Punti di vista da un altro pianeta

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sabato 28 febbraio 2015

mercoledì 19 dicembre 2012

A proposito di coloro che pensano che un'orgia prima della fine del mondo sia quello che ci vuole

Non è semplice rendersi conto di quanto sia bello assistere a una fine del mondo. Di quanto sia interessante. Di quanto sia emozionante. Di quanto sia affascinante. Di quanto sia (tutto sommato) perfino comodo. Di quanto sia infine unico ed esclusivo. Un autentico onore, anzi un privilegio che nemmeno gli eletti dell'American Express Gold possono vantare: essere tra coloro che assisteranno a uno spettacolo unico e irripetibile (e gratuito), addirittura meglio di un (qualunque) politico italiano che si ritira a vita privata.

Dunque perché perdere tempo a cercare in giro buchi come struzzi dalla testa troppo grossa? Perché sbattersi a costruire bunker in giardino o ammassare provviste a lunga scadenza in profonde grotte appenniniche? Che senso ha cercare scampo a qualcosa che per definizione è la fine di tutto, e dunque dalla quale non può esserci scampo? Perché diamine anche in queste circostanze estreme voi umani affrontate le cose nel modo sbagliato (peggiore), e invece non vi godete gli Ultimi Giorni concedendovi le cose migliori che la vita vi offre e poi amen?

Mangiare frittelle ripiene, abbracciare il primo che passa, scopare come ricci che scopano come umani che scopano come ricci, giocare alla Xbox, fumare due pacchetti di Camel al giorno, dichiarare il vostro amore a qualcuno (in ginocchio), cucinare le lasagne al forno, non giocare alla Xbox, dichiarare su Facebook di essere gay (se siete gay), andare a vedere sorgere il sole in cima al monte (o spiaggia) più vicino a voi (se ne avete uno), farvi riempire di fusa dal vostro gatto, andare dal prete a confessarvi dei vostri peccati e mentire, offrire perdono a una persona di cui non vi importa niente, farvi una partita a Pinnacola (o a King) [aggiungete pure quello che più vi garba].

Perché la paura di morire (e lo sconsiderato desiderio di aggrapparsi all'ultimo maleodorante respiro e a quello dopo e a quello dopo ancora) è solo un perverso sentimento di invidia nei confronti di coloro che restano vivi (ancora solo per un po') e possono (ancora solo per un po') fare una qualunque delle cose di cui sopra in barba a chi invece se n'è andato, specialmente se è finito sottoterra anzitempo. Per questo la fine del mondo è invece il modo migliore, più consolatorio, più spettacolare ed eccitante, di lasciare quest'universo. Tutti insieme.

L'unico (grave) difetto della fine del mondo è l'impossibilità di poterla raccontare in un post.

mercoledì 16 novembre 2011

Della grandezza (e della tenerezza) del Mago

C'è quel luogo un tantino comune in base al quale dietro ogni grande uomo ci dovrebbe essere una grande donna. Colei che sta dietro le quinte, ma la cui presenza è fondamentale. Colei senza la quale niente potrebbe essere o tutto sarebbe diverso (e dunque peggiore). Taluni la chiamano la musa. Eppure in questo caso ho l'impressione che sia proprio così. O almeno che se lei non ci fosse stata, noi tutti non avremmo di lui l'immagine che abbiamo. Forse non avremmo nemmeno tutti quei grandiosi libri che ha scritto, (quasi) tutti nella seconda parte della sua vita, (quasi) tutti - guardacaso - dopo averla conosciuta, (quasi) tutti a lei dedicati. L'ho scoperto non senza una certa meraviglia in un documentario in DVD che mi è capitato di vedere alcuni giorni fa e che racconta con tono a tratti romantico, a tratti cronachistico, un arco di circa due/tre anni della loro vita, tra il 2006 e il 2008, in pratica un piccolo scorcio degli ultimi anni della vita di lui, segnati anche da una malattia che avrebbe potuto portarlo via e che invece la caparbietà di lei lo tenne con noi ancora per un po'.

Lui giornalista, scrittore, comunista, ateo, Premio Nobel, instancabile autografatore, energico viaggiatore, uomo innamorato. Lei giornalista, traduttrice, tenace organizzatrice, caparbia femminista, energica viaggiatrice, donna innamorata. Il documentario li incontra e li ritrae come una coppia affatto straordinaria, passando da lui, che riceve alcuni ragazzi italiani in visita nella sua casa o che prima di scrivere il prossimo capitolo del suo prossimo capolavoro (rigorosamente due pagine al giorno) fa il solitario di Windows; a lei che gestisce la casa, che pensa alla posta, che organizza l'agenda internazionale degli interventi di lui, con tutta la logistica connessa, che sovrintende la costruzione della biblioteca; a entrambi che si confrontano, discutono, si abbracciano, si baciano come un marito e una moglie qualunque, quali in effetti sono, tra la monotonia e la pesantezza di presentazioni di libri, viaggi in aereo, interventi, viaggi in aereo, interviste pubbliche (sempre uguali) in giro per il mondo, e le scene di tranquillità domestica nella loro casa di una Lanzarote dagli straordinari paesaggi lunari.

È bello osservarli nella loro quotidianità. È bello vedere lui. Farlo scendere dall'immaginario piedistallo svedese e restituirlo alla sua umanità, alla fragilità della malattia, al suo essere, in fondo, uno davvero qualunque, a dispetto di essere stato, anzi di essere, forse una delle menti letterarie più fervide e generose e coerenti degli ultimi trent'anni e uno dei Nobel per la Letteratura più universalmente conosciuti e acclamati degli ultimi dieci, forse anche (o soprattutto) grazie a lei.

Lei si chiama Pilar del Rìo. Lui si chiama José Saramago. E se fosse ancora tra noi, oggi compirebbe 89 anni. Auguri.

José e Pilar, di Miguel Gonçalves Mendes (DVD, 125 min.)

venerdì 22 aprile 2011

Harry ti presento Sharon

Si sa che certi film rimangono nel cuore, vuoi per la loro forza artistica, per la loro rara capacità di non perdere con il tempo (e le repliche) lo smalto della sollecitazione emotiva, vuoi perché ciascuno spettatore li associa a un determinato periodo della propria vita che li fa diventare così aggregatori di nostalgie e catalizzatori di ricordi, come una specie di petite madeleine in grado di solleticare altri sensi, ma comunque di tirare fuori dal cilindro della memoria suggestioni e malinconie sepolte.

Film come questi, in genere, se da un lato acquisicono con il tempo un'aura mitica di intoccabile inarrivabilità, dall'altro vengono spesso accarezzati dalla tentazione dei produttori di farne dei seguiti che sfruttino la forza dell'originale e la sua predilezione consolidata presso il pubblico, per cercare di mandare in porto operazioni commerciali di dubbio valore. Eppure, ferme restando tutte le più ciniche (e doverose) considerazioni sulla fredda logica dell'industria cinematografica, non è nemmeno così semplice restare del tutto immuni al fascino di ritrovare quei vecchi personaggi in altre situazioni, come il riabbracciare vecchi amici di cui si erano perse le tracce, che illude possa fungere da macchina del tempo e riportare indietro verso emozioni andate, addolcite dal tempo e distillate dal rimpianto.

Uno di questi è, senza dubbio, Harry ti presento Sally (When Harry met Sally), commedia cult del 1989 di Rob Reiner, con un'indimenticabile Billy Crystal e un'orgasmica Meg Ryan, che da più di vent'anni, a intervalli irregolari, suscita clamori di possibili seguiti. Ora Billy Crystal si rimette nei panni di Harry, invecchiato, ma Sally non c'è più. Al suo posto troviamo una Sharon interpretata dal Premio Oscar Helen Mirren, mentre al suo fianco compaiono pure il regista Rob Reiner (quello che si vede all'inizio) e, addirittura, Mike Tyson (quello con la faccia di Tyson). Inutile dire che le cose, per Harry, anche questa volta non andranno come previsto, e ne è testimone il fatto che, date le circostanze, sembra che il trailer gli sia bastato...

[Nota: Purtroppo il video è in inglese e non ho trovato una versione sottotitolata, ma anche se non comprendete la lingua vale la pena guardarlo ugualmente].

mercoledì 6 aprile 2011

Murato vivo

Sono posseduto. E questo post nasce come un maldestro tentativo di esorcismo fai-da-te. Perché ormai è da quattro giorni che sono in questo stato e non riesco a uscire dal tunnel, come la puntina impazzita di un disco che salta da un pezzo all'altro e non arriva mai in fondo, pietrificato come uno che si è trovato al cospetto di Medusa e non ha potuto fare a meno di guardarla dentro quei suoi occhi di mercurio. Come trovarsi di fronte a un mito. Che tu lo sapevi da ben prima che era un mito, sapevi quali erano le regole, eppure non potevi prevedere la tua reazione. Ma concedetemi un passo indietro. Anzi due.
Anzi tre.

Nel primo ci sono le pareti di una stanza. Da adolescente. Non ci sono poster di cantanti. Non mi sono mai nutrito di mitologie, né pop, né rock. A dispetto del fatto di essere sempre stato un vorace consumatore di musica, non ho mai sentito il bisogno di appendere altari cartacei intitolati ai miei idoli, cui affidare l'incertezza della mia identità. Forse perché non era poi così incerta? Non lo so. Vedo solo una vignetta di Snoopy e le locandine di due film: Indiana Jones e l'ultima crociata e Ritorno al futuro. Come se il mito potesse passare solo attraverso le immagini di una finzione conclamata. Anche se ho idea che fosse più che altro una questione di estetica e di colori. Nel complesso scorrendo il nastro del tempo vedo in giro una crescente quantità di LP dei generi più svariati, che poi sono diventati CD. Eppure mai nessuna Madonna votiva.

Il secondo parla di una scoperta. Non so perché sono sempre stato fissato con la musica. Forse per merito di uno strano giro di coincidenze che facevano sì che in pasto al mio mangiadischi in perenne crisi d'astinenza finissero quantità ziopaperonesche di 45 giri dismessi dal juke-boxe di un bar di amici. Perché nessun altro in casa aveva l'abitudine di ascoltare musica. C'era di tutto, da Battisti ai Beach Boys. Da Gigliola Cinquetti a Santo & Johnny. Roba da juke-box, insomma. Poi ci fu quella volta che finii a casa di un cugino molto più grande di me (saranno stati ben sette/otto anni) che vedevo di rado e lui aveva questo grande disco da grandi con una copertina da paura. Nera (nera!), con un triangolo in mezzo e una specie di bizzarro arcobaleno sghembo che spuntava da una parte. Per non parlare dell'altro zio, sempre con quei dischi là, bocconi troppo grossi per le fauci del mio mangiadischi. E una copertina con due tizi tutti elegantini, in mezzo a una strada desolata, che si stringono la mano, ma nel contempo uno dei due brucia. E veniva da chiedersi, ma è colpa della stretta di mano, se brucia? E perché l'altro non fa niente per salvarlo? Altro che vorrei che tu fossi qui. Sarebbe molto meglio se fossi da un altra parte! Ma quando li mettevi sul piatto dei grandi, quei dischi, usciva fuori una musica pazzesca, che mi faceva brillare pazzo come un diamante. E mi lasciava nell'orecchio la fame di quei suoni che non sapevo dove andare a ripescare. Del resto probabilmente con la lettura ero alle prime armi. Figuriamoci capire l'inglese. E comunque su quelle copertine non c'era alcun indizio, nessuna scritta, solo il più fitto, inesplicabile mistero.
Il terzo è sul riconoscimento dell'arte, della creatività, del talento e, in ultimo, di quella mescolanza indefinibile di attitudini denominata volgarmente genio. Sono faccende che si imparano con l'età, l'esperienza, la cultura. Come affinare la sensibilità di un'antenna per captare frequenze sottili e armoniche superiori. Non si finisce mai di farlo, perché il mondo è analogico e le sue sfumature sono troppe per una vita sola. Così, oggi è questa l'unica mitologia che riesco a contemplare. Una mitologia che dunque non è adorazione, ma inchino di fronte a qualcuno che è (stato) capace di creare qualcosa di unico, dal nulla. Qualcosa di cristallino, di levigato, di un materiale alieno immune alla corruzione del tempo e della noia, dotato della straordinaria proprietà dell'evocazione. Può essere un musicista, uno scrittore, un regista. Non importa. Alla fine è un demiurgo di spiriti ed emozioni. Ebbene, tutto questo sui Pink Floyd l'avevo già capito da un pezzo. Ma vedere The Wall dal vivo, e Roger Waters sul palco iniziare intonando questa e rendersi conto di aver perso la ragione per almeno dieci minuti buoni come non ti è mai successo in vita tua, come nemmeno pensavi potesse essere possibile, sopraffatto da uno scollamento mitologico, in preda a una crisi acuta da Sindrome di Stendhal, in viaggio solo andata dentro una sensazione d'altromondo, è qualcosa che lo capisci dai numeri da circo che fa la tua spina dorsale, che ti resterà dentro per sempre.

D'accordo, ma cazzo, almeno vorrei riuscire a togliermi dalla testa Comfortably Numb!



/continua

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