sfumature di grigio è la rappresentazione legittimata, o la legittimazione rappresentata, di quelli che sono i (nuovi) desideri delle giovani donne di questo momento storico. Se una volta si sognava con Cenerentola, adesso si sogna con Anastasia Steele e non ci sarà da sorprendersi se tra non molto le bambine per carnevale chiederanno di vestirsi di latex.
[Nota: Le illustrazioni sono di Michele Moricci. Ne potete vedere altre qui.]
Il primo è il meschino sottotesto maschilista e classista della trama. Insomma c'è 'sto tipo straricco sfondato che convince una studentessa di umili origini a sottoscrivere un contratto per essere dominata (sessualmente). Quindi in un'unica situazione sono riunite e vengono in qualche modo esaltate le due coppie archetipiche della dominazione: uomo>donna, ricco>povero. E questo, vogliate o no, è un messaggio che passa. La seconda è il prodigioso sottotesto femminista e immaginativo che riesce a mascherare l'aspetto precedente dalla sua valenza maschilista e classista, per riportarlo all'interno di confini di ambizione e desiderabilità . E anche questo messaggio passa. Il fatto che poi alla fine lei lo molli perché lui esagera (la frusta di brutto, costringendola a contare le frustate come nei migliori racconti di schiavitù) non redime comunque una situazione che, nei suoi paradigmi di base, viene comunque accettata con una firma e, in qualche modo, celebrata.
Tramite il personaggio di Christian Grey, E.L. James (NB una donna) traccia così le coordinate valoriali del Principe Azzurro del nuovo millennio: un uomo potente, facoltoso, trasgressivo, bello (ovviamente), ossessionato dall'esercizio del dominio, al quale la donna concede la propria sottomissione, ancorché con qualche distinguo che però non vale certo ad affrancarla e a rimetterla in una condizione di parità . Il personaggio di Anastasia Steele (forse Steele sta a evocare il freddo dell'acciaio di una donna che ha bisogno del calore di emozioni estreme per sciogliersi in godimento?) rappresenta il prototipo della donna che alla fine accetta volentieri di sottomettersi alle pratiche pervertite di lui, vuoi nell'illusione di poterlo salvare, vuoi nella realtà della sua carta di credito (e la ricchezza non è un aspetto incidentale della storia, ma non lo è – se andiamo a vedere – nemmeno in quella di Cenerentola), vuoi per entrambe, vuoi per quello che volete voi.
Se poi, in ultima analisi, si considera che pare che il pubblico-tipo di questo film/libro sia per oltre la stragrande maggioranza femminile e per giunta piuttosto giovane, è facile giungere alla conclusione che quella di 50 sfumature di grigio è la rappresentazione legittimata, o la legittimazione rappresentata, di quelli che sono i (nuovi) desideri delle giovani donne di questo momento storico. Se una volta si sognava con Cenerentola, adesso si sogna con Anastasia Steele e non ci sarà da sorprendersi se tra non molto le bambine per carnevale chiederanno di vestirsi di latex.
[Nota: Le illustrazioni sono di Michele Moricci. Ne potete vedere altre qui.]
mercoledì 18 febbraio 2015
Tre allegri ragazzi morti (viventi)
Il Volo vince il Festival di Sanremo. Il Volo ha un successo della madonna. Il Volo è sintomo di qualcosa di terribile. Perché Il Volo è la fotografia dell'immobilismo di questo paese. Un paese in cui viene premiato il ripiegamento su se stessi, la nostalgia, il passato, la garanzia, ovvero quello che è già stato fatto e ha già avuto successo. Un paese che, dunque, ti dimostra che non si deve rischiare e, per questo, un paese artisticamente morto. Un paese zombizzato culturalmente dove, piuttosto che inseguire la creatività , i giovani preferiscono mostrare il collo alle zanne dei vecchi (o vengono indirizzati a farlo, oppure non hanno scelta perché è il dazio che devono pagare per entrare nel club). Un paese che, tranne rare eccezioni, tratta l'espressione creativa come un incidente di percorso, una malattia curabile, qualcosa di ingombrante di cui sbarazzarsi, di appuntito da spuntare, di puzzolente da deodorare, qualcosa di cui sbarazzarsi in fretta per incanalarsi nei rassicuranti (e magari economicamente fruttuosi) binari di un deja vu triste e mortificante.
Avvinghiata intorno alle proprie radici nutrite dall'illusione della propria tradizione, l'Italia de Il Volo è, paradossalmente, il ritratto di un paese incapace di dare orizzonti verso i quali prendere il volo, un paese che in questa espressione dimostra tutta la sua stanchezza e pigrizia croniche, la sua mancanza di humus culturale e di un qualunque fermento, un paese reazionario ostaggio della vecchiaia, fisica, ma anche intellettuale, di tutti coloro che, a vario titolo, detengono il potere e che, in questo modo, cercano di mantenerlo saldo fino all'ultimo dei loro respiri, ma sapendo che dopo di loro ci sarà qualcuno come loro a mantenere la barra del timone dritta sempre sulla stessa, maledettissima rotta.
E poi vedi cosa succede nei blog: uno parte dal Festival di Sanremo e finisce per parlare della democrazia cristiana.
Avvinghiata intorno alle proprie radici nutrite dall'illusione della propria tradizione, l'Italia de Il Volo è, paradossalmente, il ritratto di un paese incapace di dare orizzonti verso i quali prendere il volo, un paese che in questa espressione dimostra tutta la sua stanchezza e pigrizia croniche, la sua mancanza di humus culturale e di un qualunque fermento, un paese reazionario ostaggio della vecchiaia, fisica, ma anche intellettuale, di tutti coloro che, a vario titolo, detengono il potere e che, in questo modo, cercano di mantenerlo saldo fino all'ultimo dei loro respiri, ma sapendo che dopo di loro ci sarà qualcuno come loro a mantenere la barra del timone dritta sempre sulla stessa, maledettissima rotta.
E poi vedi cosa succede nei blog: uno parte dal Festival di Sanremo e finisce per parlare della democrazia cristiana.
mercoledì 11 febbraio 2015
Geografie dell'Italia che odia
Spesso, nella semplicità aerea del fiato che spolvera le corde vocali, ci si dimentica dell'importanza delle parole, della loro fisicità , del fatto che hanno un peso e una ruvidità , e che è prima di tutto con le parole che disegniamo i contorni di noi stessi e del mondo che ci circonda, dei pensieri e delle persone con cui entriamo in contatto. E che, dunque, le parole non possono essere trascurate come un incidente di percorso evolutivo della glottide. Le parole sono importanti e per questo dobbiamo stare attenti a come le usiamo e a come vengono usate, perché questo può dare un'immagine di come siamo noi e di come sono gli altri, soprattutto in un tempo in cui il verba volant è sempre meno praticato a favore di quello scripta manent del nuovo millennio che trova espressione nella comunicazione attraverso i social network.
Accade così che si possa monitorare la frequenza con cui un certo numero di parole ritenute significative appaiono su Twitter, e da questo, ove possibile, mappare le loro ricorrenze per zone geografiche di provenienza dei relativi tweet. In questo modo, se le parole designate sono quelle proprie dell'omofobia, della misoginia, dell'antisemitismo, del razzismo e dell'intolleranza verso le disabilità , è possibile disegnare una geografia che specifica dove queste intolleranze risultano maggiormente radicate e presenti sul territorio.
1. MISOGINIA
2. OMOFOBIA
Questo è, in breve, lo studio che in più di un anno di lavoro ha realizzato Vox – Osservatorio Italiano sui Diritti, sulla scorta di analoghi esempi stranieri come la Hate Map redatta dalla Humboldt State University nel caso degli USA, e che, monitorando circa 1.800.000 tweet distribuiti sul territorio italiano rispetto a un ben determinato ventaglio di parole e concetti identificativi di manifestazioni di odio e intolleranza, ha mappato geograficamente famiglie di sentimenti di ostilità e discriminazione registrandone l'intensità rispetto alla frequenza delle parole-chiave scelte.
Ciò che ne emerge, e che vi invito a guardare attraverso le mappe riportate qui sotto, è un quadro geo-sociale molto interessante, dove la misoginia – per esempio – ha riscontrato un elevatissimo numero di tweet (oltre 1.100.000 in 8 mesi) e si è dimostrata, a dispetto di quello che ci si poteva aspettare, la forma di intolleranza più rilevante e distribuita. Dal punto di vista essenzialmente geografico, invece, l'Italia più intollerante si troverebbe al Nord e al Sud, mentre il Centro sembrerebbe un'oasi a maggior grado di tolleranza, fatta eccezione però per l'antisemitismo, per il quale la situazione appare ribaltata.
3. RAZZISMO
4. ANTISEMITISMO
Ma se l'analisi della comunicazione dell'odio attraverso un social media come Twitter potrebbe non essere del tutto attendibile rispetto a una realtà che non trova una corrispondenza capillare rispetto a questo tipo di mezzo di comunicazione ancora non molto diffuso nel nostro Paese, ma la cui virtualità può essere un incentivo alla disinibizione e dunque a sentirsi più liberi di dire le proprie opinioni senza il filtro dell'ipocrisia e del perbenismo, l'analisi fatta da Vox può anche essere vista dalla prospettiva opposta, ovvero di come rispetto a effettivi episodi registrati sul territorio, i social media diventano anche veicoli e catalizzatori di violenza e intolleranza.
5. DISABILITA'
Complessivamente, come potete vedere, le mappe si dimostrano abbastanza impressionanti nella restituzione di istantanee di un paese ancora parecchio distante da una civiltà del rispetto e della tolleranza, ma soprattutto un paese non omogeneo, un paese dove non si può abbassare la guardia pensando che quelli che si sentono giungere di tanto in tanto attraverso la cronaca siano solo casi isolati per i quali non è necessario preoccuparsi , e dove le mappe possono dare indicazioni sulle aree dove è maggiormente necessario intervenire a livello di educazione e sensibilizzazione. Perché è da lì che, come sempre, bisogna cominciare: dalle coscienze, dai valori, dal proprio modo di sentire gli altri. Non dimentichiamolo mai quando, per esempio, anche per veniali questioni di traffico, ci ritroviamo a dare del frocio a qualcuno o della troia a qualcun altra. Che ci piaccia o no, noi siamo le nostre parole e le nostre parole sono noi. Non dimentichiamolo mai quando apriamo bocca.
Accade così che si possa monitorare la frequenza con cui un certo numero di parole ritenute significative appaiono su Twitter, e da questo, ove possibile, mappare le loro ricorrenze per zone geografiche di provenienza dei relativi tweet. In questo modo, se le parole designate sono quelle proprie dell'omofobia, della misoginia, dell'antisemitismo, del razzismo e dell'intolleranza verso le disabilità , è possibile disegnare una geografia che specifica dove queste intolleranze risultano maggiormente radicate e presenti sul territorio.
1. MISOGINIA
2. OMOFOBIA
Questo è, in breve, lo studio che in più di un anno di lavoro ha realizzato Vox – Osservatorio Italiano sui Diritti, sulla scorta di analoghi esempi stranieri come la Hate Map redatta dalla Humboldt State University nel caso degli USA, e che, monitorando circa 1.800.000 tweet distribuiti sul territorio italiano rispetto a un ben determinato ventaglio di parole e concetti identificativi di manifestazioni di odio e intolleranza, ha mappato geograficamente famiglie di sentimenti di ostilità e discriminazione registrandone l'intensità rispetto alla frequenza delle parole-chiave scelte.
Ciò che ne emerge, e che vi invito a guardare attraverso le mappe riportate qui sotto, è un quadro geo-sociale molto interessante, dove la misoginia – per esempio – ha riscontrato un elevatissimo numero di tweet (oltre 1.100.000 in 8 mesi) e si è dimostrata, a dispetto di quello che ci si poteva aspettare, la forma di intolleranza più rilevante e distribuita. Dal punto di vista essenzialmente geografico, invece, l'Italia più intollerante si troverebbe al Nord e al Sud, mentre il Centro sembrerebbe un'oasi a maggior grado di tolleranza, fatta eccezione però per l'antisemitismo, per il quale la situazione appare ribaltata.
3. RAZZISMO
4. ANTISEMITISMO
Ma se l'analisi della comunicazione dell'odio attraverso un social media come Twitter potrebbe non essere del tutto attendibile rispetto a una realtà che non trova una corrispondenza capillare rispetto a questo tipo di mezzo di comunicazione ancora non molto diffuso nel nostro Paese, ma la cui virtualità può essere un incentivo alla disinibizione e dunque a sentirsi più liberi di dire le proprie opinioni senza il filtro dell'ipocrisia e del perbenismo, l'analisi fatta da Vox può anche essere vista dalla prospettiva opposta, ovvero di come rispetto a effettivi episodi registrati sul territorio, i social media diventano anche veicoli e catalizzatori di violenza e intolleranza.
5. DISABILITA'
Complessivamente, come potete vedere, le mappe si dimostrano abbastanza impressionanti nella restituzione di istantanee di un paese ancora parecchio distante da una civiltà del rispetto e della tolleranza, ma soprattutto un paese non omogeneo, un paese dove non si può abbassare la guardia pensando che quelli che si sentono giungere di tanto in tanto attraverso la cronaca siano solo casi isolati per i quali non è necessario preoccuparsi , e dove le mappe possono dare indicazioni sulle aree dove è maggiormente necessario intervenire a livello di educazione e sensibilizzazione. Perché è da lì che, come sempre, bisogna cominciare: dalle coscienze, dai valori, dal proprio modo di sentire gli altri. Non dimentichiamolo mai quando, per esempio, anche per veniali questioni di traffico, ci ritroviamo a dare del frocio a qualcuno o della troia a qualcun altra. Che ci piaccia o no, noi siamo le nostre parole e le nostre parole sono noi. Non dimentichiamolo mai quando apriamo bocca.
sabato 17 gennaio 2015
Greta, Vanessa, i media e noi
In tutta questa storia Greta e Vanessa hanno due difetti terribili. Il primo è la loro giovanissima età . E su questo non ci sono dubbi, visto che hanno rispettivamente 20 e 21 anni. Il secondo, peraltro in parte diretta conseguenza dal primo, è la faccia. Proprio lei. Quella cosa che, a noi che siamo totalmente al di fuori della loro vicenda e ce ne facciamo un'idea solo attraverso i più svariati mezzi di comunicazione, ci trasmette due espressioni che, in fatto di volontariato, te le immagineresti più dietro il banco della lotteria di beneficienza della Festa Parrocchiale di Sant'Agata, che in Siria a un tiro di kalashnikov da un manipolo di mujaheddin con le barbe cespugliose e le cartucciere incrociate sul petto.
Mi riferisco alle loro immagini prima della prigionia, quelle che i media ci stanno propinando a sottolineare retoricamente il pauroso divario rispetto a come le stiamo vedendo in queste ore, dopo la prigionia, devastate nell'anima e nel corpo dai mesi di un terrore consumato nella terribile incertezza dell'esito finale. Ma di questo loro non hanno nessuna colpa. Sono giovani e forse, sì, anche un po' naïf. Sono così, Greta e Vanessa. O meglio, ce le stanno facendo vedere così. Ed è un attimo costruirsi l'immagine di due idealiste (forse) un po' sprovvedute, o (forse) un po' incoscienti, o (forse, chissà ) nessuna delle due cose, perché nessuno di noi le conosce sul serio. I media costruiscono l'immagine mentale che noi abbiamo di loro.
Ed è da qui, da questa immagine irreale e dalla nostra percezione derivata, che è partita la polemica piuttosto spiacevole che ruota per lo più intorno al vociferato riscatto (12.000.000€?) sborsato per la loro liberazione. Del resto la cifra non importa, in quanto in certi frangenti la libertà non è (mai) gratis, non può esserlo, né è quasi mai come nei film, quando si finisce con il classico scambio di prigionieri e tutti a casa felici e contenti. Insomma, potete stare certi che non le hanno rimandate a casa perché puzzavano. Detto questo, perché a molti questa cosa non va bene? Perché quei soldi sono nostri soldi? Nell'ipotesi (ragionevole) dei 12.000.000€, se gli italiani sono 60.000.000, significa che ciascuno di noi avrebbe sborsato 10 cent per ciascuna di loro. È da molto ormai che con 10 cent non ci compri neanche un rotolo di carta igienica. Non li vale forse 10 cent una vita?
Poi però c'è la storia di quanta gente verrà ammazzata con le armi che i terroristi si compreranno con quei soldi. Vero. E poi c'è anche la faccenda della sicurezza degli altri italiani in giro per il mondo, visto che adesso lo Stato italiano si sarà fatto la reputazione di ottimo finanziatore di terroristi. Vero anche questo. È per questo che ci sono nazioni che non pagano mai, in nessun caso (o almeno così dicono). Ma queste sono scelte, badate bene, politiche. Non c'entrano alcunché con la solidarietà , né con l'umanità . Il punto, semmai, è che forse non doveva essere loro consentito di andare. Forse, meglio, non dovrebbe essere consentito a ONG prive di adeguate strutture locali (anche di sicurezza) di operare in posti così esplicitamente a rischio. Ma anche di questo, noi da qui sappiamo ben poco e non è facile farsi un’idea che si avvicini al vero. Quindi è facile sputare sentenze a vanvera. C'è però un'altra cosa che mi tormenta, a proposito di tutto il bailamme che ne sta venendo fuori in queste ore, come una specie di linciaggio mediatico.
Se invece di Greta e Vanessa si fossero chiamate Mario e Giuseppe, sarebbe successo lo stesso?
Mi riferisco alle loro immagini prima della prigionia, quelle che i media ci stanno propinando a sottolineare retoricamente il pauroso divario rispetto a come le stiamo vedendo in queste ore, dopo la prigionia, devastate nell'anima e nel corpo dai mesi di un terrore consumato nella terribile incertezza dell'esito finale. Ma di questo loro non hanno nessuna colpa. Sono giovani e forse, sì, anche un po' naïf. Sono così, Greta e Vanessa. O meglio, ce le stanno facendo vedere così. Ed è un attimo costruirsi l'immagine di due idealiste (forse) un po' sprovvedute, o (forse) un po' incoscienti, o (forse, chissà ) nessuna delle due cose, perché nessuno di noi le conosce sul serio. I media costruiscono l'immagine mentale che noi abbiamo di loro.
Ed è da qui, da questa immagine irreale e dalla nostra percezione derivata, che è partita la polemica piuttosto spiacevole che ruota per lo più intorno al vociferato riscatto (12.000.000€?) sborsato per la loro liberazione. Del resto la cifra non importa, in quanto in certi frangenti la libertà non è (mai) gratis, non può esserlo, né è quasi mai come nei film, quando si finisce con il classico scambio di prigionieri e tutti a casa felici e contenti. Insomma, potete stare certi che non le hanno rimandate a casa perché puzzavano. Detto questo, perché a molti questa cosa non va bene? Perché quei soldi sono nostri soldi? Nell'ipotesi (ragionevole) dei 12.000.000€, se gli italiani sono 60.000.000, significa che ciascuno di noi avrebbe sborsato 10 cent per ciascuna di loro. È da molto ormai che con 10 cent non ci compri neanche un rotolo di carta igienica. Non li vale forse 10 cent una vita?
Poi però c'è la storia di quanta gente verrà ammazzata con le armi che i terroristi si compreranno con quei soldi. Vero. E poi c'è anche la faccenda della sicurezza degli altri italiani in giro per il mondo, visto che adesso lo Stato italiano si sarà fatto la reputazione di ottimo finanziatore di terroristi. Vero anche questo. È per questo che ci sono nazioni che non pagano mai, in nessun caso (o almeno così dicono). Ma queste sono scelte, badate bene, politiche. Non c'entrano alcunché con la solidarietà , né con l'umanità . Il punto, semmai, è che forse non doveva essere loro consentito di andare. Forse, meglio, non dovrebbe essere consentito a ONG prive di adeguate strutture locali (anche di sicurezza) di operare in posti così esplicitamente a rischio. Ma anche di questo, noi da qui sappiamo ben poco e non è facile farsi un’idea che si avvicini al vero. Quindi è facile sputare sentenze a vanvera. C'è però un'altra cosa che mi tormenta, a proposito di tutto il bailamme che ne sta venendo fuori in queste ore, come una specie di linciaggio mediatico.
Se invece di Greta e Vanessa si fossero chiamate Mario e Giuseppe, sarebbe successo lo stesso?
venerdì 9 gennaio 2015
Il complotto come mitologia del male
Quando accadono cose troppo brutte per essere vere, è allora che scatta puntuale l'ipotesi di complotto. Perché il complotto consola, il complotto giustifica, la natura maligna e perversa del complotto riesce in qualche modo a darci ragione di cose che altrimenti faremmo fatica a disciplinare. Perché il complotto è prima di tutto un antidoto a una realtà che stordisce da quanto è brutta, una realtà che fa schifo, che fa vomitare, che fa orrore, che avvelena. Per questo c'è il complotto, perché non si può credere di fare parte di quella stessa realtà . Dunque si genera una finzione, il complotto, uno spazio cognitivo consolatorio in cui l'orrore sta su un piano diverso, più credibile, in qualche modo più accettabile, forse anche perché inevitabile. Ma soprattutto, il complotto conferisce una giustificazione e una complessità al male che nello stesso tempo ci allontana e ci separa da esso. Invece il male è stupido, il male è noioso, il male è molto più banale e prosaico di quanto si possa immaginare. Proprio come la vita di tutti noi.
lunedì 28 ottobre 2013
Elegia dei sensi perduti (forse per sempre)
Quando qualcuno chiedeva a George Mallory perché voleva andare in cima all'Everest - cosa che provò a fare per ben tre volte prima di restarne vittima nel 1924 - lui rispondeva: «Perché è lì». Così, semplicemente. Una risposta all'apparenza quasi ingenua, ma perfetta per tracciare gli smisurati contorni di un gesto epico, come quello dell'esplorazione, della conquista, dello spingersi oltre i confini conosciuti, dell'arrivare dove nessuno è mai giunto prima anche a rischio della vita, la cui utilità è dunque - di fatto - tutta e solo culturale.
Perché andare sulla Luna? «Perché è lì». Perché conquistare il Polo Sud? «Perché è lì». Perché andare su Marte? «Perché è lì». Eppure, oggi, alle orecchie della maggioranza quel «Perché è lì» è una risposta che suona incomprensibile come la frase astrusa di una lingua dimenticata, in quanto fa parte di una grammatica concettuale ormai colonizzata, rimodellata, stravolta da nuovi paradigmi. Una società in cui la tecnologia ha abituato l'umanità a vedere svelata ogni cosa con lo sforzo di un clic, e che in questo modo ha smarrito il senso di ogni mitologia (e dunque di ogni immaginazione), trova insensato il gesto della conquista fine a se stessa, perché la conquista ha proprio a che vedere, prima di ogni altra cosa, con il mistero, la mitologia e l'immaginazione. E questa lacuna la si ritrova tanto più radicata nelle giovani generazioni, programmate negli ultimi vent'anni al principio assoluto dell'utilitarismo-a-tutti-i-costi. Insomma, tu sei lì che - magari - gli parli davvero di esplorazione di Marte e loro ti guardano con il punto interrogativo che gli oscilla piano sulla testa, finché la domanda a un certo punto te la fanno: «Ma a che cosa serve andare su Marte?»
E tu allora, certo, puoi provare a parlargli dell'importanza della ricerca della vita e del come solo un equipaggio - e non un robot - potrebbe riuscire a compierla, del fatto che in fin dei conti, pur con tutte le difficoltà del caso, Marte è l'unico pianeta che l'uomo potrebbe abitare, puoi provare anche a buttare lì come ultima carta (ma non ultima in ordine di importanza) il valore supremo della conoscenza. Ma alla fine puoi stare certo/a che non li avrai convinti, perché tutti questi discorsi alle loro orecchie avranno sempre e comunque più d'una sfumatura accessoria, aleatoria, opzionale. Perché lo sforzo sarebbe titanico e il rischio a esso proporzionato, a fronte di quale reale ritorno? La tua risposta dovrebbe essere, semplicemente: «Perché è lì». Ma se non sono recepite le altre, figuriamoci questa.
Quello che più dovrebbe angosciare, però, è quello che questa perdita implica, perché di autentica perdita si tratta. Perché perdere il senso della conquista e dell'esplorazione, è perdere il senso del mistero, nell'illusione che non ce ne sia più neanche uno (o, ancora peggio, che non ci sia più alcun bisogno di svelare quello che ancora c'è, perché in fondo non è poi così importante), è perdere il senso dell'evoluzione e dell'elevazione umana come nell'assurda presunzione di avere già raggiunto il massimo (o, ancora peggio, che non ci sia più alcun bisogno di spingerci oltre, perché in fondo non è poi così importante), e dunque è perdere il senso del futuro e della nostra speranza in esso.
Ma è anche (soprattutto?) perdere il senso del mandala, ovvero dell'impegno alla realizzazione dell'impresa, ambiziosa, meravigliosa, strabiliante ancorché effimera, in quanto non portatrice di alcun ritorno materiale, perché oggi conta ormai più la meta che il percorso, più la retribuzione finale che l'esperienza, più lo sponsor che il gesto. Come perdere il senso dell'importanza della cultura, anzi quello della vita stesso.
Perché andare sulla Luna? «Perché è lì». Perché conquistare il Polo Sud? «Perché è lì». Perché andare su Marte? «Perché è lì». Eppure, oggi, alle orecchie della maggioranza quel «Perché è lì» è una risposta che suona incomprensibile come la frase astrusa di una lingua dimenticata, in quanto fa parte di una grammatica concettuale ormai colonizzata, rimodellata, stravolta da nuovi paradigmi. Una società in cui la tecnologia ha abituato l'umanità a vedere svelata ogni cosa con lo sforzo di un clic, e che in questo modo ha smarrito il senso di ogni mitologia (e dunque di ogni immaginazione), trova insensato il gesto della conquista fine a se stessa, perché la conquista ha proprio a che vedere, prima di ogni altra cosa, con il mistero, la mitologia e l'immaginazione. E questa lacuna la si ritrova tanto più radicata nelle giovani generazioni, programmate negli ultimi vent'anni al principio assoluto dell'utilitarismo-a-tutti-i-costi. Insomma, tu sei lì che - magari - gli parli davvero di esplorazione di Marte e loro ti guardano con il punto interrogativo che gli oscilla piano sulla testa, finché la domanda a un certo punto te la fanno: «Ma a che cosa serve andare su Marte?»
E tu allora, certo, puoi provare a parlargli dell'importanza della ricerca della vita e del come solo un equipaggio - e non un robot - potrebbe riuscire a compierla, del fatto che in fin dei conti, pur con tutte le difficoltà del caso, Marte è l'unico pianeta che l'uomo potrebbe abitare, puoi provare anche a buttare lì come ultima carta (ma non ultima in ordine di importanza) il valore supremo della conoscenza. Ma alla fine puoi stare certo/a che non li avrai convinti, perché tutti questi discorsi alle loro orecchie avranno sempre e comunque più d'una sfumatura accessoria, aleatoria, opzionale. Perché lo sforzo sarebbe titanico e il rischio a esso proporzionato, a fronte di quale reale ritorno? La tua risposta dovrebbe essere, semplicemente: «Perché è lì». Ma se non sono recepite le altre, figuriamoci questa.
Quello che più dovrebbe angosciare, però, è quello che questa perdita implica, perché di autentica perdita si tratta. Perché perdere il senso della conquista e dell'esplorazione, è perdere il senso del mistero, nell'illusione che non ce ne sia più neanche uno (o, ancora peggio, che non ci sia più alcun bisogno di svelare quello che ancora c'è, perché in fondo non è poi così importante), è perdere il senso dell'evoluzione e dell'elevazione umana come nell'assurda presunzione di avere già raggiunto il massimo (o, ancora peggio, che non ci sia più alcun bisogno di spingerci oltre, perché in fondo non è poi così importante), e dunque è perdere il senso del futuro e della nostra speranza in esso.
Ma è anche (soprattutto?) perdere il senso del mandala, ovvero dell'impegno alla realizzazione dell'impresa, ambiziosa, meravigliosa, strabiliante ancorché effimera, in quanto non portatrice di alcun ritorno materiale, perché oggi conta ormai più la meta che il percorso, più la retribuzione finale che l'esperienza, più lo sponsor che il gesto. Come perdere il senso dell'importanza della cultura, anzi quello della vita stesso.
martedì 15 ottobre 2013
martedì 1 ottobre 2013
Quell'ultima fetta della torta Barilla
Supponiamo per un momento che Mr. Barilla non sia l'idiota che è apparso a molti (ma non tutti). Dopodiché proviamo a fare quest'esercizio. Immaginiamo che Barilla l'altro giorno non abbia parlato a vanvera ai microfoni della Zanzara, ma lo abbia fatto in seguito a una ben precisa strategia, pianificata con il suo Direttore Marketing e approvata dal CDA, in quanto risultato inequivocabile di approfonditi (e costosi, dunque veri) studi di settore, ricerche di mercato, sondaggi di opinione e analisi psicosociologiche comparate, in base ai quali sarebbe redditizio dal punto di vista del mercato schierarsi dalla parte di quella fetta della torta dei consumatori costituita dagli omofobi.
Però quando si entra in territori del genere non è il caso di esagerare. Dunque magari non proprio coloro che gli omosessuali li prenderebbero a sprangate, li brucerebbero in piazza o si augurerebbero per loro la castrazione chimica obbligatoria, che peraltro (si spera) sono pochi e quindi poco rilevanti dal punto di vista delle quote di mercato di Macine e Galletti. Allora però nemmeno quelli che dicono che "l'AIDS è la giusta punizione divina" oppure "sì, vabbè, però devi ammettere che sono contro natura, perché la natura è per la riproduzione". Costoro saranno un po' di più naturalmente, ma di certo ancora non abbastanza da influenzare Farfalle e Rigatoni. A 'sto punto, pertanto, neanche coloro cui gli LGBT fanno schifo o che "però dovrebbero fare qualcosa perché, è inutile girarci intorno, questi sono ma-la-ti". Sebbene il loro numero sarà ancora un tantino più elevato, non ci sarà da preoccuparsi per Pasta Voiello e Pavesini (sì, pure loro). E dunque, infine, neppure coloro che li chiamano ricchioni/ossi buchi/culi sfranti/ecc. ecc., o che si danno di gomito alle spalle del collega che lo sanno tutti che "gli piace prenderlo in culo", i quali, benché saranno decisamente molti di più, di certo non è gente che mangia pasta o prodotti da forno.
Ora, a parte gli LGBT, chi c'è rimasto sulla glassa della torta laggiù?
Però quando si entra in territori del genere non è il caso di esagerare. Dunque magari non proprio coloro che gli omosessuali li prenderebbero a sprangate, li brucerebbero in piazza o si augurerebbero per loro la castrazione chimica obbligatoria, che peraltro (si spera) sono pochi e quindi poco rilevanti dal punto di vista delle quote di mercato di Macine e Galletti. Allora però nemmeno quelli che dicono che "l'AIDS è la giusta punizione divina" oppure "sì, vabbè, però devi ammettere che sono contro natura, perché la natura è per la riproduzione". Costoro saranno un po' di più naturalmente, ma di certo ancora non abbastanza da influenzare Farfalle e Rigatoni. A 'sto punto, pertanto, neanche coloro cui gli LGBT fanno schifo o che "però dovrebbero fare qualcosa perché, è inutile girarci intorno, questi sono ma-la-ti". Sebbene il loro numero sarà ancora un tantino più elevato, non ci sarà da preoccuparsi per Pasta Voiello e Pavesini (sì, pure loro). E dunque, infine, neppure coloro che li chiamano ricchioni/ossi buchi/culi sfranti/ecc. ecc., o che si danno di gomito alle spalle del collega che lo sanno tutti che "gli piace prenderlo in culo", i quali, benché saranno decisamente molti di più, di certo non è gente che mangia pasta o prodotti da forno.
Ora, a parte gli LGBT, chi c'è rimasto sulla glassa della torta laggiù?
lunedì 9 settembre 2013
Femen, ovvero la tetta è il mezzo o il messaggio?
Non ci credo. Non credo alle loro battaglie, ai loro pugni alzati, alle loro smorfie e alle loro urla. Perché le Femen sono (tutte) troppo belle, hanno (tutte) le tette troppo sode, le pance (tutte) troppo piatte, per pensare che non siano attentamente selezionate come modelle disoccupate per passerelle inconsuete. Non si può non osservare che i loro sono veri e propri show e, anche se talvolta vengono realizzati - bisogna ammetterlo - in condizioni estreme e dunque difficili e non prive di rischi e di conseguenze, non possono essere considerate vere e proprie proteste, in quanto l'ostentazione e reiterazione inalterata delle modalità , quelle di esporre il seno nudo e slogan dipinti sul corpo, dà origine almeno a due contraddizioni forti.
Innanzitutto, l'uso ostentato del corpo femminile, vero e proprio marchio di fabbrica delle Femen, trasforma il messaggio femminista nel suo opposto, delegittimandone così l'azione, in quanto la mancanza di un nesso causale forte tra mezzo e messaggio, fa prevalere la strumentalizzazione del corpo al solo scopo mediatico. A cos'altro serve che a ogni performance si mostrino seminude, se non a far cliccare la gente come scimmiette sulle foto che fanno il giro della rete in tempo reale?
In secondo luogo, un movimento di protesta che cerca credibilità non può essere realizzato solo per interposta persona. La protesta spesso è sì catalizzata da un movimento, altrettanto spesso (anzi sempre) guidato da un singolo personaggio di grandissimo carisma, ma poi va in scena con la gente, per le strade, nelle piazze. A centinaia, a migliaia, a milioni. La protesta vera è un'epidemia e vive di contagio e di partecipazione. È così che si diffondono le idee e si cambiano le cose. Chi sono invece quelle donne? Perché protestano? Chi rappresentano? Rispondono: le donne ucraine. Eppure vediamo le Femen manifestare per le istanze più diverse. Passando dal turismo sessuale in India, alla repressione dei media, dal mondo della moda, a Putin, da forum economici mondiali, alla Gazprom, alla discriminazione omosessuale, al Vaticano. Dunque a che titolo fanno quello che fanno? Chi si sente rappresentato dal loro agire? E, soprattutto, a cosa (a chi?) serve quello che fanno?
Senza entrare nel merito delle voci che cominciano a girare, ovvero sul fatto che l'ideologo del movimento femminista sarebbe in realtà un uomo, tale Viktor Svyatskiy, che a proposito della sua creazione avrebbe ammesso: "Gli uomini fanno di tutto per il sesso: io ho creato il gruppo per avere delle donne", o sul fatto che il movimento sarebbe finanziato da tre miliardari e dunque le ragazze lautamente stipendiate, se è vero che il mezzo è il messaggio, tutto ciò che ricorderete delle loro proteste è solo quello su cui vi si posa maggiormente l'attenzione. Delle gran tette. E comincio a credere che non abbiate bisogno di molto altro.
Innanzitutto, l'uso ostentato del corpo femminile, vero e proprio marchio di fabbrica delle Femen, trasforma il messaggio femminista nel suo opposto, delegittimandone così l'azione, in quanto la mancanza di un nesso causale forte tra mezzo e messaggio, fa prevalere la strumentalizzazione del corpo al solo scopo mediatico. A cos'altro serve che a ogni performance si mostrino seminude, se non a far cliccare la gente come scimmiette sulle foto che fanno il giro della rete in tempo reale?
In secondo luogo, un movimento di protesta che cerca credibilità non può essere realizzato solo per interposta persona. La protesta spesso è sì catalizzata da un movimento, altrettanto spesso (anzi sempre) guidato da un singolo personaggio di grandissimo carisma, ma poi va in scena con la gente, per le strade, nelle piazze. A centinaia, a migliaia, a milioni. La protesta vera è un'epidemia e vive di contagio e di partecipazione. È così che si diffondono le idee e si cambiano le cose. Chi sono invece quelle donne? Perché protestano? Chi rappresentano? Rispondono: le donne ucraine. Eppure vediamo le Femen manifestare per le istanze più diverse. Passando dal turismo sessuale in India, alla repressione dei media, dal mondo della moda, a Putin, da forum economici mondiali, alla Gazprom, alla discriminazione omosessuale, al Vaticano. Dunque a che titolo fanno quello che fanno? Chi si sente rappresentato dal loro agire? E, soprattutto, a cosa (a chi?) serve quello che fanno?
Senza entrare nel merito delle voci che cominciano a girare, ovvero sul fatto che l'ideologo del movimento femminista sarebbe in realtà un uomo, tale Viktor Svyatskiy, che a proposito della sua creazione avrebbe ammesso: "Gli uomini fanno di tutto per il sesso: io ho creato il gruppo per avere delle donne", o sul fatto che il movimento sarebbe finanziato da tre miliardari e dunque le ragazze lautamente stipendiate, se è vero che il mezzo è il messaggio, tutto ciò che ricorderete delle loro proteste è solo quello su cui vi si posa maggiormente l'attenzione. Delle gran tette. E comincio a credere che non abbiate bisogno di molto altro.
mercoledì 28 novembre 2012
La pasticceria delle Primarie
Ancor più della faccenda (prevedibile) del ballottaggio, c'è una considerazione che emerge dalle Primarie di domenica scorsa su cui voglio soffermarmi. Perché se quasi quattro milioni di persone - ovvero quasi il 10% degli aventi diritto al voto della popolazione italiana (e dunque quasi il 20% dei votanti a sinistra, se si considerano i due schieramenti più o meno divisi in parti uguali) - decidono di partecipare a una simile consultazione popolare, per certi aspetti del tutto inutile, per altri non proprio del tutto trascurabile, sborsando pure 2€, significa che il popolo della sinistra ha ancora (nonostante tutto) voglia di partecipare, pensa che si possa ancora fare qualcosa, ovvero di sentirsi parte di un corpo unico, come la condivisione di un orizzonte, l'appartenenza popolare a un medesimo ideale, la coltivazione di un progetto comune.
Tutto ciò fa parte della capacità di avere ancora (nonostante tutto) la visione di un futuro migliore del presente e questo è davvero bellissimo, perché dà in qualche modo la misura della vitalità di un paese, o almeno di una parte di esso, ovvero delle singole persone che, tutte insieme, lo animano. Persone che, dentro un mondo che ha una percezione del domani proporzionata ai dividendi del prossimo trimestre, hanno voglia di pensare al futuro loro e delle generazioni che verranno e dunque vogliono una politica lungimirante e interessata (anche) ai loro problemi. Ma il punto è: saprà la politica fare suo questo messaggio (davvero) forte che viene dal basso, abdicando agli orgogli dei personalismi e agli scambismi clientelari di soffici poltrone imbottite di bigliettoni? Finora, a dispetto di molte Primarie, quasi sempre sfociate in altrettante manifestazioni di (notevole) successo popolare, la Politica non ha mai dimostrato di poterci riuscire, per lo meno quella a livello nazionale, al punto che viene il sospetto che non sia nella sua Natura avere le capacità di farlo.
Forse, dunque, alle persone è sufficiente somministrare l'Illusione di tutte queste (belle) cose. Servirgli un solo, ottimo, ma piccolissimo pasticcino di democrazia, per promettergli (ma senza farlo veramente) che poi avrà tutta la pasticceria. Fargli credere di poter scegliere qualcosa che, in seguito, alla prova dei fatti, si rivelerà del tutto irrilevante, come un segno della croce all'uscita della chiesa, o la bustina di dolcificante nel caffè di un obeso. Sono (solo) queste le Primarie? Più una sorta di rito collettivo autocelebrativo, di rosario politico per le coscienze, di training autogeno di massa, di riunione globale di Comunisti Anonimi («Mi chiamo Enrico e ho un problema». «Ciao Enrico!».) per gratificare e consolidare così il Pensiero-a-Sinistra, piuttosto che esprimere qualcosa di veramente utile nell'ambito di una prospettiva politica di Governo? Forse è per tutti questi motivi che, in realtà , la gente invoca le Primarie. Perché sa che in fondo l'Illusione è tutto ciò che ha e vuole che qualcuno (nonostante tutto) continui a soffiare col mantice per evitare che quella piccola brace si spenga sotto questa pioggia battente. Perché la gente sa che una volta spenta quella brace, tutto ciò che resterà sarà solo buio pesto, umidità e freddo cane.
Tutto ciò fa parte della capacità di avere ancora (nonostante tutto) la visione di un futuro migliore del presente e questo è davvero bellissimo, perché dà in qualche modo la misura della vitalità di un paese, o almeno di una parte di esso, ovvero delle singole persone che, tutte insieme, lo animano. Persone che, dentro un mondo che ha una percezione del domani proporzionata ai dividendi del prossimo trimestre, hanno voglia di pensare al futuro loro e delle generazioni che verranno e dunque vogliono una politica lungimirante e interessata (anche) ai loro problemi. Ma il punto è: saprà la politica fare suo questo messaggio (davvero) forte che viene dal basso, abdicando agli orgogli dei personalismi e agli scambismi clientelari di soffici poltrone imbottite di bigliettoni? Finora, a dispetto di molte Primarie, quasi sempre sfociate in altrettante manifestazioni di (notevole) successo popolare, la Politica non ha mai dimostrato di poterci riuscire, per lo meno quella a livello nazionale, al punto che viene il sospetto che non sia nella sua Natura avere le capacità di farlo.
Forse, dunque, alle persone è sufficiente somministrare l'Illusione di tutte queste (belle) cose. Servirgli un solo, ottimo, ma piccolissimo pasticcino di democrazia, per promettergli (ma senza farlo veramente) che poi avrà tutta la pasticceria. Fargli credere di poter scegliere qualcosa che, in seguito, alla prova dei fatti, si rivelerà del tutto irrilevante, come un segno della croce all'uscita della chiesa, o la bustina di dolcificante nel caffè di un obeso. Sono (solo) queste le Primarie? Più una sorta di rito collettivo autocelebrativo, di rosario politico per le coscienze, di training autogeno di massa, di riunione globale di Comunisti Anonimi («Mi chiamo Enrico e ho un problema». «Ciao Enrico!».) per gratificare e consolidare così il Pensiero-a-Sinistra, piuttosto che esprimere qualcosa di veramente utile nell'ambito di una prospettiva politica di Governo? Forse è per tutti questi motivi che, in realtà , la gente invoca le Primarie. Perché sa che in fondo l'Illusione è tutto ciò che ha e vuole che qualcuno (nonostante tutto) continui a soffiare col mantice per evitare che quella piccola brace si spenga sotto questa pioggia battente. Perché la gente sa che una volta spenta quella brace, tutto ciò che resterà sarà solo buio pesto, umidità e freddo cane.
mercoledì 21 novembre 2012
Chi è choosy alzi la mano
Basta col dare addosso alla Fornero! Avrà anche la lacrima (rettilea) facile e i modi presuntuosi e indisponenti da Signorina Rottermaier, ma stavolta aveva ragione. Almeno in parte, s'intende. C'è pieno, in giro, di giovani choosy. Come c'è pieno di fannulloni. Come c'è pieno di evasori fiscali. Come c'è pieno di elettori di Berlusconi. E ce ne fosse uno che ammette (mai) di esserlo! Quando invece sentono il fischio, tutti allargano le braccia e guardano l'arbitro con l'espressione scandalizzata: «Stai dicendo a me? Ma come ti permetti, io non ho fatto niente!» Mentre l'altro è a terra che si contorce, la gamba spaccata e le ossa di fuori, scomposte come i resti di una partita a shanghai. Del resto è facile (e psicologicamente gratificante) scagliarsi contro il rappresentante del potere di turno, tutti insieme come una testuggine di categoria, di duri e di puri, colombe bianche, irriducibili stakanovisti, col cipiglio di quelli feriti nell'orgoglio e nell'amor proprio. «Stai dicendo a me? Ma come ti permetti? Tu non sai niente di me, del culo che mi faccio o di quello che sarei disposto a farmi, pur di trovare uno straccio di lavoro!».
Invece la realtà è assai più policroma, distante dalle regole digitali dei media e della comunicazione (e della politica), diversificata dalle monografie cinguettanti a 140 caratteri o dagli stati adulativi a caccia di clic, diversa dalla retorica da microfono e podio-odio-odio, discorde dagli slogan scanditi e dalle voci gridate al cielo sulle ali della rabbia e dell'identità di gruppo, difforme dai pugni alzati e dalle bandiere e gli striscioni, tutti figli - a modo loro - della retorica (di potere o di opposizione che sia) e, soprattutto, dell'ipocrisia che tutto glassa, come un'abbondante nevicata acida sempre fuori stagione. Così, se la Fornero parla per assiomi generalizzanti da un lato, chi si sente in qualche modo chiamato in causa risponde per assiomi generalizzanti dall'altro, in un ping-pong surreale e inutile, se non a titolo di psico-punching-ball per le persone e di farcitura grassa e ricca per i media. Insomma, non illudetevi, non vi basterà fare gli struzzi, dire di non essere choosy per non esserlo: c'è pieno di choosy in giro, nascosti, chiusi nelle loro stanzette a tenersi in forma con la Wii-Fit, a dondolarsi nelle Poäng, a sgranocchiare barrette energetiche davanti al blog preferito, io lo so che ci sono e lo sapete anche voi, e mica solo tra i giovani, individui troppo choosy, discendenti diretti di un mondo troppo easy.
Invece la realtà è assai più policroma, distante dalle regole digitali dei media e della comunicazione (e della politica), diversificata dalle monografie cinguettanti a 140 caratteri o dagli stati adulativi a caccia di clic, diversa dalla retorica da microfono e podio-odio-odio, discorde dagli slogan scanditi e dalle voci gridate al cielo sulle ali della rabbia e dell'identità di gruppo, difforme dai pugni alzati e dalle bandiere e gli striscioni, tutti figli - a modo loro - della retorica (di potere o di opposizione che sia) e, soprattutto, dell'ipocrisia che tutto glassa, come un'abbondante nevicata acida sempre fuori stagione. Così, se la Fornero parla per assiomi generalizzanti da un lato, chi si sente in qualche modo chiamato in causa risponde per assiomi generalizzanti dall'altro, in un ping-pong surreale e inutile, se non a titolo di psico-punching-ball per le persone e di farcitura grassa e ricca per i media. Insomma, non illudetevi, non vi basterà fare gli struzzi, dire di non essere choosy per non esserlo: c'è pieno di choosy in giro, nascosti, chiusi nelle loro stanzette a tenersi in forma con la Wii-Fit, a dondolarsi nelle Poäng, a sgranocchiare barrette energetiche davanti al blog preferito, io lo so che ci sono e lo sapete anche voi, e mica solo tra i giovani, individui troppo choosy, discendenti diretti di un mondo troppo easy.
venerdì 20 luglio 2012
Sogni d'interdipendenza, utopie di lungimiranza

Tuttavia, come osservò giustamente SPB, questo stato d'animo "implica accettare di dipendere da qualcuno e che qualcuno dipenda da te, accettare di influenzare e di essere influenzato, accettare di subire le conseguenze di un'azione altrui e di essere causa di conseguenze per altri. Implica, in una parola, la presa di coscienza che non sei solo, nel bene e nel male. E che ciò che fai si riflette, modifica, interagisce con il resto." E questo - ribadisco io - corrisponde in maniera prepotente a una visione olistica che dovremmo avere non solo rispetto all'universo in termini fisici, ma anche alla società in cui gli individui vivono e alle sue componenti in relazione tra loro.

E Fulvio the Cat in qualche modo ha provato a dare una risposta quando qualche giorno dopo ha detto: "Ma non sarà che la coscienza civile, e in generale la consapevolezza che 'siamo tutti sulla stessa barca', e quindi la solidarietà e la collaborazione alla lunga danno risultati migliori dell'individualismo, sono un meme positivo che si propaga per contatto, soprattutto sociale? Voglio dire: la televisione ci allontana, promuove l'individualismo e il meme tossico del primeggiare a tutti i costi. La rinascita delle comunità , reali o virtuali, dovrebbe essere una sorta di antidoto."
E si vede che Fulvio è un ottimista. D'altro canto, se siete pessimisti, potreste pensare di rispondere: "Nessuna, non esiste". Oppure se siete giusto un po' meno pessimisti, potreste azzardare un: "Solo una crisi di proporzioni tali da promuovere la maturazione di una forte istanza condivisa che, messa in pratica in termini di solidarietà , possa consentirci, in qualche modo, di salvarci". Quello che voglio invece osservare io, a proposito di questo cambio di mentalità che oggi risulta comunque necessario intraprendere, ma prima ancora, interiorizzare (e anche il più velocemente possibile) e che è emerso, a parer mio, tra le righe delle considerazioni fatte, è questo: ma è proprio necessario vedersi interdipendenti per salvarsi il futuro?

/fine (per ora)
[Credit: il quadro in alto è di Elena Puca]
mercoledì 18 luglio 2012
Detrattori della Decrescita, andate a quel paese!



/continua
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