Punti di vista da un altro pianeta

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lunedì 31 agosto 2015

Le regole della scrittura #7 - Ernest Hemingway

E chiudiamo questa carrellata con l'autore di Addio alle armi, Il vecchio e il mare, Per chi suona la campana ecc., forse l'autore americano del XX secolo che più di ogni altro ha avuto un successo commerciale e popolare mondiale mentre era ancora in vita. Come per Faulkner, le regole di Ernest Hemingway sono 7 e sono stringatissime, come del resto era la prerogativa della sua scrittura:

1. Per iniziare, comincia con una frase vera.

2. Ogni giorno fermati sempre di lavorare sapendo già cosa succederà dopo.

3. Non pensare mai alla storia quando non stai lavorando.

4. Quando è il momento di ricominciare, inizia sempre rileggendo che cosa hai già scritto.

5. Non descrivere un'emozione, falla.

6. Usa una matita.

7. Sii breve.

giovedì 27 agosto 2015

Le regole della scrittura #6 - William Faulkner

C'è forse bisogno di spiegare chi è William Faulkner, anche lui, come Steinbeck, Premio Nobel per la Letteratura, ma nel 1949? Le sue 7 regole sono essenziali, ma non meno importanti:

1. Prendi ciò che hai bisogno dagli altri scrittori.

2. Non preoccuparti dello stile.

3. Scrivi dall'esperienza, ma mantieni un'ampia definizione di "esperienza".

4. Conosci bene i tuoi personaggi, e la storia si scriverà da sola.

5. Usa il dialetto con parsimonia.

6. Non esaurire la tua immaginazione.

7. Non cercare scuse.

lunedì 24 agosto 2015

Le regole della scrittura #5 - Henry Miller

Scrittore, pittore, saggista, reporter, Henry Miller è stato molte cose e viene ricordato oggi, almeno dalle nostre parti, soprattutto per i suoi celebri "tropici", Tropico del Cancro e Tropico del Capricorno. Queste sono le sue 11 regole, enunciate quasi rivolgendosi a se stesso, come si evince dalla regola n. 2.

1. Lavora a una cosa alla volta, finché non è finita.

2. Non iniziare più nuovi libri, non aggiungere nuovo materiale a Primavera Nera (un suo romanzo).

3. Non essere nervoso. Lavora con calma, con gioia e in maniera spericolata con qualsiasi cosa tu abbia per le mani.

4. Lavora in accordo al Programma e non in base all'umore. Fermati all'ora prestabilita!

5. Quando non riesci a creare, puoi lavorare.

6. Consolida un po' ogni giorno, piuttosto che aggiungere sempre nuovi fertilizzanti.

7. Resta umano! Incontra persone, va in giro, bevi se ti va.

8. Non fare il cavallo da tiro! Lavora solo con piacere.

9. Lascia perdere il Programma, quando hai voglia di farlo, ma torna a esso il giorno dopo. Stai concentrato. Determinato. Isolato.

10. Dimentica i libri che vorresti scrivere. Pensa solo a quello che stai scrivendo.

11. Sempre e prima scrivi. La pittura, la musica, gli amici, il cinema, tutte queste cose vengono dopo.

giovedì 20 agosto 2015

La regole della scrittura #4 - John Steinbeck

John Steinbeck è un classico. John Steinbeck nel 1962 ottenne il Premio Nobel per la Letteratura. John Steinbeck è quello di Furore, Uomini e topi e La valle dell'Eden tanto per citare tre titoli entrati nella Storia della letteratura del XX Secolo. Per lui le regole da seguire sono soltanto 6:

1. Lascia perdere l'idea che non arriverai mai alla fine. Scordati il traguardo delle 400 pagine e scrivi soltanto una pagina al giorno. Questo aiuta. Così, quando avrai finito, rimarrai sempre sorpreso.

2. Scrivi liberamente e il più rapidamente possibile e butta tutto sulla carta. Non correggere o riscrivere mai finché non è tutto buttato giù. Riscrivere mentre stai ancora scrivendo solitamente è una scusa per non andare avanti. Interferisce anche con il flusso e il ritmo che può scaturire solo da una specie di associazione inconscia con il materiale che stai scrivendo.

3. Dimenticati il pubblico. Innanzitutto il pubblico senza nome e senza faccia ti terrorizzerà da morire e in secondo luogo, al contrario del teatro, quel pubblico non esiste. Nella scrittura, il tuo pubblico è un singolo lettore. Ho trovato che talvolta aiuti pensare a una persona, una persona reale che conosci, o a una persona immaginaria e scrivere a quella.

4. Se pensi che una scena o una sezione abbia bisogno di miglioramenti e la vuoi ancora mantenere, lasciala da parte e prosegui. Quando avrai finito l'intero lavoro, potrai tornarci su e potresti scoprire che la ragione per cui ti dava problemi è che non c'entra niente.

5. Attento alle scene cui ti affezioni troppo, più del resto. Normalmente scoprirai che non fanno parte dell'insieme.

6. Se stai utilizzando un dialogo, pronuncialo ad alta voce mentre lo scrivi. Solo così avrà il suono del parlato.

lunedì 17 agosto 2015

Le regole della scrittura #3 - Zadie Smith

Zadie Smith, britannica, è scrittrice e saggista. Ha scritto quattro romanzi, di cui il primo - Denti bianchi (2000) - fu oggetto di un'aspra contesa per i diritti alla pubblicazione addirittura quando non era ancora finito e l'autrice stava terminando gli studi al King's College di Londra. Per definire il genere di questo suo libro fu coniato dal critico letterario James Wood il termine realismo isterico, una sorta di variante del post-modernismo, che poi è stato applicato anche ad altri importantissimi autori come David Foster Wallace, Dave Eggers, Thomas Pynchon, Joyce Carol Oates, Don DeLillo, Jonathan Franzen. Altri suoi libri tradotti in italiano sono L'uomo autografo (2002) e Della bellezza (2005). Per lei le regole sono 10, eccole:

1. Già da bambino cerca di leggere molti libri. Passa più tempo a fare questo che qualsiasi altra cosa.

2. Da adulto, cerca di leggere il tuo lavoro come lo farebbe uno sconosciuto o, meglio ancora, un nemico.

3. Non romanticizzare la tua "vocazione". O sai scrivere buone frasi o no. Non esiste lo "stile di vita dello scrittore". Tutto ciò che importa è quello che metti sulla pagina.

4. Evita le tue debolezze. Ma fallo senza dirti che le cose che non sai fare non vale la pena farle. Non mascherare le tue insicurezze col disprezzo.

5. Lascia passare un po' di tempo tra la scrittura di qualcosa e la sua revisione.

6. Evita le cricche, le bande e i gruppi. La presenza di una folla di personaggi non renderà la tua scrittura migliore.

7. Lavora su un computer disconnesso da Internet.

8. Proteggi il tempo e lo spazio nel quale scrivi. Mantieni tutti a distanza, perfino coloro che sono più importanti per te.

9. Non confondere gli onori con la realizzazione.

10. Di' la verità, anche se velata, ma dilla. Arrenditi all'eterna tristezza che viene dal non essere mai soddisfatti.

giovedì 13 agosto 2015

Le regole della scrittura #2 - Kurt Vonnegut

Dopo Neil Gaiman, oggi è la volta del grande Kurt Vonnegut, saggista e autore, tra gli altri di Le sirene di Titano, Mattatoio n. 5, La colazione dei campioni ecc. Chi non lo conosce? Ecco le sue 8 regole da seguire.

1. Fa' in modo che il tuo lettore non pensi di aver sprecato tempo a leggerti.

2. Da' al lettore almeno un personaggio per cui possa fare il tifo.

3. Ogni personaggio dovrebbe volere qualcosa, anche solo un bicchiere d'acqua.

4. Ogni frase deve fare una di queste due cose: rivelare il carattere di un personaggio o far progredire l'azione.

5. Inizia il più vicino possibile alla fine.

6. Sii sadico. Non importa quanto dolci e innocenti siano i tuoi protagonisti: fagli accadere cose terribili, in modo che il lettore possa vedere di che pasta sono fatti.

7. Scrivi per piacere a un solo lettore. Se spalanchi la finestra e fai l'amore con il mondo, per così dire, alla vostra storia verrà la polmonite.

8. Da' ai lettori più informazioni possibili, il più presto possibile. Al diavolo la suspense. I lettori dovrebbero avere una completa comprensione di ciò che sta accadendo, di dove e di perché, al punto che potrebbero terminare da soli la storia, se gli scarafaggi si mangiassero le ultime pagine.

lunedì 10 agosto 2015

Le regole della scrittura #1 - Neil Gaiman

Inauguro oggi una serie di sette post dedicati alle cosiddette "regole della scrittura" – se regole ci possono davvero essere – dal punto di vista di diversi scrittori famosi, che ci terranno compagnia fino a fine agosto. Non sono affatto regole inedite e qualcuno - specie chi si diletta nella scrittura - avrà già avuto modo di imbattercisi, almeno in parte di esse. Ma mi piace raccoglierle qui perché, un po' come le liste, trovo sempre molto curiose queste specie di "ricette", in quanto paradossalmente le trovo allo stesso tempo vere e false, un po' come il gatto di Schrödinger. Inoltre, confrontandole a distanza ravvicinata, sarà curioso notare certe ricorrenze, perché sono quelle che, se rilevate da molti (se non da tutti), evidentemente dovranno avere qualche cosa di profondamente vero e irrinunciabile, qualcosa che va oltre le peculiarità, le predilezioni, i tic e le scaramanzie di ciascun autore. Ma, altrettanto curiosamente, ci saranno anche delle regole completamente opposte.

Cominciamo da Neil Gaiman, autore della serie di fumetti Sandman, dei romanzi Nessun Dove, American Gods e un bel po' di altre cose. Ecco le sue 8 regole:

1. Scrivi

2. Metti una parola dietro l'altra. Trova la parola giusta e scrivila.

3. Termina quello che stai scrivendo. Qualunque cosa tu debba fare per finirlo, finiscilo.

4. Mettilo da parte. Leggilo come se non l'avessi mai letto prima. Mostralo agli amici di cui rispetti l'opinione e quelli ai quali sai che piacciono cose come quella che hai scritto.

5. Ricorda: quando qualcuno ti dice che a suo giudizio c'è qualcosa di sbagliato o che non funziona, ha quasi sempre ragione. Quando invece ti dicono esattamente che cosa c'è che non va e come metterlo a posto, hanno quasi sempre torto.

6. Rivedilo. Ricorda che, presto o tardi, prima che raggiunga la perfezione, tu dovrai comunque abbandonarlo per iniziare a scrivere qualcos'altro. La perfezione è come raggiungere l'orizzonte. Si sposta in continuazione.

7. Ridi alle tue battute.

8. La regola principale della scrittura è che se tu scrivi con abbastanza fiducia in te stesso, puoi arrivare a fare quello che vuoi. (Che può essere una regola di vita oltre che di scrittura. Ma è certamente vera per la scrittura). Così scrivi la tua storia come dev'essere scritta. Scrivila onestamente e raccontala al meglio delle tue possibilità. Non sono sicuro che ci siano altre regole. Per lo meno regole che abbiano importanza.

martedì 14 luglio 2015

Plutone, dalla scienza alla fantascienza

Se leggete questo post, significa che la sonda New Horizons ha fatto il suo passaggio ravvicinato alla superficie di Plutone a soli 12.500 km di distanza. Per celebrare quindi lo storico evento di oggi, e in attesa delle migliori immagini che potremo avere di Plutone per molti e molti anni a venire (e che per certi versi mineranno per sempre la nostra immaginazione nel confronti di questo luogo così remoto), eccovi una breve bibliografia plutoniana, ovvero una lista - ancorché non esaustiva - delle opere di fantascienza, che in qualche modo hanno come protagonista Plutone, Caronte, o entrambi. E chissà che non venga anche a voi voglia di fare un viaggio fin laggiù.

La prima apparizione di Plutone nella letteratura fantastica risulta risalire al 1930, proprio l'anno della sua scoperta, grazie al grande H.P. Lovecraft che nel racconto Colui che sussurrava nelle tenebre (The Whisperer in Darkness, 1930) parla del pianeta Yuggoth, luogo in cui abitano le creature chiamate Mi-go, e fa capire che si tratta proprio di Plutone. Naturalmente la scoperta di un nuovo pianeta così distante scatena l'immaginazione degli scrittori degli anni '30 e forse è per questo che in quel decennio troviamo molte storie ambientate su Plutone, come: Negli abissi di Plutone (Into Plutonian Depths, 1931) di Stanton A. Coblentz, romanzo di fantascienza umoristico nel quale i due protagonisti scienziati giungono su Plutone e vi trovano una strana società suddivisa in tre sessi e capace di esprimersi attraverso un congegno chiamato "lampada del sesso"; Il terrore plutoniano (The Plutonian Terror, 1933) racconto di Jack Williamson; il Ciclo degli Lensman di E.E.Smith, iniziato nel 1934, nel quale Plutone è una colonia di esseri a quattro dimensioni chiamati Palainiani; La Peri Rossa (1935) racconto di Stanley G. Weinbaum, nel quale Plutone funge da rifugio per dei pirati spaziali e viene immaginato come un pianeta più grande della Terra, ghiacciato e abitato da diverse specie di cristalli viventi e Ingegneri cosmici (Cosmic Engineers, 1939) di Clifford D. Simak, in cui Plutone ospita un avamposto della razza umana.

Sebbene non presenti la straordinaria ricorrenza di Marte, Plutone comunque ogni tanto ritorna anche nei decenni successivi, forse a indicare le suggestioni e i misteri di una frontiera davvero remota e ignota del Sistema Solare. Per esempio anche il celebre Robert Silverberg ci ha portati su Plutone nel suo World's Fair 1992 (1968), in cui la navicella Pluto I, una spedizione americana, raggiunge Plutone in meno di due settimane grazie alla propulsione nucleare e ritorna sulla Terra con cinque indigeni plutoniani a forma di granchio, mentre cinque anni dopo Clifford D. Simak torna su Plutone nel suo racconto Il cantiere (Construction Shack, 1973), in cui la prima missione umana sul pianeta nano scopre gli indizi che il Sistema Solare è un progetto d'ingegneria extraterrestre andato per il verso sbagliato.

Venendo poi più vicini ai giorni nostri, e quindi anche a titoli forse più facilmente rintracciabili, vi segnalo: Icehenge (1985) di Kim Stanley Robinson, nel quale lo scrittore americano fa trovare un misterioso monumento simile a Stonehenge proprio al polo nord di Plutone e L'anello di Caronte (The Ring of Charon, 1990) di Roger MacBride Allen che prende le mosse da un esperimento scientifico non autorizzato effettuato con un acceleratore di particelle situato proprio intorno al satellite di Plutone.

E a questo punto non mi resta che augurarvi buon viaggio!

martedì 7 aprile 2015

Sala d'aspetto (come un esercizio)

La gente parla. Parla per ascoltare le proprie parole illudendosi che siano vaccini contro l'ebola. Fare la narrazione della tua vita per renderti un supereroe. Invece non è un mantello e nemmeno una maschera, è solo polvere sulle corde vocali. Il tempo, il calcio, la casta, mugugni a cavallo delle proprie opinioni per una gara cui si partecipa sempre da soli. Sei su un ronzino, ma vinci lo stesso. L'interlocutore è solo un autoscatto al contrario, uno specchio con cui parlare. Le sue risposte sono spot pubblicitari di prodotti che non ti interessano neanche se sono in offerta speciale. Ma neanche a lui interessano i tuoi. Conta solo che siate lì, a simulare di essere vivi, l'uno per l'altra, affinché possiate in continuazione provare a vendervi qualcosa di cui all'Universo (tranne a ciascuno di voi stessi) non importa un accidente.

Ognuno coccola il proprio discorso come fosse il solo e l'unico, corollario di un Big Bang che ha separato tutte le cose e le fa andare ciascuna per la propria strada in un'espansione accelerata e infinita. Il tuo (illuminato) giudizio è ciò che vale, l'economia, il governo, gli arbitri, esercizi continui di autoaffermazione in scompartimenti occasionali. Acidità di stomaco, complicazioni scolastiche, ragazzini che hanno rapporti intimi con Playstation, mamme all'ospizio che danno di matto giocando a canasta, nonni a casa che si rompono il femore cambiando la lampadina della cucina, ravattare scampoli di identità nella cesta dell'impiccio.

Colpi di tosse sputacchi starnuti, batteri nebulizzati alla deriva nella speranza di approdare su un ospite che non abbia nulla in contrario a favorire una riproduzione (asessuata), bambini-pannolini come un accoppiata di merda, blastoidi blasé, blatte blasfeme, blasoni blanditi, si stanno lasciando, storie di ordinaria depilazione, iperboli e menzogne, culi da palpare e brutte malattie che mi ossessionano, non farcela ad arrivare a fine mese e passare i weekend al centro commerciale, cosa mangiamo stasera?, balletto di unghie finte, scommesse, D&G, smartphone, come un'imperdibile raccolta-punti a beneficio del proprio ego.

E poi donne, quelle da una botta e via e quelle che ti rompono il cazzo, extracomunitari del cazzo (ma non sono mica razzista), zingari del cazzo (ma non sono mica razzista), froci del cazzo (ma non sono mica razzista), il cazzo di Rocco Siffredi (ma non guardo mai il porno, solo l'Isola dei Famosi), lui sì che ha capito tutto, e ti calibri sempre al centro dell'attenzione di due persone, dove una delle due persone sei tu.

Ora, dico io, ma perché diavolo non vi leggete un cazzo di libro (come me) e ve ne state un po' zitti?!

venerdì 27 febbraio 2015

Il friabile (e burroso) primato della narrazione

Se le nostre vite fossero crostate, la narrazione sarebbe la pasta frolla. La nostra vita infatti è scandita, misurata, ritagliata dal racconto che facciamo di essa, ovvero da quello che riteniamo (o ci illudiamo, ma va bene lo stesso) che valga la pena di raccontare a chi ci orbita intorno (siano essi padri, madri, sorelle, amici, colleghi, social, world wide web, oppure perfino noi stessi). La nostra esistenza di primati parlanti poggia le sue fondamenta sulla narrazione e, per converso, la narrazione le restituisce importanza, spessore, consistenza. Che poi è la stessa cosa di dire: se non hai niente da raccontare, non stai vivendo.

Perché narrare, anche (o soprattutto) la prosaicità della nostra vita, significa tre cose. La prima è il consolidamento nella memoria dello scorrere continuo del tempo, un modo per riafferrare un passato che ci sfugge in continuazione e sul quale abbiamo bisogno di mettere delle bandierine che traccino i contorni di quello che siamo. La seconda è la costruzione di una mitologia personale, qualcosa che affranchi i meri accadimenti dal piano della realtà e li riporti, solo per il fatto di essere scelti per essere narrati (magari farciti dalla marmellata dell'iperbole), su un piano più alto, più importante, più degno, e con essi anche il narratore e la sua esistenza. La terza è la messa in comune di qualcosa di nostro che, grazie all'interesse dell'interlocutore, ma basta anche solo presunto tale, funge per noi - per dirla con David Foster Wallace - da antidoto contro la solitudine.
È da questa scintilla, in breve, che scaturisce la letteratura, come un banale versione 2.0 di quest'intimo bisogno primordiale. La letteratura, semplicemente, allarga quest'orizzonte, lo schematizza, lo istituzionalizza, lo professionalizza, e mette un grandangolo (o un microscopio) di fronte al panorama circostante, oppure chiude gli occhi ed esplora universi alternativi per arricchire l'esperienza (e l'esistenza) di chi scrive e di chi legge, di chi narra e di chi ascolta, in quanto consente di vivere più vite nel tempo di una sola. Insomma, noi siamo i nostri racconti ben più di quello che crediamo. E per fare una buona crostata, la pasta frolla è tutto.

giovedì 3 ottobre 2013

La sindrome dell'autoscrittore

Se, come da sempre sostengo, l'introduzione delle tecnologie di wordprocessing, dagli antidiluviani WordStar su MS-DOS, agli avanzatissimi Word e OpenOffice, è stata l'introduzione del Male nel mondo letterario, avendo favorito la moltiplicazione del numero di (pseudo)scrittori in circolazione - provate a scrivere un romanzo a mano o con una Lettera 22, poi ne riparliamo -, l'arrivo dei Social Network, coniugato alla diffusione dell'ebook (e dunque alla sciagurata possibilità dell'autopubblicazione indiscriminata), è stato l'equivalente dell'evocazione della Bestia e di tutte le sue legioni di diavoli.

Perché ormai, se siete connessi a Twitter, Facebook, gruppi, pagine fan, ma anche a forum, blog eccetera, e vi interessate in qualche modo di letteratura ad ampio spettro, difficilmente riuscirete a scansare le legioni di sconosciuti autoscrittori cavalletta che, come l'ottava piaga d'Egitto, ti inseguono brandendo la segnalazione delle loro (imperdibili!) opere come asce. Seguono recensioni (sempre entusiastiche!), statistiche di vendita di Amazon (sempre ai primi posti!), estratti (mozzafiato!) e offerte speciali (presto, presto che scadono!). E lasciamo perdere i (penosi) booktrailer, grazie.

Ora, premessa l'odiosità di questo comportamento, invito tutti costoro - ma anche coloro che pensassero di seguirne le antipatiche orme - i quali avessero la (smisurata) fortuna di leggere questo post, di riflettere per un momento su cosa spinge un lettore (vero) a comprare un libro (vero). Esercizio tutt'altro che peregrino. Innanzitutto credo sia necessario distinguere tra diverse categorie di autori. Per esigenze di brevità, mi limiterò a tre significative: (1) gli autori famosi ai più (e affermati), (2) gli autori sconosciuti ai più (ma affermati), (3) gli autori sconosciuti ai più (ma esordienti, o comunque non affermati).

A tutti i lettori capita di leggere molti libri della categoria (1), da Wallace a Auster, da Dostoevskij a Melville ecc. ecc. ce ne sono a bizzeffe. Del resto, se sei un lettore (vero), serio e appassionato, e dunque ti informi, parli, discuti, cerchi, sei curioso, ami sperimentare, nel labirinto dell'editoria scoprirai anche scrittori della categoria (2) meno conosciuti, ma ugualmente validissimi, ancorché non illuminati dai riflettori della ribalta. In fondo queste due categorie coincidono nel fatto che si tratta comunque di scrittori che hanno raggiunto una legittimazione del pubblico a stare lì in base alla qualità del loro lavoro. Se però tu sei uno scrittore della categoria (3) - e non sei nemmeno mio amico - perché io dovrei acquistare un libro tuo, piuttosto che di uno dei milioni di altri sconosciuti come te, e dedicarti tempo prezioso (e insostituibile) della mia vita?

Comprare un libro, ancorché un ebook da pochi centesimi, significa comunque sborsare dei soldi, e nel caso dei libri i soldi si tirano fuori perché possiedono un qualche tipo di garanzia. Una garanzia che (parlo soprattutto della narrativa), se non è data dall'autore stesso in quanto sconosciuto, può anche essere solo sottoscritta implicitamente dalla casa editrice, di cui abbiamo imparato a fidarci perché sappiamo essere garante di scelte editoriali di qualità, o dalla collana, o dal curatore (se si è lettori così sofisticati da tenere d'occhio queste cose). Difficile che, in mancanza di uno di questi aspetti, si prenda in mano un libro di narrativa. Figuriamoci dunque quando c'è di mezzo l'autopubblicazione, in cui i tre suddetti aspetti sono del tutto assenti.

E allora? Allora, cari autoscrittori, che raramente perdete l'occasione di proclamarvi tali, considerate che si legge chi piace come scrive, chi piace cosa scrive, temi, stili, prospettive. Si legge chi in qualche modo si è imparato a stimare, direttamente, o perché qualcuno di cui ci fidiamo ci ha assicurato che in qualche modo può valerne la pena. Una specie di sponsor, insomma. Ma autorevole. Vi piaccia o no è così che in qualche modo funziona. Tutto il resto, fidatevi, è sollecitazione all'indisponenza (dunque controproducente) e un'illusione di possibilità di successo che invece è tempo prezioso buttato nel cesso.

lunedì 8 ottobre 2012

Generazione [R]

Sembra proprio che se non pubblichi un Romanzo, non sei nessuno. Voglio dire, anche se sei già qualcuno. Adesso ci si mette anche Giuliano Sangiorgi, il frontman dei Negramaro (ehi, Giu, come mai c'hai messo tanto?!), il quale ha appena pubblicato un romanzo - lui la chiama "canzone lunga" (mafammilpiacere, Giu!) - accodandosi così alla già lunga (o dovrei dire lunghissima?) schiera di personalità, ovvero di individui già saliti alla ribalta in altri settori, quelli peraltro loro maggiormente propri, dunque personaggi già indiscutibilmente di successo pubblico, che però a un certo punto, pop!, eccoli saltare fuori con il loro bravo volumetto da sfoggiare dalla Bignardi (Costanzo ormai è out), con il solito carico di disperata necessità, come se senza quell'opera non avrebbero saputo come continuare a vivere (in genere si lasciano scappare che avrebbero rinunciato a tutto il resto, oh my God!).

Il punto è che in questi anni li si vede come funghi attraverso i fili d'erba dopo una pioggia di fine estate. E mi sembra una tendenza tutta peculiare di questi strani tempi. Perché non mi pare che una volta succedesse. Mina o Celentano non hanno (mai) scritto romanzi - correggetemi se sbaglio -. E nemmeno Walter Chiari o Raimondo Vianello o Domenico Modugno o Corrado. Adesso invece il Romanzo (almeno in Italia, altrove non saprei, ma non mi pare... e non venite a dirmi che è la solita triste storia dei santi, poeti e navigatori) ha acquisito questa sorta di magica e unica proprietà autoaffermativa che a me fa un po' paura. E penso che dovrebbe farne anche a voi.

mercoledì 6 giugno 2012

Senza di lui i marziani sarebbero stati senza dubbio diversi

"Erano ingenui soltanto se conveniva esserlo. Smisero di cercare di distruggere tutto, di umiliare tutto. Fusero religione, arte e scienza, perché alla base, la scienza non è che la spiegazione di un miracolo che non riusciamo mai a spiegare e l'arte è un'interpretazione di quel miracolo." (Cronache marziane)

"Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive." (Fahrenheit 451)

venerdì 20 aprile 2012

Sei domande a Il grande marziano (e una a voi)

D'accordo, è probabile che a Paperopoli ci sarà un Paperblog, ma a dispetto delle apparenze in questo caso i pennuti non c'entrano. C'entra invece un aggregatore di blog, Paperblog appunto, che sicuramente si è imposto nell'ultimo biennio come uno dei siti di aggregazione di blog italiani più evoluto dal punto di vista grafico e più interessante e dinamico sotto l'aspetto della scelta dei contenuti (difatti è anche l'unico cui, almeno per ora, Il grande marziano ha pensato potesse valere la pena iscriversi). E se parlo di biennio, non lo dico a caso, visto che proprio oggi Paperblog compie due anni di attività, compleanno che il sito ha deciso di celebrare concedendo l'onore di un'intervista a tre dei suoi oltre quattromila blog iscritti e Il grande marziano è uno di questi. Ringraziando dunque lo staff di Paperblog per l'onore e (dunque) l'apprezzamento dimostrato, e augurando loro cento di questi giorni, sono lieto di proporvi qui di seguito l'intervista completa, più una domanda finale che sono io a rivolgere a voi.

1. Chi è Il grande marziano? Raccontaci di te
Non di rado capita che qualcuno mi chieda come mi chiamo o qualcosa in più su chi è in realtà Il grande marziano. E la mia risposta è sempre la stessa: nel bene e nel male, nel bello e nel brutto, io sono i miei contenuti. Sono infatti convinto che generalità anagrafiche o note biografiche non possano aggiungere niente di significativo ai concetti e alle idee che vengono espressi nel blog, e la cui forza e valore è quello che deve emergere (possibilmente) a prescindere dal loro autore (del resto se uno è sconosciuto, cambia qualcosa sapere che si chiama "Mario Rossi", piuttosto che "Il grande marziano"?). Sotto questo aspetto Il grande marziano nasce infatti prima di ogni altra cosa come un progetto culturale, o per lo meno - senza presunzioni - un umile tentativo di esso. Per questo non ho mai voluto caratterizzare la pagina individualmente, perché non sono in cerca di consenso e approvazione personali. Poi non c'è dubbio che consenso e approvazione siano gratificazioni importanti, quando arrivano, ma nel caso preferisco che restino entro i confini di ciò che scrivo.

2. Parlaci del tuo blog: a chi ti rivolgi e su quali argomenti ami dibattere?
Il grande marziano nasce per rivolgersi potenzialmente a tutti. Da questo punto di vista può essere considerato un blog generalista, tanto che la cloud delle tematiche risulta da sempre molto variegata. Non sono dunque gli argomenti a essere privilegiati (difatti si passa dall'attualità, al cinema, al costume, alla letteratura, al gossip, alla musica, all'astronomia, alla filosofia, alla politica ecc.), quanto piuttosto il punto di vista con cui essi vengono affrontati di volta in volta. Un po' come cercar di mostrare un paesaggio da una prospettiva inedita, obliqua, oppure di mettere davanti alle lenti degli occhiali un filtro insolito, per far risaltare particolari che altrimenti resterebbero indistinti sullo sfondo. Cosa che diventa ancora più importante in un mondo altamente mediatizzato dove il bombardamento informativo è talmente incessante e indiscriminato, da rendere fin troppo facile cedere alla tentazione di prendere supinamente per valido (tutto) ciò che ci viene propinato. Insomma, come recita l'epigrafe che dà la missione del blog, Il grande marziano nasce "Per rimanere vigili, tenere alta l'attenzione e non smettere di allenare la mente all'indipendenza." Il tutto senza mai trascurare la scrittura e lo stile, nella loro essenza di veicolo supremo di comunicazione delle idee.

3. Quanto tempo dedichi al blog e che tipo di rapporto intrattieni con i tuoi lettori?
Il tempo è variabile, trattandosi comunque - come è normale che accada - di tempo ritagliato ad altre attività della vita quotidiana. E quindi è spesso la vita quotidiana a dettare i tempi del blog e non il viceversa. Tuttavia, come tutti i blogger sanno bene, è necessaria una certa dose di disciplina e di costanza per portare avanti con un discreto successo per oltre due anni un progetto di questo tipo, anche perché un blog vive della qualità dei contenuti, ma anche della relativa frequenza di aggiornamento degli stessi. Più prosaicamente, alla fine in media è difficile dedicare meno di un'ora al giorno, tra nuovi post e risposte ai lettori. E qui veniamo alla seconda parte della vostra domanda. Benché il blog nasca innanzitutto come esercizio e stimolo personali, sapere che ci sono i Lettori, ovvero che esiste qualcuno, al di là del video, sopra altre tastiere, che legge e ha voglia di interagire con me, è un incentivo importante al proseguimento di questo lavoro. Per questo, fin dal principio mi sono dato la regola di rispondere sempre a tutti coloro che commentano, perché considero un'importante forma di rispetto concedere un po' del proprio tempo a chi ha voluto concederlo a te, leggendoti e commentandoti. In secondo luogo, se da queste risposte nascono discussioni (anche accese, seppur raramente), scambi di battute, stimoli per nuove idee, è il massimo. La vitalità del blog sta anche (ma forse, in fin dei conti, soprattutto) in questo.

4. Quali sono i blog che segui con maggiore interesse?
Devo ammettere che da un anno a questa parte vicissitudini personali hanno drasticamente ridotto all'osso la quantità del tempo libero che posso dedicare alla lettura (e al commento) di altri blog. Quindi per forza di cose devo scremare con le cose che mi interessano o mi colpiscono maggiormente, o gli autori che per stili e tematiche riescono a stimolarmi più intensamente. Ma non credo valga la pena di fare qui ora una classifica. Il mio blogroll parla per me.

5. Qual è, a tuo avviso, lo stato di salute della blogosfera italiana e quale futuro si prospetta per i blog?
Forse a questa domanda sapreste rispondere meglio voi di me. Difficile poter dire, infatti, da una posizione tutto sommato periferica qual è quella di un piccolo blogger come me, qual è lo stato di un'entità così ampia, variegata e dai confini fluttuanti come la blogosfera italiana che conta migliaia di blog (quante migliaia?, venti, trenta?, di più?). L'impressione che ho è che stia troppo bene. In altre parole, la possibilità oggi di poter aprire blog gratuitamente su piattaforme che consentono grafiche evolute e accattivanti, insieme con la diffusione sempre più spinta della connettività mobile, rende il fenomeno blog affetto da un'inflazione simile a un'indigestione continua. E questo da un lato rende sempre più difficile per i blog trovare visibilità dentro il maelström della rete e dall'altro rende sempre meno facile trovare contenuti degni di essere letti. Un po' come accade con la diffusione delle piattaforme di autopubblicazione come lulu.com o Ilmiolibro.it. La popolarizzazione della scrittura non fa bene alla scrittura stessa.

6. In occasione del secondo anniversario di Paperblog facciamo il punto della situazione. Cosa ne pensi del nostro progetto? Quali erano le tue aspettative prima di aderirvi, e quali conclusioni puoi trarne oggi?
Come ho già avuto modo di accennare nel post di ieri e nell'introduzione qui sopra, in generale l'aggregatore di blog ha le potenzialità per diventare, nel medio periodo, uno strumento sempre più prezioso per orientarsi all'interno di una blogosfera che bisognerebbe forse chiamare sempre di più blogogiungla. Dal punto di vista concettuale, è dunque un servizio che da questo punto di vista può acquistare sempre più senso. E se Paperblog è l'unico aggregatore cui mi sono iscritto, è perché fin da subito ho visto che poteva avere qualcosa di più o di meglio degli altri. Le due parole che userei a riguardo sono strutturazione ed eleganza. Quindi funzionalità ed estetica. Poi c'è quello che davvero conta, che è la scelta dei contenuti. Ma se dico che siete sulla strada giusta potrebbe sembrare che lo faccio perché avete scelto me. Quindi lascerò a ciascuno decidere venendovi a trovare e valutando sul campo il vostro lavoro. Quanto infine alle aspettative, confesso che quando mi iscrissi non ne avevo alcuna. Per me l'aggregatore di blog era un oggetto un po' misterioso, dunque era difficile per me fare previsioni su quelli che avrebbero potuto essere i riscontri o i vantaggi di farne parte. Dunque l'iscrizione fu una diretta conseguenza del paradigma: alla-peggio-non-mi-darà-alcun-vantaggio-quindi-tanto-vale-provare. Ma se oggi le statistiche mi dicono che i lettori de Il grande marziano su Paperblog sono mediamente il doppio (!) di quelli che si collegano direttamente sulla piattaforma di Blogger, qualcosa vorrà pur dire in termini di conclusioni che devo trarne.

La mia domanda a voi: cosa ne pensate degli aggregatori di blog come Paperblog? Li ritenete strumenti utili? Quali caratteristiche pensate che debbano avere per risultare tali?

[Credits: la foto del marzianino è di Riccardo Argiolas, il marzianino è opera di Knitting Bear]

giovedì 19 aprile 2012

Da Gutenberg a Paperblog

Una volta esistevano (solo) penna, calamaio e candele e a ben vedere erano bei tempi. Non tanto rispetto alla diffusione della cultura a tutti gli strati della popolazione, naturalmente, quanto piuttosto per il fatto che, premesso che scrivere era roba che sapevano fare in pochi, farlo (nel senso di chi scriveva per scrivere) aveva qualcosa di eroico anche solo dal punto di vista fisico, e questo aveva il grande (grandissimo) pregio di rendere l'attività autorestrittiva. Vale a dire che, tra coloro che potevano/sapevano farlo, solo quelli fortemente motivati, riuscivano a sostenere tutte le difficoltà legate al gesto.

Poi, sul finire del XIX secolo, arrivò la macchina per scrivere (nelle sue innumerevoli varianti evolutive) e la scrittura acquistò connotati meccanici, dando un senso di onnipotenza intellettuale in quelle parole frustate e quel din! che benediceva la fine di ogni riga e quindi il progresso del lavoro con una piacevole tonalità argentina. Inutile dire che la diffusione della macchina contribuì alla "popolarizzazione" della scrittura e alla moltiplicazione delle velleità legate a essa. Tuttavia scrivere restava comunque un'attività irta di ostacoli, in assenza di bianchetti e altri sofisticati metodi di correzione, schiava di carta e nastri, portatrice di calli ai polpastrelli, esclusiva ed essenziale, dunque priva di qualunque possibilità alternativa (cos'altro si poteva fare con una macchina per scrivere, se non scrivere?) o estetica che non fosse insita nella scrittura stessa. E questo, lasciate che ve lo dica, era assai salutare per la letteratura stessa.

Quindi giunse il personal computer e il word processor con la loro diffusione capillare. E se una volta scrivere a mano era davvero faticoso, o se possedere una macchina per scrivere non era cosa alla portata di tutti, ora con un personal computer chiunque poteva sbizzarrirsi con super programmi di scrittura gratuiti, che oltre alla facilità del gesto, univano la possibilità di aggiungere lati estetici che Gutenberg si poteva solo sognare. Tutto iniziò verso la fine degli anni '80 e questo, nell'arco di un ventennio, decretò l'estinzione degli scrittori, perché tutti quanti vollero diventare tali, con tutto quello che questo significa.

Ma se uno può pensare che la storia sia finita qui, si sbaglia, perché alla fine degli anni '90, ecco l'evoluzione successiva. Tramite l'affermazione di Internet, allo "scrittore" venne concessa un'ulteriore arma, quella più pericolosa e definitiva: la possibilità di autopubblicarsi. Così a partire dai primi anni 2000 cominciarono a entrare in campo i blog, prima lentamente, poi con nuove piattaforme via via più sofisticate, sempre più velocemente, e tutti gli scrittori, ovvero tutti quelli convinti di essere tali, non furono più costretti a tenere le loro produzioni dentro i cassetti, ma poterono presentare al mondo ciò che scrivevano, ovvero tutto ciò che passa loro per la testa.

Ma se il mercato viene inondato da decine di migliaia di scrittori, di tutti i generi, le estrazioni e - soprattutto - le capacità (perché ormai creare meravigliose scatole vuote è facilissimo, non altrettanto riempirle di contenuti degni di questo nome), si rende necessario orientare in qualche modo la scelta all'interno di un panorama (culturale?) talmente vasto e variegato per temi e, soprattutto, capacità, che è facilissimo smarrirsi o scoraggiarsi. Ecco dunque nascere l'esigenza di un nuova tipologia di siti che offrano questo tipo di (nuovo e non facile) servizio, scegliere ciò che di meglio la cosiddetta blogosfera offre quotidianamente: l'aggregatore di blog. Ma di questo ne parliamo domani.

/continua

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