Punti di vista da un altro pianeta

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venerdì 22 aprile 2016

A.A.A. mostro cerca compagnia

Alla fine il mostro fa lampeggiare quei suoi occhi freddi da squalo, tende il braccio nel saluto nazista e gonfia il petto cantando la sua vittoria. Anders Behring Breivik si è infatti aggiudicato la causa intentata contro lo stato norvegese, accusato dal pluriomicida di avere calpestato i suoi diritti (umani) nel corso della sua prigionia. Ora, stando a quel che si legge in giro, pare che i suoi ultimi quattro anni e rotti di detenzione, Breivik li abbia trascorsi dentro uno spazio articolato in tre celle: un soggiorno, uno studio e una zona per l'esercizio fisico. Sarebbe messo in condizione di cucinarsi il cibo da sé e di farsi il bucato. Avrebbe inoltre a disposizione una televisione, una consolle per videogame e un computer (sebbene non connesso a Internet). Ora, vista da questa prospettiva, sembrerebbe fin troppo facile trovare miniappartamenti in villeggiatura con dotazioni più spartane di così. In quale aspetto, allora, lo stato norvegese ha calpestato i diritti umani del super killer (che - lo ricordo - nel 2011 ha deliberatamente e consapevolmente ucciso 77 persone e per il cui crimine è stato condannato a soli 21 anni di detenzione)? Molto semplice: l'isolamento.

Scopriamo così che, per il tribunale norvegese, il contatto umano è un diritto fondamentale della persona, Sebbene questa persona - nel suo avere ucciso 77 innocenti - abbia calpestato egli stesso il più alto e grande diritto fondamentale di ogni persona, quello alla vita. E questo, inutile dirlo, ci fa incazzare. Ci fa incazzare enormemente. Ha fatto incazzare di brutto me, e immagino abbia fatto incazzare di brutto anche voi. Fa venire voglia di puntare il dito contro quel tribunale, sputare contro lo sputasentenze, aspettarlo sotto casa per chiedergli urlando cosa diavolo gli passa dentro quel suo cazzo di cervello, dirgli che questo pluriassassino - nazista dichiarato e mai pentito - non merita niente, se non sparire inghiottito dalla faccia della Terra e dalla memoria del genere umano. Invece, no. Invece il tribunale ci sbatte in faccia che (anche) il mostro ha dei diritti e, nel ricordarci che il mostro ha dei diritti, ci ricorda che il mostro è un essere umano e, nel ricordarci che il mostro è un essere umano, ci sottolinea che il mostro è come noi, che fa parte della nostra specie e che quindi abbiamo delle cose in comune con lui. Che sia questo che non riusciamo a sopportare?

Il punto è che l'isolamento sarebbe riconducibile a una forma di tortura che avrebbe devastanti effetti a lungo termine sulla psiche di chi vi viene sottoposto. "E ci stiamo a preoccupare della psiche di un neo nazista che ha ucciso 77 persone?" vi chiederete voi e (lo confesso) anche io. Ebbene, la risposta è Sì, perché la Legge, ovvero la giustizia, è garantita da principi oggettivi e non è condizionata dagli aspetti emozionali. Potete certamente ritenere discutibile la pena di soli 21 anni, che dà dunque la possibilità a costui di uscire di prigione a poco più di cinquant'anni, ma anche in questo caso ciò è quello che ha previsto la legge norvegese, ci piaccia o no. Forse dunque penserete che la legge norvegese è risibile, che è un paese di cartapesta, che non sono abituati ad avere a che fare con questioni del genere. Può darsi. E se invece questa sentenza che toglie Breivik dall'isolamento fosse solo un segno di maggiore civiltà? Sempre, beninteso, che il soggetto in questione trovi qualcuno in prigione che abbia voglia stare con lui.

martedì 8 settembre 2015

Perché i rifugiati potrebbero venire in Europa in aereo (in piena sicurezza)

Perché un rifugiato non può prendersi un comodo aereo e venire in Europa? Se ha i soldi (e li ha) per mettersi nelle mani rapaci di criminali senza scrupoli per assicurarsi una corsa su un barcone del destino e andare incontro al rischio di lasciare la pelle sul fondale di un mediterraneo qualsiasi, perché dunque non usarli per comprarsi un biglietto aereo e giungere comodamente in Europa in Economic Class, sorseggiando una Coca Cola e leccandosi le dita salate dopo aver sgranocchiato le noccioline gentilmente offerte dalla compagnia? Di certo (1) costa molto meno delle cifre che si dice chiedano gli scafisti e (2) il rischio è senza dubbio molto minore anche nel caso di compagnie aeree non proprio in testa alla lista delle migliori del mondo. La domanda sembra stupida e la risposta sembrerebbe scontata: se nessuno lo fa, evidentemente non si può fare. Tant'è che nessuno si pone la domanda. Eppure è un interrogativo molto meno ozioso di quello che può sembrare. Permettetemi di fare a riguardo qualche ragionamento documentato.

Lo stato di "rifugiato" è disciplinato in primis dalla Convenzione di Ginevra del 1951 che indica chiaramente le sue caratteristiche. Il rifugiato è "Chiunque nel giustificato timore d’essere perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori dei suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi." Esistono poi altre definizioni giuridiche posteriori e maggiormente obiettive o funzionali. Ma per ora questa è sufficiente per i nostri scopi, anche perché è quella di riferimento di tutte le altre.

A proposito poi del fatto che i rifugiati non possono prendere l'aereo, c'è la posizione della UE regolata dalla Direttiva Europea 2001/51/EC, della quale vi invito a leggere almeno i primi paragrafi che vi riporto qui sotto:

(1) Per lottare efficacemente contro l'immigrazione clandestina è fondamentale che tutti gli Stati membri adottino un dispositivo che fissi gli obblighi per i vettori che trasportano cittadini stranieri nel territorio degli Stati membri. Ai fini di una maggiore efficacia di tale obiettivo, occorrerebbe altresì armonizzare, per quanto possibile, le sanzioni pecuniarie attualmente previste dagli Stati membri in caso di violazione degli obblighi di controllo cui sono soggetti i vettori, tenendo conto delle differenze esistenti tra gli ordinamenti giuridici e le prassi degli Stati membri.

(2) La presente misura rientra in un dispositivo globale di controllo dei flussi migratori e di lotta contro l'immigrazione clandestina.


In altre parole, questa direttiva demanda specificatamente ai vettori (quindi aerei e altri mezzi di trasporto deputati al trasferimento di persone verso paesi terzi) il divieto di procedere a dare ospitalità sui loro mezzi a persone che non abbiano i requisiti necessari. In altre parole, per essere in regola il passeggero ha bisogno di un visto, rilasciato da un organo delegato dallo Stato di destinazione (tipicamente un'ambasciata). E se il vettore lascia salire sul suo mezzo un passeggero senza visto, i costi del suo rimpatrio saranno a carico del vettore stesso.

Ora vi invito a porre la vostra attenzione sul terzo capoverso della medesima direttiva.

(3) L'applicazione della presente direttiva non pregiudica gli impegni derivanti dalla convenzione di Ginevra, del 28 luglio 1951, relativa allo status dei rifugiati, quale modificata dal protocollo di New York del 31 gennaio 1967.

Quindi, se interpreto correttamente (se non lo faccio, ditemelo), questa direttiva non può comunque annullare quanto disposto dalla Convenzione di Ginevra del 1951, emendata dal Protocollo di New York del 1967, il quale semplicemente estende la definizione del 1951, in quanto la "Convenzione sullo statuto dei rifugiati, firmata a Ginevra il 28 luglio 1951 [...] è applicabile soltanto alle persone rifugiatesi a cagione di avvenimenti anteriori al 1° gennaio 1951, considerando che dopo l’approvazione della Convenzione sono apparse nuove categorie di rifugiati, le quali pertanto possono essere escluse dalla Convenzione, considerando l’opportunità di applicare il medesimo statuto a tutti i rifugiati compresi nella definizione espressa dalla Convenzione, senza tener conto della data limite del 1° gennaio 1951".

Pertanto (a) chi ha diritto di essere considerato un rifugiato politico per i criteri della Convenzione di Ginevra, potrebbe prendersi un aereo e venire in Europa con un visto adeguato senza alcun tipo di ulteriore restrizione; (b) i vettori non si prenderanno mai autonomamente la responsabilità della decisione di fare salire sui propri mezzi passeggeri che potrebbero risultare mancanti dei criteri per essere definiti "rifugiati" e dunque avere il diritto di salire.

Ma chi è che decide chi può fregiarsi del titolo di "rifugiato" e dunque avvalersi dei diritti e delle protezioni conseguenti? Esiste un organismo internazionale? Qualcosa tipo l'Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite? No. Sono i singoli Stati. Nel caso dell'Italia, per esempio, c'è il Decreto Legislativo n. 25 del 28 gennaio 2008 che riprende la direttiva comunitaria 2005/85/CE e che all'Articolo 2, capoverso (d), dà la seguente definizione:

«rifugiato»: cittadino di un Paese non appartenente all'Unione europea il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trova fuori dal territorio del Paese di cui ha la cittadinanza e non può o, a causa di tale timore, non vuole avvalersi della protezione di tale Paese, oppure se apolide si trova fuori dal territorio nel quale aveva precedentemente la dimora abituale e per lo stesso timore sopra indicato non può o, a causa di siffatto timore, non vuole farvi ritorno, ferme le cause di esclusione previste dall'articolo 10 del decreto legislativo 19 novembre 2007, n. 251; (ovviamente, banalizzando, le "cause di esclusione" sono, in linea generale, i precedenti criminosi o atti contrari ai principi delle Nazioni Unite).

Inoltre il decreto stabilisce ulteriori categorie di persone che hanno diritto a protezione e asilo, ma i "rifugiati" sono quelli che godono dei massimi diritti.

Quindi, insomma, è demandata a ogni Stato, in quanto Sovrano, la decisione dell'applicabilità dello status di "rifugiati" e dunque l'attribuzione del diritto alla protezione, all'asilo e al movimento all'interno dell'Area Schengen a ciascun richiedente. Nel caso dell'Italia ci sono dieci Commissioni Territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale, composte ciascuna da 4 membri di cui due appartenenti al ministero dell’Interno, un rappresentante del sistema delle autonomie e un rappresentante dell’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite.

Tuttavia, il punto chiave è che invece di farsi spillare quattrini sulle spiagge e rischiare la vita sui barconi, coloro che hanno i requisiti per lo stato di rifugiati - secondo la legge - dovrebbero poter mettersi tranquillamente in coda alle ambasciate dei paesi UE, farsi rilasciare un visto e poi comprare un biglietto aereo per la destinazione UE che ha rilasciato quel visto. Ma se da un lato, di certo non tutte le migliaia di persone che stanno arrivando in Europa in questi giorni ne avrebbero diritto, in quanto non è detto che tutti godano dei requisiti per essere considerati "rifugiati", dall'altro non credo neanche che coloro che effettivamente quel diritto lo hanno, non lo facciano per colpa loro.

[PS Non essendo un esperto di Diritto internazionale potrebbe esserci qualche inesattezza. Pertanto se qualcuno ha osservazioni, puntualizzazioni o correzioni da fare, non solo è benvenuto, ma è invitato a farlo. Grazie.]

mercoledì 24 ottobre 2012

Una puzza tremenda di capro espiatorio

Confesso che non ho avuto il tempo di approfondire molto la questione, quindi l'opinione che mi sono fatto a proposito della condanna degli esperti scienziati della Commissione Grandi Rischi in merito al preteso insufficiente allarme sul sisma dell'Aquila è quella del più classico marziano-della-strada. Ma il brivido peggiore, per me, in questo caso è dato dal ritrovarmi consapevolmente sulla stessa lunghezza d'onda di Schifani e Casini, mentre il frittatone-Bersani non perde l'occasione per esercitare lo sport che gli riesce meglio, quello di camminare su una nidiata di pulcini appena nati (e prendi una cazzo di posizione, una volta!), e gli abruzzesi Pezzopane e Cialente applaudono la sentenza a scena aperta, come manichini dal cervello vuoto, senza rendersi conto davvero di quello che fanno, o - forse meglio - rendendosene conto, ma dovendo (volendo) pagare il triste dazio politico nei confronti del desiderio popolare dell'attribuzione di colpa.

Del resto non c'è niente come trovare qualcuno da linciare. È analgesia. È esorcismo. È marketing. Ed è una bella faccia sulla quale far sputare la pubblica piazza. E se la faccia è la tua (e dunque non la mia), tanto meglio.

venerdì 10 agosto 2012

A proposito di Londra (non proprio olimpica)

Non c'è luogo più odioso, a Londra, del British Museum. Esibizione orgogliosa di secoli di scorribande sanguinose, imperialismo matricolato, assoggettamento impunito di popoli e depredamento di culture altrui.

E intanto Elisabetta se ne va in giro a salutare la folla coi cappellini color canarino.

Bye bye baby.

mercoledì 31 agosto 2011

Manovrando la tua Vita (lettera aperta)

Perché preferisci l'abolizione dei riscatti di laurea (e/o del servizio militare ecc.), rispetto al Contributo di Solidarietà? Forse perché fa un brutto vedere le tue mani rugose di vecchio vizioso professionista che strisciano come serpentelli direttamente nelle tasche didietro dei cittadini (ancorché senza dubbio alcuni già di loro piuttosto facoltosi e dunque con molta probabilità della tua parte politica) per una cifra - va detto - tutto sommato percentualmente esigua, mentre non causa alcuna emorragia al tuo povero cuore scippare una cosa che non si può toccare, una cosa che non esiste, il mio tempo?

E poiché sono certo che anche a te avranno insegnato che il tempo è denaro (se non fosse così, una manovra finanziaria che cosa ci guadagnerebbe da un provvedimento del genere?), se mi freghi cinque anni, mi freghi anche dei soldi. E benché non sia a conoscenza di quale sia la percentuale di popolazione colpita da questo provvedimento, né se sia più o meno di quella che sarebbe stata colpita dal Contributo di Soliderietà, quei soldi li freghi non solo ai facoltosi, ma anche a coloro che hanno fatto dei sacrifici di proporzioni mariane per ricomprarseli, quei cinque anni di Vita. Così, in questo modo colpisci nel mucchio, a casaccio, un po' a destra e un po' a sinistra, autorizzandoti in questo modo ad affermare che così la Manovra è più equa e nello stesso tempo minimizzandone le ripercussioni sull'umore del tuo elettorato. Vuoi dire che la ragione di quest'ennesima porcata è (solo) tutta qui?

Ehi? Ci sei?! Ehi, ma mi ascolti o dormi? Ma che diavolo hai fatto ieri sera?!

venerdì 11 marzo 2011

Apologia della privacy violata (ovvero ecco a voi il reality più peloso della storia)

Tutto ciò che è preso di nascosto ha un sapore più dolce. È qualcosa che ha a che fare con la delizia del furto. Il brivido di piacere dell'orecchio appoggiato contro la porta e captare bisbigli. L'emozione di essere scoperti e, nel contempo, quella di conoscere in via esclusiva un segreto rimasto finora inviolato, sconosciuto. Un segreto che potrebbe anche non esserci, ma si sa che al di là della porta chiusa, anche le cose più ordinarie diventano rivelazioni da togliere il fiato, mentre quelle più straordinarie sono capaci a volte di suscitare oltraggiosi ricatti, altre volte di avviare indagini giuridiche o, assai più raramente, come in questo caso, di riconciliare l'anima con il mondo. Del resto quante volte la porta ha i contorni di una tana?

C'è da dire che senza dubbio la tecnologia ha spazzato via il vecchio fascino dell'occhio dal buco della serratura, lasciandolo prerogativa infantile, ma ha permesso cose che fino a poco tempo fa erano impensabili. Come per esempio quella di sistemare una webcam all'ingresso della tana di un'orsa e permettere così di seguirla lungo tutto il suo letargo invernale. Dunque assistere mentre partorisce, accudisce i cuccioli, li nutre, li pulisce e gioca con loro. Se fosse un programma tv si potrebbe chiamare Il Grande Orsetto. È invece il caso dell'eccezionale attività di monitoraggio che il North American Bear Center ha avviato già dallo scorso inverno, quando l'orsa Lily partorì la piccola Hope. Quest'anno la situazione si è ripetuta e la popolazione della tana è ulteriormente aumentata e a Lily e Hope (che a un anno vive ancora con la mamma) si sono aggiunti due nuovi cuccioli, Jason e Faith.

Perché, forse l'avrete capito da altri post che avete visto passando di qui, noi marziani abbiamo un debole per i vostri orsi. Li troviamo molto più veri di voi (ma anche di noi) e ci capita, quasi a tradimento, di scoprirci a invidiarli. Per la totalità della loro indipendenza, per la loro prerogativa di essere veri oltre ogni possibilità, sia nelle manifestazioni di violenza selvaggia, sia in quelle di tenerezza estrema, per la loro opportunità di non doversi scontrare col compromesso e l'inganno, per la loro immunità alle manipolazioni, per la loro capacità di essere perfettamente liberi e dunque anche - forse - felici.

Senza contare che, proprio come noi marziani, non avendo proprio niente da nascondere, non sentono il bisogno di un ddl contro le intercettazioni o di una riforma epocale della giustizia.



[Nota #1: A dispetto delle facili compiacenze ruffiane che queste immagini straordinarie possono suscitare, questo post nasce come un appunto da mettere da parte e poter così ritrovare in qualunque momento, come una medicina contro lo stress, la presunzione, l'avidità, la frustrazione, la voglia di guardare la tv e il desiderio di un'automobile ultimo modello.]

[Nota #2: Se non avete tempo per guardare tutti i nove minuti e rotti, fate almeno un salto nei dintorni del minuto 5:30.]

lunedì 7 marzo 2011

Chiare, fresche e dolci cosa?

C'è un'università che organizza il convegno "Petrarca tra Genova e Venezia". Roba per addetti ai lavori s'intende. Le cose fatte dalle università sono sempre un po' così. Studiosi certo, storici una manciata forse, studenti anche quelli, magari un po' di più, per lusingare il professore di turno. E pure qualche appassionato di storia della letteratura italiana, in giro si sarà fregato le mani. Ma non è che all'uomo della strada interessi granché il Petrarca, a meno che Madonna Laura non si riveli una via di mezzo tra Belèn Rodriguez e Lady Gaga. E questo è un dato.

Poi succede un altro fatto. Che uno dei massimi studiosi italiani del poeta di Arezzo si chiami Enrico Fenzi e in gioventù abbia fatto parte delle Brigate Rosse. Ora per farla breve, e correndo il rischio di semplificare troppo, costui ha militato nel gruppo terroristico e sfruttando il suo ruolo di docente di letteratura italiana presso l'Università di Genova in buona sostanza tentava di fare proseliti fra gli studenti per la causa terrorista. Siamo nella seconda metà degli anni '70. Nel '79 egli fu arrestato una prima volta, ma assolto per insufficienza di prove. Il 4 aprile dell'81 fu arrestato nuovamente e stavolta condannato, per cui alla fine si fece il carcere fino al 1985 e la libertà provvisoria fino al 1994. Poi uscì. Per la cronaca si dissociò dalla lotta armata nel 1982. E tutti questi sono altri dati.

Ora torniamo al convegno. L'università in questione, che poi è proprio quella di Genova, invita Fenzi a parlare sul Petrarca. E come succede in questi casi, tutto tace. Del resto, chi se le fila queste cose, se non i tipi di cui sopra? Poi a un certo punto la faccenda sale alla ribalta della cronaca e si alza un coro di sdegno e un'eco che rimbalza di proteste, di gente che si straccia le vesti, di anatemi. Cosa che è successa proprio qualche giorno fa. In prima linea c'è l'Associazione Italiana Vittime del Terrorismo che dice si tratta di un oltraggio ai caduti per mano delle Brigate Rosse. Scomoda anche le parole del Presidente Napolitano che il 9 maggio 2008, in occasione della Giorno della memoria delle vittime del terrorismo, disse:
"Chi abbia regolato i propri conti con la giustizia ha il diritto di reinserirsi nella società, ma con discrezione e mai dimenticando le sue responsabilità morali, anche se non più penali."
Ma non ci sono solo loro. A destra e a sinistra, si sentono prese di posizione contro la scelta di invitare Fenzi a parlare sul Petrarca.

Pur nella rispettosa consapevolezza che ci sono persone che in quella sciagurata stagione di violenza e di terrore hanno perso la vita, se si vuole considerare il concetto nudo e crudo di "giustizia" e si vuole pensare che la "giustizia" valga ancora qualcosa, ovvero che una persona possa - grazie alla "giustizia" - pagare i suoi conti con la società e rimetterla al pari con essa, allora resto disorientato di fronte a tali reazioni, così veementi da convincere gli organizzatori extrema ratio ad annullare del tutto il convegno. Del resto credo che ci si possa porre nei confronti della questione, senza dubbio molto spinosa e delicata, solo in due modi.

1) Fenzi ha pagato? Allora perché non lasciarlo lavorare e vivere la sua vita? Fare una lezione sul Petrarca in qualità di grande esperto in materia quale egli è, va a confliggere con le sue "responsabilità morali" o va in contrasto con la "discrezione" di cui parla il Presidente Napolitano? L'Aiviter sostiene che il convegno onorava Fenzi. Dunque chiedere a un esperto di tenere una lezione su un poeta del '300 significa onorare l'esperto? Il fatto che lui "salga (di nuovo) in cattedra" (come faceva ai tempi) a parlare a un convegno sul Petrarca offende la memoria delle vittime del terrorismo? Con tutto il rispetto per esse, la faccenda, nella sua petrarchità, ha un sapore paradossalmente strumentale che finisce per far confondere la giustizia con il perdono, il Canzoniere con l'oblio. Permettere a Fenzi di parlare in pubblico sul Petrarca non significa assolverlo dai suoi peccati, né dimenticare quello che ha fatto e le gravi responsabilità che ha avuto. Ma non permettergli di farlo significa ritenere che la giustizia non sia mai abbastanza e che ci sia sempre bisogno di qualcosa in più, qualcosa che, proprio per questo, perde i connotati di giustizia e diventa, se non uno strumento di vendetta, quanto meno una ritorsione senza fine.

2) Fenzi non ha pagato? Questa assomiglia molto all'idea che un individuo (Fenzi in questo caso diventa solo un esempio) in fin dei conti non possa mai ripianare i suoi conti con la società, nel momento in cui la pena che gli è stata comminata presto o tardi gli consente di ritornare a fare parte della società stessa. In effetti da quassù non sento mai dire che questo o quello hanno pagato abbastanza. Da questo punto di vista l'annullamento del convegno, è la prova del fallimento della giustizia stessa, se non quella dei tribunali, di certo quella delle coscienze. In tal caso forse sarebbe meglio che si mettessero al bando le ipocrisie e si andasse in giro a manifestare a favore della pena di morte.

venerdì 8 ottobre 2010

Lapidazione semantica

In base ai risultati di un recente sondaggio, agli esseri umani le cose che piacciono di più sono: il calcio, la cioccolata, le spiagge esotiche, le auto di lusso, le patate fritte e, naturalmente, linciare la gente. Una volta lo si faceva all'aperto. Ci si armava di forconi, bastoni, rastrelli e qualche fiaccola, si prendeva senza troppi complimenti la persona in questione, la si legava, la si trascinava alle porte della città, vicino a un albero abbastanza alto. Poi una corda lanciata intorno a un ramo nodoso come uno scheletro, un cappio, un nodo scorsoio e quando lo sgabello si ribalta o il cavallo prende a galoppare, giustizia è fatta. Una bella giustizia: efficace, rapida, con certezza della pena.

In queste ore dalle vostre parti si sta consumando qualcosa di simile, ancorché con mezzi diversi, ma forse soltanto più moderni. Media, blog, forum, TV, Facebook si scagliano contro quest'uomo che ha compiuto un'azione efferata e spaventosa, agghiacciante e vomitevole. E gli appellativi vengono lanciati come pietre aguzze: bastardo, orco, mostro, bestia. Quando va bene, pazzo. Come un sasso un po' più arrotondato. Eppure questa che parla è tutta gente che non c'entra alcunché con la faccenda. Non mi riferisco dunque ai professionisti delle notizie, quelli la cui penna è gravata del peso della vendita e dell'audience e per questo hanno una giustificazione (per quanto condivisibile o meno), bensì studenti, impiegati, medici, avvocati, commessi, manager, aspiranti scrittori, idraulici, ingegneri, programmatori, aspiranti cantanti, bancari, camionisti e baristi. Costoro una giustificazione non ce l'hanno. Tuttavia se ne stanno tutti lì, a volte quasi come fosse un dovere, e gridano al bastardo, orco, mostro, bestia! E lo fanno come se questo facesse stare meglio loro, sfogasse una specie di rabbia empatica, perché di certo al bastardo, orco, mostro, bestia non gliene frega proprio niente, in questo momento, degli indici puntati su di lui e delle grida e delle smorfie e degli sputi. Senza dubbio ha ben altro cui pensare. Come non può importare a quella madre che ha perso la figlia in quel modo, né alla figlia dell'assassino, che in pochi istante si è ritrovata un genitore trasfigurato in un'anima nera come il fondo di quel pozzo. Anche loro hanno certamente altri pensieri per la testa.

Invece questo assassino è solo un uomo. Un disgraziato, se volete. O un folle. Uno sciagurato. Un miserabile. Un infame. Di attributi e sinonimi ce ne sono in quantità, ma non sono di utilità a nessuno, se non a illudere chi li lancia di aver esercitato un surrogato del linciaggio. Costui è un uomo che ha commesso un gravissimo delitto. E se esiste uno Stato e dunque una Legge che prescrive quale deve essere la pena in questi casi, ebbene è il momento di lasciare fare. È il momento del silenzio e del rispetto nei confronti di tutti, anche soltanto perché, che piaccia o no, come la vittima anche l'assassino è un "essere umano" e basta questo a conferirgli il privilegio di avere dei "diritti". Per lo stesso motivo per cui non bisogna mai smettere di rifiutare di appendere un uomo a un ramo o di prendere a pietrate una donna, per quanto la vocina dell'istinto a volte da qualche parte sussurri (o gridi) il contrario. Perché non ha alcun senso cercare di arginare il compimento di un delitto, con la perpetrazione dello stesso identico delitto. Anche se a volte è difficile applicarlo, il principio del rispetto per la vita vale sempre, che siano cappi, pietre o aggettivi.

martedì 9 marzo 2010

La strana coppia


In questi giorni, la cronaca è stata attraversata dal vento forte e freddo di due storie diversissime, ma accomunate dai sentimenti scatenati nell'opinione pubblica. La prima è quella di un bandito, un criminale, un rapinatore, uno di quelli tosti, si potrebbe dire quasi d'altri tempi, se gli anni '70 possono essere considerati altri tempi, uno che ha lasciato dietro di sé una bella (e indubbia) scia di sangue e cadaveri, ma anche intorno al quale si venne a creare - complice la sua forte personalità e la risonanza dei media - una sorta di mitologia nera, una specie di leggenda perversa del bandito gentiluomo che in tempi recenti ha fruttato a costui persino alcune pagine fan su Facebook. Alla fine tra omicidi (sette), evasioni, e rivolte carcerarie, il criminale mai pentito è stato condannato a quattro ergastoli per un totale di qualche centinaio di anni di carcere, c'è chi dice 260 chi 460, comunque decisamente troppi per una vita sola.

La seconda storia è quella di un ragazzino di diciassette anni che si ritrova chissà come calato in una spirale accecante di violenza inaudita nel momento in cui aiuta materialmente la fidanzatina dell'epoca a uccidere madre e fratellino di quest'ultima con 97 coltellate. Difficile capire che cosa possa spingere due minorenni ordinari a un gesto così efferato. Gli oscuri precipizi della follia e della violenza sono piccole crepe buie e nascoste, ma altrettanto profonde e prive di appigli. Dopo i primi maldestri tentativi di dissimulazione da parte dei due, gli inquirenti impiegarono pochissimo a capire che i colpevoli erano loro e i due vennero condannati, anche in questo caso senza dubbi, e al ragazzino in questione venne comminata una pena di 14 anni di reclusione.

Ciò che in questi giorni ha accomunato la vicenda di un consumato bandito a quella di un ragazzino vittima di se stesso è stata l'indignazione diffusa e generalizzata dell'opinione pubblica di fronte alla loro scarcerazione. Una semilibertà per il primo, che oggi è sui 60 anni e che da ieri va a lavorare in una cooperativa di pelletteria (ma tutte le sere deve tornare a dormire in carcere), una libertà anticipata per il secondo, che oggi ha 26 anni, e che ha usufruito di una riduzione di pena per buona condotta. Mettendo mano al pallottoliere si scopre che alla fine il primo si è fatto quasi 40 anni di carcere, il secondo 9. E così la gente, da sempre ipersensibile alle istanze umorali, ha fatto sentire la propria voce. Dovevano starsene a marcire dietro le sbarre!, hanno gridato puntando il dito, mostrando i denti e agitando i forconi. Ma, vi chiedo, qual è il limite?

Lo so, vi vedo pronti a commentare che non parlerei così se fossi un parente delle vittime, eppure quando sento queste cose a me viene da ribattere che la Giustizia, disciplinata dalle regole della Legge, è cosa umana e civile e bisogna capire che arriva per forza fino a quella linea lì. Se si oltrepassa quel confine bisogna essere consapevoli che si entra in un territorio non umano e non civile. Si chiama Vendetta e quelle sagome nere che vedete laggiù, contro l'orizzonte rosso sangue, sono nell'ordine: una sedia col casco (e non è un parrucchiere), un lettino con le cinghie (e non è uno studio per trazioni ortopediche) e una macchina per affettare le carote (ne siete proprio sicuri?). A voi la scelta.

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