Punti di vista da un altro pianeta

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venerdì 9 ottobre 2015

Sinodo Mon Amour

«Il Sinodo non è un senato», ha dichiarato il Papa qualche giorno fa riferendosi al fatto che il Sinodo non è un posto da compromessi. E ha ragione. Il Sinodo non è nemmeno un consiglio di amministrazione e neppure un'assemblea condominiale, se è per questo, perché il Sinodo non è espressione di democrazia. Il Sinodo è un luogo dove delle persone si arrogano il diritto di dire come altre persone dovrebbero vivere, senza che le altre persone siano state interpellate a riguardo, naturalmente, né che abbiano attribuito loro alcun mandato a decidere. Il Sinodo è l'equivalente (moderno?) dello sciamano che puntava il dito al cielo, si dimenava nella polvere davanti al fuoco, tirava indietro la testa e poi strabuzzava le pupille dilatate lanciando i suoi anatemi sullo sfondo dei tamburi. Quale maggior autorità ci può essere se non quella che proviene dal Grande Spirito? Quale maggior legittimazione a dire che cosa si deve fare e come ci si deve comportare, che cosa è lecito e che cosa non lo è? Qualcuno, particolarmente ottimista, potrebbe sostenere che il Sinodo è semplicemente un esercizio di ordine. "Mettere ordine" è ciò che in qualche modo agevola, o dovrebbe agevolare, la convivenza civile tra gli individui e fa in modo che la società esista e sopravviva a se stessa in "pace e armonia", ovvero contribuisce a minimizzare i conflitti all'interno di essa. In realtà il Sinodo è (solo) un esercizio di potere e di controllo sulle coscienze delle persone e, dunque, sulle loro esistenze.

Insomma, di cosa stiamo parlando? Stiamo parlando di un nutrito gruppo di personaggi col vestito nero lungo e il berrettino fucsia che, per esempio, stabiliscono se una coppia di divorziati può o no prendere la Comunione. A parte il fatto che il marziano è noto per il suo agnosticismo e quindi non ci vuole nemmeno entrare nel merito della transustanziazione, vi rendete conto di quello che fanno? Cioè, questi discutono (e si prendono dannatamente sul serio) se una persona che non sta più con un'altra persona può fare la Comunione, solo perché sono stati uniti da un legame sancito dalla divinità (ritenuto dunque indissolubile). Pensano dunque costoro che la minaccia di vietare l'Eucaristia sia un deterrente alle coppie a restare insieme, ancorché a bagno nell'infelicità? Oppure è una punizione? Visto che ti eri sposato davanti alla divinità, adesso che divorzi, tiè, la Comunione non te la do più. Ma cosa pensate che gliene possa fregare alla divinità di tutto questo? Voi, che ci credete, alla divinità, me lo volete spiegare?

E vogliamo parlare (ancora) delle coppie omosessuali? Dicono che ci vuole misericordia. Misericordia? La misericordia è una concessione, un favore, un'elemosina! Dicono che ci vuole tolleranza. Tolleranza?! Ma sapete qual è il primo significato di "tollerare"? Significa "sopportare cose spiacevoli". Dunque tollerare implica un giudizio (negativo). Pensate sia una cosa che va bene, tollerare? Ok, allora se proprio voi omosessuali volete stare insieme, almeno fatelo nella castità. Ah! Quindi, insomma, costoro, col vestito nero lungo e il berrettino fucsia, si arrogano il diritto di dire alle persone come essere felici, qui sulla Terra, nella libertà della loro vita, anche se le loro libere scelte in questi ambiti non implicherebbero abusi, dolori, violenze o ripercussioni di alcun genere verso qualcuno che non siano solo e soltanto loro stessi. E magari li minacciano pure medievalmente con lo spettro del peccato mortale e del castigo eterno! Ma le cose non si fermano qui. Perché non solo questo è rivolto a coloro che credono, persone che quindi si sentono chiamate in causa direttamente da una dottrina che può contraddire il loro modo di sentire la vita, ma per la quale sentono l'affinità suscitata dalla loro Fede, ma anche a coloro che non credono. Che è quello che sta tentando (disperatamente) di fare in tutti i modi la politica di matrice conservatrice all'interno della società civile: imporre un modello arbitrario a chi non crede in quel modello arbitrario, imporre una morale arbitraria a chi non condivide quella morale arbitraria. Come se voi vi batteste affinché sia negata la torta a tutti, soltanto perché voi avete deciso di stare a dieta (celebre e perfetto esempio). Ma perché lo fate? Perché vi arrogate questo diritto di dire agli altri come devono vivere, gettando in questo modo benzina sul fuoco del conflitto sociale e negando così di fatto le basi stesse della vostra Fede (Gv 13, 34-35)? Ma cosa pensate che gliene possa fregare alla divinità di tutto questo? Voi, che ci credete, alla divinità, me lo volete spiegare?

lunedì 20 luglio 2015

Quasi come un Test di Rorschach

In questi giorni sono stato colpito da qualcosa che voglio sottoporvi, un po' come una specie di gioco estivo. Si tratta dei manifesti della pubblicità di uno smartphone, il nuovo Huawei P8 che raffigurano un angelo con le ali di fuoco, realizzazione di Benjamin Von Wong, fotografo e artista visivo piuttosto noto nel settore, che dovrebbe testimoniare le elevatissime prestazioni della camera dello smartphone anche in condizioni di luce particolarmente difficili. Ecco, l'immagine è questa qui sotto:


Ebbene, ora allontanatevi un po' dallo schermo e cercate di osservare la fotografia nel suo insieme, per qualche secondo, senza mettere a fuoco nessun dettaglio particolare. A che cosa vi fa pensare? Secondo me l'immagine è quasi esplicita nella sua esattezza subliminale, al punto che mi pare quasi impossibile che sia frutto di una semplice casualità. Ora, se suggerisce solo a me una prospettiva frontale di gambe aperte con tanto di vagina nel mezzo, okay, vorrà dire che il maniaco sono io e Rorschach avrà avuto ragione ancora una volta.

mercoledì 4 marzo 2015

Il Principe Azzurro, dalla scarpetta alla frusta

Un uomo bello e ricco seduce una studentessa e la convince a fare delle zozzerie trasgressive: dal bondage, al sadomaso, ecc.. Poi però lei si innamora. Poi però lui esagera. E allora lei lo manda a cagare. Questa, in poche parole, potrebbe esse la sinossi di 50 sfumature di grigio, film o libro non importa. Ciò che importa è che a guardare la storia in controluce ci sono due aspetti in conflitto tra loro che colpiscono e che sembrano completamente (e inquietantemente) assenti dalle critiche, concentrate invece per lo più sulla risibilità degli aspetti erotici del film o sulla scadente qualità letteraria del libro.

Il primo è il meschino sottotesto maschilista e classista della trama. Insomma c'è 'sto tipo straricco sfondato che convince una studentessa di umili origini a sottoscrivere un contratto per essere dominata (sessualmente). Quindi in un'unica situazione sono riunite e vengono in qualche modo esaltate le due coppie archetipiche della dominazione: uomo>donna, ricco>povero. E questo, vogliate o no, è un messaggio che passa. La seconda è il prodigioso sottotesto femminista e immaginativo che riesce a mascherare l'aspetto precedente dalla sua valenza maschilista e classista, per riportarlo all'interno di confini di ambizione e desiderabilità. E anche questo messaggio passa. Il fatto che poi alla fine lei lo molli perché lui esagera (la frusta di brutto, costringendola a contare le frustate come nei migliori racconti di schiavitù) non redime comunque una situazione che, nei suoi paradigmi di base, viene comunque accettata con una firma e, in qualche modo, celebrata.

Tramite il personaggio di Christian Grey, E.L. James (NB una donna) traccia così le coordinate valoriali del Principe Azzurro del nuovo millennio: un uomo potente, facoltoso, trasgressivo, bello (ovviamente), ossessionato dall'esercizio del dominio, al quale la donna concede la propria sottomissione, ancorché con qualche distinguo che però non vale certo ad affrancarla e a rimetterla in una condizione di parità. Il personaggio di Anastasia Steele (forse Steele sta a evocare il freddo dell'acciaio di una donna che ha bisogno del calore di emozioni estreme per sciogliersi in godimento?) rappresenta il prototipo della donna che alla fine accetta volentieri di sottomettersi alle pratiche pervertite di lui, vuoi nell'illusione di poterlo salvare, vuoi nella realtà della sua carta di credito (e la ricchezza non è un aspetto incidentale della storia, ma non lo è – se andiamo a vedere – nemmeno in quella di Cenerentola), vuoi per entrambe, vuoi per quello che volete voi.

Se poi, in ultima analisi, si considera che pare che il pubblico-tipo di questo film/libro sia per oltre la stragrande maggioranza femminile e per giunta piuttosto giovane, è facile giungere alla conclusione che quella di 50 sfumature di grigio è la rappresentazione legittimata, o la legittimazione rappresentata, di quelli che sono i (nuovi) desideri delle giovani donne di questo momento storico. Se una volta si sognava con Cenerentola, adesso si sogna con Anastasia Steele e non ci sarà da sorprendersi se tra non molto le bambine per carnevale chiederanno di vestirsi di latex.

[Nota: Le illustrazioni sono di Michele Moricci. Ne potete vedere altre qui.]

venerdì 13 febbraio 2015

A San Valentino, ditelo con un frustino

50 sfumature di grigio, il film, è ormai nelle sale di tutta Italia, non a caso a ridosso di San Valentino. Finalmente le coppie di innamorati, invece di celebrare il (solito, vetusto e stucchevole) rito dell'amore romantico con orsetti, cuoricini, cioccolatini, bigliettini e cenette a lume di candele, potranno guardare (e non solo immaginare) le gesta pseudoerotiche di Anastasia e Christian, cercando così magari di prendere spunto e di passare dall'illusione dell'emancipazione e della trasgressione, ai sudori turgidi dell'azione.

Perché altrimenti pensare che sia una buona idea far uscire 50 sfumature di grigio, il film, in concomitanza di San Valentino? Sì, mi direte voi, voi che l'avete letto (io mi sono limitato alla pagina di Wikipedia, che peraltro ho il sospetto sia scritta meglio), "ma guarda che tra una frustata e l'altra c'è anche una storia d'amore." Già, ma tutti sappiamo che non è per una (banale) storia d'amore che 50 sfumature di grigio ha sfondato, quindi non venitemela a raccontare. La gente vuole il sesso. Vuole farlo, toccarlo, leggerlo, leccarlo, vederlo. E soprattutto vuole essere protagonista di una trasgressione accondiscesa, quella situazione ottimale in cui a livello personale si è ancora nei territori della trasgressione (perché la trasgressione fa sentire dannatamente vivi), ma a livello sociale viene tutto ammesso grazie alla comunione pubblica del gesto (in questo modo si ovvia alla mancanza di coraggio di trasgredire e/o al senso di colpa di avere trasgredito).

Così, invece di scambiarci pupazzi, rose rosse e Baci Perugina, invece di farci spennare in costosi ristorantini di pesce, tra non molto diverrà la prassi celebrare la festa degli innamorati con manette pelose, set di vibratori di dimensioni crescenti, tutine di latex, borchie, collari, corde e gatti a nove code. Allora il romanticismo sarà la nuova vera trasgressione e sarà il remake di Love Story a uscire per San Valentino (ma, tranquilli, stavolta Jennifer non schiatterà). Ma sarà un terribile flop, perché la gente se ne resterà a casa. A frustarsi.

martedì 1 ottobre 2013

Quell'ultima fetta della torta Barilla

Supponiamo per un momento che Mr. Barilla non sia l'idiota che è apparso a molti (ma non tutti). Dopodiché proviamo a fare quest'esercizio. Immaginiamo che Barilla l'altro giorno non abbia parlato a vanvera ai microfoni della Zanzara, ma lo abbia fatto in seguito a una ben precisa strategia, pianificata con il suo Direttore Marketing e approvata dal CDA, in quanto risultato inequivocabile di approfonditi (e costosi, dunque veri) studi di settore, ricerche di mercato, sondaggi di opinione e analisi psicosociologiche comparate, in base ai quali sarebbe redditizio dal punto di vista del mercato schierarsi dalla parte di quella fetta della torta dei consumatori costituita dagli omofobi.

Però quando si entra in territori del genere non è il caso di esagerare. Dunque magari non proprio coloro che gli omosessuali li prenderebbero a sprangate, li brucerebbero in piazza o si augurerebbero per loro la castrazione chimica obbligatoria, che peraltro (si spera) sono pochi e quindi poco rilevanti dal punto di vista delle quote di mercato di Macine e Galletti. Allora però nemmeno quelli che dicono che "l'AIDS è la giusta punizione divina" oppure "sì, vabbè, però devi ammettere che sono contro natura, perché la natura è per la riproduzione". Costoro saranno un po' di più naturalmente, ma di certo ancora non abbastanza da influenzare Farfalle e Rigatoni. A 'sto punto, pertanto, neanche coloro cui gli LGBT fanno schifo o che "però dovrebbero fare qualcosa perché, è inutile girarci intorno, questi sono ma-la-ti". Sebbene il loro numero sarà ancora un tantino più elevato, non ci sarà da preoccuparsi per Pasta Voiello e Pavesini (sì, pure loro). E dunque, infine, neppure coloro che li chiamano ricchioni/ossi buchi/culi sfranti/ecc. ecc., o che si danno di gomito alle spalle del collega che lo sanno tutti che "gli piace prenderlo in culo", i quali, benché saranno decisamente molti di più, di certo non è gente che mangia pasta o prodotti da forno.

Ora, a parte gli LGBT, chi c'è rimasto sulla glassa della torta laggiù?

lunedì 9 settembre 2013

Femen, ovvero la tetta è il mezzo o il messaggio?

Non ci credo. Non credo alle loro battaglie, ai loro pugni alzati, alle loro smorfie e alle loro urla. Perché le Femen sono (tutte) troppo belle, hanno (tutte) le tette troppo sode, le pance (tutte) troppo piatte, per pensare che non siano attentamente selezionate come modelle disoccupate per passerelle inconsuete. Non si può non osservare che i loro sono veri e propri show e, anche se talvolta vengono realizzati - bisogna ammetterlo - in condizioni estreme e dunque difficili e non prive di rischi e di conseguenze, non possono essere considerate vere e proprie proteste, in quanto l'ostentazione e reiterazione inalterata delle modalità, quelle di esporre il seno nudo e slogan dipinti sul corpo, dà origine almeno a due contraddizioni forti.

Innanzitutto, l'uso ostentato del corpo femminile, vero e proprio marchio di fabbrica delle Femen, trasforma il messaggio femminista nel suo opposto, delegittimandone così l'azione, in quanto la mancanza di un nesso causale forte tra mezzo e messaggio, fa prevalere la strumentalizzazione del corpo al solo scopo mediatico. A cos'altro serve che a ogni performance si mostrino seminude, se non a far cliccare la gente come scimmiette sulle foto che fanno il giro della rete in tempo reale?

In secondo luogo, un movimento di protesta che cerca credibilità non può essere realizzato solo per interposta persona. La protesta spesso è sì catalizzata da un movimento, altrettanto spesso (anzi sempre) guidato da un singolo personaggio di grandissimo carisma, ma poi va in scena con la gente, per le strade, nelle piazze. A centinaia, a migliaia, a milioni. La protesta vera è un'epidemia e vive di contagio e di partecipazione. È così che si diffondono le idee e si cambiano le cose. Chi sono invece quelle donne? Perché protestano? Chi rappresentano? Rispondono: le donne ucraine. Eppure vediamo le Femen manifestare per le istanze più diverse. Passando dal turismo sessuale in India, alla repressione dei media, dal mondo della moda, a Putin, da forum economici mondiali, alla Gazprom, alla discriminazione omosessuale, al Vaticano. Dunque a che titolo fanno quello che fanno? Chi si sente rappresentato dal loro agire? E, soprattutto, a cosa (a chi?) serve quello che fanno?

Senza entrare nel merito delle voci che cominciano a girare, ovvero sul fatto che l'ideologo del movimento femminista sarebbe in realtà un uomo, tale Viktor Svyatskiy, che a proposito della sua creazione avrebbe ammesso: "Gli uomini fanno di tutto per il sesso: io ho creato il gruppo per avere delle donne", o sul fatto che il movimento sarebbe finanziato da tre miliardari e dunque le ragazze lautamente stipendiate, se è vero che il mezzo è il messaggio, tutto ciò che ricorderete delle loro proteste è solo quello su cui vi si posa maggiormente l'attenzione. Delle gran tette. E comincio a credere che non abbiate bisogno di molto altro.

mercoledì 19 dicembre 2012

A proposito di coloro che pensano che un'orgia prima della fine del mondo sia quello che ci vuole

Non è semplice rendersi conto di quanto sia bello assistere a una fine del mondo. Di quanto sia interessante. Di quanto sia emozionante. Di quanto sia affascinante. Di quanto sia (tutto sommato) perfino comodo. Di quanto sia infine unico ed esclusivo. Un autentico onore, anzi un privilegio che nemmeno gli eletti dell'American Express Gold possono vantare: essere tra coloro che assisteranno a uno spettacolo unico e irripetibile (e gratuito), addirittura meglio di un (qualunque) politico italiano che si ritira a vita privata.

Dunque perché perdere tempo a cercare in giro buchi come struzzi dalla testa troppo grossa? Perché sbattersi a costruire bunker in giardino o ammassare provviste a lunga scadenza in profonde grotte appenniniche? Che senso ha cercare scampo a qualcosa che per definizione è la fine di tutto, e dunque dalla quale non può esserci scampo? Perché diamine anche in queste circostanze estreme voi umani affrontate le cose nel modo sbagliato (peggiore), e invece non vi godete gli Ultimi Giorni concedendovi le cose migliori che la vita vi offre e poi amen?

Mangiare frittelle ripiene, abbracciare il primo che passa, scopare come ricci che scopano come umani che scopano come ricci, giocare alla Xbox, fumare due pacchetti di Camel al giorno, dichiarare il vostro amore a qualcuno (in ginocchio), cucinare le lasagne al forno, non giocare alla Xbox, dichiarare su Facebook di essere gay (se siete gay), andare a vedere sorgere il sole in cima al monte (o spiaggia) più vicino a voi (se ne avete uno), farvi riempire di fusa dal vostro gatto, andare dal prete a confessarvi dei vostri peccati e mentire, offrire perdono a una persona di cui non vi importa niente, farvi una partita a Pinnacola (o a King) [aggiungete pure quello che più vi garba].

Perché la paura di morire (e lo sconsiderato desiderio di aggrapparsi all'ultimo maleodorante respiro e a quello dopo e a quello dopo ancora) è solo un perverso sentimento di invidia nei confronti di coloro che restano vivi (ancora solo per un po') e possono (ancora solo per un po') fare una qualunque delle cose di cui sopra in barba a chi invece se n'è andato, specialmente se è finito sottoterra anzitempo. Per questo la fine del mondo è invece il modo migliore, più consolatorio, più spettacolare ed eccitante, di lasciare quest'universo. Tutti insieme.

L'unico (grave) difetto della fine del mondo è l'impossibilità di poterla raccontare in un post.

lunedì 1 ottobre 2012

Paradossi sessuali (post per sole donne)

Trovo piuttosto interessante notare come, di fatto, i canoni estetici peculiari dell'uomo che si spoglia professionalmente negli spettacoli per sole donne/donne sole siano del tutto assimilabili a quelli degli omosessuali (depilazione totale, perizomi estremi per microdimensioni e colori sgargianti, chiappe al vento, mossette pelviche).

Ma se mi pare chiaro che non ci si dovrebbe sorprendere nello scoprire che una donna e un uomo omosessuale (o almeno parte di loro) possono essere attratti da un medesimo canone estetico maschile, mi colpisce che una donna possa trovare sessualmente eccitante un'insieme di caratteristiche estetiche che possono essere confuse con un canone omosessuale.

L'osservazione mi è stata suscitata da una scena del film di cui ho parlato nel precedente post, in cui la sorella del ragazzo che viene iniziato allo strip maschile un giorno scopre per caso gli attrezzi di scena del fratello e viene istantaneamente assalita dal dubbio che possa essersi scoperto omosessuale.

Una spiegazione psicologica (che chiamo Spiegazione Ottimista) è che, mediamente, la donna che va ad assistere a uno strip maschile in fondo ha bisogno di confrontarsi con un "oggetto sessuale" diverso da quello al quale è abituata e, nel contempo, che sia anche sessualmente "rassicurante", in altre parole, "innocuo", affinché la situazione in cui va a sperimentare mantenga autonomamente il livello di simulazione giocosa che non vuole venga superato.

Un'alternativa sociologica (che chiamo Spiegazione Pessimista) potrebbe essere invece legata da un lato agli ultimi quarant'anni di emancipazione femminile e dall'altro alla contemporanea passione crescente dell'uomo per le creme antirughe.

Non sono riuscito a trovare la Spiegazione Realista.

venerdì 28 settembre 2012

Un'inaspettata esperienza antropologico-sessual-cinematografica

Tutto inizia quando mi ritrovo per le mani, quasi per caso, due biglietti omaggio per andare a vedere Magic Mike, il film di Steven Soderbergh sul mondo dello spogliarello maschile. Ammetto che, benché apprezzi abbastanza Soderbergh, non era nelle mie priorità andare a vedere questo film, ma già che ci sono due biglietti, perché rinunciarvi? Dunque l'altro ieri andiamo, io e la mia marzianina del cuore, senza ovviamente poter prevedere che sarebbe stata un'esperienza unica, oltremodo surreale e proprio per questi stessi motivi (per certi versi) imperdibile!

Per chi non sapesse un accidente di questo film, la storia è presto detta [un po' di spoiler da qui in avanti]. A Tampa c'è questo locale di spogliarellisti gestito da Dallas, un Matthew McConaughey ormai non più di primo pelo (e invero anche un bel po' viscidino, ancorché dal fisicaccio ostentato), che ha al soldo un gruppo di ragazzi belli e capaci che arrotondano gli stipendi delle loro fatiche diurne ballando e spogliandosi di notte per branchi di ragazze assatanate. Tra costoro, Mike (Channing Tatum, quello la cui storia ha ispirato il film), il migliore, la star, l'amico e braccio destro di Dallas, quasi per caso un giorno porta allo spettacolo Adam, un suo giovanissimo collega del cantiere, il quale per una necessità improvvisa, viene spinto sul palco e malgrado la timidezza e i calzini (o forse proprio per questo) è subito successone.

Attraverso una sapiente (e bellissima) fotografia slavata e consumata degli esterni soprattutto, ma anche di tutto ciò che non è lo spettacolo, e invece vivace e satura di colori negli interni del club, Soderbergh ci racconta così le meschinità e le vacuità di un mondo, quello dello strip maschile, per taluni aspetti non molto dissimile da quello femminile, dove l'arte di arrangiarsi viene supportata da un mucchio di soldi facili, donne da scopare a go-go e un bel po' di divertimento, ma che alla lunga lascia con uno sbiadito pugno di mosche. Tuttavia cosa potrebbe volere di più un ragazzo di 19 anni come Adam? Inutile dire che la sua scelta di buttarsi a capofitto in questa vita non porterà solo rose e fiori e se da un lato, nonostante il dolore e gli errori, il giovane Adam prenderà il posto di braccio destro nel cuore di Dallas, dall'altro Mike deciderà di lasciare perdere tutto e di ricominciare daccapo in un qualunque altro modo, purché più autentico, capace di dargli almeno la soddisfazione di costruire qualcosa, anche soltanto un mobile. [fine degli spoiler]

Naturalmente gli appassionati di cinema avrebbero dovuto intuire che da uno come Soderbergh era difficile aspettarsi una commediola leggera che esaltasse chiappe e pacchi patinati solo per il gusto di farlo. Difatti il tono del film, soprattutto proprio nelle sequenze di strip maschile, finisce per sconfinare dentro il trash quel tanto che basta per spostare la narrazione da una cronaca piccante e voyeuristica buona per strizzare l’occhio al pubblico femminile, a una vera e propria satira, che graffia con stile per denunciare la miseria di quel piccolo spaccato di mondo illusorio e arido, al quale non sono immuni né gli artefici depilati in perizoma, né le consumatrici pronte a farsi spupazzare sul palco in maniera assai più che soft.

Ora il punto è (e qui veniamo all'esperienza unica e surreale di cui dicevo all'inizio) che a mano a mano che entrava gente in sala, nell'attesa che iniziasse il film, mi sono reso conto che stavano prendendo posto sempre e solo gruppi di ragazze. E così è stato fino allo spegnimento delle luci per cui, alla fine, tra la settantina di posti occupati, mi sono ritrovato a essere l'unico maschio (giuro, l'unico) in mezzo a una nutrita platea di sole donne, evidentemente attratte dalla promessa degli addominali scultorei di McConaughey e soci, con chiappe al vento, pacchi gonfi, movimenti pelvici e tutto quanto il campionario in bella mostra (no, per dire, cazzi non se ne vedevano, per lo meno non in maniera esplicita - e chi ha visto il film sa a cosa alludo…), come in una specie di doppiamente squallido addio al nubilato trasmesso in video conferenza o una festa della donna fuori stagione.

Ebbene, quelle decine di ragazze, tutte piuttosto giovani, ma non adolescenti, nel loro essere in quel momento comunità monosessuale (raramente mi sono sentito così alieno!) hanno di fatto confermato di essere andate a vedere il film con lo stesso spirito delle ragazze che - dentro il film - facevano la file per vedere lo spettacolo degli stripper (molte di loro parlavano e si distraevano quando non c'erano scene di strip...). Dunque da soggetto che vede passivamente il film, le spettatrici sono diventate contemporaneamente oggetto della satira stessa della pellicola, in una sorta di inatteso rimbalzo metacinematografico, uno specchio nello specchio, dove il significato del film, la sua stessa ragione di essere, si è estesa alle spettatrici che lo guardavano e ne sono diventate in questo modo protagoniste, accrescendo così il significato dell'opera e dell'esperienza.

Ovviamente nessuna di loro si è accorta di niente.

venerdì 16 marzo 2012

Metafantasie da fondoschiena

E poi c'è questa faccenda del girarsi. Uomini certo, forse soprattutto uomini, ma anche donne, magari soltanto con quella maggior dotazione di discrezione e stile che è loro propria in (quasi) ogni occasione. Inutile nascondere che si tratta di un gesto peculiare, perché se da un lato gli altri animali ("altri" perché anche l'essere umano, vale la pena ricordarlo ogni volta che è possibile, lo è), per esempio i cani, lo fanno a corollario di una subitanea nostalgia di similarità e di desiderio di placare anche solo per poco un isolamento razziale imposto socialmente, oppure, in alternativa, a inseguimento dell'ipotesi di un afrore ormonale a consenso di una prospettiva riproduttiva priva di qualunque malizia, negli esseri umani i contorni di quella spirale cervicale rincorsa a guardare chi ci ha appena superato, ancorché non uno qualunque, generalmente mirando al culo (ma anche alle gambe o alla schiena a seconda del sesso, dell'abbigliamento e delle preferenze individuali), dopo aver peraltro già preso visione del Lato A che ha dato il via al processo, è sinonimo di qualcosa di diverso.

Perché al di là degli odori o delle solitudini, che - beninteso - anche negli umani possono esserci, come pure delle reali prospettive sessuali, che sono il vero motore di quel torcicollo compulsivo (ragione per cui lo si vede accadere con una frequenza direttamente proporzionale al concentrato di ormoni nel sangue), il gesto lo si riscontra anche a fronte di una totale omissione di queste. Perché se il cane si volta per concedere al suo istinto di annusare una possibilità ludica o biologica, l'essere umano è disposto a correre il rischio di strappo muscolare anche nella piena consapevolezza che quel gesto non potrà mai essere dotato di un'autentica aspettativa reale. D'altro canto l'apparente vacuità e insipidezza dell'atto non è sufficiente a far desistere da quello che sembra l'ennesimo paradosso del comportamento umano. Ma in questo caso l'apparente stravaganza è in realtà anche sinonimo di qualcosa di unico e bellissimo, un'attitudine straordinaria del tutto distintiva, trattandosi in ultima analisi non solo del nutrimento di una pura fantasia, sia essa geometrica (ortogonale), religiosa (missionaria), ippica (!), o quella che volete voi, ma anche addirittura della mirabile coltivazione tutta umana (ma anche un po' marziana) della fantasia di una fantasia.

Se poi, più prosaicamente, vi trovaste anche solo nella condizione di aver bisogno di un (valido) alibi al gesto, ora ne avete uno. Ringraziatemi.

giovedì 6 ottobre 2011

La pornificazione della realtà

Una volta, peraltro non molto tempo fa, il caffè con panna era roba per gente lubrica e voluttuosa, lo sconveniente cedimento a un'epicurea tentazione alimentare che, sebbene oggettivamente non avesse nulla di male, tranne forse un picco glicemico transitorio e il rischio - peraltro non trascurabile - di qualche movimento peristaltico incontrollato dovuto ai tradimenti occasionali della panna montata, era considerato socialmente come qualcosa di lascivo, qualcosa che attirava sguardi sbiechi, un catalizzatore di sensi di colpa, dunque da praticare con assoluta moderazione e possibilmente anche con una certa discrezione. Poi giunse una catena di caffetterie dalla vista lunga e presentò ufficialmente al mondo la sua linea di caffè con panna: semplice, con crema di nocciole, con mandorle, con amaretti, con amarene, con marron glaceés, con frutti di bosco, con foglioline di menta, con scaglie di cioccolato ecc. in una costellazione di morbide lusinghe gustative a basso (anzi bassissimo) costo, capaci di far crollare a ripetizione anche gli spiriti più tenaci e morigerati. Non ci vuole molto a capire che l'istituzionalizzazione di una seduzione è sufficiente, col tempo, a modificarne la percezione dell'aspetto morale.

Che il sesso stia subendo ormai da anni lo stesso trattamento non è certo un'intuizione marziana. I media lo apparecchiano in tutte le possibili varianti del Vātsyāyana Kāma Sūtra, come forma suprema di esca pubblicitaria, in termini di avvicinamento asintotico all'orlo del capezzolo, di inquadrature che imitano prospettive da sala parto, di pezzi di gnocca che quanto a silicone sfidano le guarnizioni idrauliche più problematiche, peraltro dotate dell'utilità e dell'espressività di una carta moschicida appesa al soffitto. Ed è inutile dire che le mosche siete voi. Ma non c'è solo questo. Perché non si possono dimenticare tutti i contorni pruriginosi che emergono quotidianamente dalle tristi vicende (più o meno private) dell'attuale Premier & C., e che più o meno ogni giorno vengono servite su un piatto d'argento, ancora calde e fragranti, a beneficio dell'insaziabile morbosità della gente, condite da particolari piccanti sempre più ricchi, sempre più indulgenti nel linguaggio e nelle immagini, insomma sempre più pelose, mentre i media si fregano le mani di fronte a tutto questo ben-di-dio su cui possono affondare i loro canini sempre bisognosi di nuovi scoop, sempre più esclusivi e straordinari.

Se dunque lo sdoganamento del caffè con panna può aver portato nel medio-lungo periodo (sicuramente) a un leggero aumento del colesterolo sociale medio, (probabilmente) a una maggiore incidenza del diabete e (forse) a un lieve incremento nelle vendite di carta igienica, con una partecipazione sempre più frequente di società produttrici di carta igienica in società produttrici di panna da montare, che cosa accadrà mai con il sesso? Se l'imperativo categorico è alzare sempre la posta, crescere pensando di non avere limiti, grattare con le unghie il fondo del barile pensando che il barile sia senza fondo (ma le unghie prima o poi si consumano), vivere schiavi dell'aumento dei fatturati, appendere la qualità delle esistenze alle derivate dei grafici dei guadagni, giacché quello che dopo un po' diventa normale perde giocoforza tutte le sue attrattive, quali scenari sociali possiamo mai immaginare che si realizzino rispetto al sesso entro una decina (o ventina) d'anni da oggi? Se in termini economici qualcuno paventa una recessione come la più grande sciagura possibile a fronte di un'incapacità (intrinseca) del sistema di tenere i suoi grafici sempre in salita, potete giurare che al sesso accadrà qualcosa di molto simile. Solo che in questo caso non la chiameranno recessione, la chiameranno impotenza.

venerdì 23 settembre 2011

«Da grande farò la escort!»

Forse il marketing pubblicitario è la prima cartina al tornasole dei cambiamenti della società. Niente oggigiorno, infatti, riesce a tastare il polso del sentire comune con altrettanta acutezza e - soprattutto - dinamica rapidità, restituendone in tempo quasi reale messaggi che, proprio per il motivo per cui nascono, sono lo specchio di ciò verso cui sono rivolti. Nella fattispecie mi riferisco all'ultimissima campagna di un nuovo marchio di abbigliamento femminile, Fracomina, che sta tempestando le strade italiane in questi giorni con una serie di poster dai messaggi piuttosto interessanti, nel loro essere derivati direttamente dall'attualità italiana degli ultimi mesi, al punto da poter essere definiti prodotti di instant marketing, mutuando l'espressione dall'omologo editoriale instant book.

Il primo messaggio è il seguente: "Sono Monica, lavoro in politica e non vado a letto con nessuno". Il riferimento all'attualità è evidente e il messaggio lo è altrettanto. Si tratta di una ragazza determinata, ambiziosa che non accetta compromessi, che non si vende, che non fa della propria avvenenza una merce di scambio e che dunque è capace di realizzarsi e autodeterminarsi mediante le sue capacità (ma evidentemente non sessuali). Il fatto che dichiari di non andare a letto con nessuno può essere spiacevole per il fidanzato, ma si può assumere che i suoi impegni di lavoro siano tali da renderle impossibile qualsiasi coinvolgimento sessuale con chichessia. Contenta lei... Comunque, ancorché non particolarmente creativo, il messaggio ci sta.

Poi però, tra gli altri, si trova anche questo: "Sono Maddalena, faccio la escort e non sono una ragazza facile". E questo suona decisamente più ambiguo rispetto al messaggio che trasmette. Dunque innanzitutto la ragazza in questione rivendica evidentemente il diritto di esercitare il mestiere di escort. E qui, tra l'altro, si sente aleggiare l'eco delle parole rilasciate nella sua intervista da Terry De Nicolò. L'aggiunta poi, in termini praticamente antitetici, del fatto che non è "una ragazza facile", può fare pensare che o 1) chiede un sacco di soldi, per cui solo in pochi se la possono permettere, o 2) si assume il diritto di scegliere i suoi clienti, come peraltro le escort possono fare in quanto il loro mestiere non è dettato dalla disperazione o dalla coercizione, bensì frutto di una scelta consapevole e, spesso, opportunistica.

Un messaggio come questo possiede dunque una duplice valenza. Da un lato è pensabile si possa rivolgere a un pubblico che si identifica con il contenuto del messaggio, che dunque non ci vede nulla di disdicevole e che anzi lo condivide. E pertanto si può pensare che, statisticamente, il pubblicitario preveda che questo sia ormai un messaggio radicato nelle coscienze di coloro verso cui si orienta. Dall'altro è pensabile che il messaggio possa influenzare una più o meno vasta categoria di persone che finisca così per fare proprio il concetto del messaggio e che dunque lo assimili come cosa normale, facendolo corrispondere a una consuetudine che in questo modo abdica a ogni possibile eventuale aspetto morale collegato. È chiaro che, in ultima alternativa, il pubblicitario potrebbe affermare che non è il caso di fare tanto rumore per nulla e che si tratta solo di un messaggio provocatorio. Ma quale sarà secondo voi, il seme del messaggio che finirà per attecchire presso il (grande) pubblico?

lunedì 5 settembre 2011

La mutanda e i suoi attributi

Dopo decenni di lotta per l'emancipazione, di foreste di pugni alzati a favore della parità dei sessi, di inviti all'autogestione degli uteri, di disposizioni ministeriali a promozione delle "pari opportunità", di apologie dell'autoerotismo digitale, e di proclami sulle quote rosa, tutto ciò (se ce ne fosse bisogno) è stato dimostrato vano da una semplice pubblicità, a testimonianza del potere della réclame, che spesso da sola può rivelare sulla società ben più di cento articoli di saggistica.

L'avrete vista anche voi, giacché tappezza con una certa pervicacia i muri delle città. Una (manco a dirlo) bellissima e molto giovane ragazza è ritratta mentre indossa un paio di boxer maschili di una superlativa marca di intimo. Nient'altro. Nessuno slogan. Solo lei, i boxer e la dicitura che fa riferimento alla linea di intimo da uomo. E sta proprio qui l'apparente contraddizione o, se volete, la trovata per certi aspetti "geniale". Un indiscutibile gran "pezzo di gnocca" che fa la pubblicità a un paio di mutande da uomo. Dunque per una volta niente pettorali da vertigine, bicipiti bronzo-riacei, addominali carapaciosi, rigonfiamenti chimerici, nessuna comunicazione subliminale da identificazione con una star del pallone, nessuna insinuazione a un'incredibile (ancorché improbabile) magia mutandifera.

Il messaggio stavolta va in una direzione diversa. E' lei a indossare le tue mutande e - manco a dirlo - le stanno benissimo. E' lei, con la sua espressione divisa tra sfida e malizia, a giocare con il tuo intimo, caro il mio uomo, come a dire: «Se le rivuoi indietro, me le devi togliere!», immaginando che tu sia tornato da una molto prosaica puntatina in bagno e te la sia trovata sul letto, vestita con i tuoi boxer, a provocarti. E allora prova a immaginarla, la tua lei, con le tue mutande indosso. Se sono di questa marca, la tua (bellissima) lei sarà invogliata a scherzare con te, perché non riuscirà a trattenersi dal provarli anche lei, questi meravigliosi boxer. Il punto di vista dunque è spostato. Le mutande (attillate) non servono più - come una volta - a rendere più invitante il tuo culo e audace il tuo pacco. Non sono più incentrate su di te, sul tuo comfort, sul tuo benessere fisico, ma anche (soprattutto?) psicologico.

La mutanda cambia così gli attributi, non solo fisici, ma anche metafisici. Da oggetto contraddistinto innanzitutto da un potere di comfort e seduzione, si carica invece soprattutto di un valore puramente relazionale. E fin qui potrebbe andare tutto bene. Potrebbe infatti essere solo un'originale evoluzione della creatività applicata al marketing, nel qual caso ci sarebbe solo da rallegrarsene, se solo la relazione in questione fosse paritaria. Ma paritaria non è. Provate a pensare la stessa pubblicità al negativo, ovvero a parti invertite, con un lui stra-fico, stra-modellato, stra-atletico, stra-prestante, e provate a buttarlo dentro un perizoma di pizzo nero.

Ma se una relazione non può essere paritaria, non diventa forse discriminatoria?

martedì 22 marzo 2011

Sì, dai, telecomandami tutto... (finalmente un nuovo post sul sesso)

Che cos'è che fa sì che un individuo preferisca rinunciare a un mese di sesso col proprio partner (o dice di essere disposto a farlo in linea teorica), pur di restare depositario del telecomando di casa? Il succo della notizia di alcuni giorni fa è questo, premesso che la situazione varrebbe per circa il 25% degli intervistati e che non è detto che l'articolo di Repubblica non abbia semplificato un po' troppo, giusto per poter rientrare nel paradigma della notizia perfetta, ovvero del cane che morde l'uomo. Ma supponiamo, per amor di post, che le cose stiano così e proviamo a fare qualche considerazione a ruota libera.

La prima cosa che viene da pensare è che la televisione sia ormai diventata più desiderabile del sesso, ovvero che la televisione dia maggiori soddisfazioni psicologiche (fisiche non mi risulta che ne dia) rispetto all'attività sessuale, per lo meno dunque in termini di capacità di "intrattenimento". La seconda (che sembra la stessa cosa, ma non lo è) è che in generale il sesso sembrerebbe aver perso la sua attrattiva e quello che il sesso dava alle persone, può essere surrogato più facilmente dalla scatola magica, eliminando in un colpo la fatica, il sudore, il problema della posizione, dei peli nelle gambe e delle ascelle pezzate, l'ansia da prestazione e il rischio della delusione. Tuttavia a ben vedere il punto nodale della questione non coinvolge la televisione, bensì il telecomando. Dunque non si parla qui tanto della visione dei programmi televisivi (dunque non ci si riferisce a cosa si guarda), bensì esclusivamente dell'esercizio di un potere assoluto in merito a che cosa far mostrare alla televisione. E pertanto i discorsi cambiano un poco.

Se infatti consideriamo la faccenda, come fa lo studio, nell'ambito di una coppia, c'è un aspetto vagamente vessatorio in tutto questo, oserei dire sadomaso, giusto per mantenere il parallelo sessuale. Io (sia lui o lei, non importa) dispongo del telecomando e ti costringo a vedere quello che io voglio. E tu subisci (e soffri). Non c'è richiesta, non c'è compromesso, non c'è discussione, non c'è: «Preferisci vedere questo, o vedere quello?» e nemmeno «Oggi vediamo quello che voglio io, domani quello che vuoi tu». È la tirannia del palinsesto casalingo. E al godimento di vedere il programma desiderato, si aggiunge quello che nasce dalla sofferenza altrui. «Vuoi vedere la Champions? E invece ti cucchi Desperate Housewives! Tiè». O viceversa, naturalmente. Qui però il parallelo sadomaso in realtà si infrange, perché se da un lato si può concedere la possibilità all'esistenza di un sadismo televisivo, la controparte masochista è dura da immaginare (almeno per me).

Da questo punto di vista in effetti il quadro sembra difettare di realismo. Del resto lo studio (o per lo meno l'articolo di Repubblica) non specifica se c'è una prevalenza maschile o femminile in quel 25% di potenziali videodittatori, o da quanto stanno insieme le coppie in questione, ragion per cui per costoro il sesso potrebbe già essere entrato nel dimenticatoio per conto suo e il telecomando non costituire più un elemento competitivo, ma l'ultima (e unica) spiaggia. Naturalmente lo studio non considera la possibilità che nella casa esista più di una televisione, né che la coppia abbia la possibilità di registrare i programmi per poi vederli in differita. Dunque, in ultima analisi, se si applica la regola di Holmes (non John, quell'altro...) in base alla quale "Una volta eliminato l'impossibile, quello che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità", esiste una sola spiegazione che lo studio non dice, ma che risulta evidente.

Un intervistato su quattro ha l'amante.

venerdì 4 marzo 2011

Che cosa volete che sia, un culo...

Non lasciatevi ingannare dalle apparenze. Sapete che non sono come gli altri. E questa non è la solita furbata messa in atto solo per mostrare un culo acchiappacontatti. Perché da qualche giorno a questa parte col mio telescopio ho visto popolarsi le vostre città di questi manifesti pubblicitari del marchio di abbigliamento Silvian Heach, che peraltro ora stanno anche scomparendo con altrettanta solerzia, sotto la pressione di un'indignazione diffusa. Siccome la pubblicità non è solo la anima cinica e bieca del commercio, ma anche lo specchio di una società in perenne mutamento, vorrei provare ad analizzare brevemente la faccenda dalle due prospettive più ovvie: quella morale (ovvero è lecito mostrare pubblicamente una roba del genere?) e quella tecnica (ovvero a cosa/chi giova una pubblicità di questo tipo?), tenendo peraltro conto del fatto che i due aspetti sono facce di una medesima medaglia. Vediamo.

Quello più eclatante è senza dubbio l'aspetto morale, difatti il manifesto ha sollevato un po' ovunque cori di proteste. Perciò è da qui che voglio partire, perché limitarsi a liquidare la faccenda con: «Il manifesto è osceno» mi pare semplificare troppo. Se dunque consideriamo l'aspetto etico ci troviamo subito di fronte al dilemma di dover stabilire un confine tra quello che si può fare e quello che non si può fare, quello che offende e quello che non offende, quello che si può mostrare e quello che non si può mostrare. Il famoso "senso del pudore". In altre parole dovremmo chiederci se l'immagine è volgare o no nel 2011 e, se lo è, soprattutto perché lo è. Allora guardiamola e analizziamola senza farci condizionare dalle chiappe al vento. Dunque... la ragazza è all'aperto, in piedi contro il parapetto di quello che sembra un ponte, è sola, voltata di schiena, si tira su la gonna mostrando il fondoschiena e ammicca senza esitazioni verso l'obiettivo del fotografo, ovvero verso lo sguardo di chi la sta osservando.

E questo già ci fa notare almeno due cose: 1) che l'immagine, nonostante il contesto reale, è del tutto inverosimile e 2) che c'è una specie di compiacimento esibizionista e provocatorio nell'atteggiamento della ragazza. Ora, la considerazione (1) dovrebbe portarci alla conclusione che l'immagine contenga una specie di messaggio che va oltre quello che si vede, come un sottotesto subliminale, mentre la (2) dovrebbe portarci a chiederci a chi pensiamo si stia rivolgendo la ragazza. Inutile dire che la mancanza delle mutande è un'informazione precisa che porta istintivamente a pensare che la tipa si stia rivolgendo a un maschio, e non a una femmina. E questo a ben vedere appare curioso, perché non dimentichiamo che si tratta di una pubblicità di una linea di abbigliamento femminile e dunque dovrebbe essere indirizzata innanzitutto a donne. Eppure la superficie dell'immagine ha una connotazione fortemente maschilista e questo sembrerebbe andare contro quello che dovrebbe essere lo scopo dell'immagine stessa.

Proviamo allora ad andare più in profondità e vediamo se ne esce un'interpretazione diversa. In fondo l'immagine non sta pubblicizzando l'indumento che la ragazza indossa. Fatta eccezione la scollatura sulla schiena, il resto del vestito potrebbe essere fatto in qualsiasi modo. Se vi capitasse di vederlo appeso in un negozio dubito che riuscireste a riconoscerlo. Dunque, viene da pensare che non sia questo lo scopo principale della foto. L'immagine infatti concentra l'attenzione sulla carica erotica della ragazza che prescinde dalla qualità del taglio o del modello che indossa. Della ragazza si vedono le gambe e il culo nudi, dunque il vestito non esalta, né migliora in alcun modo le sue forme, né, più in generale, valorizza il suo look. Tutto il messaggio della rappresentazione visiva è connaturato esclusivamente a quello che la ragazza fa, non a quello che indossa.

Quindi a questo punto gli elementi distintivi sembrano rovesciarsi, perché sembra che il messaggio del manifesto non sia il più logico, ovvero: "Mettiti il nostro vestito, e sarai una gran fica!", ma piuttosto "Sei un'esibizionista come lei? Allora mettiti il nostro vestito!". In altre parole l'atteggiamento della ragazza non sollecita il desiderio e la risoluzione di esso attraverso l'acquisto, ma semplicemente fissa il target del prodotto. Quelle lì sono le donne cui il marchio Silvian Heach si rivolge. Donne che non hanno paura a mostrarsi. Donne fiere del loro corpo. Donne che sanno (e sono disposte a) prendere in mano la situazione.
Donne pronte a dare il culo.

Visto da questa prospettiva il manifesto parla proprio a quel tipo di donna contro cui le donne hanno idealmente manifestato il 13 febbraio scorso. Per questo motivo, e non tanto per il culo in sé, è volgare e svilente nei confronti della donna. Per questo sarebbe naturale che finisse per essere controproducente per chi l'ha realizzato. E se così non sarà, potete stare certi che la colpa non sarà di quella esigua minoranza di uomini (idioti) che avranno deciso di scegliere Silvian Heach per il prossimo regalo alle loro compagne, solo per crogiolarsi non tanto nell'illusione dell'estetica, quanto piuttosto in quella della disponibilità.

lunedì 14 febbraio 2011

Il prezzo delle donne

Se davvero "libertà è partecipazione", come diceva Giorgio Gaber, allora quella di ieri è stata un'autentica sinfonia di libertà. Possente. Corale. Magnifica. Sintomo che, a dispetto del qualunquismo e della pretesa disaffezione alla politica e dunque alle sorti della società, è (finalmente) germogliata nelle coscienze un'istanza comune, fortemente condivisa e trasversale, e soprattutto diffusa al di là delle divisioni geografiche, politiche, culturali e sociali. Oltre ogni aspettativa. Ma, anche se nessuno lo fa rilevare, non si può dire che il concerto sia stato impeccabile. Perché naturalmente tutti oggi sottolineano l'energia partecipativa della manifestazione, la cui forza si misura sì con le cifre, le immagini, le testimonianze, ma ancora di più con la pochezza miserabile e ridicola dei commenti strumentali di chi stava dall'altra parte. Segno, stavolta sul serio, che c'era davvero ben poco da osteggiare a riguardo. Eppure, nell'immenso fluire della musica, ho avvertito una nota stonata. E non una nota da poco, bensì una nota che fa parte del tema portante, ideologico, strutturale della sinfonia stessa.

Allora facciamo un passo indietro e parliamo di sesso, perché tutto - come spesso succede - è cominciato da lì. Il sesso è incontestabilmente una delle armi più potenti che la natura abbia dato agli esseri viventi in grado di condizionare i rapporti tra gli individui e, da questo punto di vista, il mondo è pieno di donne che lo usano, aprendo le gambe per interesse. Dunque non ci sono solo quelle che sono costrette a farlo perché schiave. Alcune lo fanno per libera scelta, perché tutto sommato sono soldi facili e soprattutto molti, molti, molti di più di quelli che riesce a raggranellare una cassiera della COOP (e con turni di lavoro molto più vantaggiosi), alcune perché è così che va il mondo e senza quello non riuscirebbero a coronare (così facilmente e con certezza) le loro ambizioni, alcune perché tutto sommato conviene loro così, per una bella casa, una bella macchina, dei bei vestiti e un futuro assicurato per i loro figli. Insomma, la faccenda della dignità della donna, soprattutto nei confronti dello sfruttamento del sesso, è cosa quanto mai variegata e non può essere ridotta tanto facilmente a un'unica nota, ancorché nobile, come s'è visto ieri.

Difatti non voglio dire con questo che la manifestazione di ieri sia stata sbagliata. Solo che non era modulata come avrebbe dovuto. Perché se, giustamente, si scagliava contro un sistema che fa della strumentalizzazione della donna (e dunque del suo disprezzo) uno dei suoi ignobili cardini fondativi, dall'altro è anche vero che le donne coinvolte nel caso Ruby, a partire da Ruby stessa, ancorché minorenni, hanno tutt'altro che l'aspetto di donne vessate, sfruttate, schiave. Ma anch'esse, in fondo, sfruttatrici di un sistema che porta loro soldi facili, visibilità, fama televisiva e posizioni importanti. È dunque così difficile pensare che il drago non riesca a trovare in giro vergini disponibili, perché le vergini hanno la forza e il coraggio, malgrado i miraggi di dollari e paillettes, di dire «No grazie, non fa per me!»?

La manifestazione di ieri chiedeva al drago e al suo sistema rispetto per la dignità della donna. Ma per essere davvero impeccabile, la manifestazione di ieri avrebbe dovuto essere anche una manifestazione di donne contro le donne. Le donne che piuttosto che darla, preferiscono fare le netturbine, contro le donne che piuttosto che fare le netturbine, preferiscono darla. Perché se da un lato l'abuso del potere del drago non potrà mai venire meno perché connaturato alle scaglie della sua lunga e viscida coda, dall'altro non si deve dimenticare che egli approfitta del fatto che un prezzo, alla fine, lo trova sempre.

mercoledì 27 ottobre 2010

Orgasmi multipli porno sessuali

.Accoppiarsi
Ve l'avevo promesso che si sarebbe andati sul sesso. E ogni promessa è debito. Del resto non è necessario scomodare i dettami della psicologia evoluzionista, per comprendere che il sesso ha ricoperto il ruolo principale nel modellare i comportamenti degli esseri umani dai tempi preistorici fino alla civiltà moderna. Basta fare una ricerca su Google o guardare le copertine di Panorama. Del resto, se siete qui a leggere questo post, significa che siete l’ultimo anello di una catena di coppie di individui che, per migliaia di anni, si sono accoppiati con successo. Il sesso è dunque il sistema con cui i geni si replicano e si trasmettono alle generazioni successive. Ed è abbastanza prevedibile, perciò, che i geni abbiano fatto di tutto per cercare di rendere il sesso sempre più efficace e appetibile. Nel corso di un’evoluzione selettiva durata milioni e milioni di anni, i geni hanno dunque remato a favore della possibilità di discriminare fisicamente i partner più adatti attraverso la percezione di odori e colori, fino allo sviluppo delle capacità di scegliere i compagni più desiderabili in termini di forza e affidabilità nella cura dei figli. Senza contare anche che un sesso più piacevole e un partner maggiormente attraente si sono rivelate caratteristiche in grado di fare decisamente la differenza. E allora cominciano così a spiegarsi anche i business della cosmetica, della moda, della chirurgia estetica, del fitness, dello spettacolo e ultimamente anche della politica...

.Godere
Che ne siate convinti o no, gli istinti primordiali su cui poggiano i memi “devo essere in forma”, “devo avere il seno grosso”, “non posso vivere senza addominali a tartaruga” odorano ancora dell'umidità delle caverne. Ma nell’ambito della memetica, il sesso sembra possedere un ruolo ancora più importante. Come afferma il già citato Richard Brodie, uno dei maggior esperti di memetica, “visti attraverso la memetica, tutti i valori, i codici morali, le tradizioni e le idee di Dio e i diritti sono il risultato dell’evoluzione dei memi. E l’evoluzione dei memi è guidata dalle nostre tendenze genetiche che a loro volta si sono evolute intorno al sesso.” Prendiamo come esempio la ricerca del potere e del dominio tipica del maschio. Questo comportamento si è sviluppato e si è mantenuto nel corso dei millenni semplicemente perché il maschio dominante ha sempre potuto disporre di un maggior numero di accoppiamenti. Del resto l’istinto biologico del maschio è quello di fecondare il maggior numero possibile di femmine, assecondando il più possibile quella che è la produzione di un grandissimo numero di cellule riproduttive propria dell’apparato riproduttivo maschile. Altro che concetto di famiglia naturale!

.Riprodursi
D’altro canto, avendo solo un numero limitato di possibilità in termini di cellule riproduttive e di gravidanze possibili, la femmina tende invece a capitalizzare il valore della riproduzione cercando partner dalle caratteristiche più adatte sia in termini fisici, che in funzione della stabilità dei legami. Per questo tradizionalmente la donna sceglie il suo partner e l’uomo compete con altri uomini per essere scelto. Sotto questo aspetto, la donna storicamente ha ricoperto il ruolo di portatrice di stabilità e sicurezza, laddove l’uomo ha sempre teso verso l’instabilità e il rischio, pur di conquistare quote di potere (e di accoppiamento) sempre maggiori. Così, se l’infedeltà maschile sembra non possa essere altro che il risultato dell’istinto di cui parlavamo poc’anzi, quella femminile sembra legata non tanto al desiderio di rimanere incinta, quanto alla ricerca dei favori di un uomo di maggior potere che possa procurare più cibo per lei e per i suoi figli. In effetti, nella preistoria il cibo poteva costituire una merce di scambio per il sesso e anche oggi qualcosa di questo comportamento è senza dubbio rimasto, in senso lato, nel ruolo del denaro.

.Avvantaggiarsi
In ogni caso, il sesso è sempre stato l’obiettivo numero uno ed è impossibile affermare che non lo sia ancora oggi. Naturalmente tutti questi discorsi prescindono da principi etici, religiosi o culturali di qualsivoglia natura e fanno riferimento solo agli istinti ancestrali integrati nei geni di maschi e femmine. In questo complesso gioco di equilibrio, la morale, sia essa religiosa o laica, soprattutto in ambito sessuale trova un posto ambiguo. Sotto certi aspetti, sembra che la morale tenda a voler farci andare in direzione opposta a quello che ci suggeriscono i nostri geni, ovvero i nostri istinti. D’altronde la morale può anche essere vista come una sorta di diffusione ingannevole di memi preposti a far diminuire le possibilità di accoppiamento degli altri, favorendo le proprie. La psicologia evoluzionista tende così a spiegare la diffusione del concetto di ipocrisia rispetto ai nostri istinti sessuali: diffondere idee morali per poi violarle segretamente a favore di qualsiasi possibilità di accoppiamento si presenti. È questo il motivo per cui è lecito aspettarsi molta ipocrisia intorno all’argomento “sesso”, ed è altrettanto lecito aspettarsi che verso questa forza istintiva così potente siano indirizzati i memi migliori.

[Nota: naturalmente il titolo del post è quello più memetico che sono riuscito a immaginare (compatibilmente con la decenza). Vedremo se il numero di clic rispetto alla media lo confermerà.]

/continua

venerdì 7 maggio 2010

Sesso, comodini e fantasia (VM 7 anni)

L'Uomo, le mani forti aggrappate ai fianchi di velluto, la prende con una lenta, dolce decisione. Allora la Donna lo guarda negli occhi. Un breve sorriso come un arcobaleno fugace. Gioia e malizia. Poi li chiude. Il preludio di un gemito. Sembrano vent'anni che attendevano questo momento. Quindi l'Uomo comincia a darci dentro, come fosse l'ultima cosa che avrebbe fatto nella sua vita, come fosse l'unica cosa che avrebbe dato un senso alla storia della sua vita. Dal canto suo la Donna si lascia cullare dalla marea di piacere che s'innalza a ogni colpo, come il seggiolino di un'altalena spinto verso l'infinito del cielo ogni volta proprio al momento giusto. Dura il tempo d'un soffio oppure un'eternità. Di certo alla fine l'Uomo esplode e la Donna con lui, vulcani gemelli sopiti per millenni, che si lasciano andare all'ebbrezza di un'eruzione negata troppo a lungo. Quando poi l'Uomo, madido, la lascia e crolla supino ansimante, come se avesse appena concluso il giro dell'Universo, allunga una mano verso il comodino e prende in mano... la vera ragione di questo post.

No, non si tratta del classico pacchetto di sigarette, bensì di un libro. È inutile che facciate quella faccia, so benissimo che (troppo) pochi di voi sarebbero arrivati fin qui, se dalle prime righe aveste intuito che volevo parlarvi di un libro di fantascienza. Così, se adesso che lo sapete volete lasciar perdere, sappiate che i nostri due protagonisti potrebbero anche non avere ancora finito... Dunque, il libro in questione è Storie della tua vita, raccolta di racconti di Ted Chiang, uno dei migliori autori di narrativa fantastica in circolazione, ovvero uno scrittore marziano a tutti gli effetti. Punto. Fidatevi delle mie antenne. Ma la particolarità di questo scrittore americano, che curiosamente si cimenta solo nella narrativa breve, è il suo particolare approccio al genere, che in una parola definirei obliquo. Molti infatti, forse più per comodità catalogativa che per sua effettiva appartenenza, considerano Chiang un autore di fantascienza [L'Uomo ha iniziato a leggere, ma la Donna non ne ha abbastanza e, come una gatta volitiva, gli stuzzica il birillozzo con le unghie lunghe, laccate del colore dei sogni...]. Eppure, a dispetto del suo bagaglio culturale tecnico - Chiang è laureato in informatica -, la sua narrativa si snoda su binari sì non realistici, ma inconsueti e trasversali, a volte più vicini a un Buzzati o a un Calvino o a un Bradbury, che a un Asimov o a un Clarke o a un Dick, a volte un insieme dei sei, a volte distante anni luce da tutti quanti, ma sempre con una potenza evocativa tale da rendere la sospensione dell'incredulità un gioco da bambini anche nei lettori più refrattari.

Insomma è vano tentare di rinchiudere Ted Chiang dentro i rigidi stilemi di un genere, perché Chiang il genere lo reinventa ogni volta che mette mano a un nuovo racconto. Dove mai si può collocare la storia della costruzione di una torre che, raggiunta la volta del cielo, ora scava nella terra che la sovrasta senza sapere se sia possibile oltrepassarla, né quali pericoli nasconda (Torre di Babilonia)? Oppure quello di una realtà dove le regole della Cabala e i nomi possono sul serio animare le cose (Settantadue lettere) [Ecco, senza distogliere gli occhi proprio da questo racconto, l'Uomo allunga le dita verso il sesso di lei, umido e caldo...], o quello di un mondo dove paradiso e inferno sono tangibili e interferiscono direttamente nelle vite degli uomini (L'inferno è assenza di dio)? O, infine, quello - geniale - di un'America pseudo-contemporanea in cui è stato sviluppato un trattamento in grado di eliminare l'influenza della considerazione della bellezza dal giudizio delle persone (Il piacere è ciò che vedi: un documentario)?

Queste sono solo alcune delle chicche di Chiang racchiuse in quest'antologia, che include otto opere di questo autore, classe 1967, di cui molti sperano di vedere presto un romanzo, ma che si ostina a pubblicare solo racconti, e anche col contagocce, ma che nel contempo non manca di sbancare tutti i premi internazionali più importanti (Hugo, Nebula, Locus). [Anche se una parte dell'Uomo vorrebbe proprio finirlo di leggere, il racconto di Chiang, il birillozzo non ama il genere e comincia a inturgidirsi come una fenice che risorge dalle proprie ceneri, mentre la Donna gli solletica un orecchio con la punta della lingua e lui sente la tensione crescere e la voglia riattizzarsi...] E anche se forse l'unico suo difetto sta nei finali, in media lievemente un po' giù di tono rispetto al resto (niente a che vedere coi "finali" dei nostri protagonisti), vale davvero la pena fare l'esperienza di leggerlo. Se poi vi capita l'occasione della scopata che aspettavate da vent'anni, non deludetela e date il meglio di voi. Chiang non è tipo che si offende, se lo mettete ad aspettare sul comodino.

Storie della tua vita, di Ted Chiang - Stampa Alternativa & Graffiti

[credits: foto di Karimahlending]

mercoledì 24 febbraio 2010

Arriva la Mutanda Consapevole®


Le foto che vedete qui a fianco fanno parte di una serie di immagini lanciate in questi giorni in Francia nell'ambito di una campagna antifumo promossa dall'Associazione Diritti dei Non Fumatori. E confesso che così, d'acchito, non l'avevo capita. Limiti miei. Il fatto di essere un incallito non-fumatore mi avrà penalizzato. Però, una volta compreso il concetto (giuro che non ci ho messo molto), ho avuto la netta impressione di trovarmi di fronte a un ossimoro concettuale. Voi no? Dunque, la didascalia recita: Fumer, c'est être l'esclave du tabac. Quindi il punto focale del messaggio è l'essere schiavi, ovvero "sottomessi". In altre parole il tabacco ti costringe a fare una cosa che non vorresti. Come vedete nel messaggio non c'è nessuna indicazione, proprio nessuna, circa gli effetti nocivi del tabacco. E già su questo si potrebbe discutere. Se poi trasportiamo il concetto nell'ambito della fellatio, che l'immagine usa come metafora visuale, le cose tornano ancora meno. È evidente che pur esistendo fenomeni di violenza e sottomissione sessuale che, peraltro possono realizzarsi nelle forme più svariate, da quelle fisiche a quelle psicologiche, la fellatio di per sé non è sinonimo implicito di asservimento. È semplicemente uno dei (tanti) modi di condivisione sessuale di due persone e, stando al recentissimo rapporto sul sesso edito da Il Mulino, è anche parecchio apprezzato dagli italiani. «Quello che mostriamo non è una violenza sessuale, ma una fellatio», avrebbe inoltre dichiarato Marco de la Fuente, responsabile di BDDP & Fils, agenzia incaricata della pubblicità, confermando dunque l'impressione di sostanziale mancanza nella foto di un'atmosfera di abuso, benché qualcuno abbia voluto cercare nella mano maschile sulla testa qualcosa di immorale. Del resto pur essendo vero che la fellatio si fa con la bocca proprio come il fumo, e provochi piacere proprio come il fumo, non mi risulta che crei dipendenza. Ma per questo forse bisognerebbe chiedere lumi a Tiger Woods, il fumatore più grande del mondo. Per il resto, a questo punto ci sono già molti segnali in base ai quali è chiaro che stiamo per assistere a una vera e propria rivoluzione nel mercato dell'intimo per lui. Il nome ufficiale sarà Mutande Consapevoli® e in men che non si dica diventeranno obbligatorie per legge. Le riconoscerete dalle scritte: "La fellatio screpola le labbra", "Leccarmi compromette la cervicale", "Succhiami responsabilmente: usa ginocchiere".

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