Punti di vista da un altro pianeta

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mercoledì 18 febbraio 2015

Tre allegri ragazzi morti (viventi)

Il Volo vince il Festival di Sanremo. Il Volo ha un successo della madonna. Il Volo è sintomo di qualcosa di terribile. Perché Il Volo è la fotografia dell'immobilismo di questo paese. Un paese in cui viene premiato il ripiegamento su se stessi, la nostalgia, il passato, la garanzia, ovvero quello che è già stato fatto e ha già avuto successo. Un paese che, dunque, ti dimostra che non si deve rischiare e, per questo, un paese artisticamente morto. Un paese zombizzato culturalmente dove, piuttosto che inseguire la creatività, i giovani preferiscono mostrare il collo alle zanne dei vecchi (o vengono indirizzati a farlo, oppure non hanno scelta perché è il dazio che devono pagare per entrare nel club). Un paese che, tranne rare eccezioni, tratta l'espressione creativa come un incidente di percorso, una malattia curabile, qualcosa di ingombrante di cui sbarazzarsi, di appuntito da spuntare, di puzzolente da deodorare, qualcosa di cui sbarazzarsi in fretta per incanalarsi nei rassicuranti (e magari economicamente fruttuosi) binari di un deja vu triste e mortificante.

Avvinghiata intorno alle proprie radici nutrite dall'illusione della propria tradizione, l'Italia de Il Volo è, paradossalmente, il ritratto di un paese incapace di dare orizzonti verso i quali prendere il volo, un paese che in questa espressione dimostra tutta la sua stanchezza e pigrizia croniche, la sua mancanza di humus culturale e di un qualunque fermento, un paese reazionario ostaggio della vecchiaia, fisica, ma anche intellettuale, di tutti coloro che, a vario titolo, detengono il potere e che, in questo modo, cercano di mantenerlo saldo fino all'ultimo dei loro respiri, ma sapendo che dopo di loro ci sarà qualcuno come loro a mantenere la barra del timone dritta sempre sulla stessa, maledettissima rotta.

E poi vedi cosa succede nei blog: uno parte dal Festival di Sanremo e finisce per parlare della democrazia cristiana.

domenica 7 ottobre 2012

La musica dei pianeti

Seguendo l'antico concetto filosofico della Musica delle Sfere e traducendo dunque un'armonia cosmica in un'armonia musicale, si potrebbe usare la frequenza di rivoluzione di ciascuno dei pianeti del Sistema Solare, convertirla in nota musicale udibile all'orecchio umano, e costruirci sopra un pezzo.

È quello che ha fatto Giorgio Costantini con Alba Mundi, brano per pianoforte e orchestra composto proprio intorno alle nove note che costituiscono le trasposizioni musicali delle frequenze di rivoluzione dei nove pianeti dell'accezione classica (i pianeti oggi sono otto, Costantini ha avuto la bontà di includere anche Plutone che, di fatto, da qualche anno non è più "tecnicamente" considerato un pianeta). Il suono finale è quello che corrisponde alle frequenze orbitali di tutti i pianeti, trasportato di 36 ottave per essere udibile dall'orecchio umano.

Marte è un Re. Dite che è per questo che a me piace parecchio?



Qui trovate la spiegazione tecnica dettagliata dello stesso Costantini circa la costruzione del brano.

martedì 12 giugno 2012

[Andare a vedere Bruce Springsteen ascoltando i Pink Floyd...]

Non capita a tutti di ritrovarsi di fronte quarantamila persone, ma pure anche il doppio. Quando riempi uno stadio (quasi) ogni sera non è che importi molto la capienza. Uno stadio è uno stadio. Importa decisamente più il fatto che queste quarantamila, ma pure anche il doppio, sono lì perché sono Pazze-Di-Te. E quando dico così, non lo intendo necessariamente in senso romantico. Cioè, magari anche in quello, forse almeno una certa percentuale, ma non è (più) quello il punto, soprattutto se hai superato i sessanta. Il punto è un altro e ha a che fare con quello che mostrava la telecamera che l'altra sera riprendeva il Boss alle spalle, cioè da dentro il palco verso il mare di carne del pubblico, così tu vedevi sullo schermo la sua silhouette iconica (un po' presley-style) e la faccia della gente ebbra sotto la minaccia - poi mantenuta - del cielo nero. Ha a che fare con quelle facce che sono un'unica faccia, con quelle mani alzate che sono sempre e solo le stesse due mani, con tutte quelle bocche che urlano, ma che sono un'unica bocca. Mi sono sempre chiesto l'effetto che tutto questo deve fare a te, essere umano, esploratore abituale di cavità nasali e scovolatore occasionale di cerumi auricolari (ve lo immaginate Bruce Springsteen alle prese con i coni per le orecchie?), a stare lì sul palco e lì sotto onde di carne e sangue che si infrangono ogni sera sulla spiaggia del tuo orgoglio.

Non che abbia una risposta, perché non ce n'è una sola. Ognuno, che si trova lì sopra, a surfare sulle creste dell'esaltazione altrui, reagirà a modo suo. Chi con l'autodistruzione della presunzione, chi con l'irresponsabilità dell'onnipotenza, chi con una calcolata consapevolezza del personaggio, chi con l'abdicazione totale di se stesso. Forse, anzi di sicuro, ce ne sono anche altre, ma è quest'ultima modalità che un personaggio come Bruce Springsteen, per lo meno per quello che vedi in concerto, dà l'impressione di avere voluto adottare. Perché anche se il cielo viene veramente giù a pezzi liquidi belli grossi, e anche se l'anagrafe non è più compagna così amichevole come una volta, il Boss non sta al riparo, il Boss dà tutto, il Boss è la conferma biologica dell'equivalenza massa-energia. Al punto che se ti presentassi a sorpresa nei camerini alla fine del concerto con una provetta, sei certo che non lo riuscirebbe mai a passare, lui, un esame antidoping. Di certo non uno che dal vivo, con quella fisicità da rocker archetipico, quella band stratosferica, quel carisma marziano, potrebbe cantare la lista della spesa (e in effetti a volte - diciamolo pure - lo fa), e farla sembrare una strafottuta, meravigliosa, emozionante Divina Commedia.

Così, domenica sera, sotto quel cielo esagerato che ha voluto assistere tutto insieme senza pagare il biglietto, guardavo Bruce Springsteen e a un certo punto mi è venuto da pensare a Joseph Ratzinger, cioè forse all'unico personaggio mondiale maschile (una volta andato Michael Jackson) che nei suoi tour mondiali riesce a raccogliere maggiori spettatori del Boss (lasciatemi perdere gli U2, lasciatemi perdere i Pearl Jam, lasciatemi perdere i Radiohead, lasciatemi perdere Jovanotti, Toto Cutugno e i Jalisse). Ebbene, mi son detto, lì più o meno a metà strada tra Born to Run e Hungry Heart: chissà come si deve sentire il Papa di fronte a tutti quei milioni di persone, che pendono dalle sue labbra, che lo guardano con espressione estatica in attesa del suo konforto fatto (dalla prospettiva di un occhio marziano, naturalmente) ti panalità e ti luoghi komuni. Anche in questo caso non è che io mi sia dato una risposta. Perché non ce n'è una sola. E dentro di sé ogni Papa, nel suo intimo, reagirà secondo la sua indole e il suo temperamento. Però almeno una cosa la si può dire. Una cosa piccola piccola, ma a suo modo significativa. A differenza del Boss, se il Papa è arrivato lì ad avere davanti tutte quelle moltitudini osannanti lo deve ai meriti di qualcun altro.

[Ma tornare da vedere Bruce Springsteen ascoltando Bruce Springsteen...]

domenica 13 maggio 2012

Uno dei video musicali più belli che abbia mai visto


70% progressive, 20% psichedelico, 10% sperimentale. Il video, decisamente dark (un po' alla Tim Burton, ma meglio) di Drag Ropes degli Storm Corrosion è una gioia per gli occhi (ma anche l'udito ha la sua gratificazione).
Un amore impossibile, un peccato mortale, la dittatura della religione.
Prendetevi dieci minuti.

mercoledì 6 aprile 2011

Murato vivo

Sono posseduto. E questo post nasce come un maldestro tentativo di esorcismo fai-da-te. Perché ormai è da quattro giorni che sono in questo stato e non riesco a uscire dal tunnel, come la puntina impazzita di un disco che salta da un pezzo all'altro e non arriva mai in fondo, pietrificato come uno che si è trovato al cospetto di Medusa e non ha potuto fare a meno di guardarla dentro quei suoi occhi di mercurio. Come trovarsi di fronte a un mito. Che tu lo sapevi da ben prima che era un mito, sapevi quali erano le regole, eppure non potevi prevedere la tua reazione. Ma concedetemi un passo indietro. Anzi due.
Anzi tre.

Nel primo ci sono le pareti di una stanza. Da adolescente. Non ci sono poster di cantanti. Non mi sono mai nutrito di mitologie, né pop, né rock. A dispetto del fatto di essere sempre stato un vorace consumatore di musica, non ho mai sentito il bisogno di appendere altari cartacei intitolati ai miei idoli, cui affidare l'incertezza della mia identità. Forse perché non era poi così incerta? Non lo so. Vedo solo una vignetta di Snoopy e le locandine di due film: Indiana Jones e l'ultima crociata e Ritorno al futuro. Come se il mito potesse passare solo attraverso le immagini di una finzione conclamata. Anche se ho idea che fosse più che altro una questione di estetica e di colori. Nel complesso scorrendo il nastro del tempo vedo in giro una crescente quantità di LP dei generi più svariati, che poi sono diventati CD. Eppure mai nessuna Madonna votiva.

Il secondo parla di una scoperta. Non so perché sono sempre stato fissato con la musica. Forse per merito di uno strano giro di coincidenze che facevano sì che in pasto al mio mangiadischi in perenne crisi d'astinenza finissero quantità ziopaperonesche di 45 giri dismessi dal juke-boxe di un bar di amici. Perché nessun altro in casa aveva l'abitudine di ascoltare musica. C'era di tutto, da Battisti ai Beach Boys. Da Gigliola Cinquetti a Santo & Johnny. Roba da juke-box, insomma. Poi ci fu quella volta che finii a casa di un cugino molto più grande di me (saranno stati ben sette/otto anni) che vedevo di rado e lui aveva questo grande disco da grandi con una copertina da paura. Nera (nera!), con un triangolo in mezzo e una specie di bizzarro arcobaleno sghembo che spuntava da una parte. Per non parlare dell'altro zio, sempre con quei dischi là, bocconi troppo grossi per le fauci del mio mangiadischi. E una copertina con due tizi tutti elegantini, in mezzo a una strada desolata, che si stringono la mano, ma nel contempo uno dei due brucia. E veniva da chiedersi, ma è colpa della stretta di mano, se brucia? E perché l'altro non fa niente per salvarlo? Altro che vorrei che tu fossi qui. Sarebbe molto meglio se fossi da un altra parte! Ma quando li mettevi sul piatto dei grandi, quei dischi, usciva fuori una musica pazzesca, che mi faceva brillare pazzo come un diamante. E mi lasciava nell'orecchio la fame di quei suoni che non sapevo dove andare a ripescare. Del resto probabilmente con la lettura ero alle prime armi. Figuriamoci capire l'inglese. E comunque su quelle copertine non c'era alcun indizio, nessuna scritta, solo il più fitto, inesplicabile mistero.
Il terzo è sul riconoscimento dell'arte, della creatività, del talento e, in ultimo, di quella mescolanza indefinibile di attitudini denominata volgarmente genio. Sono faccende che si imparano con l'età, l'esperienza, la cultura. Come affinare la sensibilità di un'antenna per captare frequenze sottili e armoniche superiori. Non si finisce mai di farlo, perché il mondo è analogico e le sue sfumature sono troppe per una vita sola. Così, oggi è questa l'unica mitologia che riesco a contemplare. Una mitologia che dunque non è adorazione, ma inchino di fronte a qualcuno che è (stato) capace di creare qualcosa di unico, dal nulla. Qualcosa di cristallino, di levigato, di un materiale alieno immune alla corruzione del tempo e della noia, dotato della straordinaria proprietà dell'evocazione. Può essere un musicista, uno scrittore, un regista. Non importa. Alla fine è un demiurgo di spiriti ed emozioni. Ebbene, tutto questo sui Pink Floyd l'avevo già capito da un pezzo. Ma vedere The Wall dal vivo, e Roger Waters sul palco iniziare intonando questa e rendersi conto di aver perso la ragione per almeno dieci minuti buoni come non ti è mai successo in vita tua, come nemmeno pensavi potesse essere possibile, sopraffatto da uno scollamento mitologico, in preda a una crisi acuta da Sindrome di Stendhal, in viaggio solo andata dentro una sensazione d'altromondo, è qualcosa che lo capisci dai numeri da circo che fa la tua spina dorsale, che ti resterà dentro per sempre.

D'accordo, ma cazzo, almeno vorrei riuscire a togliermi dalla testa Comfortably Numb!



/continua

mercoledì 22 dicembre 2010

La musica ai tempi dell'iPod

Immaginate di ascoltare per la prima volta la Marcia Trionfale dell'Aida con la sua gloriosità, il Va' pensiero del Nabucco con i suoi brividi o la Quinta Sinfonia di Beethoven in tutto il suo possente dramma interiore e di essere consapevoli che molto probabilmente quella sarà l'unica volta della vostra vita. Quando l'orchestra avrà fatto vibrare nell'aria l'ultima nota, il direttore abbasserà la bacchetta e l'eco nel teatro si sarà smorzata del tutto, quella melodia potrà vivere solo nell'immaginazione del vostro ricordo. Niente grammofoni con i tromboni dorati, nessun magnetofono Geloso dal nastro delicato come il petalo d'un fiore, nessun mangiadischi dalla digestione lenta e nemmeno un walkman plasticoso succhiapile da gita scolastica. Figuriamoci diavolerie acronimiche come CD, mp3, winamp o iPod. In tal caso è naturale che sarete propensi ad attribuire a un'esperienza come questa una valenza molto diversa, sia partecipativa che soprattutto emotiva.

Del resto è altrettanto prevedibile che in un mondo completamente archiviabile, riproducibile e auricolarizzato com'è quello di oggi, si sia perso del tutto il sapore dell'esecuzione unica con tutte le sue conseguenze. Con i supporti a disposizione si possono ascoltare canzoni un numero di volte virtualmente infinito, avendo superato per sempre anche i problemi di cagionevolezza del vinile o di stress del nastro (fatto salvo l'annosa questione della persistenza nel tempo dei vari formati digitali). Ma fino al 1877, anno dell'invenzione del fonografo, non esisteva niente del genere sulla faccia della Terra e, tranne coi carillon più o meno sofisticati, che peraltro non avevano niente a che vedere con un'orchestra, l'unico modo che i vostri antenati avevano per ascoltare della musica era di farlo dal vivo. Così, anche avendo la possibilità di andare a teatro ad assistere alla rappresentazione di un'opera o all'esecuzione di una sinfonia (cosa peraltro preclusa a molti), quando il sipario si apriva lo spettatore sapeva che quello che stava per ascoltare difficilmente avrebbe avuto repliche in tutta la sua esistenza. Pensate a che razza di effetto amplificante per l'esperienza questa consapevolezza poteva rappresentare... Insomma, è più quello che abbiamo guadagnato o quello che abbiamo perso?

Ma non finisce qui.

/continua (domani)

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