Punti di vista da un altro pianeta

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lunedì 20 luglio 2015

Quasi come un Test di Rorschach

In questi giorni sono stato colpito da qualcosa che voglio sottoporvi, un po' come una specie di gioco estivo. Si tratta dei manifesti della pubblicità di uno smartphone, il nuovo Huawei P8 che raffigurano un angelo con le ali di fuoco, realizzazione di Benjamin Von Wong, fotografo e artista visivo piuttosto noto nel settore, che dovrebbe testimoniare le elevatissime prestazioni della camera dello smartphone anche in condizioni di luce particolarmente difficili. Ecco, l'immagine è questa qui sotto:


Ebbene, ora allontanatevi un po' dallo schermo e cercate di osservare la fotografia nel suo insieme, per qualche secondo, senza mettere a fuoco nessun dettaglio particolare. A che cosa vi fa pensare? Secondo me l'immagine è quasi esplicita nella sua esattezza subliminale, al punto che mi pare quasi impossibile che sia frutto di una semplice casualità. Ora, se suggerisce solo a me una prospettiva frontale di gambe aperte con tanto di vagina nel mezzo, okay, vorrà dire che il maniaco sono io e Rorschach avrà avuto ragione ancora una volta.

martedì 5 novembre 2013

La scelta (di un libro) ai tempi dell'e-book

In fatto di scelta, è chiaro che se voi avete già le idee chiare nella vostra zucca, libro o e-book che sia, le cose non cambiano granché. Ma la prima impressione (personale) è che, in mancanza di contromisure, l'e-book tenda a essere lievemente penalizzante nel momento in cui vi trovate a decidere se scegliere/comprare un libro imprevisto, come (quante volte vi sarà successo?) quando gironzolate per una libreria a curiosare come esploratori senza bussola, né stelle, intorno ai banchi o su per gli scaffali, prendendo in mano i libri come i cioccolatini di Forrest Gump, semplicemente lasciandovi attrarre da un autore, un titolo, una copertina, un'edizione, di cui non avevate mai sentito parlare prima, finché una volta giunti alla cassa vi accorgete che ve ne sono rimasti attaccati alle mani uno o due. Certo, la rete e i siti come Amazon, IBS ecc. cercano di sostituire quell'attività (invero assai appagante) con varie strategie che si riassumono in proposte di offerta giornaliere o quasi, però ho la sensazione che il potere dell'esperienza fisica dell'acquisto librario sia un valore aggiunto non trascurabile, con la mancanza del quale il mercato editoriale - specialmente per gli autori non noti - in qualche modo già deve, ma dovrà sempre più in futuro, fare i conti.

A tutto ciò intravedo due principali conseguenze che tenderanno a realizzarsi, peraltro entrambe positive per il lettore, improntate alla compensazione (risarcimento?) - almeno parziale - di ciò che l'esperienza dell'acquisto del libro fisico toglierà. La prima è il doverosissimo crollo del prezzo dell'e-book, ancora oggi mediamente (e assurdamente) troppo alto rispetto alla corrispondente edizione cartacea, vista anche la mancanza dei costi vivi di stampa e distribuzione. Una stima media sommaria che ho fatto, escludendo le offerte speciali, si attesta oggi intorno a circa il 25% in meno. Questo significa che se un libro cartaceo lo paghi 10,00€, il suo omologo virtuale (peraltro con tutti i problemi, niente affatto banali, legati alla reale proprietà dell'oggetto ecc.) adesso ti costa 7,50€. Ancora troppo. Penso che un prezzo sensato per una nuova edizione dovrebbe attestarsi almeno intorno al 50/60% in meno rispetto all'edizione cartacea, un obiettivo che è già molto vicino nel mercato americano tradizionalmente molto più avanti di quello italiano. Questo potrebbe portare il lettore a essere più indulgente nell'acquisto di un libro, anche in caso di non completa convinzione. Insomma, se un libro ti viene offerto a 2€, puoi anche pensare di comprarlo senza esserne troppo informato o non esserne completamente convinto: ti basterà solo un po' di (sana) curiosità.

La seconda è la necessità dell'incremento della qualità dell'informazione libraria in rete. E questo, nel marasma incontrollato e incontrollabile dell'offerta già presente di recensioni sul web, può sembrare un paradosso (o un'autentica follia), ma a mio avviso non lo è perché, a dispetto di questo, è difficilissimo trovare in rete recensioni serie, competenti e soprattutto intellettualmente oneste, dunque complessivamente affidabili. Si passa dalla pigra (e odiosa) ricopiatura del comunicato stampa o della quarta di copertina, che davvero non aggiungono alcun valore aggiunto, al pezzo scritto per melliflua piaggeria, fino alla repellente recensione-di-scambio, che dunque mai potranno essere davvero critiche e in qualche modo utili. E questo è un machete valido sempre, ma soprattutto nell'intricato (e variegato) bosco degli autori sconosciuti e/o pseudoesordienti. La rete può essere un mezzo potente a disposizione di tutti, se utilizzato almeno con passione vera, magari anche con un po' di talento. Specialmente nel momento in cui l'e-book in qualche modo ha contribuito a livellare le possibilità tra grandi e piccoli autori. Ma è anche un oceano molto salato. Chi millanta, o non ha i numeri, per quanto si sbracci, non riuscirà mai a galleggiarvi sul serio. Autori, editori, lettori e recensori sono avvisati.

lunedì 4 novembre 2013

Esercizio di bibliopsicologia comparata

Quando un lettore tiene in mano un libro, di carta intendo, al di là dell'annosa e (un po') stucchevole faccenda delle sensazioni (mi riferisco ai soliti irriducibili nostalgici, cultori della fisicità del libro cartaceo in termini di profumo, fruscio, grana della carta ecc.), c'è un ulteriore fattore tutt'altro che trascurabile che viene percepito in modo molto diverso e che tende a condizionare, ancorché per lo più inconsapevolmente, l'opinione che il lettore ha del libro cartaceo rispetto al suo omologo prodotto in formato digitale. Mi piace chiamarlo il peso-della-stampa.

Si tratta di quell'automatica consapevolezza che il lettore ha del valore materiale di un oggetto, in questo caso il libro, ovvero che per creare ciò che ha in mano è stato necessario un investimento. Tutta la faccenda insomma è costata dei soldi a qualcuno (NB che nella fattispecie non è l'autore) e si sa che dai soldi non ci si separa mai a cuor leggero. In altre parole qualcuno da qualche parte avrà ritenuto che valesse la pena rischiare un piccolo (o grande) gruzzolo per portare alla luce del mondo (tutte) quelle parole impresse sulla carta, nell'estrema speranza di guadagnarci qualcosa (normalmente è così, o almeno così dovrebbe essere). E questo risulta direttamente proporzionale alla dimensione del volume e al pregio dell'edizione (carta, colori, copertina ecc.). Quindi in buona sostanza tanto più il lettore percepisce un alto valore dell'oggetto nel suo complesso, tanto più d'istinto è portato ad attribuire un alto valore anche al suo contenuto. E tutti sappiamo nostro malgrado quanto questa percezione possa essere beffardamente fallace in ogni settore del commercio (e non), ma ancora di più in ambito editoriale.

Nel caso dell'e-book, invece, tutto questo non esiste. Il contenitore non esiste. Nemmeno il fiocco esiste. E se da un lato i soli costi di editing (si spera), di traduzione (se necessario) e di impaginazione (per forza) restano presenti in entrambe le versioni, dall'altro l'e-book non è gravato da alcun altro costo diretto (niente stampa e niente distribuzione, anche se quest'ultimo costo - pur essendo il più determinante della filiera editoriale - resta invisibile, e dunque ininfluente, agli occhi del lettore di libri cartacei). Per certuni questo potrà essere interpretato finalmente come un sintomo di purezza dell'e-book, che rimane pertanto immune da qualsiasi contaminazione materiale potenzialmente ingannevole, ma analogamente penalizza tutte quelle modalità estetiche cui comunque il lettore non si può del tutto sottrarre quando (pre)giudica - nel bene e nel male - un libro cartaceo, ovvero spesso quando si trova a sceglierlo senza molti altri parametri a disposizione.

/continua (domani)

lunedì 3 settembre 2012

Profumi e balocchi (e duty free)

Gli aeroporti sono tra i luoghi più surreali del (vostro) pianeta. Perché in realtà sono dei non-luoghi, come bolle al di fuori dello spazio normale, dove non sei né qui, né là. Sei in un limbo, sei "in transito". Stormi di passaporti con corpi allegati come marche da bollo, branchi di trolley che si trascinano davanti individui sconvolti, carte d'imbarco che tengono per mano viaggiatori stralunati a caccia dell'ennesimo gate o dell'ennesimo bagno o dell'ennesimo Starbucks.

Ma tra tutto ciò che di surreale si può sperimentare negli aeroporti, ciò che più mi colpisce (e sorprende) ogni volta, è quello che mi si para davanti nel momento in cui varco quel confine - anche lui invero molto surreale - tra i due mondi, quello di qua e quello di là, quello delimitato dalla cortina berlinese della sicurezza (e togliti le cintura e togliti le scarpe e tira fuori il laptop e butta nel cesto chiavi e spiccioli e metti lo shampoo nella busta trasparente e butta via il tagliaunghie e le forbicine e beviti tutta l'acqua che hai ORA, altrimenti lascia qui la bottiglia ecc.), per cui finalmente passi dall'altra parte e, puf, il mondo cambia e tutto quello che conta, quello che agli umani importa di più, ciò che dà un senso alla loro vita sono cognac e whisky, cioccolata e sigarette e - più d'ogni altra cosa - profumi profumi profumi profumi.

E se posso anche concedere che le sigarette, ancorché (gravemente) nocive, possano sottendere un consumo importante, dunque degno di siffatte pantagrueliche esposizioni, e tanto più non ho alcuna difficoltà a immaginare che gli individui possano frantumarsi gli organi interni con un uso smodato di cioccolata e (soprattutto) alcolici, al punto da giustificare un simile luccicante mercimonio, non riesco proprio a capire come possa essere così mostruosamente rigoglioso il mercato dei profumi.

Di sicuro c'entrano le capacità seduttive che la gradevole sensazione olfattiva è in grado di esercitare sui recettori del piacere altrui, per cui da sempre il profumo funge (o illude di fungere) da relativo surrogato e/o da integratore a favore di un'autostima estetica (più bella/o), professionale (più brava/o), relazionale (più sicura/o). Eppure, anche così, da alieno quale sono, continuo a chiedermi perplesso come sia possibile che consumiate Tutto Questo (cazzo di) Profumo. A meno che non vi serva per coprire il tanfo, ovviamente.

martedì 25 ottobre 2011

Nella testa di un Black-Bloc (una specie di lettera)

Che cosa ti mulina nel cervello quando ti armi di mazze e bastoni e te ne vai in giro mascherato a spaccare tutto quello che ti capita a tiro, come una specie di supereroe al contrario? A più di qualcuno - puoi scommetterci - verrà voglia di rispondere: «Niente! È proprio questo il punto». Eppure io non ne sono convinto, e anche tu sai che liquidare la faccenda in questo modo non rende giustizia al tuo agire. Perché se alla maggioranza non sembrerà ci sia bisogno di grosse giustificazioni per un'attività come la tua, se non quelle della rabbia e della barbarie, in realtà in qualche modo tu hai comunque bisogno di giustificare a te stesso le azioni che intraprendi, tanto più quanto più sono potenzialmente rischiose e pericolose per la tua incolumità (della tua fedina penale non ti frega un cazzo, lo so). Del reso non è così che succede sempre? Tutti noi dobbiamo giustificare a noi stessi i nostri comportamenti, tutti noi ci costruiamo i nostri alibi. Dunque so bene che il movimento cui appartieni è assai variegato e trasversale, difficilmente inquadrabile, ma anche tu hai i tuoi "precettori morali".

Leggo da un giornale una specie di intervista a quello che dovrebbe essere una sorta di teorico del movimento (sei forse tu?), uno che conosce le tecniche di eversione urbana, uno che sa come muoversi, ma che è ben consapevole anche del perché. «Bruciare un’auto o spaccare le vetrine sono gesti che hanno il valore simbolico del nichilismo che rappresentiamo, come la scritta “Gameover” fatta con lo spray su diversi muri della città». Quindi non c'è alcun valore, se non la distruzione. Perché «nella società si è creato uno spazio vuoto, così come al corteo di sabato. E noi lo abbiamo riempito con la nostra rabbia: l’unico spazio organizzato per noi è quello che produce rottura, tutto il resto della nostra componente è rappresentato dall’individualità», aggiunge. Dunque «sabato (il 15 ottobre, NdA) l’obiettivo, raggiunto, era dimostrare che manifestare in corteo non ha più senso: bisogna realizzare il conflitto, attuare la rabbia, rendere la violenza plastica ed evidente».

E io che ero convinto che ce l'avessi a morte con il sistema! Che ti battessi anima e (soprattutto) corpo contro il capitalismo selvaggio. Che fossi una specie di No Global che non ci sta più con la testa e ha deciso di darci dentro sul serio. 'Fanculo a tutti quanti! Io pensavo che quando ti accanivi contro i bancomat, li usassi come friabili metafore delle teste dei banchieri, vampiri del mondo. Che avevi comunque un obiettivo ideologico. Mostrare qualcosa al mondo. E usare la violenza per evidenziarlo, perché i media sono assai più sensibili a un vetro rotto che a un fischietto. Non che questo avrebbe giustificato il tuo agire, o che mi avrebbe fatto sentire più vicino alle tue modalità, ma almeno avrei avuto a disposizione delle coordinate di pensiero leggibili, comprensibili, interpretabili, entro cui incasellarti. Invece oggi scopro che forse ho sbagliato tutto. O forse che sono solo rimasto indietro di dieci anni. Forse.

Allora eccolo lì: nichilismo innanzitutto. La mancanza di una visione futura che rende il presente inutile e dunque passibile di una distruzione immune da sensi di colpa. Dunque sbagliano di grosso quelli che ti dipingono oggi come un moderno "rivoluzionario", come una specie di Che del nuovo millennio. Non sei affatto un Robin Hood postmoderno, che vuole rubare ai ricchi per dare ai poveri. Nessuna ideologia politica di mezzo. Perché per te lo scontro sociale non è (più) un mezzo necessario all'instaurazione di un cambiamento, bensì è esso stesso divenuto un fine, anzi "il" fine. Per te esiste solo la rottura. Come una protesta che non solo non sa come uscire dalla propria spirale di opposizione per diventare proposizione, ma cui in fondo non interessa neanche cercare un modo per farlo. Da strumento, la protesta diventa scopo, puro, distillato, perché la speranza è morta e sepolta, perché non credi in niente, se non nella tua rabbia inesauribile. Eppure a me pare di intravedere un paradosso in questo ragionamento. A te no?

Se sei nichilista, se non credi nel sistema, se non ti importa del sistema, se non ti frega un cazzo del sistema, perché allora gli muovi "guerra"? Se pensi che davvero l'anarchia sia l'unico modo per uscirne, se le "cose" per te sono solo sovrastrutture inutili di una società capitalista da distruggere e quindi di cui non ti importa un fico secco, perché non ti levi dai coglioni e ti ritiri a vivere in un bosco, anarchicamente, nichilisticamente, lontano da questa società (e dalle sue vetrine, dai suoi bancomat, dalle sue griffe e dai suoi centri commerciali) che odi? Perché rivolgere tutte queste energie nei confronti di una cosa in cui non credi? Non si combatte forse per (contro) qualcosa che in qualche modo sta a cuore? Ah già, sì certo, scusa, tu mi hai parlato di combattere per combattere, perché dici che è (solo ed esclusivamente) nella rottura che trovi un'espressione di realizzazione e di identità. Ma non ti pare che questo sia un atteggiamento che manifesta di fatto un istinto suicida che non ha il coraggio di esprimersi per quello che è, rivolgendosi all'esterno invece che all'interno? Un'alternativa è invece che, in questi tuoi proclami, tu stia mentendo a noi, come (forse) tu fai con te stesso o che i tuoi "precettori morali" fanno con te, e la tua rabbia derivi in ultima analisi dalla tua incapacità di integrazione in un sistema che fa con te come l'uva con la volpe. Forse a ben vedere ti converrebbe.

venerdì 21 ottobre 2011

Apologia dell'astronave rigata

Ho un'astronave rigata, embè? Che avete da guardare (e - soprattutto - da giudicare)? Vorrei vedere voi, a svolazzare avanti e indietro in mezzo a campi di asteroidi che manco il traffico del GRA alla vigilia di Natale, o a fare l'Alberto Tomba tra detriti spaziali assortiti, rottami di vecchi Shuttle esplosi e satelliti in fin di vita pronti a precipitare su luoghi densamente popolati. Per non parlare di mettersi lì, a disegnare cerchi nel grano la notte, al buio, senza vederci un accidente (la mia vecchia astronave non ha l'optional della visione infrarossa e non posso certo accendere i fanali e farmi sgamare). È matematico che, per quanta attenzione ci possa mettere, una riga qua e un colpetto là, prima o poi li fai. Senza contare quei pirati di Sirio B che girano per i parcheggi dell'Area 51 e ti bollano i paraurti come niente, quando va bene senza neanche lasciarti un biglietto attaccato all'oblò, quando va male invece denunciandoti, bastardi!, che sei stato tu lo stronzo a danneggiarli, ma figurati se c'è un testimone in giro. Insomma, ho un'astronave rigata e bozzoluta, permettetemi di chiamarla "vissuta", ma me la tengo così.

Già, perché non sono come quei marziani sempre lì a strigliare e lucidare, che appena scorgono una righetta in controluce, diventano blu, gli si gonfiano le antenne perché non sopportano di vedere la loro astronave meno che scintillante e vellutata come metallo liquido, a prescindere da quello che si deve sborsare per metterla a posto. Per loro l'astronave non è un mezzo di trasporto, è un fine di trasporto, che peraltro quando sei a bordo nemmeno puoi vederla, come è fuori. Però evidentemente costoro si sono convinti che, dal di fuori, gli altri si facciano qualche idea (sbagliata) su di loro a prescindere. Quindi non ci pensano due volte e al primo difettuccio optano sempre per una seduta dal carrozziere, come una sorta di chirurgia estetica per interposta lamiera.

Ebbene, questi proprio io non riesco a capirli. Non riesco a comprendere quale giovamento si possa trarre nel privarsi di palate di quattrini solo per rendere l'astronave lucida e scintillante fino al prossimo incidente di percorso che, potete scommetterci (e vincerete), presto o tardi comunque si verificherà. Insomma, dal momento che non si tratta di una questione di sicurezza ovvero di funzionalità, ma si rimane all'interno dei confini della pura estetica, non capisco proprio che soddisfazione si possa ricavare dal buttare via le proprie risorse in questo modo, se non quella di ritrovare così carrozzata non solo la lamiera, ma anche un fragile ego sempre in debito di una bella smaltata.

Insomma, se in una notte di autunno, di quelle magari con un velo di foschia che aleggia basso e pesante sui campi deserti e incolti, e le nuvole che giocano con uno spicchio di luna sottile come la falce del destino, vi capita di alzare gli occhi al cielo e di scorgere un'astronave tutta rigata e bozzoluta, ebbene sappiate che a bordo ci sono io.
E me la tiro, pure.

lunedì 10 ottobre 2011

PdL: psico-analisi di una campagna

La nuova, fiammante campagna di adesioni al Popolo della Libertà deve registrare due notazioni d'obbligo, anzi tre, anzi quattro. La prima, esplicita e palese, riguarda l'assenza - per la prima volta da diciassette anni a questa parte - del nome di Berlusconi nel simbolo. E questo è un segnale importante di come lo stesso fondatore del movimento (non chiamatemelo "partito") evidentemente considera la "vendibilità" della sua immagine presso gli utenti più o meno finali, e della direzione finalmente diversa (?) verso cui il partito sta guardando in vista delle prossime elezioni politiche, quando mai saranno.

La seconda, assai più sottile, riguarda la forma degli slogan: tutte domande. Il PdL non aveva mai sollevato quesiti al popolo, non sembrava interessato a voler far ragionare il suo elettorato, piuttosto a servigli dei dogmi preconfezionati senza possibilità di fare ipotesi o di poter deragliare da binari solidamente imbullonati lungo una strada concettuale già tracciata. Questo implica un approccio diverso al destinatario del messaggio, in quanto, contrariamente all'affermazione, la domanda - ancorché retorica - presuppone istintivamente che il destinatario fornisca una risposta e quindi partecipi in maniera attiva all'assimilazione del messaggio/domanda la cui fruizione dunque si completa non solo con la lettura del messaggio in sé, ma anche attraverso l'elaborazione consapevole della sua risposta.


La terza, strettamente collegata alla seconda, è che - come prevedibile - non si tratta di domande normali, essendo domande puramente tautologiche, ovvero quesiti in cui la risposta è già contenuta nella domanda. In altre parole si tratta di false domande cui la risposta è - di fatto - concettualmente obbligata, o intrinsecamente rispetto all'idea che la domanda esprime, oppure rispetto a come la domanda risuona nell'interlocutore. Per esempio "Ami davvero il tuo paese?" Ovviamente tutti coloro che vogliono sentirsi buoni cittadini, o anche solo per amor di carta d'identità, risponderanno "Sì". Tendendo dunque a stabilire una correlazione tra la domanda e la risposta, analogamente questo processo tende a instaurare una connessione tra il mittente e il destinatario, rispetto a una sostanziale unità di intenti che vuole in questo modo configurarsi su un piano subliminale, ovvero assai più profondo e meno visibile.
Ma c'è un'altra cosa.

Le domande che campeggiano sui cartelloni infatti sono cinque, tre delle quali invero assai fiacche e prive di una qualche originalità ("Vuoi difendere la tua libertà?", "Ami davvero il tuo paese?" e "Vuoi dare più forza all'Italia?"). Le ultime due però sono diverse perché non attengono strettamente al piano politico o sociale come le altre, che si rivolgono direttamente al rapporto del cittadino con la sua nazione, o parlano al cittadino del valore cui socialmente egli dovrebbe tenere di più, ovvero la libertà. La quarta infatti recita semplicemente: "Non vuoi arrenderti alle difficoltà?" E trovo che sia anch'essa un po' bolsa. Mentre l'ultima, la più spettacolare, chiede: "Sai distinguere il vero dal falso?" Ed è proprio su questa in particolare che mi voglio soffermare. Qui non si trova alcun riferimento diretto o indiretto alla politica, dunque, né all'economia o alla società. Nessuna citazione dei temi più classici di una campagna politica: lavoro, istruzione, pensioni, giovani, occupazione, sanità, sviluppo, sicurezza, né alcun riferimento a tipici valori politici o sociali. Invece viene tirato in ballo solo il concetto di vero e di falso. Non vi pare strano?


Ebbene, anche questa, come le altre, anzi ancor più delle altre, è una domanda la cui risposta è obbligatoria. Chi non distingue il vero dal falso, significa che è uno che si fa infinocchiare e chi mai ammetterebbe candidamente di essere uno che si fa abbindolare? La curiosità è che ci si vede provenire una domanda sulla verità e la falsità delle cose da parte di un movimento (non chiamatemelo "partito") che ha al vertice un personaggio che apertamente, senza mai alcun ritegno, ha sempre fatto proprio della confusione tra il vero e il falso la sua cifra comunicativa. Vista sotto questa lente, la domanda assume dunque i contorni di una pericolosissima arma a doppio taglio. Per la serie: ma come, proprio tu mi vieni a chiedere questo?! Tu e i tuoi lacchè a gettone, bugiardi matricolati, che non fate altro da diciassette anni che dire una cosa e subito dopo il suo contrario e non fate altro che praticare lo sport di pronunciar menzogne, anche (soprattutto) quando sono facilmente verificabili, dunque smentibili? A me verrebbe da rispondere: certo che so distinguere il vero dal falso, e proprio per questo non mi ci iscriverò mai al tuo cazzo di movimento! Quindi c'è qualcosa che non torna. Possibile che chi ha concepito la frase non abbia pensato alla possibilità di una reazione del genere? Siamo dalle parti del Tunnel Gelmini, o c'è qualcosa sotto?

È evidente che qui l'effetto marketing si gioca davvero sul filo di un rasoio molto sottile e affilato, perché in questo caso il messaggio è ancora più subdolo e fa il doppio gioco tipico del venditore più astuto. Io, che ti sto facendo la domanda, so che tu sei di quelli come si deve, di quelli che non si fanno prendere per il naso, anzi voglio proprio solleticare la tua autostima di soggetto furbo e intelligente. Per questo so che tu penserai che nessuno, mosso dall'intenzione di fregarti, avrebbe il coraggio di porti una simile domanda. Nessuno che volesse abbindolarti sul serio vorrebbe metterti, lui per primo, la pulce nell'orecchio. Dunque la tua retroazione a un simile messaggio sarà quella di tendere a credere alla veridicità della fonte che lo esprime e quindi di schierarti dalla sua parte. Questo se le tue resistenze interne non sono molto forti, naturalmente. Altrimenti scatterà, inevitabile, la pernacchia. Per questo, la frase in sé suona quasi come un'ardita scommessa, o come l'estremo tentativo di salvare una diga che sta mostrando giorno dopo giorno sempre più falle. La sensazione però è che di dita per tappare tutti i buchi stavolta non ce ne siano abbastanza.

venerdì 3 dicembre 2010

La volpe nella cabina (elettorale)

LONDRA (dal nostro inviato) - Il comportamento innato di una mente che tenta di risolvere una dissonanza cognitiva, ovvero la reazione della volpe che, fra il desiderio dell'uva e l'incapacità di arrivarvi, giunge alla conclusione che "tanto l'uva è acerba", è un principio assai più frequente di quanto si pensi. A volte è una semplice conseguenza di una situazione più o meno innocua, ma a volte è anche cercata e strumentalizzata a fini di manipolazione del comportamento individuale. E, se fino a ieri veniva utilizzata soprattutto in ambito commerciale, adesso sembra che si applichi altrettanto bene anche alla politica.

Secondo un recente studio di alcuni ricercatori della Facoltà di Psicologia dell'Università di Norfolk, in procinto di essere pubblicato sulla prestigiosa Psychology Tomorrow, la dissonanza cognitiva sarebbe infatti un fattore fortemente condizionante anche nelle scelte politiche degli individui, in particolare in vista di una consultazione elettorale.

Sulla base dei raffronti delle risultanze statistiche e dei questionari fatti compilare a un campione di 1500 soggetti distribuiti per età, sesso, livello di istruzione e condizioni sociali ed economiche, l'elettore non radicato ideologicamente, ha dimostrato di mantenere comunque l'intenzione di votare il proprio candidato o partito anche di fronte a palesi inadeguatezze dello stesso.

«Supponiamo che un cittadino abbia dato la sua preferenza a un determinato partito» ha spiegato Julia Foster, team leader del gruppo di ricerca. «E supponiamo che dopo qualche tempo un gruppo di dirigenti di questo partito, ovvero il suo leader, vengano pubblicamente coinvolti in gravi questioni che mettano in fortissimo dubbio la moralità e i principi che hanno animato e animano l'operato pubblico di queste persone, i cui discutibili comportamenti possono essere andati anche a detrimento degli elettori stessi. Ebbene, lo studio ha confermato che una percentuale superiore al 55% di chi li ha votati in passato, tende a trovare giustificazioni che portano i soggetti a confermare la loro preferenza ai medesimi partiti o candidati anche alle elezioni successive alla scoperta degli scandali.»

«Questo è un esempio tipico di dissonanza cognitiva, ancorché applicato in un ambito ancora poco studiato, che meriterebbe maggiore attenzione» ha continuato Charles Witt, assistente e dottorando. «Il riconoscimento della palese inadeguatezza del candidato cui dovrebbe conseguire la modificazione della propria intenzione di voto, coinciderebbe con il riconoscimento dell'inadeguatezza del soggetto nella scelta del candidato stesso. E questa reazione tende a essere istintivamente rimossa alla radice per difendere l'elettore dal sentirsi vittima di un senso di ottusità nei confronti di se stesso, un sentimento autoreferenziale di stoltezza tanto più forte, quanto più gravi sono le situazioni in cui sono incorsi i politici in questione.»

Come a dire, se devi farla, tanto vale che la fai davvero grossa. Alla fine ci guadagnerai due volte. Che i politici lo facciano apposta?

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