Punti di vista da un altro pianeta

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sabato 19 marzo 2016

mercoledì 7 ottobre 2015

Ci vediamo a Stranimondi?

Non c’è dubbio che Marte sia uno strano mondo, forse il più strano di tutti. Re dell'immaginario, principe di fantasie, catalizzatore di terrori e fascinazioni fin dal secolo scorso, uno dei tòpos letterari e cinematografici per eccellenza, Marte è il luogo in cui l'immaginazione prende forma. È dunque con molto piacere, e una certa emozione, che vi segnalo questa splendida iniziativa.

STRANIMONDI è il Festival del libro fantastico che si terrà a Milano il prossimo weekend, ovvero il 10 e 11 ottobre, presso la Università Europea Sport della Mente (UESM) Casa dei Giochi - via Sant'Uguzzone 8 – Milano. Due giorni per incontrare autori e editori, vedere, ascoltare, discutere di libri (strani) e letteratura. Sarà presente una nutrita schiera di editori specializzati nel settore come Delos Books, Zona 42, Hypnos e alcuni ospiti davvero d'eccezione, in primis il mitico Bruce Sterling, fondatore del movimento cyberpunk, ma anche – in ordine sparso – Aliette De Bodard, Leonardo Patrignani, Alessandro Manzetti, Laird Barron e Paolo di Orazio.

Si apre sabato alle 10:30 e si chiude domenica sera alle 19:00. Il programma è troppo lungo, ricco e variegato per essere elencato qui. Per dettagli e curiosità vi rimando dunque al sito ufficiale. Io ci sarò sabato, mi riconoscerete dal marziano.

martedì 14 luglio 2015

Plutone, dalla scienza alla fantascienza

Se leggete questo post, significa che la sonda New Horizons ha fatto il suo passaggio ravvicinato alla superficie di Plutone a soli 12.500 km di distanza. Per celebrare quindi lo storico evento di oggi, e in attesa delle migliori immagini che potremo avere di Plutone per molti e molti anni a venire (e che per certi versi mineranno per sempre la nostra immaginazione nel confronti di questo luogo così remoto), eccovi una breve bibliografia plutoniana, ovvero una lista - ancorché non esaustiva - delle opere di fantascienza, che in qualche modo hanno come protagonista Plutone, Caronte, o entrambi. E chissà che non venga anche a voi voglia di fare un viaggio fin laggiù.

La prima apparizione di Plutone nella letteratura fantastica risulta risalire al 1930, proprio l'anno della sua scoperta, grazie al grande H.P. Lovecraft che nel racconto Colui che sussurrava nelle tenebre (The Whisperer in Darkness, 1930) parla del pianeta Yuggoth, luogo in cui abitano le creature chiamate Mi-go, e fa capire che si tratta proprio di Plutone. Naturalmente la scoperta di un nuovo pianeta così distante scatena l'immaginazione degli scrittori degli anni '30 e forse è per questo che in quel decennio troviamo molte storie ambientate su Plutone, come: Negli abissi di Plutone (Into Plutonian Depths, 1931) di Stanton A. Coblentz, romanzo di fantascienza umoristico nel quale i due protagonisti scienziati giungono su Plutone e vi trovano una strana società suddivisa in tre sessi e capace di esprimersi attraverso un congegno chiamato "lampada del sesso"; Il terrore plutoniano (The Plutonian Terror, 1933) racconto di Jack Williamson; il Ciclo degli Lensman di E.E.Smith, iniziato nel 1934, nel quale Plutone è una colonia di esseri a quattro dimensioni chiamati Palainiani; La Peri Rossa (1935) racconto di Stanley G. Weinbaum, nel quale Plutone funge da rifugio per dei pirati spaziali e viene immaginato come un pianeta più grande della Terra, ghiacciato e abitato da diverse specie di cristalli viventi e Ingegneri cosmici (Cosmic Engineers, 1939) di Clifford D. Simak, in cui Plutone ospita un avamposto della razza umana.

Sebbene non presenti la straordinaria ricorrenza di Marte, Plutone comunque ogni tanto ritorna anche nei decenni successivi, forse a indicare le suggestioni e i misteri di una frontiera davvero remota e ignota del Sistema Solare. Per esempio anche il celebre Robert Silverberg ci ha portati su Plutone nel suo World's Fair 1992 (1968), in cui la navicella Pluto I, una spedizione americana, raggiunge Plutone in meno di due settimane grazie alla propulsione nucleare e ritorna sulla Terra con cinque indigeni plutoniani a forma di granchio, mentre cinque anni dopo Clifford D. Simak torna su Plutone nel suo racconto Il cantiere (Construction Shack, 1973), in cui la prima missione umana sul pianeta nano scopre gli indizi che il Sistema Solare è un progetto d'ingegneria extraterrestre andato per il verso sbagliato.

Venendo poi più vicini ai giorni nostri, e quindi anche a titoli forse più facilmente rintracciabili, vi segnalo: Icehenge (1985) di Kim Stanley Robinson, nel quale lo scrittore americano fa trovare un misterioso monumento simile a Stonehenge proprio al polo nord di Plutone e L'anello di Caronte (The Ring of Charon, 1990) di Roger MacBride Allen che prende le mosse da un esperimento scientifico non autorizzato effettuato con un acceleratore di particelle situato proprio intorno al satellite di Plutone.

E a questo punto non mi resta che augurarvi buon viaggio!

martedì 13 gennaio 2015

Tutto è perdonato

Un'immagine forte, ma anche delicata. Profonda, ma anche toccante. Il tutto senza un briciolo di retorica. Questo è genio. Puro. E chi avrà l'ottusità di condannarla come blasfema e provocatoria, dimostrerà come le religioni addormentino la ragione, creando mostri.

mercoledì 6 giugno 2012

Senza di lui i marziani sarebbero stati senza dubbio diversi

"Erano ingenui soltanto se conveniva esserlo. Smisero di cercare di distruggere tutto, di umiliare tutto. Fusero religione, arte e scienza, perché alla base, la scienza non è che la spiegazione di un miracolo che non riusciamo mai a spiegare e l'arte è un'interpretazione di quel miracolo." (Cronache marziane)

"Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive." (Fahrenheit 451)

giovedì 12 aprile 2012

Letargo elettromeccanico

Fanno quasi tenerezza questi trabiccoli con le ruotine, che ogni tanto spedite quassù, come verso un Eldorado interplanetario, per cercare chissà cosa, l'acqua come un raro tesoro nascosto, quando peraltro tutti sanno che è il composto più comune dell'Universo, oppure indizi geologici sull'evoluzione del pianeta e del Sistema Solare nel corso delle ere, o ancora (magari) qualche segno anche indiretto che possa schiudere i segreti della vostra origine, che tanto vi stanno a cuore, insieme con l'ombra di una presenza di vita extraterrestre (ma noi - ovviamente - stiamo attenti a rimanere sempre alle spalle della telecamera).

E se il rover Spirit ormai da più di un anno ha dato forfait, dopo peraltro sei anni di glorioso servizio, ed è stato dichiarato ufficialmente defunto lo scorso maggio, il suo gemello Opportunity sta ancora cavalcando ostinatamente le onde brulle (ma bellissime) di sabbia ossidata, col suo passo lento e attento (poco più di 34 km percorsi in quasi otto anni terrestri e mezzo), sfidando non solo gli ostacoli fisici sul suo cammino, ma anche le intemperie e l'ostilità delle stagioni di queste parti. Ecco infatti iniziato il suo quinto inverno marziano nell'emisfero meridionale che terminerà tra poco meno di 150 giorni marziani (quindi intorno a fine settembre 2012) e, come un orso intorpidito dal freddo, si è dovuto mettere in una specie di condizione di stand-by. Il Sole, lontano e basso sull'orizzonte, in questa stagione non consente infatti un'ottimale ricarica delle batterie attraverso i pannelli solari. Senza contare che l'accumulo di sabbia sui medesimi, come si vede dall'immagine, ostacola non poco il processo di ricarica. Dunque il rover deve limitare i suoi consumi e la cosa migliore è fermarsi in un posto conveniente.

Eccolo dunque, Opportunity, a svernare quest'anno nella ridente località di Greeley Haven (un bel posticino, non c'è che dire). Ma niente confortevoli tane, né placide spiagge lacustri. Solo un ottimo stazionamento in termini di esposizione ai raggi solari per garantire la miglior ricarica possibile, un po' come un animale a sangue freddo che, immobile su una pietra, cerca di raccogliere tutto il tepore che la termodinamica gli consente. Nel frattempo, se le sue condizioni energetiche lo consentiranno, il rover continuerà a mandare immagini dell'ambiente circostante e a fare ricerche mineralogiche, col suo collo da struzzo, i suoi attrezzi da ipercoltellino svizzero e lo chassis da sofisticata macchinina radiocomandata, cosa che in effetti è. Fanno quasi tenerezza questi trabiccoli con le ruotine, che ogni tanto spedite quassù per cercare chissà cosa, come giocattoli all'inseguimento di un sogno scientifico, gingilli a caccia di un Graal biologico, balocchi per sperimentare per interposta meccanica la mitologia planetaria per eccellenza. E per questo è l'unico caso in cui riuscite a farmi quasi tenerezza anche voi. Quasi.

domenica 18 marzo 2012

venerdì 16 marzo 2012

Metafantasie da fondoschiena

E poi c'è questa faccenda del girarsi. Uomini certo, forse soprattutto uomini, ma anche donne, magari soltanto con quella maggior dotazione di discrezione e stile che è loro propria in (quasi) ogni occasione. Inutile nascondere che si tratta di un gesto peculiare, perché se da un lato gli altri animali ("altri" perché anche l'essere umano, vale la pena ricordarlo ogni volta che è possibile, lo è), per esempio i cani, lo fanno a corollario di una subitanea nostalgia di similarità e di desiderio di placare anche solo per poco un isolamento razziale imposto socialmente, oppure, in alternativa, a inseguimento dell'ipotesi di un afrore ormonale a consenso di una prospettiva riproduttiva priva di qualunque malizia, negli esseri umani i contorni di quella spirale cervicale rincorsa a guardare chi ci ha appena superato, ancorché non uno qualunque, generalmente mirando al culo (ma anche alle gambe o alla schiena a seconda del sesso, dell'abbigliamento e delle preferenze individuali), dopo aver peraltro già preso visione del Lato A che ha dato il via al processo, è sinonimo di qualcosa di diverso.

Perché al di là degli odori o delle solitudini, che - beninteso - anche negli umani possono esserci, come pure delle reali prospettive sessuali, che sono il vero motore di quel torcicollo compulsivo (ragione per cui lo si vede accadere con una frequenza direttamente proporzionale al concentrato di ormoni nel sangue), il gesto lo si riscontra anche a fronte di una totale omissione di queste. Perché se il cane si volta per concedere al suo istinto di annusare una possibilità ludica o biologica, l'essere umano è disposto a correre il rischio di strappo muscolare anche nella piena consapevolezza che quel gesto non potrà mai essere dotato di un'autentica aspettativa reale. D'altro canto l'apparente vacuità e insipidezza dell'atto non è sufficiente a far desistere da quello che sembra l'ennesimo paradosso del comportamento umano. Ma in questo caso l'apparente stravaganza è in realtà anche sinonimo di qualcosa di unico e bellissimo, un'attitudine straordinaria del tutto distintiva, trattandosi in ultima analisi non solo del nutrimento di una pura fantasia, sia essa geometrica (ortogonale), religiosa (missionaria), ippica (!), o quella che volete voi, ma anche addirittura della mirabile coltivazione tutta umana (ma anche un po' marziana) della fantasia di una fantasia.

Se poi, più prosaicamente, vi trovaste anche solo nella condizione di aver bisogno di un (valido) alibi al gesto, ora ne avete uno. Ringraziatemi.

lunedì 20 febbraio 2012

domenica 2 gennaio 2011

Cartoline da un pianeta immaginato (3 di 3)

Il pianeta truffatore
Poi fu la volta dell'arrivo delle sonde automatiche, e le cose furono destinate a cambiare ancora, sebbene stavolta più velocemente. Nel luglio 1965 la Mariner 4 mandò le prime 21 immagini ravvicinate di Marte, distruggendo così il mito di un pianeta vivifico e lussureggiante, e dipingendolo invece come un mondo arido e morto, qualcosa di molto simile alla Luna. Addio canali, addio mari, addio distese di vegetali. Lassù ci sono solo sabbia e crateri e le ombre scure che si vedevano dalla Terra non erano altro che terreni strutturalmente diversi, in grado di riflettere diversamente la luce del Sole. Fine di tutti i miti. Amen. E invece no. Marte aveva ancora delle sorprese in serbo per la vostra inesauribile immaginazione. Nel 1976 la missione Viking stabiliva una pietra miliare nell'esplorazione dello spazio, riuscendo a far atterrare con successo su Marte un modulo in grado, per la prima volta, di prendere immagini a colori dal suolo e di compiere tre test biologici per cercare tracce di vita. Il cielo rosa fece fare un salto sulla seggiola agli scienziati e non solo. Quello che più d'ogni altra cosa fece trattenere il fiato fu che uno dei test in questione, la prova di cosiddetta Respirometria o Risposta Marcata (Labeled Release) ideata dal prof. Gilbert Levin, diede ripetutamente risultati positivi. In pratica si trattava di somministrare a un campione del suolo di Marte delle apposite sostanze nutrienti (amminoacidi), contaminate con una lievissima dose di C14, isotopo radioattivo del carbonio. Se una forma di vita fosse stata presente nel campione di suolo marziano, essa avrebbe metabolizzato le sostanze nutrienti, rilasciando dei composti di scarto (soprattutto anidride carbonica), che sarebbero stati anch'essi marcati con lo stesso isotopo radioattivo del carbonio. E l'anidride carbonica "marcata" fu effettivamente prodotta, e in quantità decisamente notevoli. Alla NASA ci furono rumori di bottiglie stappate e brindisi, la sera del 30 luglio 1976. Ma, nelle settimane successive, gli altri due esperimenti non confermarono mai i dati del primo test, anzi contribuirono a ridimensionarne il risultato apparentemente clamoroso. Che cos'era successo di preciso? Furono messe al vaglio molte ipotesi, e alla fine la NASA scelse una spiegazione che coinvolgeva meccanismi puramente geochimici, ovvero del tutto avulsi da un contesto biologico. Tuttavia c'è ancora chi (il Prof. Levin, per esempio) è convinto che si sia trattata invece di una prova decisiva della presenza di vita su Marte (ma non ce n'è bisogno, visto che la prova decisiva sono io!). Da allora, però, nonostante il gran numero di sonde, altri esperimenti di questo tipo non sono stati mai più tentati. Nel frattempo, però, l'immaginazione era ancora protagonista, perché nello stesso periodo il Viking Orbiter, il modulo rimasto in orbita, mandava dalla zona di Cydonia un'immagine da far svenire. Sembrava un volto e non ci volle molto perché fosse battezzato la "Sfinge" di Marte. Naturalmente all'epoca non si poté verificare, prendere un'immagine della stessa zona da un'altra angolazione, con un'altra prospettiva o una differente illuminazione, e così immaginario e mitologia ripartirono alla grande. Chi aveva scolpito quella "faccia"? E perché? Si erano estinti? Quando? Impossibile ignorare il ricordo delle Cronache Marziane di Ray Bradbury. Facile altresì, a questo punto, che immaginario e mitologia si spingessero oltre, e infatti nelle immagini della stessa zona furono viste anche piramidi e piccoli villaggi abbandonati. Articoli, libri e congetture fiorirono, e l'ipotesi extraterrestre non fu abbandonata del tutto nemmeno quando nel 1998 la Mars Global Surveyor andò a riprendere la stessa zona con una risoluzione decisamente maggiore, per dimostrare senza ombra di dubbio che il "volto" non era altro che un semplice effetto ottico del punto di vista, della luce e della bassa risoluzione. L'equivalente geologico degli elefanti in cielo fatti di nuvole.

Il pianeta mattacchione
Ma l'uomo evidentemente ha bisogno di mitologie e di immaginazione e nel 1994 Marte fece di nuovo egregiamente la sua parte. Successe quando gli scienziati videro i risultati di alcune scansioni al microscopio elettronico dell'interno di ALH84001, meteorite marziano rinvenuto in Antartide dieci anni prima. In alcune immagini, infatti, sembrava proprio di vedere dei batteri fossilizzati. L'immagine fece il giro del mondo e si gridò alla scoperta del secolo. Anche l'allora Presidente Clinton ne parlò in un discorso. Ma, sebbene ci fossero altre evidenze chimiche precise che potessero portare alla conclusione che effettivamente c'era stato qualcosa di vivo dentro quella roccia, come si faceva a essere sicuri che si trattassero proprio di batteri marziani fossili e non di uno scherzo del microscopio, della sezione, o di qualche altro accidente? Qualcuno ha mai visto un batterio marziano e saprebbe riconoscerne il relativo fossile? Alla fine la maggioranza della comunità scientifica si ritrovò a giudicare la prova del meteorite molto suggestiva, ma per lo meno non definitiva. Anche oggi, dunque, il mito non smette di essere alimentato. E anche quando dei rover comandati dalla Terra scorrazzano in lungo in largo per mesi sulla superficie marziana, c'è la possibilità per Marte di mettere ogni tanto la sua zampata da buontempone. A Spirit e Opportunity, i due sofisticati trabiccoli della NASA che ormai da più di sei anni studiano ostinatamente la superficie di Marte (Spirit in realtà è ormai KO dal marzo scorso), è successo almeno due volte di incappare in sfrontati specchietti per le allodole con cui Marte (o noi marziani?) si diverte a lastricare la strada della conoscenza umana. La prima volta è accaduto quando a un certo punto, nel suo girovagare sulla Meridiani Planum, a Opportunity capitò di inquadrare delle zone del suolo di Marte ricoperte da piccole sferette che gli americani non tardarono a battezzare blueberries, ovvero "mirtilli". Sembrava di vedere una di quelle spiagge tropicali disseminate da mucchietti di palline di sabbia, residuo del pasto di un esercito di piccoli granchi affamati. Naturalmente non si trattava di resti di un'attività biologica, bensì di particolari formazioni geologiche di ematite (ossidi di ferro), che anche sulla Terra si formano in presenza di acqua. Ma questo bastò a suggestionare l'immaginazione. La seconda volta, poi, fu ancora più clamorosa, perché qualche mese dopo il suo arrivo, Opportunity inquadrò e mandò sulla Terra l'immagine di un... coniglio!

L'uomo credulone
Sullo sfondo scuro e rugginoso della sabbia, sembrava davvero un bel piccolo coniglietto bianco con tanto di orecchie. E ci mancava anche che spuntasse Alice, saltellando e tirando fuori la lingua davanti all'obiettivo del rover. Ebbene, per qualche giorno l'enigma ha tenuto banco presso gli scienziati i quali cercavano di capire di che cosa si trattasse. Scattarono ripetute foto dell'"animale" per vedere se si muoveva o se cambiava posizione e, alla fine, giunsero alla conclusione che si doveva trattare di un frammento dell'air-bag che aveva protetto lo stesso rover durante la fase di atterraggio. Ma non ci sarebbe da sorprendersi se, da qualche parte, ci fosse qualcuno, particolarmente sensibile all'immaginazione, che ha ancora il dubbio che si trattasse di un coniglio autentico. Del resto è di Marte che si tratta, mica di un pianeta qualunque. Il pianeta principe di tutte le mitologie, l'unico capace di andare a solleticare il bisogno di emozioni dell'uomo, facendogli credere che la realtà delle cose è sempre più complicata, misteriosa ed esotica di quanto non sia. Ma è anche il pianeta che, anche nel suo lato ormai più scientifico e pragmatico, riesce sempre a trovare la strada per insinuare il frammento del dubbio, il barlume della suggestione, l'eco dello scherzo, il contorno di una nuova mitologia. Perché le mitologie nascono di notte. Le mitologie nascono dal mistero. E finché voi ve ne starete laggiù, distanti, irraggiungibili, intoccabili, noi marziani quassù non la smetteremo di prendervi per i fondelli, sapendo che è proprio questo, in fondo, quello che volete da noi.

/fine

venerdì 31 dicembre 2010

Cartoline da un pianeta immaginato (2 di 3)

Il pianeta illusionista
Poi giunse il telescopio, e le cose - per voi - furono destinate a cambiare ancora, sebbene molto lentamente. Nel frattempo, Marte e il paradigma della mitologia non rinunciavano a mettere in scacco l'immaginazione dell'uomo. Anzi, le prime osservazioni telescopiche, nonostante non potessero in alcun modo permettere di fare ipotesi realistiche sulla natura o la composizione del Pianeta Rosso, pur qualcosa evidenziavano. E quel qualcosa era sufficiente per... immaginare. Si trattava di vaghe zone d'ombra per lo più, ma non impiegaste molto - né vi si può biasimare per questo - ad applicare la vostra visione terrestre del mondo per dire che si trattava di “mari”, mentre le zone chiare erano, manco a dirlo, “terre”. Se poi ci aggiungiamo il fatto che nel XVIII secolo già si erano osservate delle calotte polari (proprio come la Terra) che cambiavano ampiezza con le stagioni, che la rotazione intorno al proprio asse era poco più di ventiquattro ore (proprio come la Terra...), e che l'inclinazione dell'asse era di circa 25° (proprio come la Terra!), tutto concorse, insieme con una buona dose di presunzione, a far ritenere che vi trovaste di fronte a un mondo del tutto simile al vostro. E in un mondo così apparentemente simile alla Terra, era così stravagante immaginare che ci fosse la vita? Quando poi vi accorgeste che i contorni delle ombre scure sulla superficie non sembravano avere confini fissi, ma parevano modificarsi nel corso dell'anno marziano (forse in accordo con le stagioni?), l'interpretazione che si trattasse di distese marine, fu sostituita dall'ipotesi che si trattasse di ampi continenti ricoperti da vegetazione, favorita dallo scioglimento delle calotte polari (e quindi si espandeva) o, viceversa, inibita dalle rigidità del lungo inverno marziano (e quindi si riduceva). Si era intorno alle metà del XIX secolo e la tecnologia ottica cominciava a fornire prestazioni di tutto rispetto, permettendo la costruzione di telescopi rifrattori e riflettori di grandi dimensioni, in grado di spingere più vicino lo sguardo degli osservatori. Questo significava senza dubbio poter vedere meglio, ma anche stuzzicare ancora meglio sempre lei: l'immaginazione. Successe così che nel 1877, anno di una Grande Opposizione particolarmente favorevole (posizione di massimo avvicinamento di due pianeti), un italiano si mise seduto dietro l'oculare del suo nuovo bellissimo rifrattore alla Specola di Milano e, così, tanto per provarlo, intraprese la serie di osservazioni più scientifica e sistematica del Pianeta Rosso che mai fosse stata compiuta fino ad allora. L'uomo era Giovanni Virgilio Schiaparelli e il risultato dei suoi studi, che peraltro proseguirono per molti anni a venire, furono le carta geografiche di Marte più dettagliate dell'epoca, con la relativa nomenclatura, che viene tutt'oggi da voi utilizzata. Ma quello che rese indimenticabile quella stagione, fu la nascita della mitologia dei "canali". In realtà Schiaparelli aveva solo timidamente osservato che sembravano esistere delle strutture simili a canali (tenete presente che, con gli strumenti disponibili all'epoca, un canale sulla superficie di Marte, per essere visibile dalla Terra avrebbe dovuto essere largo almeno 20 km) che sembravano anche modificare struttura, ovvero raddoppiare nel giro di qualche giorno, secondo quel fenomeno che l'astronomo italiano aveva chiamato geminazione. Complice, sembra, anche un errore di traduzione o di interpretazione degli scritti di Schiaparelli per cui "canale" fu tradotto in inglese con "canal" (di origine artificiale) invece che con "channel" (di origine naturale), moltissimi cominciarono a vedere canali sulla superficie di Marte, essendone convinti dell'artificialità e, di conseguenza, della presenza di esseri intelligenti in grado di costruirli.

Il pianeta fanfarone
Tra questi il più acceso sostenitore della teoria marziana fu Percival Lowell, ex-diplomatico e abbastanza facoltoso da potersi costruire un osservatorio personale in Arizona, solo per soddisfare il capriccio di osservare Marte. Sebbene ci fossero scienziati che, anche all'epoca, avessero un atteggiamento molto più scettico riguardo la faccenda dei canali e dei marziani, e lo stesso Schiaparelli fosse molto cauto a riguardo, grazie a Lowell, Flammarion e a una pletora di divulgatori tanto popolari, quanto un po' troppo inclini alla suggestione, l'immaginario popolare fu così invaso dalla mitologia di un Marte abitato e tecnologicamente avanzato. Con tutte le conseguenze del caso. Durante i primi esperimenti radio, Tesla interpretò segnali che Marconi diceva di aver ricevuto dallo spazio, come senz'alcun dubbio provenienti da Marte. Ma chi può dire che in quel caso alla base non ci sia stata di mezzo qualche questione personale tra i due? A fine secolo, poi, una ricca vedova francese, tale Clara Gouguet-Guzman, pare mise in palio 100.000 franchi dell'epoca al primo che fosse riuscito a contattare una civiltà extraterrestre, ricevendone risposta. Manco a dirlo, però, il regolamento della contesa prevedeva l'esclusione di Marte perché ritenuto un obiettivo troppo facile! Medium affermavano che in sedute spiritiche potevano incontrare su Marte le anime dei trapassati e lo stesso Carl Jung scrive di un paziente che in trance ipnotico si ritrova su Marte e vede i marziani a bordo di grandi macchine volanti, un'esperienza molto simile a quella raccontata dall'eminente dottor Theodore Flournoy che nei suoi appunti riporta il caso di Helen Smith, una medium svizzera che sotto ipnosi afferma di visitare Marte e dice di parlare con i marziani descrivendoli come "simili ai francesi"! Non è un caso che la stessa fantascienza, a partire proprio dalla fine del XIX secolo, vide il fiorire di decine e decine di romanzi ambientati su Marte, tra cui il più celebre La guerra dei mondi. E forse fu proprio grazie a questo terreno fertile per l'immaginazione che, suo malgrado, Orson Welles scatenò il famoso panico extraterrestre con la celebre invasione radiofonica dell'ottobre 1938. E da dove provenivano gli invasori atterrati a Grover's Mill? Da Marte naturalmente. Almeno fosse stato vero! Se l'avessimo saputo, ci saremmo attrezzati per non deludervi.

[Nota: la seconda immagine risulta essere un disegno autografo di H.G. Wells in cui lo scrittore esprime la sua personale visione dei marziani. Devo proprio dirvi cosa ne penso?]

/continua

mercoledì 29 dicembre 2010

Cartoline da un pianeta immaginato (1 di 3)

Le mitologie nascono di notte. Le mitologie nascono dal mistero. Le mitologie nascono quando la luce delle stelle suggestiona la mente, la libera dalle catene della ragione e la porta a spasso, in giro dove più le piace. Ma le mitologie nascono anche dall'impossibilità di verificare e dalla possibilità di fantasticare, dalla capacità di rendere vero quello che non è, e di applicare alle categorie del reale, pensieri che di reale non hanno un accidente, ma che funzionano perché spiegano, perché mettono divisioni e paletti, perché aiutano a capire e impongono regole, perché aggiungono informazioni dove le informazioni scarseggiano. Da tutti questi punti di vista, Marte - il mio Marte - può essere considerato il principe delle (vostre) mitologie, perché pochissimi concetti nella storia dell'uomo hanno avuto gli stessi effetti dirompenti che ha avuto Marte e del resto è forse proprio questa la ragione per cui io mi trovo qui adesso. Forse soltanto il mare, con i suoi abissi oscuri, i suoi pericoli ignoti, le sue nebbie filacciose, le sue creature nascoste, le sue tempeste improvvise e i suoi baluginii occulti ha saputo sollecitare in maniera comparabile l'immaginazione dell'uomo. Tuttavia il mare l'uomo lo ha sempre potuto toccare, ammirare, assaggiare, tentare di domare persino. E queste sono state cose che ne hanno sempre limitato in qualche misura la mitologia. Marte invece no. Marte se n'è sempre stato lassù fin dagli albori dell'umanità. Distante. Irraggiungibile. Intoccabile. Un semplice punto di luce che, ciclicamente, ogni 15-17 anni, si ingrossava in maniera preoccupante dopodiché tornava a farsi piccolo. Un punto di luce che aveva il colore del fuoco e del sangue, e l'unica parentela che fuoco e sangue avevano con le categorie del reale, l'avevano con la guerra. Fuoco e sangue. Distruzione e morte. Non sorprende dunque che Marte sia stato uno dei miti più forti della vostra antichità, proprio perché legato, a causa del suo colore, alle categorie mentali più drammatiche dell'esperienza umana. Può invece sorprendere di più che, anche in epoche ormai non pagane, ovvero più illuminate dalla ragione e dalla scienza moderna, Marte si sia preso innumerevoli volte gioco della capacità dell'uomo di immaginare.

Il pianeta giocoliere
Provate dunque a chiudere gli occhi e a immaginare che non esista niente di tutto quello che siete abituati a conoscere. Niente frigoriferi e lavatrici. Niente automobili o lampioni per strada. Niente computer, né radio, né televisioni, né Internet. Niente elettricità insomma. Anzi, niente scienza e tecnologia. Niente Piero Angela o Margherita Hack. Neppure Galileo Galilei, naturalmente. Senza dubbio non saprete un accidente di cosa sono le stelle e i pianeti. Sono solo luci, alcune fisse, alcune mobili. Alcune bianche, alcune colorate. Alcune puntiformi, alcune capaci di ingrandirsi e rimpicciolirsi. Ma è difficile che vi possa passare per la testa che siano enormi sfere incandescenti o piccole palle di roccia. E' altresì possibile che, se siete un pensatore particolarmente acuto, versatile e ambizioso, tentiate di cercare di capirne i movimenti e, da questo, cercare di disegnare un modello dell'universo. Ebbene, da questo punto di vista di sicuro Marte vi farà impazzire perché ogni tanto avrete notato che il suo moto lineare e regolare nel cielo notturno subisce un'inversione di marcia. Questo è assai facile da verificare a occhio nudo e non c'è alcun dubbio che questo fenomeno sia stato osservato anche nell'antichità. Si chiama moto retrogrado e si tratta di un semplice effetto di combinazione tra i moti orbitali della Terra e di Marte per cui, da un osservatore posto sul vostro pianeta, quando la Terra (che si muove più velocemente di Marte essendo più interna) si avvicina all'opposizione, cioè al punto in cui Sole, Terra e Marte sono allineati tutti dalla stessa parte, Marte disegna con il suo cammino nel cielo una sorta di cappio o di ricciolo, tornando indietro per qualche giorno e poi riprendendo il suo percorso "normale". In realtà questo curioso fenomeno puramente prospettico è presente nell'osservazione di tutti i pianeti esterni, ma in Marte è molto più evidente, ed è stato proprio nel tentativo di spiegare questo moto, che sono nati tutti i modelli dell'universo dei pensatori del passato, da Ipparco ad Aristarco, a Tolomeo, a Copernico, a Brahe, fino a Keplero, quello che a cavallo tra XVI e XVII secolo ci ha finalmente azzeccato, stravolgendo l'intera visione del (vostro) mondo. E il tutto grazie a Marte. Come avreste fatto dunque senza di noi?

/continua

giovedì 15 luglio 2010

Nudismo d'altri mondi

Strana cosa il vostro immaginario e curioso come esso trovi una rappresentazione visiva. Ho infatti l'impressione che abbiate sviluppato l'insana abitudine di raffigurare gli extraterrestri nudi. Non sempre, certo, ma spesso, insolitamente spesso. In particolare - mi pare - quando vi illudete di essere davvero realistici, ovvero quando, per certi versi paradossalmente, agli esseri che state rappresentando volete attribuire maggior distanza dalla umanità e renderli così maggiormente "alieni" e dunque veri. Mi viene in mente il povero E.T., che il buon Rambaldi non aveva dotato nemmeno di un straccio d'un farfallino, come pure il gruppo di extraterrestri che fanno una capatina giù dall'astronave di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, come turisti fai-da-te atterrati all'aeroporto sbagliato, cui non sono state date in dotazione neanche la maschera per dormire e le ciabattine usa-e-getta.

Poi è chiaro che, volendo restare nel campo cinematografico che è uno dei più fervidi catalizzatori dell'immaginario, l'eventuale vestito ha anche il compito di effetto speciale, per suscitare maggiore suggestione e per dissimulare le fattezze troppo umane dell'attore che sta sudando sotto il trucco. Per questo penso che il grande schermo faccia testo solo fino a un certo punto. E la sensazione che ho - anche da alcuni commenti del precedente post - è che in base al vostro immaginario l'"alieno" sia generalmente uno scostumato, irriducibile nudista. E questo è curioso, perché dovrebbe essere abbastanza intuibile che una creatura intelligente si inventi dei modi "comodi" per proteggere il proprio corpo dalle aggressioni dell'ambiente esterno che sussistono in qualsiasi luogo di questo universo. Perché allora vi piace immaginarci nudi?

Provo a immaginare a mia volta qualche risposta a ruota libera:
1) nell'implicazione dell'assenza della vergogna, la nudità è emblema biblico dello stato di purezza, per cui vi piace pensare (un po' aristotelicamente) che le creature che provengono dal cielo siano dotate di uno stato di grazia incorrotta;
2) contrapposta all'ossessione terrestre per l'abbigliamento, l'abitudine alla nudità rappresenta una "diversità" che secondo voi rafforza il concetto di "alienità" che volete rappresentare;
3) non siete dotati di abbastanza fantasia per trovare una rappresentazione sufficientemente "aliena" della moda (forse perché già la vostra moda a è parecchio aliena), dunque fate prima a rinunciarvi perché in fondo la pigrizia è una delle vostre caratteristiche principali;
4) la nudità - vista per analogia con quella degli animali - implica una condizione di inferiorità, per cui in questo modo cercate di esorcizzare la paura dell'ignoto e del fatto noi potremmo esservi superiori e dunque farvi un culo grosso così.

[Credit: Un ringraziamento a il rospo dalla bocca larga che mi ha (involontariamente) suggerito questo post]

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