Punti di vista da un altro pianeta

Visualizzazione post con etichetta cultura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cultura. Mostra tutti i post

venerdì 6 marzo 2015

Non è un paese per eroi (alla ricerca di Spock)

Inspiring è una parola inglese molto interessante. L'Oxford Dictionary definisce inspire, il verbo da cui è derivata, come: "Fill (someone) with the urge or ability to do or feel something, especially to do something creative" ovvero, letteralmente: "Riempire (qualcuno) con l'urgenza o l'abilità di fare o sentire qualcosa, specialmente di fare qualcosa di creativo". In italiano la traduzione esiste ed è tutto sommato analoga, ovvero "ispirante" o "che dà ispirazione", tuttavia nella nostra lingua il suo uso è praticamente assente. Al contrario, nei paesi anglofoni la locuzione è assai gettonata, a volte addirittura inflazionata. La ritroverete citata un po' ovunque, tutte le volte in cui – anche un po' iperbolicamente – si desidera comunicare questo sentimento di qualcosa o qualcuno che contribuisce a catalizzare l'altrui propensione alla creatività o, in generale, ad agire per raggiungere qualche tipo di ambizioso traguardo.

Riferita alle cose spesso la si ritrova in pubblicità, ma non di rado viene utilizzata riferita anche alle persone, quelle che sono, o sono state, di esempio in vari campi, quelle che in qualche modo hanno tracciato una via, illuminato una strada, fatto pensare a qualcuno di voler essere come loro, seguire le loro orme. E forse davvero non c'è una migliore applicazione della parole inspiring: persone in grado di far sognare altre persone, individui capaci di cambiare la vita di altri individui, influenze positive esercitate non di proposito, ma spesso involontariamente, se non addirittura indirettamente, attraverso esistenze ritenute universalmente straordinarie. Il loro esempio, i loro traguardi, il loro valore, le loro capacità di attraversare traguardi impensati, la loro forza di cambiare in qualche misura il mondo. Se ci si pensa bene, questo non è molto distante, in senso lato, dalla definizione di "eroi".

Ci riflettevo qualche giorno fa, a corollario della scomparsa di Leonard Nimoy. Si trattava di un (semplice) attore, ancorché famosissimo, non di un Premio Nobel per la Pace. Eppure, grazie anche all'identificazione con il suo personaggio, Nimoy è stata una persona inspiring e grazie al lavoro di una vita continuerà a esserlo con la sua eredità telecinematografica. E con lui altri. Spesso le inspiring people hanno questo potere, almeno finché il fermento della memoria collettiva lo concede. Il punto è che non mi sono venute in mente persone "ispiranti". Italiane, voglio dire. Così, il fatto che la lingua italiana non sia avvezza all'uso dell'equivalente di inspiring mi è parso derivare dalla tradizionale mancanza italiana di persone inspiring. L'alternativa è che esista, in Italia, una tradizionale incapacità nazionale (culturale?) di attribuire a persone un ruolo inspiring.

Se poi una lingua è capace di dire qualcosa sulla nazione che la usa, le parole, i loro significati e la loro (non) esistenza, possono rivelare qualcosa sul popolo che (non) le usa. Quel che è peggio, infatti, è che il concetto di inspiring non mi pare proprio utilizzato in generale, nemmeno nell'ambito più cinico della pubblicità, come se questa attività intellettuale non fosse contemplata dal bagaglio culturale o sociale della nazione. Come se per l'Italia (ovvero per gli italiani) il ruolo dell'Esempio fosse del tutto irrilevante e i Modelli, quelli capaci di infondere virtù, visioni, traguardi, orizzonti, gli ispiratori delle generazioni a venire, non hanno alcuna ragione d'essere. Il problema è che tutto questo ha anche (molto) a che vedere con l'idea che un popolo ha del proprio futuro, ovvero del fatto che non sappia nemmeno contemplarla la possibilità di immaginarlo, un futuro.

Come partire da una singola parola e trarre una visione dell'Italia drammaticamente (e anche un po' tragicamente) credibile.

venerdì 4 ottobre 2013

Breaking Bad, un po’ Delitto e un po’ Castigo (no spoiler)

La serie TV Breaking Bad, almeno negli USA, è giunta al capolinea qualche giorno fa, accompagnata nelle settimane precedenti alle ultime puntate da un'eco crescente che ha fatto emergere una serie cominciata e proseguita in sordina (a dispetto di premi su premi raccolti nelle varie stagioni), in quello che di fatto è: un vero e proprio fenomeno clamoroso che l'ha portata a essere unanimemente considerata una delle migliori serie TV mai prodotte, qualcosa in grado di influenzare sia l'immaginario popolare che il modo di fare narrazione televisiva.

La vicenda umana di Walter White è un'epica al contrario, una cristallina discesa all'inferno senza ritorno, alimentata prima dalla prospettiva della buona azione, poi confessata dalla realtà di uno sfrenato, velenoso, imbattibile orgoglio. Nel mezzo, cinque stagioni di lento apprendistato al male, prima semplicemente rimbalzato come conseguenza passiva delle proprie azioni, poi meditato e pianificato con attiva consapevolezza. Ma in fondo la vita non sono tanto le azioni, quanto le loro conseguenze. E dunque Breaking Bag trova la sua cifra nel drammatico confronto continuo delle scelte di W.W. con le ripercussioni (spesso - sempre? - dolorose) che esse hanno non tanto su di lui, quanto piuttosto su coloro che lo circondano, moglie, figli, parenti, complici, amici e nemici.

Sorretto da una continuity fenomenale e da una scrittura solidissima, da personaggi dalle caratterizzazioni magistrali (tutti quanti, non solo i protagonisti), con pochissime e irrilevanti sbavature, per non parlare delle straordinarie prove attoriali, Breaking Bad racconta il viaggio in un tunnel in cui tutti potremmo entrare e, una volta dentro, in cui tutti potremmo essere W.W., segno che in fondo il male, quello vero, quello che implica il Dolore impartito con il massimo del cinismo agli altri, è solo un passo avanti a noi, dietro l'angolo più vicino, nel panorama della nostra coda dell'occhio, a volte anche solo come una non-azione (e qui chi ha visto la serie sa perfettamente di cosa parlo: l'azione peggiore commessa del protagonista è proprio una non-azione).

Ma più di ogni altra cosa, Breaking Bad è un capolavoro assoluto. Non bisogna avere paura di usare queste parole per una serie TV. Perché Breaking Bad non ha niente da invidiare alla forza di Delitto e Castigo di Dostoevskij. Non ha niente di meno. E non si deve pensare che solo il fatto di essere un prodotto per il piccolo schermo (con gli stacchi pubblicitari e tutto quanto il resto), piuttosto che letterario, ne sminuisca il valore. Anzi, piuttosto lo aumenta. Perché in un'epoca dominata dal glamour e dal glitter, dall'apparenza e dall'effetto speciale, Breaking Bad (un telefilm dove non c'è nemmeno una gnocca protagonista) pianta i suoi denti nell'animo dell'Uomo e ce lo rovescia sul tavolo della cucina all'ora di cena, mostrandoci tutta la sua capacità di ferocia e implacabilità e facendoci inorridire come di fronte ai miasmi della nostra stessa autopsia. Gente, se non è un capolavoro questo...

lunedì 21 novembre 2011

Delle nubi all'orizzonte (un po' introduzione e un po' intenzione)

Per cercare di non far scivolare tutto il lavoro fatto di recente nella deriva del tempo della rete, che sorvola le cose e dimentica in fretta, e confortato anche dall'interesse suscitato sia qui, che su Facebook, ho pensato di raccogliere tutti i post sulla Decrescita pubblicati in queste ultime tre settimane in un piccolo e-book scaricabile gratuitamente dal blog in vari formati.

Datemi dunque qualche giorno per organizzarmi e per prepararlo.

Nel frattempo vi anticipo qui sotto l'introduzione e, a lato, la bozza della copertina. A tale riguardo non sono del tutto sicuro del titolo. Per coerenza rispetto a quanto esposto qualche giorno fa, non volevo che ci fosse dentro la parola "decrescita", ma nemmeno "sviluppo sostenibile". Se dunque vorrete darmi i vostri pareri, opinioni o consigli in merito, sarete i benvenuti.

Ed ecco l'intro:

"Qualcosa sta accadendo. Se ne vedono i profili aguzzi all'orizzonte, come una sorta di minacciosa silhouette d'inchiostro in continuo movimento. Non si capisce ancora di preciso di che cosa si tratti e, soprattutto, quale portata possa avere, ma è da ottusi negare, fare finta di niente, o affidarsi all'ottimismo, pensando che il vento cambierà e l'allontanerà dalla costa, solo per adottare un alibi confortevole che eviti di pensare al peggio. Del resto non serve nemmeno l'occhio di un esperto per intuire che quelle avvisaglie non parlano di giornate da gita fuori porta e notti stellate in riva al mare.

Qualcosa sta accadendo. Perché questi non sono Tempi Normali, sempre che Tempi Normali nella storia siano mai esistiti. Eppure adesso si percepisce nell'aria qualcosa di veramente nuovo, come il profumo di una consapevolezza inedita, che forse molti non hanno ancora razionalizzato o assimilato, ma che iniziano a sentire come istanza che si fa strada, magari non del tutto definita nei suoi contorni, ma sempre più pressante e sempre più ineludibile. Lo si vede dai movimenti che fioriscono spontanei in tutto l'occidente, lo si vede dalla partecipazione alle manifestazioni e dalla loro frequenza, lo si capisce dai discorsi nei social media. E ogni giorno che passa lo si può (o meglio lo si deve) ignorare sempre meno.

Qualcosa sta accadendo. In Italia e nel mondo. E non c'è dubbio che abbia ha a che fare con un'esigenza condivisa. È probabile che ciascun individuo senta l'urgenza a modo suo, che la interpreti secondo la sua personale prospettiva di vedere la vita, in base alla sua cultura, alle sue tradizioni, alla sua condizione economica e sociale, ma il dato di fatto, se te ne vai in giro a osservare e ascoltare, è che la gente parla sempre più di cambiamento. Cambiamento in generale, perché semplicemente il sistema non ce la fa più. La gente sente che qualcosa in qualche modo si sta spezzando. Un semplice equilibrio che comincia a vacillare. E se la Terra se ne sta accorgendo dal punto di vista ecologico, chi è dotato di maggiore sensibilità, comincia a rendersene conto anche in termini psicologici e sociali, individuali e collettivi. E in tutto questo il punto difficile da smentire è: «Non si potrà andare avanti così ancora a lungo».

Qualcosa sta accadendo. Perché l'impressione è che un vento di cambiamento così sovranazionale, trasversale e generalizzato non si sia mai sentito, almeno non in tempi recenti. Forse davvero mai. Non è detto che queste energie remino tutte nella stessa direzione, anzi probabilmente non è così. Spesso queste forze spingono in direzioni opposte, ognuna inseguendo una propria traccia di filosofia o di convenienza (o entrambe), con il risultato di non riuscire a spostare di molto il baricentro della società. Eppure i segnali che indicano una strada privilegiata a mio avviso ci sono, come i funghi colorati che punteggiano i margini di una pista di decollo immersa in una nebbia uniforme.

Qualcosa sta accadendo. Ma la difficoltà è catalizzare e dare consapevolezza e orientamento comuni a tutte queste energie, affinché qualcosa di buono accada sul serio. E questo si può fare solo con la cultura e la conoscenza, l'informazione e lo stimolo alla riflessione e alla partecipazione. Questo è il motivo per cui è nato questo piccolo Libretto verde, che raccoglie una serie di note monografiche pubblicate a puntate sul blog Il grande marziano tra ottobre e novembre 2011, in merito alla Filosofia della Decrescita, forse l'unica soluzione vera, seria, ragionevole, pratica, attuabile e lungimirante rispetto ai problemi che stiamo vedendo addensarsi all'orizzonte e che sono già in viaggio verso di noi. Il proposito è dunque quello di dare uno strumento informativo agile, semplice, breve, facilmente distribuibile e, soprattutto, gratuito che contribuisca a proporre i concetti dell'unico cambiamento possibile, cercando di alimentarne la riflessione. Perché è solo dalla cultura che questo cambiamento potrà cominciare e diffondersi, perché si tratta di un cambiamento che non può prescindere dal rinnovamento delle coscienze di chi lo desidera e lo deve (e lo può) cominciare a realizzare.

Qualcosa sta accadendo. E se siete qui, forse è perché state cominciando ad accorgervene anche voi. Ma qui dentro non troverete soluzioni liofilizzate, né presunzione di completezza o di esaustività, bensì le informazioni minime necessarie, qualche idea su cui ragionare e, soprattutto (ed è quello che spero), una manciata di stimoli che vi spingano ad approfondire l'argomento, a pensare che vale la pena rifletterci su, perché forse in questa proposta di cambiamento c'è davvero qualcosa di buono, qualcosa che vale la pena di fare proprio, facendolo diventare qualcosa di più dei buoni propositi e delle belle parole che svaniscono insieme con la chiusura del libro, come nuvole di un profumo inebriante al fiuto, ma che non vi sognereste mai di spruzzarvi dietro alle orecchie.

Qualcosa sta accadendo. Qualcosa accadrà, presto o tardi, su questo potete giurarci. E sarà comunque un cambiamento sociale forte, radicale, epocale, globale. Sta dunque a noi capire se esserne soggetti attivi e provare a farlo controllandolo secondo le modalità nostre, o lasciare invece che le cose vadano per conto loro e il sistema ci travolga secondo i capricci suoi, lasciandoci in balìa di un destino che non abbiamo voluto e che dovremo subire, probabilmente - a quel punto - senza poterci fare granché.

Qualcosa sta accadendo. Siamo ancora in tempo.

Facciamolo accadere noi."

venerdì 2 settembre 2011

Se questo è un libro (scontato)

Da ieri l'Italia non è più la stessa. Ieri a mezzanotte, infatti, è entrata in vigore la Legge Levi che limita gli sconti praticabili sui libri. Il provvedimento, in base a quanto comunicato, è stato preso allo scopo (nobilissimo, eh!) di tutelare i piccoli librai che non possono praticare sconti troppo elevati, rispetto alle grandi librerie on-line, che grazie ai loro molto più ingenti volumi di affari, possono invece intraprendere politiche di prezzo molto più aggressive.

Di conseguenza non riesco a fare a meno di chiedermi (e chiedervi) chi mai si sia dato la pena di tutelare i piccoli fruttivendoli, i piccoli macellai, i piccoli salumieri, i piccoli formaggiai, i piccoli droghieri ecc. dall'avanzata panzer delle grandi catene di iper- e super- mercati e che oggi – tranne rari casi – almeno nelle grandi città sono praticamente estinti.

Per questo, mi viene da pensare che il provvedimento sia stato preso per un altro motivo. Forse per tutelare qualcun altro dall'avanzata panzer degli americani di Amazon? Quel che è certo, è che si tratta di un'altra bella mazzata alle possibilità di accesso alla cultura e un altro grosso bastone tra le ruote al già zoppicante triciclo del mercato editoriale. Da ieri l'Italia è (ancora) peggiore.

License

Creative Commons License
I testi di questo sito sono pubblicati sotto Licenza Creative Commons.

Statistiche

Blogsphere

Copyright © Il grande marziano Published By Gooyaabi Templates | Powered By Blogger

Design by Anders Noren | Blogger Theme by NewBloggerThemes.com