Punti di vista da un altro pianeta

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lunedì 19 gennaio 2015

La meravigliosa uguaglianza della cacca

The Daily Duty, il dovere (si spera) quotidiano, è l'ultimo progetto con cui l'artista cagliaritana Cristina “Krydy” Guggeri, sta facendo parlare di sé. E in questo caso il suo lavoro è stata una vera e propria bomba in giro per il web, capace di sorprendere, ma anche di far riflettere e discutere, come nei casi migliori l'arte sa fare. Ritrarre i potenti del mondo nel momento più naturale della loro vita quotidiana, è infatti qualcosa di genialmente provocatorio, un po' perché Guggeri lo ha fatto attraverso la realizzazione di strabilianti lavori artistici, intensi ed espressivi, ma anche perché con le sue istantanee riporta nella giusta prospettiva il modo con cui siamo abituati a rapportarci col potere.


Vedere questi personaggi seduti su troni ceramici con le braghe o le calze calate, invece che sui loro consueti scranni vellutati (reali o metaforici), li spoglia innanzitutto di qualsiasi loro attributo di specialità, mettendoli sullo stesso piano di tutti gli esseri viventi come solo la morte sa fare (Totò la chiamava la livella), e secondariamente ci ricorda che il potere non esiste di per sé, ma è solo qualcosa che viene attribuito, tramandato, preso (e anche, si spera, tolto), ma resta comunque una sovrastruttura squisitamente umana.


Infine, a partire dalla considerazione laterale che la loro merda puzza e fa schifo tanto quanto la nostra, Guggeri ricorda che Il dovere quotidiano dei potenti dovrebbe essere quello di servire il popolo che defeca esattamente come loro e di tenere la merda e la puzza esclusivamente nell'ambito dei loro gabinetti.

mercoledì 14 gennaio 2015

Satira, democrazia e giornalisti in minigonna

Se vale il principio che la libertà di qualcuno finisce dove inizia quella di qualcun altro, la libertà di espressione della satira dove finisce? Qual è il suo limite? Ne ha uno? Lo deve avere? O forse, meglio, lo può avere? L'impressione mia è che la risposta sia no. A vedere certe vignette di Charlie Hebdo sembra che il limite non esista, almeno nella misura in cui l'offesa o la volgarità vengono messe a servizio di quello che è da sempre il fine principale della satira: attaccare le espressioni del potere (soprattutto politico e religioso). A questo punto l'unico pericolo che può rendere la satira spazzatura, è che sia inefficace.

Ma la forza della satira, la sua veemenza, la sua esplosività, non possono prescindere dalla percezione che l'oggetto rappresentato (ovvero chi in qualche modo se ne sente coinvolto) ha di essa. È il caso per esempio del dogma islamico dell'iconoclastia, molto radicato e sentito tra i musulmani, riferendosi all'irrappresentabilità non solo di Maometto e Allah, ma anche di ogni figura umana che possa essere oggetto di venerazione, contro cui va Charlie Hebdo ogni volta che pubblica una vignetta che raffiguri Maometto.

Dunque la domanda è: in nome della libertà di espressione, i giornalisti di Charlie Hebdo hanno superato (o superano) il limite? In che modo Charlie Hebdo e tutti i giornali di satira possono trovare giustificazione al loro superare i limiti? Qual è il principio - se non giurisprudenziale, per lo meno razionale - per cui non possono essere accusati, per esempio, di vilipendio contro le religioni? Che cosa salva la satira? La risposta è semplice: la sua indipendenza, ovvero il fatto che la satira sia davvero libera da ogni condizionamento e ogni altro fine, se non quello di smascherare i vizi del potere. Non questo potere o quel potere: tutti i poteri.

Perché la vera satira non è comparativa, non fa preferenze, è questa la sua prerogativa più nobile. E finché sulle copertine di Charlie Hebdo come del Vernacoliere troveremo Cattolicesimo, Islam ed Ebraismo, non per mettere in ridicolo le religioni in quanto tali, ma per caricaturare le loro umane storture, amplificarle e metterle, nude, di fronte agli occhi dei lettori, la satira troverà nell'esercizio della sua indiscriminata libertà, il limite (necessario) alla sua stessa libertà. Del resto pensare che quelli di Charlie Hebdo se la siano cercata, è come dire che se una donna esce in minigonna e tacchi a spillo non si deve lamentare se viene stuprata.

giovedì 6 settembre 2012

Grillo: quando il potere logora (chi non lo vuole?)

Non ho mai creduto a chi mi dipingeva Grillo come uno pseudo-fascista. Sebbene i suoi metodi ultrademagogici scuotessero le mie antenne alla radice, mi è anche capitato di pensare che il suo movimento avesse, almeno in linea di principio, delle radici sensate e, conseguentemente, una partecipazione sincera da parte di persone che dell'interesse per la cosa pubblica (e per nient'altro) facevano il motore del loro impegno. Il problema, semmai, dunque, alla fine è sempre stato solo lui.

Perché lui si professa leader del M5S, ma non si candida. A che titolo dunque, rispetto al Movimento, parla dal suo palco? Come semplice uomo-marketing? Come maître-à-penser? Come colui che decide cosa devono dire/fare i suoi, come tanti bei cloni di lui stesso? Questa è una sfumatura tutt'altro che trascurabile per un uomo che, a mano a mano che si avvicinano le elezioni, sembra abbia sempre più paura di ottenere una percentuale che potrebbe poterlo catapultare dall'altra parte della barricata.

Perché se l'Opposizione di fatto non ha regole e può essere svolta (spesso con un discreto successo) coi rutti e le scoregge, il Governo è (dovrebbe essere) fatto di tovaglioli bianchi e parole misurate. Perché se l'Opposizione può tirare mazzate senza dover rendere conto a nessuno, il Governo deve prendere decisioni su una base collegiale e, dunque, sempre compromissoria. Perché se l'Opposizione può andare in piazza a tirare dei vaffanculo a Destra e a Sinistra (letteralmente), il Governo deve poter andare a Bruxelles con un bagaglio linguistico e culturale di mediazione e credibilità.

E adesso, che Grillo alza il tiro (lui ha sempre bisogno di alzare il tiro), paventando chissà quali minacce alla sua persona, estremizza ulteriormente (e pericolosamente) lo scontro, allontanandosi ancora di più dalla possibilità di diventare un interlocutore politico credibile. Ma se lui non si candida, ripeto, come fa a essere un qualsivoglia interlocutore politico? E che senso ha che attragga lo scontro su di sé? Insomma, se non si candida, perché ci dovrebbe importare di lui? A nome di Chi, parla, giacché anche il suo "popolo" professa con orgoglio (più o meno sempre) una inopinata indipendenza - vera o presunta - dal suo leader? È solo questo dunque, al di là di qualsiasi altra considerazione sui "buffoni" al potere che piacciono alle folle, la vera Anomalia di Grillo, ed è solo questo che, alla fine, di Grillo (mi) fa paura.

Non sapere Chi ho davanti.

sabato 7 aprile 2012

giovedì 5 aprile 2012

Nei panni di un leghista

In casi come questi niente può consolarmi più di una bella, rinfrancante dissonanza cognitiva. Per la serie, ho creduto loro per vent'anni. Sono rimasto appeso alle loro parolacce, ai loro pugni alzati, al loro pane-al-pane, al verde delle loro bandiere, speranza autentica come un sapore di salsiccia cotta su una stufa a legna, la prima che io abbia mai visto, in cui io abbia mai creduto, con quella fragranza, intensa, forte, vera e selvaggia, magari anche un po' bruciacchiata come un vaffanculo gridato con voce roca. Mi sono fidato. Perché loro erano come me, venivano dal basso, dalla gente, erano portavoce genuini del cuore del popolo di cui faccio parte, quello di carne e sangue, sudore e terra, quello dei rastrelli e dei forconi, dei torni e dei pallet, pescatori di carpe e trote. Solo la voglia di fare sentire le proprie voci, il proprio dissenso, il proprio "Basta!". Niente sofisticazioni, come un buon vino doc delle mie terre.
E adesso?

Adesso, mi spiace, ma non ci credo. E no, cari miei. Non posso farlo. Adesso è ovvio che si tratta di un complotto, altrimenti perché l'avrebbero fatto proprio nel giorno della presentazione delle liste elettorali? Adesso non può essere. Adesso sono quelli di Roma, la Roma Ladrona, sempre lei, che si sentono assediati e tentano di screditarci costruendo accuse infamanti. Adesso stanno cercando di farci stare zitti, di accerchiarci, di ricattarci, di annientarci, perché facciamo paura, perché siamo scomodi, perché siamo gli unici che stanno tenendo duro, come solo noi sappiamo fare. Adesso le persone coinvolte (i nostri punti di riferimento), persone perbene, certamente sapranno spiegare, saranno capaci di fare luce sull'inganno di cui sono state vittime. Del resto come ci si può difendere dai giudici, nel momento in cui i giudici decidono di prenderti di mira, magari grazie all'intercessione di qualche potere occulto? Per questo farà benissimo a denunciare chi ha speso quei soldi per la ristrutturazione della sua casa. Del resto è normale che qualcuno paghi la ristrutturazione di casa tua (anzi, non una casa, una villa!) a tua insaputa! Figurarsi! Al punto che alla fine non c'è spazio nemmeno per un «Grazie, a buon rendere!» Quindi perché lui dovrebbe andarci di mezzo? No, non è possibile. E allora, gente, fate come me, rimboccatevi le maniche, mostrate i muscoli, ribellatevi, difendete la causa: non possiamo farci mettere i piedi in testa in questo modo, perché quelli di Roma stanno cercando di fregarci, di spazzarci via. Per questo è il momento di scavare la trincea, di fare testuggine, stare uniti e compatti di fronte all'avversità e vedrete che sapremo tirarci fuori anche da questa.
Del resto qual è l'alternativa?

L'alternativa sarebbe ammettere che per vent'anni sono stato un boccalone professionista, per vent'anni mi sono lasciato prendere per il culo in un modo che nemmeno Mr. B., per vent'anni mi sono anche impegnato come volontario perché ci credevo, alle feste, col fazzoletto verde annodato al collo, ho dato una mano, mi occupavo di versare il vin brulé nei bicchieri di carta, di girare le bistecche d'orso sulle griglie sfrigolanti, ma in quegli stessi vent'anni ho dato fiducia a persone che hanno finito per cedere alle lusinghe del potere e per essere inglobate in quel medesimo sistema che sostenevano (e sostengono) di odiare e combattere con tutte le loro forze. L'alternativa è ammettere il mio errore, darmi (almeno) dell'idiota, mandare giù il rospo del Po e voltare pagina.

Ma non lo farò. Perché le cose si sistemeranno, vedrete. Verrà fuori la responsabilità (unica) del marcione bastardo che si è preso gioco della fiducia altrui. E potete scommettere che non sarà come le altre volte, perché noi siamo diversi. So già che qualcuno (come al solito) lo chiamerà capro espiatorio, ma io non gli crederò.

giovedì 23 febbraio 2012

La soluzione Marcegaglia al problema fannulloni

Liberare le Risorse Umane dal problema di capire quali sono i dipendenti fannulloni? Evitare spiacevoli contenziosi sindacali dovuti alla discrezionalità e alla soggettività del giudizio? Mettersi al riparo dal rischio di abusi di potere e di discriminazioni? Oggi, col Fannullometro X18 by Marcegaglia, puoi!

Effettuando la sua misura rigorosamente sulla Scala Fornero approvata dal Ministero del Lavoro, dove a 0 c'è quello che non fa un cazzo e rimbalza tra il distributore automatico di bevande e il solitario di Windows, e a 100 c'è invece colui che si sbatte col sorriso scolpito per dodici ore al giorno (con straordinario non pagato), il Fannullometro X18 by Marcegaglia risolverà in un colpo solo tutti i tuoi problemi di produttività ed esuberi, fungendo altresì da potente strumento incentivante.

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Il Fannullometro X18 by Marcegaglia è certificato, semplice da usare, assolutamente ecologico e anallergico nel suo rivestimento in gomma naturale, ed è disponibile nelle taglie S, M, L, XL e XXL, nelle versioni Uomo, Donna e LGBT. La recessione incalza, che cosa aspetti? Approfitta dell'imperdibile Offerta Crisi: se scegli adesso la versione De Luxe troverai inclusi nella confezione diecimila cappucci anali monouso e l'esclusivo inginocchiatoio portatile.

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lunedì 9 gennaio 2012

Smascherare qualcosa di grosso

Visto che lo fa sempre più di rado, è una bella sorpresa quando la letteratura ritrova la sua dimensione di denuncia. Non è forse quello per cui è nata? Non si diceva che ne ferisce più la penna della spada? A me piace molto poi quando la denuncia trova la forma della narrativa, perché la narrativa è metaforica e la metafora e, anche se forse si muove più lentamente, arriva più in profondità e dunque tende a mettere radici più facilmente, rispetto - tipo - al saggio o all'articolo di giornale, che magari lì per lì fanno un gran baccano, ma l'esplosione resta in superficie e passato il rumore e dissipato il fumo non resta granché. E trovo anche il massimo quando la narrativa riesce a usare le armi dell'ironia e della satira, perché così risulta non solo più pungente nel suo intento denunciatorio, ma anche assai più divertente. E a mio avviso la letteratura non deve (mai) abdicare al divertimento. Infine, è estremamente appagante quando tutte queste cose vengono messe in campo da un autore non conosciuto al grande pubblico (ancorché in questo caso tutt'altro che un esordiente) per un piccolo editore, perché significa che in qualche modo ancora un briciolo di speranza esiste. È dunque bello scoprirlo e ancora di più recensirlo.

È il caso di questo Aspetta primavera, Lucky di Flavio Santi, che se non lo volessimo chiamare romanzo, cosa che comunque è, dovremmo metterlo nella categoria del pamphlet. L'intento di denuncia dell'autore infatti è più che evidente dalla scelta del nome del suo protagonista, Fulvio Sant, palese alter ego dell'autore, che nelle molteplici vesti di traduttore, insegnante e scrittore - guardacaso proprio come Flavio Santi - cerca di sopravvivere al perverso sistema culturale targato Italia costellato da personaggi stravaganti e senza scrupoli, con i suoi paradossi, i suoi muri di gomma e i suoi paradigmi clientelari e nepotisti, scardinabili forse solo riuscendo a diventarne parte (e accettando tutti i compromessi che ne conseguono). Da questo punto di vista Aspetta primavera, Lucky è un libro necessario e coraggioso, idealmente la controparte narrativa dell'autobiografico Tutta colpa di Tondelli di Nicola (Zio Scriba) Pezzoli, già passato da queste parti un po' di tempo fa.

Così, grazie anche a una scrittura fresca e leggera, le velenose stilettate di Santi/Sant all'industria culturale (che, manco a dirlo, finisce per essere un frammento frattale del più vasto Sistema Italia), dove conta solo il "brand" che tu rappresenti non importa come te lo sei guadagnato, sono ancora più acute, disperate e disperanti nella loro tragica verità e nell'apparente labirinto in cui la Storia Paracula della Letteratura Italiana versa, appunto, da sempre, senza la speranza di una via d'uscita, se non nell'illusione eucaliptica di qualche sniffata di aerosol e nella catartica recita serale del Rosario del vaffanculo. Un plauso dunque a Santi, ma anche a Edizioni Socrates, piccolo editore romano che con questo romanzo controcorrente ha inaugurato la nuova Collana Luminol, di cui questo libro - giunto peraltro nella dozzina dei nominati allo Strega 2011 - suona (si spera) come una perfetta dichiarazione d'intenti.

L'estratto:
"L'ho smascherato. È tutta una finzione, un'immensa bugia. Mi fissa. Sono seriamente preoccupato. Mi chiedo: cosa succede se smascheri qualcosa di grosso? Se mostri qualcosa per quello che realmente è? Quelli più fini parlano di velo squarciato. Il mio vicino di casa direbbe sputtanamento. Mi rispondo da solo, è abbastanza facile: ti rovinano, sei finito. In fondo tu sei accettato perché non disturbi, non crei guai, ma quando smascheri qualcosa in modo definitivo? Ti metti fuori dal sistema in maniera chiara ed evidente. Torniamo alla mia vecchia idea: il potenziale destabilizzante di qualcosa, un pensiero, un libro, un'opera, si misura dai danni reali che provoca all'autore. Non si scappa. Ecco perché «la gente non deve sapere». Non può sapere. Perché se sapesse come vanno davvero le cose, in politica, nella sanità, in economia, tutto crollerebbe."
Aspetta primavera, Lucky di Flavio Santi (Edizioni Socrates)

sabato 15 ottobre 2011

Il primato del dubbio

Guardo le immagini di Roma e non posso fare a meno di ricordare queste parole:
Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno. In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino di dodici anni rimanesse ucciso o gravemente ferito. Gli universitari invece lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Nel senso che le forze dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano. Soprattutto i docenti. Non quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì.
Francesco Cossiga, intervistato da Andrea Cangini 23/10/2008

Nel sempre salutare esercizio del dubbio e della critica, evitando di prendere supinamente quello che ci viene detto, mostrato e commentato e farlo diventare una nostra opinione, e visto che le cose non sono sempre mai fatte senza scopo, una sola cosa viene da chiedermi: chi ci guadagna (di più) da tutto questo? Ognuno è libero di dare la sua risposta.

Per il resto, al di là di qualsiasi dietrologia, vera o presunta, non bisogna dimenticare che un manipolo di stronzi - qualsiasi origine abbia - da un lato non deve poter cancellare il significato della manifestazione e dall'altro non deve condizionare il giudizio sul movimento e su quanto socialmente, ma anche politicamente e ideologicamente, gli sta dietro. Purtroppo sono certo che non sarà così. C'è solo una certezza.

La campagna elettorale è cominciata oggi.

venerdì 30 settembre 2011

martedì 21 giugno 2011

Una secessione (verde) non si nega a nessuno

No, dico, allora fateli provare, 'sti leghisti, 'sti padani. Cosa vi costa? Stanno lì, a gridare al vento slogan (verdi) che non sanno nemmeno che cosa significano. «Secessione!» urlano dal prato affumicato di salamelle arrostite, così tanto per dire qualcosa, come quelli che ululano «Alé-oò!» allo stadio. Il fatto che non sia mica tanto la stessa cosa, non sono certo che loro lo sappiano. Dunque perché non dargliela, una chance?

Perché gridare parole così per loro è come bere la pozione di Panoramix, è l'unione-che-fa-la-forza, è avere un grande obiettivo comune, provocare, inebriarsi con il profumo della rivoluzione, sentire sotto le dita il profilo tondo e vellutato del manico del coltello pronto a bucare il salvagente (verde) che tiene a galla il governo, il paese intero, è chiedere qualcosa di impossibile in previsione poi di lamentarsi e sparare a zero su tutti quelli che avranno messo loro i bastoni tra le ruote. E' farsi così belli e gonfiare il petto (verde) in previsione delle prossime elezioni (anticipate).

Nel frattempo, non hanno gli occhi di coloro che sanno davvero quello che stanno dicendo. E non è colpa del Recioto alla spina. Danno fiato alle corde vocali (verdi), senza rendersi conto che a furia di ampolle, l'acqua del Po gli ha alluvionato il cervello e come al solito nessuno gli rimborserà i danni. Perché se avessero davvero in mente quello che significa la parola secessione, non la direbbero tanto alla leggera. Non è come dire «Baso baso!» al matrimonio della putèla Teresina. Forse piuttosto come invocare «Stupro stupro!» alla sua festa di compleanno.

Non capiscono che secessione significa separazione di territori e quindi anche di persone, che significa "confini", che significa "divisioni", che significa stabilire chi sta di qua e chi di là, che poi finisce che tuo padre, tua sorella, la tua fidanzata come d'incanto si ritrovano in un'altra nazione, con tutto quello che questo significa, compresa l'incognita di quello che servirà per passare di là, se ci vorrà il visto o magari il permesso di soggiorno per andare a bagnarsi i ciapp in Liguria. E poi dove lo mettiamo il confine (verde)? Come lo stabiliamo? Con i fucili e la cavalleria, o le parolacce e le mucche delle quote latte? A dire il vero quelli del pratone di Püntìda sembravano più avvezzi al taleggio e alla polenta e osei, che non ai forconi e alla polvere da sparo, anche se non è difficile immaginare che molti di loro uno schioppo appeso in salotto ce l'abbiano, vicino alla testa del capriolo.

E allora concedete loro un bel referendum delle regioni, tanto ormai i referendum vanno alla grande, e contatevi, vedete chi ci sta, provate a tracciare sul serio un confine vero, di quelli che ci stanno bene poi coi cavalli di frisia e il filo spinato. Insomma, smettetela di darvi addosso, voi da una parte e loro dall'altra. Ditegli ok, dategliela una possibilità (verde), che ci provino, ma per davvero. Sono certo che solo così si renderanno conto una buona volta delle putanade che van a scorézar intorno, 'sti sboròn, ostregheta!

martedì 22 febbraio 2011

Il principio d'inerzia (del potere)

Migliaia e migliaia di persone in piazza vogliono la tua testa. Ruggiscono come un animale ferito. Alzano i pugni e le voci. Lanciano pietre, quello che passa di lì. Strappano cartelli stradali e rovesciano bidoni. Danno fuoco ai tuoi palazzi. C'è disperazione. Ma nemmeno poi tanta. Cadaveri a parte, s'intende. È più la speranza. Perché di quella devono essere armati prima di ogni altra cosa, se hanno il coraggio di mettere il loro petto nudo contro le bocche nere dei cannoni. E poi la voglia di cambiare, voltare pagina, perché così non ce la fanno più. Tutto per forza di cose finisce per avere un limite. E forse quel limite era già stato raggiunto da tempo, ma era il coraggio che mancava. Quello che hanno assorbito dai loro vicini, che - in qualche modo - ce l'hanno fatta e hanno mostrato al mondo che qualcosa di diverso era possibile, se solo ci si metteva in gioco. Tutti insieme. In un desiderio collettivo tale da far dimenticare il rischio del dolore e della morte.

Sono tante. Forse sono milioni. Sono come una colonia di coralli che si sta ribellando allo scoglio che l'ha tenuta imprigionata per quaranta lunghi anni. E lo scoglio sei tu. Duro, impassibile. Loro ti vogliono frantumare, dragare, toglierti di mezzo. Ma tu niente. Resti aggrappato, con le unghie e con i denti a qualcosa di indescrivibile, di difficilmente comprensibile. Come puoi pensare che non possa andare solo peggio, sempre peggio di così? Come puoi pensare di macchiarti le mani di quello stesso sangue di cui tu vorresti essere guida illuminata? Un'illuminazione che non si spegne forse di fronte alle macerie dei corpi bombardati dei tuoi fratelli? Non lo vedi, lì, il buio?

Perché dunque non toglierti di mezzo? Massì, lasciare tutto. Se preferisci chiamala pensione. Ne hai diritto ormai. Trovare un'isola, un resort, una spiaggia, cocktail rigorosamente analcolici in formula all inclusive, ma con gli ombrellini colorati, quelli sì, un pedalò sempre a disposizione e una bella sdraio comoda comoda dove prendere il sole sopra al rumore delle onde e il gracchiare dei gabbiani. Se vorrai non ci saranno difficoltà ad attrezzarla anche con una di quelle belle tende bianche, con i lembi frustati dal vento e due amazzoni in bikini a far la guardia. Cosa vuoi che costi. Uno come te sono certo che lo troverebbe un posto così, lontano da tutto e da tutti. E se lo potrebbe permettere. Ma in caso contrario si può anche fare una colletta, che ci vuole?

Invece niente. C'è gente che muore. Sangue che sporca l'asfalto e la sabbia. E grida di fuoco e fiamme che si alzano fino al cielo. E tu, sfrontato, non solo dici che resti, ma ti mostri al popolo con l'ombrellone aperto.

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