Punti di vista da un altro pianeta

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domenica 4 settembre 2016

Dindalé, come quel “chissenefrega” di cui abbiamo bisogno tutti

Una cosa bisogna dirla subito. I racconti brevi per gli autori (soprattutto quelli esordienti o emergenti) sono un'arma a doppio taglio e lo è anche il modo con cui normalmente vengono pubblicati: le raccolte. Da un lato il racconto è una narrazione complessivamente più semplice da gestire e dalla quale è richiesto all'autore un tempo minore per pervenirne a un'opera compiuta, dall'altro però - proprio per la sua brevità - il racconto ha bisogno di sprigionare tutta la sua forza linguistica e tematica in poche pagine, perché il lettore è questo che chiede a un (bel) racconto breve. Quindi, in pratica, da un lato l'autore di racconti si semplifica la vita, dall'altro però se la complica e non di poco. Ma non è solo questo. Quando un autore emergente pubblica oggi una raccolta di narrativa breve, mediamente ci mette tutti o almeno la gran parte dei racconti che ha scritto. Quello che voglio dire è che, in questi casi, non si tratta quasi mai di "antologie", ovvero di raccolte di testi scelti tra una messe molto più vasta, magari anche in base a un filtro basato sull'apprezzamento ricevuto dal pubblico nel corso di anni grazie ai riscontri su altre pubblicazioni, anche perché purtroppo questa modalità in Italia non è (più) possibile, perché di fatto in Italia il singolo racconto non ha vetrine e non ha mercato, non sapendo bene se la prima mancanza è causa della seconda, o viceversa. Dunque gli autori, sia quelli emergenti, che quelli già affermati, che vogliono cimentarsi con la narrativa breve, devono compilare delle raccolte i cui contenuti non sono già passati al vaglio del pubblico, dunque con il rischio di avere, nell’ambito dello stesso volume, una certa disomogeneità di testi. Considerazione questa, che è amplificata enormemente dalla soggettività del lettore, per cui alla fine è sempre piuttosto difficile trovare una raccolta di narrativa che ci soddisfi in toto. C'è sempre fisiologicamente qualche racconto che si apprezza meno degli altri e questo finisce per depotenziare sempre in qualche misura l'oggetto letterario chiamato "raccolta di racconti", chiunque ne sia l'autore, beninteso. E questo è un ulteriore rischio intrinseco cui l'autore di una raccolta di racconti si espone solo per il tipo di proposta letteraria che fa. A questo punto, prima di andare al sodo, devo aggiungere anche un'altra cosa. Personalmente non amo troppo la narrativa breve. Pochissima narrativa breve mi soddisfa quanto un bel romanzo. Tra gli italiani mi viene da citare Buzzati (inarrivabile) e, in qualche misura, Calvino (il cosmicomico). Per dire, il celebrato e obiettivamente geniale Landolfi non mi fa proprio impazzire. Mentre tra gli stranieri, trovo Carver piuttosto noiosetto, apprezzo a corrente alternata Bukowski e Cheever, mentre adoro quasi tutto Saunders e Chiang e parecchio Wallace (quando non esagera).

Tutto questo per dire cosa? Innanzitutto che pubblicare una raccolta di racconti sembra semplice, e in qualche misura lo è, ma pubblicarne una apprezzabile non lo è affatto. In secondo luogo che io con i racconti sono un rompiballe. Così, quando mi sono accostato a Dindalé (ma cosa diamine è 'sto Dindalé?) di Armando Vertorano sono partito con un certo scetticismo, che non è un pregiudizio, ma è comunque un posizione di attesa guardinga, del tipo: ok, sei tu che devi dimostrarmi qualcosa: vediamo cosa sai fare! Dico subito che l'idea del Dindalé, che Vertorano doverosamente spiega all'inizio del libro, mi è piaciuta moltissimo. Ha dentro qualcosa di molto umano e di familiare, un tocco speciale, sia nell'idea in sé, sia nel modo con cui viene presentata, ovvero quel modo particolare che sua madre usava (o usa ancora?) per rispondergli "chisseneimporta!" a fronte di una sua richiesta di bambino, una maniera molto elegante, ma anche dal suono esotico o magico nel suo essere espressa attraverso una formula inventata (e quindi in questo modo anche affettuosa, perché espressione di un linguaggio segreto di cui solo gli interlocutori sono depositari del significato), per dirgli "ma lascia perdere!". Di certo era un modo molto furbo per chiudere le questioni. Se fosse un gioco di ruolo, come si dovrebbe rispondere a un Dindalé? Sembra l'arma definitiva! Partendo da questo concetto e ampliandolo alla vita di tutti i giorni, a quei muri che la vita adulta ci chiede a volte di scavalcare, a volte di abbattere, dopo magari esserci schiantati, Vertorano confeziona una raccolta di racconti davvero particolare, perché partendo da situazioni minimaliste ci attesta quasi sempre un elemento di più o meno lieve surrealismo con il quale fa deragliare il racconto su binari solo leggermente paralleli alla realtà, ma con il quale catalizza la forza delle sue storie. Per dire, avete mai pensato che se smettessimo di lavarci, potremmo vivere per sempre (Sia maledetta l'acqua)? Oppure che un colpo di tosse possa diventare un'opera d'arte (Il colpo di tosse)? O ancora come potrebbe fare il turista un cieco (Il turista)? O ancora cosa fare se andassi a cercare un navigatore perché ti sei perso, ma trovassi tutt'altro (Dialogo tra un venditore di navigatori e un tizio che si è perso, un racconto equidistante tra Buzzati e Leopardi)? Ma ce ne sono anche altri dove il surrealismo è più delicato, tipo quello del camionista il quale nel corso di una consegna importante, a un certo punto fa una deviazione assurda (che non vi dico quale, ma il titolo del racconto è Venere) o quello in cui lo scrittore chiede al proprio editor cosa fare della propria vita come fosse il finale di un libro (Il finale)? E poi ci sono quelli in cui il surrealismo è quasi assente, sostituito però da una certa dose di ironia. Sono racconti quasi calati nella cronaca quotidiana, come quello del politico costretto a qualcosa di impensabile per riparare a un errore imperdonabile (L'altro lato di dio) o quello che si addentra nei pericolosi territori dei pettegolezzi da ufficio (Gli occhi addosso). Come si può evincere da queste piccole indicazioni, si nota già subito uno dei maggiori pregi della raccolta: quello di spaziare nei temi più disparati. Leggendoli, insomma, non si rischia mai il deja vu e questo è molto importante, perché conferisce sempre nuova freschezza alla lettura. Se poi dovessi attribuire un aggettivo allo stile di Vertorano, direi "delicato". L'autore affronta infatti la narrazione sempre con una sensibilità in punta di piedi, un modo che di tanto in tanto forse lo fa diventare un tantino troppo colloquiale, ma questo sono venialità soggettive. Al di là del fatto che, come dicevo inizialmente, ci sono stati dei racconti che ho apprezzato di più, probabilmente per predilezione personale (quelli, appunto, illuminati dal surrealismo), se devo trovare un appunto complessivo, è l'impressione che Vertorano abbia qua è là tirato indietro la mano sul più bello. Spesso infatti (sempre?) i racconti terminano in un'atmosfera sospesa che, se a volte ho trovato deliziosa e contestuale, altre mi ha lasciato un po' appeso alla voglia di vedere appioppata una bella zampata finale. Ma forse, ripensandoci, è proprio quello che Vertorano si aspetta dal suo lettore. Che anche lui, insomma, alla fine sia portato a far risuonare il suo bel Dindalé sui tetti del mondo!

Dindalé. Conti di poco conto, di Armando Vertorano (Pesci rossi goWare).

mercoledì 5 agosto 2015

Un libro per l'estate (2015)

Mi piacciono le liste di libri. Mi incuriosiscono. Mi piace imbattermici, cercarle, spulciarle, sgranarle, smentirle, deriderle, osannarle. Siccome di libri in Italia se ne pubblicano quasi duecento al giorno, va da sé che non è sempre semplice districarsi nell'infinito maelström di titoli che affollano gli scaffali delle librerie, figuriamoci on-line dove gli scaffali nemmeno esistono e il titolo, se lo vuoi, devi già saperlo tu.

Dunque, soprattutto visto che spesso (non sempre, ma spesso), i titoli più meritevoli sono quelli meno pubblicizzati, ogni modo per trovarli è benvenuto. E, giacché per me ogni occasione è buona per recuperare suggestioni e suggerimenti di lettura, ho deciso di fare una mini lista anch'io, per voi. Poche cose che spaziano un po' in tutti i generi, ma meno conosciute, che però mi sono piaciute tanto tanto.

Magari ci trovate dentro qualche spunto interessante per i vostri momenti di pausa estiva e non solo. Insomma, ecco qui, prendete nota e poi fate un po' come vi pare. (L'ordine di apparizione è del tutto casuale)

NEL MONDO A VENIRE, di Ben Lerner (Ed. Sellerio - 16,00€ - ebook disponibile)
Il più bel romanzo che ho letto negli ultimi mesi. Poetico, intenso, arguto, emozionante. Un'autentica goduria letteraria come se ne trovano in giro poche. E questo vi dovrebbe bastare. Se non vi basta, potete andare (qui), dove ne ho parlato diffusamente.

CHIUDI GLI OCCHI E GUARDA, di Nicola Pezzoli (Ed. NEO - 12,00€ - ebook disponibile)
Emozionante, tenero, ironico, sfrontato, nostalgico come possono esserlo solo una magica vacanza al mare in Liguria di un dodicenne alla fine degli anni '70 combinata all'inesauribile verve di Nicola Pezzoli. Di questo ne ho parlato (qui).

SKIPPY MUORE, di Paul Murray (Ed. ISBN - 10,00€ - ebook disponibile)
Un romanzo di formazione, originale, commovente, misterioso, tragico ed esilarante. Un libro buono come una ciambella appena sfornata. In una parola imperdibile. Di questo non ho parlato, anche se mi rendo conto che avrei dovuto. Se ne sentite il bisogno, potete saperne un po' di più se andate a cliccare qui.

DIMENTICAMI TROVAMI SOGNAMI, di Andrea Viscusi (Ed. Zona 42 - 12,90€ - ebook disponibile)
Un viaggio originale, un'esplorazione quasi metafisica, alle radici dell'universo e di noi stessi. Dovrebbe essere fantascienza, ma è qualcosa di diverso, qualcosa di più. C'è dentro perfino una storia d'amore. Anche di questo ne ho parlato (qui).

L'ENIGMA DEI NUMERI PRIMI, di Marcus Du Sautoy (Ed. Rizzoli – 10,00€ - ebook disponibile)
Un saggio nella mia lista doveva esserci e la mia scelta è caduta su questo. Ma non si deve essere necessariamente appassionati di scienza e matematica per apprezzarlo (anche se certamente aiuta). Questo innanzitutto perché c'è più storia, dentro, che matematica, e poi perché si tratta di un libro straordinario e trascinante, scritto (e tradotto) paurosamente bene, che ti porta per mano negli affascinanti meandri del mistero dei numeri primi, come se fosse Il nome della rosa. E non è mica poco. Quando l'ho letto forse il marziano non c'era nemmeno: non sapevo dove parlarne.

IO TI TROVERO', di Shane Stevens (Ed. Fazi – 12,00€ - ebook disponibile)
Uscito nel 1979, questo romanzo racconta una delle prime cacce a un serial killer della storia della letteratura. Un thriller/noir preciso ed affilato, vivido e crudo, una discesa all'origine del male senza sbavature e senza moralismi. E Stevens ci aggiunge, per buon peso, anche un bell'affresco dell'America tra gli anni '50 e i '70, tanto dura la caccia. Imperdibile davvero per tutti gli amanti del genere e non solo. Anche di questo non ne ho parlato, spero che questo basti per rimediare.

A questo punto non mi resta che augurarvi: buona lettura!

lunedì 12 gennaio 2015

L'uomo di Marte

Con un titolo della versione originale come The Martian, potevo forse esimermi dal parlare di questo romanzo?! Ma non è solo questo. Opera prima di Andy Weir, giovane informatico americano con una grandissima passione per l'astronautica, The Martian è stato infatti il clamoroso caso editoriale (americano) dello scorso anno. E la sua ascesa acquista i connotati di un'impresa se si considera che Weir, da autentico esordiente sconosciuto, nel 2011 prima ha messo il romanzo a puntate sul suo sito, dopodiché su richiesta dei fan, ha autopubblicato il romanzo su Amazon al prezzo minimo possibile (0,99$) e su questa piattaforma come ebook ha venduto la bellezza di 35.000 copie in tre mesi. Dopodiché, a inizio 2013, Weir ha trovato un editore per la versione in audiolibro del romanzo e dopo pochi mesi per quella cartacea, venduta - sembra - per una somma a sei cifre (a quel punto non dev'essere stato troppo difficile). Ma Weir è andato oltre e, in men che non si dica, ha venduto anche i diritti cinematografici del romanzo addirittura a Ridley Scott, il quale ha messo il progetto sul cosiddetto fast track (e pensare che ci sono autori assai più titolati che ci mettono decenni ad approdare sul grande schermo, vedi ad esempio Joe R. Lansdale) e già l'anno prossimo il film vedrà la luce delle sale cinematografiche con un cast davvero marziano (Matt Damon, Jessica Chastain, Jeff Daniels, Sean Bean e Chiwetel Ejiofor). Insomma, con questo romanzo Andy Weir ha pescato il jolly. E prova ne è anche il fatto che in Italia, dove la fantascienza fa una fatica boia ad approdare, il romanzo è stato acquisito quasi subito, ancorché da una casa editrice non specializzata ma di grande visibilità come Newton Compton, la quale l'ha affidato a un traduttore di provata esperienza ed eccelse referenze come Tullio Dobner (il traduttore storico di Stephen King, tanto per dirne una - anche se in questo caso sono d'accordo con chi gli contesta un'eccessiva morbidezza dei toni, soprattutto all'inizio, in cui la versione originale del romanzo risulta molto più "volgare"), e lo sta spingendo ovunque a un prezzo stracciato. Ma, insomma, com'è questo libro? Vale davvero tutta la fama che si porta dietro? La risposta, secondo me, è ni. Ma andiamo con ordine.

In copertina Newton Compton ne riassume la vicenda come "Gravity (che) incontra Robinson Crusoe". Ecco, diciamo che non è del tutto falso, anche se piuttosto che Gravity si sarebbe dovuto citare MacGyver (se non sapete cos'è MacGyver, significa che siete troppo giovani e dovete cliccare sul link). Per contro di Gravity c'è soltanto un ambientazione spaziale ricostruita con ottima perizia, ancorché in questo caso ci troviamo su Marte e non in orbita intorno alla Terra, e una storia di sopravvivenza in condizioni estreme. Su Robinson Crusoe c'è invece poco da dire: è un naufrago e i naufraghi devono cercare di sopravvivere (per restare in tema cinematografico potevano citare Cast Away). Così, per una situazione imprevista, l'astronauta Mark Watney si ritrova abbandonato su Marte dai suoi compagni e deve cercare di sopravvivere, da solo, esclusivamente con quello che ha a disposizione. Quindi non aspettatevi alieni o altre stranezze. L'uomo di Marte è un ingegnere e un botanico e il romanzo non si allontana di una virgola dalla più fredda scienza e tecnica che il protagonista cerca di applicare con un po' fantasia, ma con rigore, per cercare di portare a casa la pelle.

Dunque non siamo proprio nei territori della più sfrenata immaginazione e originalità, ma la scintilla che rende il romanzo degno di attenzione è l'approccio severamente tecnico al tema. Il taglio che Weir dà al romanzo è infatti scientifico al massimo grado - e in questo la preparazione dell'autore riesce a dare un'eccezionale credibilità alla narrazione - mentre la modalità del racconto è quella di un diario personale lasciato a eventuali posteri che dovessero trovarlo, qualora lui non se la cavasse e nel quale il protagonista racconta in prima persona la propria situazione e descrive, per filo e per segno, come cerca di cavarsela, superando un problema dopo l'altro. Eppure, se la rigorosa narrazione tecnica è il vero aspetto peculiare del libro, la sua esclusività ne è anche il suo più grande limite. Il protagonista infatti si ritrova ad affrontare tutta una serie di problemi e il diario si sofferma a raccontare (quasi esclusivamente) ciascuno di essi e come l'astronauta lo risolve. Giochino piuttosto curioso e interessante all'inizio, senza dubbio, ma sulla medio-lunga distanza diventa stucchevole e fa decisamente perdere interesse al punto che si ha più l'impressione di essere di fronte a un manuale tecnico di sopravvivenza (per giunta per una situazione in cui il lettore mai si troverà), piuttosto che a un'opera letteraria. Anche perché le incursioni non tecniche nel diario, quelle personali, quelle umane, quelle intime, quelle che potrebbero conferire spessore al personaggio, suggerire al lettore empatia ed emozione, e rendere così maggiormente credibile (e interessante) un diario di questo genere, sono davvero poche e banali e non riescono a togliere bidimensionalità alla figura del protagonista. E il tentativo di essere spiritoso non basta, anzi spesso sortisce l'effetto opposto (per lo meno nella versione italiana, ma questi sono aspetti in cui la traduzione può aver giocato a sfavore).

Altra scelta che non mi è piaciuta, anche se ne capisco la funzione nel contesto, è quello di rinunciare alla coerenza strutturale del diario, e passare di tanto in tanto a una narrazione in terza persona incentrata su altri punti di vista come i personaggi della NASA sulla Terra e i suoi compagni che lo hanno abbandonato sul Pianeta Rosso e che sono in viaggio verso casa, tutti che - naturalmente - contribuiscono a cercare di trovare un modo per salvare la vita al protagonista. Avendo Weir deciso di scrivere il romanzo sotto forma di diario, avrei apprezzato maggiormente che ne avesse mantenuto la struttura fino in fondo. Questo avrebbe dato maggior personalità e originalità al testo. Ma forse, da esordiente, Weir ha avuto timore di non riuscire a tenere una narrazione tesa e proficua fino in fondo dal solo punto di vista diaristico, decisamente più difficile da gestire. Infine, nonostante un finale che non vi svelo, ma che concede un po' troppo al clichè della spettacolarità cinematografica, ma che confesso ho letto con rinnovato piacere dopo una parte centrale che mi ha annoiato per i motivi già esposti, avrei decisamente dato alle fiamme l'ultimissima pagina, ingenua e moraleggiante, disgustosamente politically correct.

Nel complesso, dunque, mi sento di affermare che L'uomo di Marte è un romanzo discreto, che a seconda di come si prendono i tecnicismi davvero eccessivi (ovvero da quanto è il grado geek del lettore) può risultare più o meno gradevole. Ma in ogni caso siamo abbastanza distanti da qualcosa di veramente eccezionale. Qualcuno, oltre che a Gravity, ha voluto paragonarlo ad Apollo 13 per rigore scientifico e per una vicenda di sopravvivenza nello spazio, una sopravvivenza inevitabilmente legata alla capacità dell'uomo di saper padroneggiare scienza e tecnologia, e per questo ritiene che L'uomo di Marte abbia le potenzialità per essere un ottimo film. Ebbene, certo, non si può dire che non ci siano similitudini, ma al di là di quello che sarà capace di fare Ridley Scott (scostandosi eventualmente - e sperabilmente - dal romanzo), Apollo 13 aveva dalla sua qualcosa che L'uomo di Marte non ha. Qualcosa di cui ogni spettatore di Apollo 13 era consapevole prima di iniziarne la visione. Come una lente amplificatrice di interesse ed emozioni posta di fronte agli occhi e al cuore. Qualcosa su cui L'uomo di Marte non potrà contare. La forza della vita vera, la potenza della biografia.

L'incipit.

Giornale di bordo: Sol 6

Sono spacciato di brutto.
Questa è la mia ponderata valutazione.
Spacciato.
Sono passati solo sei giorni dall'inizio di quelli che sarebbero dovuti essere i più gloriosi due mesi della mia vita e sono finito in un incubo.
Non so nemmeno chi leggerà questo diario. Immagino che prima o poi qualcuno lo troverà. Magari di qui a cent'anni.
Per la cronaca... Non sono morto a Sol 6. Così crede senza dubbio il resto dell'equipaggio e non posso biasimarli. Forse decreteranno una giornata di lutto nazionale in mia memoria e sulla mia pagina di Wikipedia ci sarà scritto: "Mark Watney è l'unico essere umano morto su Marte".


L'uomo di Marte, di Andy Weir (2013 - Newton Compton Editori, trad. Tullio Dobner, 379 pagg., 9,90€)

PS: Il Sol è il nome del giorno marziano.

martedì 5 novembre 2013

La scelta (di un libro) ai tempi dell'e-book

In fatto di scelta, è chiaro che se voi avete già le idee chiare nella vostra zucca, libro o e-book che sia, le cose non cambiano granché. Ma la prima impressione (personale) è che, in mancanza di contromisure, l'e-book tenda a essere lievemente penalizzante nel momento in cui vi trovate a decidere se scegliere/comprare un libro imprevisto, come (quante volte vi sarà successo?) quando gironzolate per una libreria a curiosare come esploratori senza bussola, né stelle, intorno ai banchi o su per gli scaffali, prendendo in mano i libri come i cioccolatini di Forrest Gump, semplicemente lasciandovi attrarre da un autore, un titolo, una copertina, un'edizione, di cui non avevate mai sentito parlare prima, finché una volta giunti alla cassa vi accorgete che ve ne sono rimasti attaccati alle mani uno o due. Certo, la rete e i siti come Amazon, IBS ecc. cercano di sostituire quell'attività (invero assai appagante) con varie strategie che si riassumono in proposte di offerta giornaliere o quasi, però ho la sensazione che il potere dell'esperienza fisica dell'acquisto librario sia un valore aggiunto non trascurabile, con la mancanza del quale il mercato editoriale - specialmente per gli autori non noti - in qualche modo già deve, ma dovrà sempre più in futuro, fare i conti.

A tutto ciò intravedo due principali conseguenze che tenderanno a realizzarsi, peraltro entrambe positive per il lettore, improntate alla compensazione (risarcimento?) - almeno parziale - di ciò che l'esperienza dell'acquisto del libro fisico toglierà. La prima è il doverosissimo crollo del prezzo dell'e-book, ancora oggi mediamente (e assurdamente) troppo alto rispetto alla corrispondente edizione cartacea, vista anche la mancanza dei costi vivi di stampa e distribuzione. Una stima media sommaria che ho fatto, escludendo le offerte speciali, si attesta oggi intorno a circa il 25% in meno. Questo significa che se un libro cartaceo lo paghi 10,00€, il suo omologo virtuale (peraltro con tutti i problemi, niente affatto banali, legati alla reale proprietà dell'oggetto ecc.) adesso ti costa 7,50€. Ancora troppo. Penso che un prezzo sensato per una nuova edizione dovrebbe attestarsi almeno intorno al 50/60% in meno rispetto all'edizione cartacea, un obiettivo che è già molto vicino nel mercato americano tradizionalmente molto più avanti di quello italiano. Questo potrebbe portare il lettore a essere più indulgente nell'acquisto di un libro, anche in caso di non completa convinzione. Insomma, se un libro ti viene offerto a 2€, puoi anche pensare di comprarlo senza esserne troppo informato o non esserne completamente convinto: ti basterà solo un po' di (sana) curiosità.

La seconda è la necessità dell'incremento della qualità dell'informazione libraria in rete. E questo, nel marasma incontrollato e incontrollabile dell'offerta già presente di recensioni sul web, può sembrare un paradosso (o un'autentica follia), ma a mio avviso non lo è perché, a dispetto di questo, è difficilissimo trovare in rete recensioni serie, competenti e soprattutto intellettualmente oneste, dunque complessivamente affidabili. Si passa dalla pigra (e odiosa) ricopiatura del comunicato stampa o della quarta di copertina, che davvero non aggiungono alcun valore aggiunto, al pezzo scritto per melliflua piaggeria, fino alla repellente recensione-di-scambio, che dunque mai potranno essere davvero critiche e in qualche modo utili. E questo è un machete valido sempre, ma soprattutto nell'intricato (e variegato) bosco degli autori sconosciuti e/o pseudoesordienti. La rete può essere un mezzo potente a disposizione di tutti, se utilizzato almeno con passione vera, magari anche con un po' di talento. Specialmente nel momento in cui l'e-book in qualche modo ha contribuito a livellare le possibilità tra grandi e piccoli autori. Ma è anche un oceano molto salato. Chi millanta, o non ha i numeri, per quanto si sbracci, non riuscirà mai a galleggiarvi sul serio. Autori, editori, lettori e recensori sono avvisati.

lunedì 4 novembre 2013

Esercizio di bibliopsicologia comparata

Quando un lettore tiene in mano un libro, di carta intendo, al di là dell'annosa e (un po') stucchevole faccenda delle sensazioni (mi riferisco ai soliti irriducibili nostalgici, cultori della fisicità del libro cartaceo in termini di profumo, fruscio, grana della carta ecc.), c'è un ulteriore fattore tutt'altro che trascurabile che viene percepito in modo molto diverso e che tende a condizionare, ancorché per lo più inconsapevolmente, l'opinione che il lettore ha del libro cartaceo rispetto al suo omologo prodotto in formato digitale. Mi piace chiamarlo il peso-della-stampa.

Si tratta di quell'automatica consapevolezza che il lettore ha del valore materiale di un oggetto, in questo caso il libro, ovvero che per creare ciò che ha in mano è stato necessario un investimento. Tutta la faccenda insomma è costata dei soldi a qualcuno (NB che nella fattispecie non è l'autore) e si sa che dai soldi non ci si separa mai a cuor leggero. In altre parole qualcuno da qualche parte avrà ritenuto che valesse la pena rischiare un piccolo (o grande) gruzzolo per portare alla luce del mondo (tutte) quelle parole impresse sulla carta, nell'estrema speranza di guadagnarci qualcosa (normalmente è così, o almeno così dovrebbe essere). E questo risulta direttamente proporzionale alla dimensione del volume e al pregio dell'edizione (carta, colori, copertina ecc.). Quindi in buona sostanza tanto più il lettore percepisce un alto valore dell'oggetto nel suo complesso, tanto più d'istinto è portato ad attribuire un alto valore anche al suo contenuto. E tutti sappiamo nostro malgrado quanto questa percezione possa essere beffardamente fallace in ogni settore del commercio (e non), ma ancora di più in ambito editoriale.

Nel caso dell'e-book, invece, tutto questo non esiste. Il contenitore non esiste. Nemmeno il fiocco esiste. E se da un lato i soli costi di editing (si spera), di traduzione (se necessario) e di impaginazione (per forza) restano presenti in entrambe le versioni, dall'altro l'e-book non è gravato da alcun altro costo diretto (niente stampa e niente distribuzione, anche se quest'ultimo costo - pur essendo il più determinante della filiera editoriale - resta invisibile, e dunque ininfluente, agli occhi del lettore di libri cartacei). Per certuni questo potrà essere interpretato finalmente come un sintomo di purezza dell'e-book, che rimane pertanto immune da qualsiasi contaminazione materiale potenzialmente ingannevole, ma analogamente penalizza tutte quelle modalità estetiche cui comunque il lettore non si può del tutto sottrarre quando (pre)giudica - nel bene e nel male - un libro cartaceo, ovvero spesso quando si trova a sceglierlo senza molti altri parametri a disposizione.

/continua (domani)

lunedì 19 novembre 2012

Incontri Ravvicinati di un Certo Tipo

Tutti conoscono quelli del Terzo (Tipo). In realtà la classificazione degli incontri con extraterrestri si spinge fino al Settimo. In questo caso, però, direi che potremmo fermarci al Quinto, ovvero "incontri bilaterali posti in essere tramite iniziative umane coscienti, volontarie ed attive, o tramite la comunicazione cooperativa con intelligenze extraterrestri".

Mi riferisco infatti all'incontro-presentazione del libro Quattro Soli a Motore, nuovo bellissimo romanzo di Nicola "Zio Scriba" Pezzoli (Neo Edizioni), in programma per il prossimo venerdì 23 novembre alle ore 18:00 a Genova, presso la Libreria BooksIn, Vico del Fieno 40R (a pochi passi da Piazza De Ferrari, piazza principale della città), durante il quale io stesso calerò per fare da moderatore e parlare con lui, del romanzo, di scrittura, di letteratura e di tutto quello che ci passerà per la testa. In un colpo solo vi beccherete così l'impareggiabile Nicola "Zio Scriba" Pezzoli e l'umile sottoscritto in carne-e-ossa (e antenne).

In aggiunta, volendo, potrete partecipare alla cena a seguire (massimo una ventina di partecipanti, ma c'è ancora posto). Basta che vi prenotiate mandandomi una mail all'indirizzo:

ilgrandemarziano(at)gmail.com.

Se siete in zona non potete mancare!

sabato 3 novembre 2012

Appuntamento con un alieno, anzi con due

Tra poco meno di tre settimane, Il grande marziano farà la sua prima apparizione pubblica (annunciata) sulla Terra in occasione di un evento del tutto eccezionale. Non si tratterà di un workshop di cerchi nel grano, né di un seminario di rapimenti notturni, né di un flash mob ufologico. Sarà invece molto più interessante come un Incontro Ravvicinato del Quarto Tipo.

Venerdì 23 novembre 2012, alle ore 18, presso la Libreria BooksIn di Vico del Fieno 40R a Genova, avrò infatti l'onore di presentare Quattro soli a motore, il nuovo romanzo di Nicola "Zio Scriba" Pezzoli, il quale sarà - ovviamente - presente, insieme con l'editore (Neo Edizioni), per parlare del romanzo, di scrittura, di letteratura, di blog e di tutto quello che ci passerà per la mente.

La serata poi continuerà al ristorante. Chi vuole partecipare è pregato però di avvertirmi della sua presenza per la prenotazione entro il 20 novembre prossimo, mandandomi una mail a: ilgrandemarziano(at)gmail.com.

Insomma, quando li trovate Zio Scriba e Il grande marziano di nuovo insieme in un colpo solo? Se avete la fortuna di essere nei paraggi, non potete mancare a una serata così.

Vi aspettiamo.

venerdì 12 ottobre 2012

Infinite Jest, ovvero sulla dipendenza (da David Foster Wallace) (2 di 2)

Appare dunque chiaro che l'approccio stilistico di IJ con cui vi ho lasciato ieri, ovvero non-lineare, così per certi versi estremo e radicale, è un po' un'arma a doppio taglio: ci si sorprende sempre per situazioni che non ci si può (quasi mai) neanche lontanamente aspettare, ma per lo stesso motivo non si è mai colti (per lo meno a me è successo così) dalla voglia di sapere come va a finire (perché in genere il desiderio di sapere come va a finire è, di fatto, nutrito dalla conferma - o smentita - di un'aspettativa che deriva da ipotesi che il lettore fa sullo svolgimento della storia stessa e con DFW è impossibile farlo). Sotto questo punto di vista DFW è letteratura allo stato puro, perché sono i passaggi che fai - e che magari ti costano fatica fisica e psichica - e i paesaggi che vedi - e che ti lasciano a bocca aperta - di quel lungo trekking che contano, non la meta cui arriverai alla fine, contano le singole tessere (alcune devastantemente belle, divertentissime o tristissime o, spesso, entrambe le cose insieme, come nell'allucinante storia ipersurreale di Eric Clipperton - parliamo della vicenda di un tennista che, non sopportando l'idea di perdere, gioca sempre con una pistola alla tempia, minacciando così di farsi saltare la testa nel caso di sconfitta... - o nel racconto che Hal fa allo psicologo circa la scoperta della morte di suo padre - questa non ve la dico -, ma ce ne sono moltissime sparse lungo tutta la narrazione) e molto, molto meno il mosaico finale.

Forse perché il mosaico finale è davvero molto, molto complesso da risolvere nella sua interezza e probabilmente una lettura non basta e forse nemmeno due, anche perché soprattutto tutta la prima parte serve per familiarizzare con nomi, soprannomi (certi personaggi ne hanno addirittura più d'uno, come per esempio il padre di Hal), luoghi, situazioni e costruirsi le coordinate base della vicenda non è cosa di poche pagine. E questo, devo dire alla fine nel mio caso ha portato un po' di delusione (ma i finali di DFW non sono mai scoppiettanti perché non si assiste mai un vero e proprio climax nella narrazione), come pure, a tratti, ho trovato difficilmente sopportabili alcuni lunghi passaggi scritti in flusso-di-coscienza (quello, molto lungo, sul finale, a tratti è davvero pesante e lo penalizza ancora di più il fatto di trovarsi in prossimità della coda del romanzo, quando per forza di cose in qualche modo ti aspetti eventi/rivelazioni che però non arrivano, o almeno non come penseresti tu - ma questo succede con ogni cosa di DFW). D'altro canto, se si pensa che nella stesura che DFW presentò inizialmente all'editore il romanzo era lungo circa il doppio, obiettivamente aver auspicato ulteriori tagli - sebbene forse avrebbero potuto giovare alla lettura - è di difficile ragionevolezza.

Per i medesimi motivi risulta anche molto arduo parlare dei temi del romanzo, senza semplificarli troppo o senza dimenticarsene qualcuno. D'altro canto c'è in giro una smisurata saggistica sul romanzo, e non ho certo la presunzione di poter aggiungervi qualcosa di notevole qui, in poche righe e avendo letto il romanzo una sola volta, qualcosa insomma che non sia già stato detto. Mi mantengo dunque a livello pseudoinformativo, dicendo - a beneficio di chi non ne sa un accidente - che i poli tematici forti del libro sono due: la dipendenza, realizzata attraverso differenti agenti, come la droga, l'alcool, le medicine, ma anche attraverso l'intrattenimento, di cui Infinite Jest rappresenta la punta suprema (chi si imbatte nella visione di questo film, ne trae talmente piacere da non potersene staccare più in alcun modo, fatto increscioso che ne causa la morte e la trama - peraltro non molto marcata - ruota proprio attorno al recupero del master della cartuccia di questo film realizzato dal padre di uno dei protagonisti) e la competizione estrema che la società occidentale richiede agli individui che la popolano per emergere e realizzarsi, metaforizzata attraverso le vicende dei giovani tennisti della Enfield Tennis Academy (lo stesso DFW praticò il tennis ad alto livello per tutta l'adolescenza, dunque non è un caso che sia uno dei suoi argomenti feticcio).

Ma la cosa davvero notevole del romanzo è la miriade di storie, aneddoti, memorie, testi teatrali, interviste, saggi, persino un gioco di ruolo - l'Eschaton - che coniuga tennis e guerra termonucleare (DFW usa ogni tecnica letteraria disponibile), in cui ci si imbatte di volta in volta, come un cielo stellato per uno che è appena uscito per la prima volta da una caverna, e lo stile di DFW sempre in bilico tra tragedia e commedia, tra il riso (a volte a crepapelle, sul serio) e il dolore più disperato, in un surrealismo che possiede un'originalità di ordine superiore e, nel contempo, una lucidità e una profondità di analisi degli individui e della società davvero fuori del comune. E se, ammetto, alla fine - come opera nel suo complesso - ho apprezzato un filo di più La scopa del sistema (nel senso che alla fine della Scopa ero entusiasta, mentre alla fine di IJ mi sono ritrovato annichilito), ma forse anche perché ho chiuso IJ davvero provato, anche per colpa dell'ultima parte non sempre agevole, non posso non rendermi conto che IJ è qualcosa di unico e (forse) irripetibile nel panorama letterario (post?)moderno e che la sua complessità ha bisogno di essere decantata per essere apprezzata, come un bellissimo viaggio che nella consapevolezza distillante della memoria acquisisce maggiore bellezza nel riconoscimento via via maggiore dell'esperienza fatta.

Così, chi ha voglia e riesce ad arrivare in fondo a IJ, non può non rendersi conto di trovarsi di fronte, ancora prima che a un'opera letteraria unica, a un autore straordinariamente unico, uno che ti ipnotizza con l'obliquità del pensiero, uno capace di sovrapporre il paradosso supremo della vita, la tragedia e la commedia, nella medesima narrativa, come non mi è mai capitato di sperimentare prima in letteratura, uno in grado di evidenziare la filigrana della realtà e delle sue conseguenze (non dimentichiamo che IJ è del 1996) e prendersi gioco di essa con una lucidità impressionante (cosa dire di uno che, per esempio, si inventa l'abbandono del Calendario Gregoriano - e ti spiega anche per filo e per segno come e perché - a beneficio dell'introduzione dell'Anno Sponsorizzato, cosicché - per dire - invece del 2012, tu ti trovi nell'Anno del Pannolone per Adulti Depend?) uno - l'unico? - che ha tirato fuori forse qualcosa davvero di nuovo dalla narrativa negli ultimi quindici anni, uno che, come dice Zadie Smith in una introduzione a uno dei suoi libri, ha un cervello che viene voglia di frequentare.


Alcune citazioni sparse:

Le mattine peggiori, coi pavimenti freddi e le finestre calde e la luce senza pietà - la certezza dell'anima che il giorno non dovrà essere traversato ma scalato verticalmente, e andare a dormire alla fine della giornata sarà come cadere da un punto molto in alto, a strapiombo.

Se una donna appena attraente fa tanto di sorridere a Don Gately quando gli passa accanto in una strada affollata, Don Gately, come quasi tutti i tossicodipendenti eterosessuali, nello spazio di un paio di isolati le ha già confessato eterno amore nella sua mente, l'ha scopata, si è sposato e ha avuto figli da quella donna, tutto nel futuro, tutto nella sua testa, e sta coccolando un piccolo Gately sulle ginocchia mentre questa Sig.ra G. mentale spolvera in giro con un grembiule addosso che certe notti indossa senza niente sotto. Quando arriva dove doveva andare, il tossicodipendente ha già divorziato dalla donna e si sta battendo come un leone per la custodia dei figlio oppure è ancora mentalmente felice insieme a lei negli anni del tramonto, seduti insieme in mezzo ai nipotini con le teste grosse sotto il portico su un dondolo speciale modificato per sostenere la mole di Gately, lei con le calze elastiche e le scarpe ortopediche, ancora maledettamente bellissima, e non hanno bisogno di parlare per capirsi, e si chiamano 'Mamma' e 'Papà', sapendo che tireranno il calzino a poche settimane l'uno dall'altra perché nessuno dei due può assolutamente vivere senza l'altro, e questo è il legame che li unisce dopo tutti questi anni.

Ogni palla che atterra nella vostra parte di campo ma non siete sicuri se è dentro o fuori: datela buona. Ecco come rendervi invulnerabili da chi usa mezzucci. Come non perdere mai la concentrazione. Ecco come ripetersi, quando l'avversario ruba punti, che una volta corre il cane e una volta la lepre. Che la punizione di un gioco poco sportivo è sempre autoinflitta. Provate a imparare dalle ingiustizie.

La vita è come il tennis. Vince chi serve meglio.

Infinite Jest, di David Foster Wallace (Einaudi Stile Libero)

[Credit: il ritratto in alto è di Tommaso Pincio, preso qui]

giovedì 11 ottobre 2012

Infinite Jest, ovvero sulla dipendenza (da David Foster Wallace) (1 di 2)

La lettura di David Foster Wallace è (sempre) un'esperienza la cui unicità, trova la misura in quella dello scrittore, ma a maggior ragione vale forse più il viceversa. Coloro che non l'hanno mai letto a questo punto potrebbero storcere il naso e pensare che un'affermazione del genere potrebbe essere frutto dell'adeguamento ingenuo a una moda imperante, della conversione ovina a un culto letterario, della volontà supina di adesione a una nicchia di appassionati come autorealizzazione identitaria. Mi spiace, ma con DFW non funziona così.

E se ne hai subito sentore leggendo i suoi saggi, che parlano di temi in qualche modo familiari e in qualche modo popolari (crociere, tennis, bovini, cinema, media ecc.), figurati che cosa può succedere nella narrativa quando DFW non è vincolato da steccati o da binari di alcun genere, ma può lasciare sciolte le briglie della sua creatività. E, rincarando la dose, se te ne accorgi subito leggendo i suoi racconti brevi, e non puoi fare a meno di notarlo nel suo (a mio avviso splendido) La scopa del sistema, figurati che cosa può succedere a valle di una lettura spaziosa, articolata e complessa come quella di Infinite Jest, che ho da poco terminato dopo oltre due mesi di lettura, un po' come un trekking lungo un percorso pieno di sorprese, non privo di difficoltà, ma anche gratificante di paesaggi unici e indimenticabili.

È sbagliato pensare, infatti, che IJ sia un classico page-turner. Chi cerca romanzi di questo genere, di quelli tutti in discesa, è meglio che lasci perdere. IJ è (anche) una fatica, in primis fisica. Il libro infatti, nell'edizione Einaudi (io ho la IV del 2008), pesa 1005 gr (per 1179 pagine di romanzo + 100 pagine di note che, malgrado il corpicino del loro carattere, non potete pensare di evitare: non sono accessorie e non di rado sono cruciali per la comprensione e aggiungono dettagli a volte fondamentali, spesso rilevanti, alla storia) e questo di certo non è una goduria per le spalle, quando te lo devi scorrazzare in giro in una borsa. È come portarsi dietro uno di quei piccoli ferri da stiro da viaggio. Per non parlare di quando devi tenerlo in mano per leggerlo, mettendo alla prova i tuoi polsi, benché questo possa anche farti bene come esercizio fisico (i tennisti, almeno loro, ringrazieranno e, va detto, non soltanto per questo). Una buona alternativa è dotarsi della versione e-book, benché ammetta che non sia legale (infatti non mi risulta che esista a oggi una versione elettronica "ufficiale" in commercio in lingua italiana, e va inoltre aggiunto che quella che ho trovato io, e che si trova in giro, ha pure qualche problema nella gestione delle note da un certo punto in avanti), ma a mia discolpa posso dire che ho anche la versione cartacea (v. foto in alto) e ho letto entrambi a seconda della convenienza delle situazioni. Quindi nei confronti dell'editore (e dei miei avambracci) la mia coscienza è a posto.

Ma la fatica che IJ richiede, è anche (soprattutto) intellettuale. Perché IJ è romanzo complesso e multiforme, fitto di personaggi, di storie, di intrecci, di situazioni che si sfiorano o si traguardano da lontano, di cose che scoprirai centinaia di pagine più avanti, di cose che capirai centinaia di pagina più avanti, è romanzo dove DFW non risparmia divagazioni, aneddoti, storie nelle storie, avanti-e-indietro temporali, ma dove DFW non ti spiega mai niente in maniera gratuita. Basti pensare che per illustrare una delle parti più complesse del libro, ovvero la surreale situazione geopolitica dell'ONAN (!) che fa da sfondo al romanzo, DFW escogita uno spettacolo di marionette. Così, se per cominciare a capirci qualcosa devi stringere i denti e arrivare più o meno a pagina duecento (praticamente un intero romanzo solo di introduzione), mi rendo conto che qualcuno possa alzare bandiera bianca ben prima.

Ed è forse proprio qui che escono allo scoperto gli Wallaciani, perché IJ funge da filtro, da setaccio: se decidi di andare avanti, significa che sei animato da motivazioni che possono sorgere soltanto dalla (pazzesca) autorevolezza dell'autore (e, va detto, tutta meritata), del suo pensiero e del suo stile, e dalla fiducia che il lettore vi deve per forza riporre. Per questo credo che prima di affrontare IJ sia necessario intavolare (e coagulare) un "rapporto" con lui, con il suo modo di ragionare e il suo modo di scrivere, partendo senza dubbio da qualche saggio e passando per la narrativa più breve. Se vi garba, vi prende, entrate in sintonia, proseguite, altrimenti significa che non fa per voi. Perché, se in qualche modo proviamo a distillare (banalizzare?) la complessità della narrativa di DFW, un dato a mio avviso spicca su tutti gli altri, ed è una notazione a ben vedere tutt'altro che banale perché finisce per influenzare l'intero impianto stilistico di DFW e l'aspetto primordiale in cui il suo lettore si imbatte. La estrema, assoluta, sorprendente, spietata non-linearità.

/continua (domani)

lunedì 27 agosto 2012

Sfogliando l'atlante delle nuvole

L'idea che ogni cosa dell'Universo, ogni singola particella, ogni goccia di energia, ogni vita pulsante semplice o complessa, sia interconnessa con tutte le altre, oltre le barriere dello Spazio e del Tempo, in una visione che rende l'Universo un Tutt'Uno Indivisibile, è parte profonda del pensiero filosofico e religioso orientale, con degli affascinanti e interessantissimi corrispettivi scientifici ormai inequivocabilmente dimostrati dalla fisica teorica dell'ultimo secolo (anche se forse l'ho già fatto in passato, a tale riguardo vi [ri]consiglio vivamente la lettura del libro cult Il Tao della fisica di Fritjof Capra).

È dunque un Universo Olistico, questo, dove Spazio e Tempo, Materia ed Energia acquistano una dimensione fortemente relativa, addirittura illusoria, almeno per quanta riguarda l'esperienza dei nostri sensi, a favore di un quadro d'insieme che trascende le nostre (piccole) singole esperienze personali di felicità e sofferenza, amore e odio, solitudine e relazione, nascita e morte, e il cui senso va dunque ricercato sul piano di un'economia cosmica globale tanto ben più grande e complessa, quanto inconcepibilmente più meravigliosa.

Orbene, questo è senza dubbio uno dei temi cardine della cifra letteraria di David Mitchell, romanziere inglese classe 1969, il quale l'ha già affrontato con pregevole inventiva e grande sapienza narrativa in Nove gradi di libertà (Ghostwritten, 1999) e nel quale si è di nuovo calato con ancora maggior ambizione e profondità ne L'atlante delle nuvole (Cloud Atlas, 2004). Adesso, quest'ultimo è diventato un film di prossima uscita per la regia dei Fratelli Wachowski (quelli di Matrix, per intendersi) con un notevolissimo cast (Tom Hanks, Halle Berry e Susan Sarandon su tutti) e, perlomeno dal bellissimo trailer che potete vedere qui sotto (guardatelo che merita, anche se non sapete l'inglese), ha tutta l'aria di essere qualcosa di notevole.



E se attualmente il romanzo pubblicato in Italia da Frassinelli - come anche gli altri romanzi di Mitchell - risulta ereticamente esaurito ovunque (lo sto cercando, ma proprio non riesco a trovarlo), l'imminente uscita del film dovrebbe favorire a breve la pubblicazione di una nuova edizione (da leggere possibilmente prima di vedere il film). Dunque nell'attesa del suo approdo nelle sale italiane previsto per il 10 gennaio 2013, iniziate col prendere nota e tenete d'occhio questo titolo (ma anche questo autore): in queste misere stagioni fatte di vampiri patinati, action-movie in calzamaglia e poco altro, rischia (speriamo) di essere uno dei pochi spunti degni di un certo cinematografico entusiasmo.

mercoledì 6 giugno 2012

Senza di lui i marziani sarebbero stati senza dubbio diversi

"Erano ingenui soltanto se conveniva esserlo. Smisero di cercare di distruggere tutto, di umiliare tutto. Fusero religione, arte e scienza, perché alla base, la scienza non è che la spiegazione di un miracolo che non riusciamo mai a spiegare e l'arte è un'interpretazione di quel miracolo." (Cronache marziane)

"Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive." (Fahrenheit 451)

venerdì 4 maggio 2012

martedì 24 aprile 2012

Il vuoto in forma di romanzo

Se questo libro non mi fosse stato venduto corredato da una luccicante fascetta che sfoderava i fasti di una SETTIMA EDIZIONE, un autorevole piazzamento al Premio Strega 2011 come finalista e una vittoria al fantomatico Premio Merck Serono 2011, probabilmente questa recensione non l'avrei scritta. Non credo che avrei trovato che sarebbe valsa la pena spenderci del tempo. Spesso è molto meglio una spessa coperta di silenzio e indifferenza, piuttosto che accendere in qualche modo un riflettore su un'opera, ancorché di luce negativa. Invece no, perché trattandosi - secondo me, naturalmente - di uno dei più brutti libri che mi sia mai capitato di leggere da quando so leggere, anzi anche da quando guardavo solo le figure, mi sono sentito in dovere di parlarvene, come per mettervi in guardia. Forse ne avrete sentito parlare o l'avrete visto ammiccare da qualche scaffale (con la sua fascetta acchiappapolli). Si intitola L'energia del vuoto e l'autore è Bruno Arpaia. Ma lasciatemi fare un paio di passetti indietro.

Il primo. Non lo dico a mia discolpa. Io delle fascette dei libri me ne strasbatto le antenne. Non le cerco, né le evito come la peste. Per me non esistono. Il punto, nel caso in questione, è che era già un po' di tempo che volevo - ebbene sì - leggere questo libro. È stata la mia passione per la fisica a intrigarmi, dato l'argomento del libro. Nelle intenzioni dell'autore dovrebbe trattarsi infatti - il condizionale è d'obbligo - di una specie di science-thriller ambientato nell'ambito della fisica, laddove la vicenda ruota intorno a un intrigo che si svolge al CERN di Ginevra in occasione della messa in funzione dell'LHC (Large Hadron Collider), l'autentico acceleratore di particelle acceso dopo qualche peripezia, due anni e mezzo fa. Per intendersi, lo ricorderete, quello per il quale i media (e non solo) fecero un gran clamore parlando di creazione di buchi neri, Terra che veniva inghiottita e altre idiozie assortite. Insomma, il tema mi incuriosiva, così alla fine l'ho preso. Nonostante la fascetta.

Il secondo. Prima di questo libro non avevo mai letto niente di Arpaia in vita mia (e non leggerò mai più niente di suo in futuro, a meno che qualcuno non decida di pagarmi - e profumatamente - per farlo), per cui tutto quello che dico su di lui come scrittore si riferisce solo allo scempio che ha fatto con questo libro, benché se uno riesce a scrivere una simile bruttura, è difficile pensare che in altre occasioni possa avere scritto - o potrà farlo - dei capolavori. Tuttavia mi piacerebbe, se qualcuno l'ha fatto, che mi dicesse la sua in merito. Ma veniamo al punto. Se avete bisogno di un esempio letterario di come NON si scrive un libro eccolo, lo avete. Perché L'energia del vuoto è quanto di più mediocre si possa avere il coraggio di scrivere (e pubblicare) - in termini professionali, s'intende - sia dal punto di vista della struttura, che della trama, che dei personaggi, che dello stile. Niente di questo libro si salva. Niente di questo libro lo salva. Per quanto ci si possa sforzare con la condiscendenza, la correttezza grammaticale non è sufficiente.

Lo stile. Ingenuo come quello di un dilettante alle prime armi (e di quelli anche scarsamente dotati), infarcito di espressioni colloquiali che non si leggono neanche su Topolino, con dei dialoghi di una banalità imbarazzante e pagine e pagine di inutili “convenevoli” tra i personaggi. Dal canto loro i personaggi sono stereotipi con un tratteggio psicologico degno della sensibilità di una pietra pomice. Ma se questo, in un libro che nasce per essere "di genere", potrebbe anche passare un po' in secondo piano, è difficile non notare i personaggi femminili appiattiti su un registro fastidiosamente maschilista. La struttura è confusa, con diversi momenti della vicenda il cui racconto viene di volta in volta intervallato, ma che non essendo contemporanei finiscono per rendere al lettore disagevole la comprensione di ciò che sta accadendo almeno fino a pagina 150 (e le pagine totali sono 263).

La trama è di una povertà disarmante. Per una prima abbondante metà, il libro si divide tra un evidente intento divulgativo, che avrebbe potuto anche starci purché fosse stato calato con convinzione e (solo) un pizzico di creatività nella struttura della vicenda, invece di essere appiccicato in maniera fastidiosamente posticcia grazie al personaggio di una giornalista (superfica e facilmente arrapabile, vedi maschilismo di cui sopra) che deve scrivere un pezzo sull'LHC, e le vicende di un gruppo di fisici del CERN con allegato scialbissimo drammino familiare (lei, la fisica, che lavora troppo e loro, il marito e il figlio, che per questo si scazzano) alle prese con l'accensione dell'acceleratore. Ho avuto l'idea che, da questo punto di vista, Arpaia abbia avuto l'ambizione di fare con la fisica teorica un'operazione simile a quella che Jostein Gaarder fece a suo tempo con la filosofia ne Il mondo di Sofia, ma quanto a risultati siamo distanti milioni di anni luce. Poi, fino a ben oltre la metà del volume, di intrigo non c'è traccia, tranne una coppia padre-figlio (quelli scazzati di cui sopra) in fuga non si sa bene da chi o da cosa (ma anche qui con dei siparietti di una pochezza davvero tragicomica), ma che a dispetto dello scazzo, continuano a chiedersi che fine ha fatto la moglie/mamma. Anche il dramma conclusivo, quello più grosso, quello che dovrebbe sparare la storia verso il finale e dovrebbe (lasciate che lo dica, qui, una volta sola, perché stavolta è proprio il caso) togliere il fiato, è costruito su un nulla di un'implausibilità infantile. Infine il finale vero e proprio, totalmente inconsistente, se non per farti salire sulle spalle la carogna di aver buttato nel cesso 16,50€, concederti la drammatica rivelazione che Dan Brown è un autentico gigante della letteratura contemporanea e dimostrarti che, circa la non esistenza di un'entità chiamata “vuoto”, la fisica moderna si sta sbagliando di grosso.

L'estratto inutile, ovvero per spiegare che cosa intendo per "convenevoli" (siamo solo a pagina 13 - nella seconda scena dei due fuggiaschi, padre e figlio - Pietro e Nico. Nico è all'oscuro di quanto sta succedendo). Il libro cola in abbondanza scene inutili e dilettantesche di questo tenore come salsa da un Big Mac:
"Quando apre gli occhi, il sole è già qualche centimetro sopra la collina e Nico lo sta scuotendo per una spalla.
«Papà sei sveglio?»
«Sì, Nico, sì, sveglissimo.»
Le sette meno venti. Il «riposino» è durato quattro ore. Come fuggiasco a una vera mezzasega.
«Papà, ma dove siamo?»
«In Francia, più o meno a metà strada da Marsiglia.»
«E mamma?»
«Te lo già detto: ci raggiunge dopo, in Spagna.» Pietro sbadiglia, socchiude la portiera e scende per guardarsi intorno. Tutto tranquillo, la provinciale vuota, il vecchio tiglio sopra la testa, la ghiaia dello spiazzo, il bar ancora chiuso, i campi incolti, un casolare in pietra sopra la collina, la luce del mattino che pennella l'aria di venature vivide e sanguigne. Quella tranquillità, quel lento battito delle cose intorno, per qualche istante, gli fanno immaginare di non aver mentito: forse quel viaggio è veramente solo una vacanza, forse quell'ultimo anno e mezzo è stato solamente un brutto sogno, forse dopo Marsiglia, Emilia prenderà un volo per Madrid e andranno tutti insieme al mare a Cadaqués o in giro per l'Andalusia.
«Papà chiamiamo mamma?»
E invece no. Non è per niente un sogno.
«Mi è morto il cellulare, Nico. E poi è ancora presto... Se non sta lavorando, mamma starà dormendo. Magari la chiamiamo dopo.»
Decisamente no, non è una vacanza. Emilia non prenderà quel volo. E bisogna rimettersi per strada. Subito.
«Ora fai la pipì e partiamo.»
«Ma ho fame...»
«Facciamo colazione dopo. Al primo bar aperto giuro che ci fermiamo.»
[breve descrizione delle strade e dei luoghi che i due attraversano e che vi risparmio - Arpaia invece no - fino all'arrivo a un bar aperto]
«Buongiorno. Ci dà un caffè di acqua purificata, un caffellatte e un paio di croissant?»
Nico mangia in silenzio, andando su e giù con una mano in tasca e la console stretta sotto l'ascella. Nemmeno Pietro dice una parola, ma inizia a borbottare appena fuori.
«Che ladri... Cinque euro e trenta per un caffè di pura. A Ginevra lo fanno a quattro franchi.»"
L'estratto utile (pag. 135, dall'articolo che la giornalista scrive sull'LHC e che Arpaia ci riporta per intero, inutilmente tranne che per questa frase che, date le circostanze, è totalmente condivisibile):
"Un qualunque teorico (nel senso di fisico teorico, ndr), oggi, ha forse molta più immaginazione di parecchi narratori in circolazione."
Di Arpaia senza dubbio.

lunedì 16 aprile 2012

Tecniche di respirazione per recensori di libri asmatici

Mi rivolgo a voi, recensori più o meno improvvisati, di libri più o meno famosi, di autori più o meno affermati. Se volete continuare a scrivere le vostre recensioni, vi prego (Vi-Prego!), smettetela di metterci dentro la classica, solita (quasi) immancabile frase: "una storia che toglie il fiato", "una scrittura mozzafiato", "un libro che vi leverà il respiro", "un volume che si legge d'un fiato" in tutte le ulteriori varianti respiratorie che siete in grado di concepire. Non se ne può più di leggere questa (cazzo di) cosa, come se aggiungere questa caratteristica polmonare fosse sufficiente a far correre i (malcapitati) lettori a perdifiato a comprare il libro in questione, o come se la mancanza di essa penalizzasse in maniera inevitabile e irreversibile la recensione in sé, rendendola di fatto poco utile come una maschera senza boccaglio. Senza contare che questo succede con contorni assai più disdicevoli e deprecabili nel caso di sedicenti scrittori che si autodefiniscono tali e non mancano (MAI) di tratteggiare secondo tali qualità bronchiali la loro (imperdibile) opera.

Ora, la volete capire che non funziona così?! La volete capire che 'sta cosa è davvero insopportabile?! La volete capire che se sentite il bisogno di dire questo, i casi sono due: o non siete capaci di scrivere recensioni, o il libro non è degno di ricevere una recensione?! Se poi voi siete anche l'autore del libro che state presentando (e sul web la cosa succede fin troppo spesso) la cosa assume connotati davvero imbarazzanti e anche un po’ inquietanti, sia dal punto di vista letterario che da quello umano. Quindi, fate un favore, fatelo a me, certo, ma anche e soprattutto a voi stessi: smettetela! A me non frega un accidente del tempo che ci metto a leggere un libro. Voglio immergermi nella sua storia. Voglio che mi porti dove non sono mai stato. Voglio che mi faccia ridere. Voglio che mi susciti nuove idee. Voglio che mi cambi la vita. Voglio un sacco di cose, da un libro, spesso cose che non so nemmeno di volere finché non le ho lette (e quelle in genere sono le migliori). Ma voglio re-spi-ra-re.

martedì 20 marzo 2012

domenica 18 marzo 2012

venerdì 16 dicembre 2011

Il libro ai tempi dell'e-book

Sono certo che voi, amanti del libro tradizionale, dei suoi seducenti fruscii cartacei e dei suoi inebrianti profumi polverosi, voi che non avete paura di montare sempre nuove mensole in casa (a quote sempre più alte!), voi professionisti dello slalom speciale tra le pile in soggiorno, potete dormire sonni tranquilli: il libro non sparirà! Non tanto facilmente, almeno. Il libro non farà la fine dell'LP, praticamente estinto in meno di un anno gioviano, e oggi tenuto in vita ormai solo da rarissime edizioni a beneficio di una ristretta cerchia di inguaribili nostalgici oltranzisti.

Il libro è un albero dalle radici che vanno fino al centro della Terra. Il libro ha una storia che si spinge molto più indietro della rivoluzione rinascimentale di Gutenberg. Il libro, quello con le tavolette di argilla e cera, quello in rotoli o con le pagine, di papiro o pergamena, fa parte integrante della Storia dell'Uomo al pari della scrittura. Dunque il libro, nelle sue varie forme materiali, di secoli sulle spalle ne ha più di venti e non è certo l'età a logorarlo, piuttosto gli sciagurati derelitti che non ne fanno uso. È quindi più che ragionevole pensare che il suo abbandono non potrà avvenire in maniera così semplice o sommaria come accadde per l'LP in vinile o, prima ancora, in gommalacca, che aveva solo poco più di un secolo di vita quando venne sfrattato dal CD. Ma forse non avverrà affatto.

Di certo però un cambiamento ci sarà. Anzi, in realtà il cambiamento è già in atto. Perché la produzione del libro ha dei costi di materiali, di stampa, di immagazzinamento, di distribuzione che in un'impresa commerciale qual è quella dell'editoria non possono essere trascurabili e che, sommati alle caratteristiche innovative del libro elettronico, rendono questa nuova forma di diffusione della parola scritta quanto mai appetibile anche dal mercato. E se il mercato approva un oggetto o un sistema, potete giurare che in qualche modo quell'oggetto o quel sistema si diffonderanno.

Quindi se da un lato potete stare tranquilli che il libro fisico non sparirà tanto in fretta, dall'altro potere stare certi, che l'e-book è destinato a prendere sempre più campo. Ma se sulla didattica e la saggistica abbiamo già detto, cosa succederà alla narrativa? I più sostengono che sarà proprio la narrativa l'ultimo baluardo dentro cui si arroccherà il libro cartaceo, per ripararsi dall'assedio della sua versione elettronica. Ed è anche assai ragionevole pensare, come suggerito da abo nel suo commento al mio post precedente, che tenderanno a sopravvivere in forma cartacea le edizioni di pregio, mentre i tascabili, le edizioni economiche, la letteratura di consumo, quella del mass-market, tenderà a essere direttamente uploadata dentro gli e-reader, con buona pace delle edicole e degli scaffali dei supermercati.

Sono d'accordo su questo. Ma penso (anzi, spero) che si possa andare oltre e che il processo possa anche fungere all'inverso. Ovvero che l'inerzia del mercato e degli utenti a voler mantenere in vita le suggestioni dei fruscii e dei profumi del libro cartaceo, tenderà a influire sulle edizioni, non solo su quelle di pregio, ma anche sui tascabili, magari non tutti, magari non Moccia e Fabio Volo (dio-mio-ti-prego-no!), e si adopererà per migliorarle, per spingere la creatività nella direzione di renderle ancora più belle, più accattivanti, in una parola più deliziose, anche a costo di farle costare un po' di più. Un po' come dicevo nel caso del libro di Dubus, che può essere considerato di fatto un vero e proprio tascabile di gran pregio. Le librerie dunque saranno destinate a tenere forse un po' meno libri, ma decisamente ancora più belli di oggi, forse addirittura solo quelli belli. E per chi ama la materialità del libro non è mica un brutto futuro, no?

lunedì 12 dicembre 2011

La crema elettronica e l'inchiostro chantilly

Se ne dicono di cose sugli e-book. Ne ho già scritte alcune anch'io, magari cadendo pure in contraddizione. Perché gli argomenti a riguardo sono controversi e dovrebbero essere affrontati con oggettività, senza romanticismi o emotività, spogliandosi il più possibile dalle rigide programmazioni delle nostre abitudini. Ci sono quelli, ovvi, sul risparmio di milioni di tonnellate di carta. E ci sono quelli, abbastanza inoppugnabili, che vedono un futuro degli e-book legato soprattutto alla didattica. Nessuno potrà negare il passo avanti (non solo osteoarticolare) nell'evitare una gioventù di zaini piombati da libri e dizionari. Lo stesso vale per la fredda manualistica e l'editoria tecnica. Nessuno rimpiangerà l'odore della carta nel leggere un manuale di Visual Basic o di Python su un e-reader, ma nemmeno un articolo di psicoterapia transculturale. Le cose però si fanno più complicate quando ci si trova a parlare di e-book e narrativa, ovvero quando nell'atto del leggere ci sono di mezzo le suggestioni dell'immaginazione.

Questa considerazione mi è sorta mentre leggevo Voci dalla luna, di cui ho parlato nel mio precedente post, romanzo breve di Andre Dubus edito da Mattioli 1885 in un'edizione davvero deliziosa. Ebbene, quando ho preso in mano questo libro, non ho potuto fare a meno dal provare un piacere fisico per quell'oggetto. Per la scelta della copertina in cartone opaco martellato che coccola i polpastrelli, per l'ossimoro degli angoli arrotondati delle pagine che ti vien voglia di accarezzarli, per la tonalità dolce della carta come una crema chantilly, per la sorpresa del carattere tipografico come un panorama inedito dietro una curva, per l'impaginazione che ti fa respirare. Piaceri che di certo non avrei provato se l'avessi avuto in formato e-book.

Aggiungo che queste considerazioni provengono da un feticista del libro, da uno che i libri li legge ma li rimette a posto che non sembrano neanche stati aperti, da uno che i libri non li presta neanche sotto tortura. Così mi sono chiesto se la mia lettura del libro di Dubus e la mia assai elevata considerazione di esso si siano giovate di una sorta di super additivo dovuto alla materialità del libro. In fondo la storia è la storia, no? I concetti sono sempre i concetti, no? Le emozioni che trasmettono le parole sono le stesse, perché le parole sono le stesse anche lette mediante uno schermo e-ink, no? No. E sì. Cioè, ci sono a mio avviso due considerazioni da fare. La prima è una metafora. Perché mai quando consideriamo i piaceri del gusto ci pare ovvio che "anche l'occhio vuole la sua parte", mentre per i piaceri della mente dovremmo sbattercene? Dell'occhio, come pure di tutti gli altri sensi (ovvero appiattirli sui sensi sempre uguali restituiti dall'e-reader)? La seconda è legata a quella che potrebbe essere un'associazione implicita e istintiva tipica del lettore. Nel suo essere fisico, il libro esiste, e se il libro ci parla di vita, tutta la vita di cui parla esiste un po' di più se possiamo toccarla.

Ebbene, tutte queste considerazioni sembrerebbero farci fuggire a gambe levate dall'e-book. Tuttavia non credo che sia così. Anzi, queste riflessioni mi hanno portato a una conclusione a mio avviso la più sensata e ragionevole possibile, che potrebbe mostrarci un interessante orizzonte (editoriale) per il futuro. Vediamo se qualcuno di voi ci arriva. Ne parliamo comunque nel prossimo post.

/continua

venerdì 2 settembre 2011

Se questo è un libro (scontato)

Da ieri l'Italia non è più la stessa. Ieri a mezzanotte, infatti, è entrata in vigore la Legge Levi che limita gli sconti praticabili sui libri. Il provvedimento, in base a quanto comunicato, è stato preso allo scopo (nobilissimo, eh!) di tutelare i piccoli librai che non possono praticare sconti troppo elevati, rispetto alle grandi librerie on-line, che grazie ai loro molto più ingenti volumi di affari, possono invece intraprendere politiche di prezzo molto più aggressive.

Di conseguenza non riesco a fare a meno di chiedermi (e chiedervi) chi mai si sia dato la pena di tutelare i piccoli fruttivendoli, i piccoli macellai, i piccoli salumieri, i piccoli formaggiai, i piccoli droghieri ecc. dall'avanzata panzer delle grandi catene di iper- e super- mercati e che oggi – tranne rari casi – almeno nelle grandi città sono praticamente estinti.

Per questo, mi viene da pensare che il provvedimento sia stato preso per un altro motivo. Forse per tutelare qualcun altro dall'avanzata panzer degli americani di Amazon? Quel che è certo, è che si tratta di un'altra bella mazzata alle possibilità di accesso alla cultura e un altro grosso bastone tra le ruote al già zoppicante triciclo del mercato editoriale. Da ieri l'Italia è (ancora) peggiore.

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