Punti di vista da un altro pianeta

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venerdì 11 settembre 2015

Il dolce, caldo conforto dell'Asocial Network

Smettiamola di nasconderci dietro un mouse e ammettiamolo: siamo presuntuosi, molto presuntuosi. Di più. Siamo pensatori tracotanti, superbi, saccenti. Siamo convinti di avere (sempre) ragione. Anzi, l'abbiamo, che diamine, non c'è discussione! E uno dei nostri massimi desideri, forse addirittura il più grande, è quello che il mondo si conformi al nostro pensiero, che dunque – avendo noi sempre ragione – corrisponde al massimo bene per l'intera umanità. Siamo dei benefattori, insomma, e c'è soltanto da esserci grati per la generosità disinteressata con cui dispensiamo la nostra magniloquente Verità.

E per questo dobbiamo essere grati (anche) al Social Network per eccellenza, Mr. Facebook, nel quale il suo algoritmo (EdgeRank) fa' sì che i post degli amici visualizzati sul nostro newsfeed tendano a conformarsi ai nostri gusti. Facebook insomma non fa che aiutarci a mettere in pratica il principio consolatore del Daily Me già ipotizzato da Nicholas Negroponte nel 1995, ovvero quello di creare un quotidiano virtuale personalizzato sulle preferenze individuali. Il passo successivo è quello, praticato da molti di noi, di eliminare (bannare o togliere l'amicizia) i contatti che hanno idee politiche o sociali diametralmente opposte dalle nostre. Così succede che coloro che tenderanno a sinistra elimineranno i contatti che postano i busti di Mussolini, che inneggiano ai marò eroi, che condividono le foto delle felpe di Salvini, che non fanno altro che ripetere come dischi rotti che i migranti devono restarsene a casa loro e altrimenti bisogna rispedirli indietro, quando non addirittura sparagli; gli atei tenderanno a eliminare i contatti che postano le icone dei Santi, il pensiero del giorno di Papa Francesco, citazioni della Bibbia; gli omosessuali elimineranno gli omofobi; i creduloni di scie chimiche e vaccini autistici faranno fuori gli scettici e i cicappini oltranzisti; eccetera eccetera eccetera.

In questo modo avremo vinto la nostra personale battaglia perché vivremo (finalmente) nel mondo migliore che avevamo sempre desiderato, quel mondo intonato e accordato sulle nostre personali opinioni, un mondo privo di scontri, di discussioni, di diversità, di scomode diatribe e di pericolosi contrasti difficili da mediare. Un mondo omologato sul pensiero unico, il nostro, perché la dittatura è sempre un male terribile a meno che non sia la nostra, un mondo in cui potremo illuderci che sia il mondo a essersi conformato a noi e non il viceversa. Sarà addirittura un mondo in cui il compromesso non avrà più alcuna ragione d'essere e dunque nemmeno la democrazia, visto che mancherà completamente l'opposizione. Dovremo solo stare attenti a non mettere il naso fuori di casa.

giovedì 3 settembre 2015

L'ineffabile attrazione per il Granchio

E' bello vivere di sineddoche, perché la sineddoche ci dà certezze e avere certezze è quanto di meglio si possa chiedere a un'esistenza che, invece, di certezze in fondo ce ne dà una soltanto e non è che sia proprio una consolazione. Ma per tutto il resto abbiamo la sineddoche e la sineddoche è la nostra migliore amica, perché è colei che ci permette di avere opinioni definitive, facilmente e con pochissimo sforzo. E siccome farsi idee è la cosa più importante, in un mondo così complesso e articolato come quello in cui viviamo, ecco che la sineddoche ci viene in soccorso, ci risparmia fatica, ci sostiene nella nostra comprensione della realtà e nell'idea che ci facciamo di essa, di quello che contiene e di quello che vi succede. Da un evento particolare, di cui abbiamo sentito parlare sul web, sui giornali o in televisione, la sineddoche ci permette di indurre un principio generale. Cosa vogliamo di più?

Così, se a Genova, su un autobus di notte, un gruppo di adolescenti teste di cazzo, pestano a (quasi) morte un uomo perché credono che sia omosessuale, e l'autista codardo infila la testa sotto la sabbia dicendo che suo nonno gli ha sempre insegnato a farsi i fatti suoi, la sineddoche ci informa che il problema è la città degradata, l'omofobia dilagante, il razzismo, l'intolleranza. Se a Tunisi, alcuni militanti dell'Isis fanno strage di turisti in una spiaggia di Sousse, la sineddoche ci sussurra all'orecchio che i musulmani sono un branco di pazzi, incivili, arretrati, disposti a tutto, e la loro religione medioevale equivale al culto del male. Se un extracomunitario ubriaco investa una vecchietta sulle strisce, la sineddoche ci rivela che è tutta colpa dell'immigrazione clandestina, dei barconi, e che gli africani (anzi, i negri!) sono delinquenti e puzzano.

Insomma, la sineddoche è (molto) pericolosa, perché la sineddoche ci facilita la vita, ci risparmia l'impegno di pensare, di informarci, di verificare e - a un prezzo stracciato - ci mette in tasca una fresca e rassicurante verità assoluta, di quelle che poi possiamo sfoggiare sui social network, come un bel vestito su un red carpet, sputando sentenze e dando degli idioti a quelli che non la pensano come noi. Ma a noi che cosa importa, se quella opinione non corrisponde alla realtà, ma anzi la distorce e fa pescare granchi colossali come mostri di film di serie B? L'importante è che siamo convinti noi e che ci siamo arrivati da soli, a quelle conclusioni, dandoci così l'illusione di averla in pugno quella verità, che sia nostra e nostra soltanto. In questo modo non solo avremo la verità, ma potremo anche tirarcela con gli amici (reali e virtuali) di esserne i depositari, esserne orgogliosi, noi e tutti gli altri membri dell'affollato Club del Granchio. In fondo è solo questo che importa, mica la verità.

giovedì 9 luglio 2015

Demitizzando la Grecia (quasi un paradosso)

È un errore politico, una mistificazione mediatica, un abbaglio sociale, un lapsus ideologico, un equivoco narrativo dire che i greci abbiano fatto qualcosa di straordinario o, addirittura, eroico domenica scorsa. Non c'è nulla di tutto questo nel risultato del referendum greco. Molti in queste ore si sono ingioiellati la bocca con le parole eroismo, dignità, stima, rispetto, quando in realtà si è precipitati dentro una mitizzazione globale alimentata da un transfert rivoluzionario.

L'errore, innanzitutto, è considerare "il popolo" greco. Il popolo in quanto tale non esiste o per lo meno non esiste come essere senziente. Esistono semmai gli individui che lo compongono, con la multiformità che li contraddistingue, ognuno col suo modo di pensare, i suoi umori, le sue attitudini, le sue esperienze, le sue condizioni, le sue convinzioni politiche, le sue capacità intellettuali eccetera. Dunque, in un certo senso, se proprio dobbiamo dargli una connotazione, il popolo è un individuo statistico. E gli individui si sono espressi statisticamente. Il risultato, lo abbiamo visto tutti, è stato un 61%-39%, a favore del NO, con un'affluenza del 62,50%. Ciò significa che hanno votato NO il 38,1% dei greci e SI il 24,4%. Gli altri, ovvero il 37,5% dei greci aventi diritto, non hanno votato.

E qui credo sia necessaria una considerazione: i votanti sono stati pochi. Date le circostanze, mi sarei aspettato un referendum molto più partecipato. Invece il referendum greco ha visto un'affluenza discreta, ma non eccezionale. Questo significa che il 37,5% dei greci non ha ritenuto che fosse importante votare, o che avesse senso farlo, o non aveva un'idea in proposito tale da spingerlo a mettere una croce di qua o di là, oppure non è colpito dalla crisi greca e dunque non gliene frega un accidente. Magari un po' di tutte queste cose insieme. Però data la congiuntura particolarmente complessa e difficile, o per lo meno per come ce la dipingono i media italiani, quel numero a mio avviso non può essere lasciato passare inosservato.

Dopodiché prendiamo in considerazione quel 38,1% dei greci che ha votato NO. Perché credete che l'abbia fatto? Con quale cognizione di causa? A fronte di qualche tipo di informazione o di consapevolezza economica o finanziaria? E se sì, quale? Premettendo che dal punto di vista tecnico è molto difficile avere un quadro della situazione chiaro e comprensibile e dunque valutabile, che probabilmente neanche la Merkel e Tsipras ce l'hanno, e chissà forse nemmeno Varoufakis e Tsakalatos e Draghi eccetera (però di certo meglio di Nikolaos Konstantopoulos, pescatore di Mykonos), è ragionevole ritenere che la stragrande maggioranza di quel 38,1% avrà votato secondo due criteri di massima, peraltro entrambi incuranti delle conseguenze: (1) κοιλία, la pancia: ovvero ma vaffanculo Europa; ma vaffanculo poteri forti; ma vaffanculo BCE; ma vaffanculo Angela, Mario e Jean-Claude; ma vaffanculo tutti, ma proprio tutti vaffanculo!; (2) στόμαχος, lo stomaco: stiamo così mal messi da cinque anni, che peggio di così...; con l'austerity ci avevano promesso miglioramenti, invece la situazione è peggiorata, quindi inutile continuare per la stessa strada; ormai non manca molto a toccare il fondo, già lo vediamo, pertanto solo un colpo di coda può restituirci almeno la speranza; non abbiamo davvero più niente da perdere ormai, dunque tanto vale votare NO.

In mezzo ci sono naturalmente tutte le sfumature possibili modulate dalla propaganda, dalla demagogia, dagli umori, da Facebook e da Twitter e dalle discussioni davanti a un bicchiere di Ouzo (il tutto relativo a entrambe le posizioni, ovviamente), come pure – ma, ne sono certo, in misura minore – dall'informazione seria, precisa e circostanziata, soprattutto rispetto a una questione che, come dicevo prima, ha bisogno di un background tecnico rilevante per essere affrontata e soprattutto analizzata, e a proposito della quale davvero si sente dire tutto e il contrario di tutto, visto che il mondo pare essersi improvvisamente popolato di un esercito di esperti economisti.

Eppure, a prescindere dalla categoria di appartenenza, (1) o (2), non c'è alcuna virtù speciale, perché non c'è la presupposizione di alcun sacrificio e di certo non "del popolo greco" (se sofferenza dev'esserci, i greci – o per lo meno una quota parte di essi – la sperimentano ormai da anni), e non a fronte del risultato di un referendum le cui conseguenze sono di difficile previsione in entrambi i casi. L'eroismo, la dignità e il resto di questa retorica di opposizione, sono solo il frutto di un racconto, una mitologia affascinante e suggestiva, quella di Davide che sfida Golia, del povero che si ribella al ricco, della ghigliottina che cala sul morbido e profumato collo dell'odiata regina. Non sono i greci a essere eroi, Achille lo è.

lunedì 2 febbraio 2015

L'istinto perverso per il notiziario

C'è uno stratagemma narrativo cui il cinema, soprattutto di genere, ma spesso anche la televisione, sembrano ricorrere con sempre maggior frequenza. Si tratta della rappresentazione finzionale dei notiziari. Nei film, insomma, ci viene mostrata sovente la messa in onda di telegiornali, ricostruiti e rappresentati con eccezionale verosimiglianza, ottimo espediente per far digerire allo spettatore tante informazioni sulla storia in pochissimo tempo e con un certa agilità. Ma questa trovata ha anche un altro effetto importante e per lo più inconsapevole, sullo spettatore: quello di connotare la storia di maggiore realismo e credibilità.

In altre parole, nella fiction televisiva e cinematografica, l'inserimento di uno spezzone di notiziario immerge lo spettatore più profondamente nella storia, perché la sola presenza del telegiornale rende la vicenda complessivamente più reale in quanto più credibile. La realtà fittizia che prevede l'esistenza di un notiziario il quale parla in qualche modo (proprio) della vicenda di cui ci parla il film, diventa immediatamente più concreta e, per questo, coinvolgente. E questo accade perché lo spettatore tende - per istinto - a dare maggior credito a un notiziario (ancorché inventato, come quelli nei film), che al semplice racconto nudo e crudo della storia.

Se però osserviamo il fenomeno dalla prospettiva opposta, apprendiamo molto anche sul modo con cui ci poniamo - per istinto - di fronte alla ricezione delle notizie giornalistiche e al nostro rapporto con la realtà di cui ci parlano i telegiornali autentici. Nella misura in cui la realtà non è totalmente conoscibile (e nessuna realtà lo è), il racconto della realtà che un notiziario fa, finisce infatti per essere sempre più incisivo e credibile della realtà stessa. E questo, purtroppo, vale anche per il TG4.

sabato 17 gennaio 2015

Greta, Vanessa, i media e noi

In tutta questa storia Greta e Vanessa hanno due difetti terribili. Il primo è la loro giovanissima età. E su questo non ci sono dubbi, visto che hanno rispettivamente 20 e 21 anni. Il secondo, peraltro in parte diretta conseguenza dal primo, è la faccia. Proprio lei. Quella cosa che, a noi che siamo totalmente al di fuori della loro vicenda e ce ne facciamo un'idea solo attraverso i più svariati mezzi di comunicazione, ci trasmette due espressioni che, in fatto di volontariato, te le immagineresti più dietro il banco della lotteria di beneficienza della Festa Parrocchiale di Sant'Agata, che in Siria a un tiro di kalashnikov da un manipolo di mujaheddin con le barbe cespugliose e le cartucciere incrociate sul petto.

Mi riferisco alle loro immagini prima della prigionia, quelle che i media ci stanno propinando a sottolineare retoricamente il pauroso divario rispetto a come le stiamo vedendo in queste ore, dopo la prigionia, devastate nell'anima e nel corpo dai mesi di un terrore consumato nella terribile incertezza dell'esito finale. Ma di questo loro non hanno nessuna colpa. Sono giovani e forse, sì, anche un po' naïf. Sono così, Greta e Vanessa. O meglio, ce le stanno facendo vedere così. Ed è un attimo costruirsi l'immagine di due idealiste (forse) un po' sprovvedute, o (forse) un po' incoscienti, o (forse, chissà) nessuna delle due cose, perché nessuno di noi le conosce sul serio. I media costruiscono l'immagine mentale che noi abbiamo di loro.

Ed è da qui, da questa immagine irreale e dalla nostra percezione derivata, che è partita la polemica piuttosto spiacevole che ruota per lo più intorno al vociferato riscatto (12.000.000€?) sborsato per la loro liberazione. Del resto la cifra non importa, in quanto in certi frangenti la libertà non è (mai) gratis, non può esserlo, né è quasi mai come nei film, quando si finisce con il classico scambio di prigionieri e tutti a casa felici e contenti. Insomma, potete stare certi che non le hanno rimandate a casa perché puzzavano. Detto questo, perché a molti questa cosa non va bene? Perché quei soldi sono nostri soldi? Nell'ipotesi (ragionevole) dei 12.000.000€, se gli italiani sono 60.000.000, significa che ciascuno di noi avrebbe sborsato 10 cent per ciascuna di loro. È da molto ormai che con 10 cent non ci compri neanche un rotolo di carta igienica. Non li vale forse 10 cent una vita?

Poi però c'è la storia di quanta gente verrà ammazzata con le armi che i terroristi si compreranno con quei soldi. Vero. E poi c'è anche la faccenda della sicurezza degli altri italiani in giro per il mondo, visto che adesso lo Stato italiano si sarà fatto la reputazione di ottimo finanziatore di terroristi. Vero anche questo. È per questo che ci sono nazioni che non pagano mai, in nessun caso (o almeno così dicono). Ma queste sono scelte, badate bene, politiche. Non c'entrano alcunché con la solidarietà, né con l'umanità. Il punto, semmai, è che forse non doveva essere loro consentito di andare. Forse, meglio, non dovrebbe essere consentito a ONG prive di adeguate strutture locali (anche di sicurezza) di operare in posti così esplicitamente a rischio. Ma anche di questo, noi da qui sappiamo ben poco e non è facile farsi un’idea che si avvicini al vero. Quindi è facile sputare sentenze a vanvera. C'è però un'altra cosa che mi tormenta, a proposito di tutto il bailamme che ne sta venendo fuori in queste ore, come una specie di linciaggio mediatico.

Se invece di Greta e Vanessa si fossero chiamate Mario e Giuseppe, sarebbe successo lo stesso?

martedì 13 gennaio 2015

Tutto è perdonato

Un'immagine forte, ma anche delicata. Profonda, ma anche toccante. Il tutto senza un briciolo di retorica. Questo è genio. Puro. E chi avrà l'ottusità di condannarla come blasfema e provocatoria, dimostrerà come le religioni addormentino la ragione, creando mostri.

venerdì 8 novembre 2013

Illusione e doping dell'informazione

L'informazione non esiste. L'informazione è un miraggio. L'informazione è qualcosa di virtuale che ci fanno credere essere reale, che ci hanno abituati a credere tale, che ci hanno educati a considerare importante, a seguire, a esserne dipendenti. Ci hanno abituato che è cosa buona sapere tutto, ed è cosa più buona saperlo prima, anche se non ci fa vincere niente saperlo prima, anche se questo tutto non ci tocca, non ci importa, non ci serve, non dà alcun valore aggiunto alle nostre vite, perché l'informazione (o almeno la stragrande maggioranza di essa) è un'illusione.

Gli aspetti da considerare sono due, di cui uno in qualche modo discende dall'altro. Innanzitutto l'informazione, anche quella seria, quella esposta con le sopracciglia aggrottate e lo sguardo compito, ha la dolciastra confezione del gossip. La natura sostanzialmente lucrativa dei mezzi di informazione fa privilegiare ciò che vende: il sensazionalismo, il pettegolezzo, lo scoop, lo choc. Dunque le notizie vengono tagliate col filtro del sensazionalismo e del pettegolezzo, mentre lo scoop e lo choc vengono sottolineati anche (soprattutto) quando non sussistono (per esempio il portale Libero.it è maestro in questo, ma anche Repubblica.it non scherza), distorcendo la stessa percezione del lettore rispetto a quale dovrebbe essere una notizia davvero importante e quindi sminuendo il concetto di importanza di un fatto.

Il secondo, e conseguenza del primo, è la disintegrazione totale dei contenuti. Le notizie, specie quelle della cronaca politica, a un'analisi neanche troppo approfondita risultano completamente vuote. Nascondendosi dietro l'alibi della semplicità e del proposito di raggiungere il maggior numero di utenti possibile, l'informazione viene privata di tutti i concetti davvero informativi (difficili?) e viene propinato il suo aspetto più istintivamente attraente: il gossip. Quando viene approvato, o respinto, o proposto un provvedimento (che sia il ddl sul femminicidio o la proposta di abolizione del reato di clandestinità), nei relativi articoli giornalistici voi non troverete mai la spiegazione di che cosa prevede in dettaglio la legge o il provvedimento, ma troverete solo la diatriba politica, il ping-pong tra le fazioni, l'insulto irritante, il battibecco sterile, la pernacchia umida, senza che venga messa in luce la sostanza, il vero nodo del contendere (se mai ce ne sia davvero uno), senza che venga messo in condizione il pubblico di farsi davvero un'idea e capire. L'opinione dunque che l'informato si fa del provvedimento non è mai nel merito del provvedimento stesso, ma risulta essere di tipo calcistico, legata al tifo per il miglior insulto, per la fazione che suscita la maggior simpatia, per il tono di scherno maggiormente riuscito. È di matrice cabarettistica, insomma.

Qualcuno punta il dito contro il pubblico, giustificando questo modus informandi con il fatto che il concetto stesso di "approfondimento" allontana il grande pubblico, pigro e mediamente ignorante, allo stesso modo - indulgente - con cui la televisione spazzatura giustifica se stessa. Eppure mi chiedo come sarebbe un mondo in cui ci fosse solo informazione seria, obiettiva e circostanziata, un mondo in cui nessuno potesse essere tentato dai profumi inebrianti della merda mediatica, dalle tette inutili, dagli urli e dalle parolacce sputacchiate sui microfoni. Ma purtroppo è come il doping. Se non ci fosse, tutto sarebbe più vero, più leale e tutti sarebbero comunque alla pari. Ma siccome nessuno è immune alla tentazione di voler vincere facile, e nessuno è sicuro che nessun altro lo userà, alla fine diventa necessario che lo usino tutti.

mercoledì 9 ottobre 2013

Il piacere di un bambino morto

Prendete una strage. Una qualunque, purché con un bel numero di vittime innocenti. Più sono i corpi, nel fango, sul mare, o sotto le macerie, meglio è. Come la sciagura di Lampedusa di qualche giorno fa, o come l'ecatombe del Vajont, di cui proprio oggi, 9 ottobre 2013, ricorre il cinquantesimo anniversario. Dopodiché prestate bene orecchio a come i media, telegiornali su tutti, riportano la notizia delle vittime. Sempre e comunque verrà evidenziato il numero di donne e, soprattutto, bambini. Nel caso del disastro del Vajont, per dire, il numero di morti stimati fu 1918, di cui 487 bambini. E vedrete che i telegiornali non mancheranno mai di rimarcarlo. Perché?

Forse il valore della vita di un essere umano viene contabilizzato in base a quanti anni ha potenzialmente ancora davanti a sé? O non è invece vero che tutte le vite, di fronte a una tragedia di simili proporzioni, sono uguali? Se nel Vajont i bambini fossero stati solo 3, o se anche non ce ne fosse stato nessuno, la tragedia sarebbe stata meno tragica?

Invece i media non mancano mai di porre l'accento sul fatto che tra le vittime c'erano "donne e bambini", snocciolando i numeri, possibilmente, se impressionanti. Altrimenti restano sul vago, ma non rinunciano mai all'occasione di solleticare l'emozione dello spettatore, l'empatia, la compassione. Anche senza la necessità di spingerlo alla lacrima, beninteso. Anche perché spesso lo spettatore è comunque troppo distante per commuoversi.

Ma quel piccolo tic interiore causato dall'essere costretti (inutilmente) a porre l'attenzione al numero di bambini morti, crea nello spettatore una reazione emotiva che, in quanto tale, e per quanto piccola (non importa se collegata a un evento negativo), viene istintivamente percepita dallo spettatore come una cosa buona (illude lo spettatore alla partecipazione e alla non-indifferenza, quando in realtà allo spettatore non frega un accidente di quelle vittime) e crea così una connessione di solidarietà e fiducia con chi l'ha catalizzata, rinsaldando il legame dello spettatore con il media stesso, che è proprio lo scopo (ultimo) che il media vuole.

mercoledì 18 settembre 2013

mercoledì 28 settembre 2011

Due puntini sulle "i" dei neutrini

Già di norma non si può dire che i media generalisti eccellano nell'accuratezza delle notizie, ma quando parlano di scienza bisogna proprio andarci piano a mandare giù tutto quello che sbrodolano. Del resto capita una volta ogni sessanta o settant'anni, ovvero meno di una volta nella vita professionale di un giornalista, che una notizia di fisica teorica finisca in prima pagina. Quindi per certi versi li si può anche scusare. Ebbene è accaduto venerdì scorso, con la faccenda dei neutrini ultraluminali e, avendone lette e sentite di ogni genere (Gelmini a parte), mi sento trascinato per le antenne nel voler dare qualche breve precisazione a riguardo, pur restando sempre in territorio "divulgativo" (per cui se qualche fisico passasse di qua e volesse precisare ulteriormente o smentire qualche inesattezza che avessi detto, è invitato a farlo). Abbiate pazienza, noi marziani siamo fatti così.

Dunque partiamo dalla faccenda della velocità della luce (d'ora in avanti chiamata "c"). Secondo la Teoria della Relatività Speciale di Einstein (1905), c è una velocità limite, ovvero insuperabile. Le equazioni (e la sperimentazione, almeno fino a prima dell'annunciio della scorsa settimana) attestano che a mano a mano che un oggetto accelera e la sua velocità "tende a c", la sua massa aumenta e tendere a diventare infinita, e il suo tempo - rispetto ad altri osservatori in quiete - rallenta fino a tendere ad arrestarsi. Per chi mastica un po' di matematica superiore sa che proprio il verbo "tendere" è qualcosa di legato al concetto di "limite", ovvero di una situazione cui ci si può avvicinare per sempre, ma che non si raggiunge mai. Come una singolarità, insomma.

Il fatto che la velocità della luce sia massima è confermato anche dal fatto che i fotoni, le particelle responsabili della radiazione elettromagnetica, ovvero della luce (che sia visibile o meno dipende dalla lunghezza d'onda) hanno massa nulla e questo fa sì che non siano soggette alla dilatazione relativistica della massa che impedirebbe loro di giungere al limite massimo di velocità.

Se anche i neutrini fossero stati privi di massa, come si credeva fino a poco tempo fa, la scoperta avrebbe anche potuto rientrare nello schema di Einstein, spostando la velocità limite dalla velocità della luce alla velocità dei neutrini, anche se si sarebbe dovuto spiegare perché il fotone si spostasse leggermente più piano. Ma pare che il neutrino possieda comunque una pur piccola massa, che dunque - se le misure dell'esperimento Opera fossero confermate dalla comunità internazionale - non sarebbe soggetta agli effetti relativistici. E questo sarebbe il primo fallimento sperimentale della relatività di Einstein da quasi cento anni a questa parte!

La Teoria della Relatività non dice altro a tale riguardo (in realtà dice molto altro su molte altre cose): la velocità della luce è considerata una sorta di spartiacque. Quello che sta di qua non può passare di là. Quindi il concetto espresso dai giornali di "superata" la velocità della luce non è appropriato. Non si deve pensare che ci sia stato lo sfondamento di un muro dovuto a un accelerazione progressiva, come il superamento della velocità del suono da parte degli aerei, bensì la creazione di particelle che già viaggiavano a quella velocità. D'altro canto sempre la teoria di Einstein non esclude a priori l'esistenza di qualcosa che sta di là, ovvero che va più veloce della luce, che però - in tal caso - in linea teorica non potrebbe passare di qua. O forse sì?

Quel che è certo è che, se confermati, questi risultati darebbero un ulteriore indizio che l'Universo è assai più complesso e misterioso di quello che si creda (o ci si illuda di credere), e che contrariamente a quello che forse pensava, l'uomo (ma anche il marziano) è ben lontano da avere compreso non solo l'essenza della sua Natura, ma anche individuato gli impalpabili contorni della sua ombra.

domenica 25 settembre 2011

Tunnel Gelmini, tutta la verità

Tecnicamente, la dichiarazione di ieri del Ministro Gelmini a proposito del fantomatico tunnel neutrinico sulla rotta Ginevra-Assergi non è una gaffe, come un po' dovunque è stata definita. Non è una sbadataggine, non è una distrazione, non è dire "Ci vediamo domani" a un cieco. D'altronde non può essere nemmeno una menzogna manipolatoria, ovvero una frase buttata lì per gonfiare il petto e strizzare l'occhio agli elettori, dicendo: "Ma guarda quanto siamo bravi noi!"

L'idiozia, perché di questo si tratta, scritta evidentemente da qualcuno dello staff del ministro, è troppo grossa ed evidente per essere una delle cose di cui sopra. Non serve certo un esperto di fisica nucleare, un ingegnere civile, o un geologo del CNR per dire che un tunnel del genere non solo non esiste, ma non può esistere, perché farebbe impallidire la TAV, il tunnel sotto la manica, le Piramidi, la Grande Muraglia, il ponte sullo Stretto di Messina e perfino la Salerno-Reggio Calabria. Altro che Grandi Opere! A nessuno, ma proprio a nessuno (in buona fede, ovvero da sobrio) verrebbe mai in mente di affermare una cosa del genere.

Eppure, sembra impossibile, ma è stato scritto davvero. E perfino in forma "ufficiale" a nome di un Ministro della Repubblica. Ebbene, tralasciando la possibilità che Mariastella abbia nel suo staff un sabotatore che si diverte a farle fare figure di merda davanti al paese (e non solo), quello che resta è che lo staff del Ministero sia contrassegnato da un incomparabile livello di incompetenza (peraltro già dimostrato di recente in occasione della faccenda della grattachecca), probabilmente più o meno lo stesso livello di incompetenza del Governo, un (bassissimo) livello figlio del Porcellum, e dei suoi nepotismi, clientelismi e, ultimo ma tutt'altro che ultimo in ordine di importanza, bocchinismi.

Un livello abbassato ulteriormente dalla dichiarazione successiva di Mariastella, che invece di limitarsi a scusarsi pubblicamente per la fesseria atomica e, non aggiungendo altro, andare a fare il mazzo al suo staff, come avrebbe fatto qualsiasi capo responsabile e autorevole degno di questo nome, si è affrettata a sminuire, ha parlato di "polemica ridicola" e che era "ovvio" che si trattava del Tunnel (ovvero l'acceleratore di particelle) del CERN in cui i neutrini vengono creati e "sparati" verso il Gran Sasso. A me non pare così ovvio, per lo meno a fronte di cotanta palese inettitudine. E se poi ci deve proprio essere del ridicolo, è solo quello di cui si è trovata ricoperta lei.

Per il resto non trovo alcun motivo di ironia in questa faccenda. L'ironia è fuori luogo perché fa il gioco del potere, contribuendo a smorzare la percezione della gravità della situazione, liquidandola (solo) come una stupidaggine surreale, ancorché l'ennesima. È una stupidaggine, certo, ma dà un'ulteriore prova di misura, la cui unità per misurarla è proprio quella del livello subatomico, confermando l'unico tunnel che esiste è quello (senza fine?) in cui si è infilato il Paese. Se vi piace, chiamatelo pure Tunnel Gelmini.

lunedì 19 settembre 2011

La seduzione di un mondo non pervenuto

Potete anche chiamarla nostalgia, se volete. O se vi piace mettermi tra quelli che se ne vanno in giro a lamentarsi col paraocchi e la smorfia perenne che gli arriccia le labbra, squittendo il classico «Sistavameglioquandosistavapeggio!», non vi biasimerò. Però ammetterete che c'era un senso di consolazione, quando una volta ti mettevi lì, davanti alla tv (in bianco e nero), col profumo del ragù che si arrampicava dai fornelli, e la voce dall'altoparlante che snocciolava una dopo l'altra, in ordine democraticamente alfabetico, le temperature dei capoluoghi di regione. Andavano via, lisce, una dopo l'altra, come piccoli sorsi di camomilla, finché succedeva che a un certo punto (e in genere almeno una volta potevate giurarci che succedeva) diceva qualcosa tipo: «Campobasso, non pervenuta». La voce aveva la stessa tonalità delle altre, e tu non ci facevi granché caso, benché il mistero che restava ad aleggiare intorno alla temperatura di Campobasso lì per lì era capace di destare a volte persino qualche fascino pseudoturistico.

Non so se all'epoca a molti venisse da chiedersi come mai la temperatura di Campobasso fosse non-pervenuta. Del resto era un dato di fatto, come Andreotti, qualcosa di cui si era consapevoli della presenza a prescindere, o come qualcosa che si era consapevoli poteva succedere in qualsiasi momento, come un'interruzione ovina delle trasmissioni. Ma senza dubbio consentiva la fantasticheria. Forse qualcuno in qualche stazione meteorologica in cima a un monte non aveva avuto tempo di sollevare la cornetta di un telefono per comunicare un numero in gradi centigradi alla RAI di Roma? Forse un albero si era abbattuto sui pali di legno? O forse il tizio si era addormentato, o si era storto una caviglia, o aveva fatto tardi alla posta, o le puntine del carburatore della sua Fiat 850 avevano dato forfait, o aveva il duplex occupato, o il suo piccione viaggiatore aveva perso la rotta, o mille altri ben validi motivi a prescindere dai quali, in ogni caso, non esisteva nessun altro modo (ma proprio nessun altro) per trovare un'alternativa e sapere 'sta cazzo di temperatura di Campobasso.

Ebbene, quell'"n.p." che compariva sul tabellone delle temperature era la cartina al tornasole della purezza del racconto della realtà attraverso il video, la conferma in filigrana della potenziale fallacità dell'informazione e dunque, implicitamente, una conferma di ammissione, (quasi) ingenua, forse a ben vedere illusoria (ma almeno solo in parte), di onestà. Era un'informazione che, pur essendo comunque assoggettabile alla manipolazione (volontaria o meno), come peraltro qualsiasi tipo di informazione che non sia di tipo matematico, viveva ancora dentro i contorni di una fisionomia non onnipotente, perché manifestando i suoi limiti non pretendeva di essere in grado di dire al mondo sempre la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità. E anche se questo non era mai esplicito, e la reazione (passiva) dello spettatore di allora non può essere stata molto diversa da quella (passiva) dello spettatore di oggi, ovvero la tendenza innata e supina alla comodità della credenza, sembrava esserci ancora una sorta di garanzia che oltre un certo confine si poteva spingere solo l'immaginazione dello spettatore. Oggi a far svolazzare l'immaginazione dello spettatore ci pensa Nonno Nanni.

martedì 30 agosto 2011

Irene, ovvero dell'allarmismo in/giustificato

Nell'era dell'informazione non c'è spazio per la via di mezzo. O c'è stata un'irresponsabile sottovalutazione della situazione (se succede la catastrofe). O c'è stato un eccessivo allarmismo (se non succede niente). Pertanto al fine di evitare discussioni e polemiche sterili, è consigliabile che al prossimo uragano qualcuno si sacrifichi e ci lasci le penne.

Si chiama José. Sta già arrivando. Le candidature sono aperte.

martedì 3 maggio 2011

Quello che ci resterà della morte di Osama

Tra qualche tempo, quando le acque si saranno calmate e l'euforia diventata noia, quando le bandiere verranno ripiegate sfilacciate e le candele saranno mozziconi, e il ricordo del giorno dell'annuncio della morte di Osama Bin Laden sarà solo un capitolo verso la fine del libro di storia dell'ultimo anno del nostro nipotino, una sola cosa resterà nella nostra memoria sbiadita a eredità imperitura di quella giornata epocale.

Sarà una cosa che ci tramanderemo, una cosa che, grazie alla sapienza e alla lungimiranza dei media e degli organi di informazione che hanno sempre bisogno di attribuire almeno una caratterizzazione singolare a un evento in maniera univoca, possibilmente inedita e originale, perché è questo che conferisce personalità e resta impresso nelle memorie collettive, entrerà a far parte (insostituibile) del nostro bagaglio culturale. Qualcosa senza cui non potremo più fare a meno, pur ignorandone il perché.

E anche se, a distanza di anni, continueremo a non comprendere il motivo per cui ci è stato propinato, quella sarà una delle poche cose di quella storia che ci sarà rimasta, fissa nel ricordo come un tatuaggio che non volevamo. Un surrealismo lessicale. Una pigrizia traduzionale. Un esotismo informativo. E vecchi e stanchi, nella nostra poltrona comprata a rate a tasso zero, non smetteremo di cercare la risposta a quella ormai vecchia, annosa domanda:
«Ma cosa cazzo è un compound?!»

martedì 18 gennaio 2011

Ridateci i cerchi nel grano, per favore!

L'ultima parte della puntata di Voyager di ieri sera è stata istruttiva come poche altre. Prima di vederla, infatti, non avevo ancora ben chiara in testa l'idea del punto che si può osare raggiungere nel prendere per i fondelli i telespettatori e non solo non pagare dazio, ma avere anche successo (e un congruo stipendio). E questo non è certo un complimento nei confronti dei telespettatori. In fondo il furbacchione è lui, Roberto Giacobbo, che da anni e anni a questa parte sguazza nel millantare misteri dove pur qualche legittimo interrogativo esiste, ma soprattutto a inventarne di nuovi, del tutto inesistenti, con servizi imbarazzanti, per farcire di fuffa il palinsesto di una trasmissione che può essere apprezzata sul serio solo da encefalogrammi piatti.

Il servizio di chiusura della serata di ieri è dedicato a Stephen King, lo scrittore, proprio lui, e la prima cosa che viene da chiedersi è: che cosa diavolo c'entra King con Voyager?! È stato recentemente rapito dagli alieni? I suoi libri sono dettati in scrittura automatica da spiriti di trapassati? O è lui stesso un extraterrestre? No, è assai più probabile che sia solo un discendente dei templari. O che il suo potere - vai a vedere - sia dovuto al fatto che in realtà è il custode del Graal o dell'Arca dell'Alleanza o di entrambi. E per questo lui è immortale, onnisciente e dotato di poteri che neanche ci sogniamo.

Invece no, niente di tutto questo. Cioè, magari... Giacobbo parte mostrando la residenza vittoriana di King a Bangor nel Maine, una villa tutto sommato sobria per uno del conto in banca di King. La telecamera indugia sul cancello di ferro battuto ornato con demoni e pipistrelli e le iniziali S e K e, strisciando di fronte alla villa, il presentatore comincia a domandarsi qual è il segreto di un uomo di successo come King, che ha raggiunto la popolarità planetaria grazie a storie dell'orrore, insinuando che ci sia qualche elemento misterioso nella capacità creativa di King. Forse esoterico o soprannaturale? Del resto siamo su Voyager, no? Magari un bel patto col diavolo, vergato col sangue in una notte di luna piena! Giacobbo, serpentello, non lo dice mica, certo, ma quel sibilo con cui pronuncia le "s" qualcosa deve pur significare. «Perché King», spiraleggia, «nonostante tutti i soldi che ha fatto, e che potrebbero consentirgli di vivere ovunque nel mondo, è rimasto a Bangor, una cittadina così dimessa del Maine?» allude Giacobbo lucidando la mela. Come se Bangor avesse il potere di trasmettere allo scrittore qualche tipo di potere o energia nascosta, come se It fosse ben più di qualcosa di immaginario.

Quindi il servizio prosegue alternando immagini di questa graziosissima cittadina della provincia americana, con i suoi parchi, le sue cisterne, le sue lapidi e i suoi cittadini (tutti sovrappeso), con le interviste di un paio di individui del luogo: un libraio, che ci rivela - bontà sua! - che King è un grande e le sue storie sono fortemente legate a Bangor e a quei luoghi, e un altro scrittore locale, che afferma di aver riconosciuto almeno dieci posti di Bangor e dintorni (addirittura dieci? Su oltre trenta romanzi e racconti?! That's really cool!) riportati nei libri di King e che il Maine è un luogo impervio con lunghi inverni oscuri, freddi e inospitali, dove non è difficile immaginare di restare isolati o non soccorsi dopo un incidente. E questo, manco a dirlo, scatena l'immaginazione. Figuriamoci la nebbia in val padana.

Infine Giacobbo arrotola il suo corpo sinuoso intorno a due aneddoti come frutto di rivelazioni esclusive, suggerendo che da queste esperienze - ohibò - King possa essere stato influenzato nella sua professione. La prima è legata all'infanzia dello scrittore che "viene colpita, oltre che dalla scomparsa del padre, dalla morte di un suo amico. All'età di quattro anni, i due sono impegnati a giocare vicino ad una ferrovia, quando l'amico del futuro scrittore cade sulle rotaie e viene travolto da un treno. King, in stato confusionale, torna a casa senza ricordare quanto successo." (fonte: Wikipedia.it) La seconda è quella dell'incidente (di dominio pubblico) che King subì il 19 giugno 1999 quando venne investito da un minivan che lo lasciò in fin di vita sul selciato. Per fortuna lo scrittore si riprese, ma nella trasmissione viene detto che merito della guarigione sarebbe in gran parte dell'immaginazione di King che lo avrebbe aiutato a superare il dolore. Niente male questa, no? Senza contare la singolare coincidenza che secondo Giacobbo l'investitore, Bryan Smith, sarebbe morto entro poche settimane dall'incidente, guarda caso proprio il giorno del compleanno di King. Anche qui, la lingua biforcuta non aggiunge niente se non sibili e sinistri fruscii. Le sue insinuazioni stanno nelle omissioni, nei toni melliflui, negli sguardi ammiccanti, nei toni cupi della musica. In realtà Smith è morto sì, il 21 settembre, ma dell'anno successivo. Nel mondo esistono anche queste cose qui. Hanno coniato un termine apposta: coincidenze.

Ora c'è bisogno di dire che è ovvio che ogni esperienza fa lo scrittore? C'è bisogno di dire che è ovvio che un luogo e le sue suggestioni fanno lo scrittore? C'è bisogno di dire che è ovvio che uno scrittore metterà in qualche modo dentro le sue storie il suo vissuto, i suoi luoghi, i suoi personaggi, in generale le sue conoscenze ed esperienze filtrate ed elaborate dalla sua immaginazione e dalla sua sensibilità? Che cosa c'è di strano in tutto questo? Nulla. Qual è il segreto? Nessuno. Che cosa rende tutto questo in tema con una trasmissione di misteri? Niente, se non Giacobbo stesso e il fatto che l'unico vero voyager qui è proprio lui che, in compagnia di almeno un operatore, si è fatto una bella vacanza nel Maine a spese dei contribuenti solo per inanellare una serie di idiozie vuote e pretestuose, come un jackpot di disonestà intellettuali, che suonano come una truffa giornalistica e un vero e proprio insulto all'intelligenza dello spettatore medio. Bè, su quest'ultima però non ci giurerei.

giovedì 2 dicembre 2010

L'equivalente cerebrale dei 4 Salti in Padella

Ieri sera ho fatto un test. Ho provato a immedesimarmi nel cervello di un cittadino italiano medio (però animato dalle migliori intenzioni e quindi per questo forse già un filino superiore alla media) e ho provato, tramite una scorsa all'informazione nazionale, sia in ambito televisivo che della stampa, di cercare di capire perché diavolo gli studenti stanno okkupando i tetti. Ebbene, non sono riuscito a trovare un solo articolo di giornale o un solo servizio di telegiornale, che sia riuscito a spiegarmi sul serio le ragioni di questa protesta e mi abbia fatto comprendere l'importanza che queste istanze hanno per i manifestanti.

Naturalmente avendo voglia e tempo di andare a spulciare per bene, magari su Internet, sui blog, sui forum, eccetera, informazioni più dettagliate e puntuali a riguardo si troveranno. Ma la stragrande maggioranza dei cittadini questo non lo fa. La stragrande maggioranza dei cittadini rispetto all'informazione è completamente passiva e il picco del la sua attività è riuscire a farsi un bel nodo al bavaglino. Per il resto apre diligentemente la bocca e si lascia infilare il cucchiaio da Minzolini, da Rossella o da Mentana, senza neanche chiedere a che gusto è la zuppa. Figuriamoci scegliere dal menù.

Il massimo dell'informazione nazionale che sono riuscito a trovare in proposito è stato questo articolo di Repubblica.it che si presenta come - era ora! - una disamina esauriente per tutti coloro che vogliono destreggiarsi in questa sciagurata (?) riforma. Ma se si ha la pazienza di arrivare alla fine della lettura, ci si accorge di non avere aggiunto alcunché di significativo al proprio bagaglio di conoscenze, niente che consenta al lettore di formarsi un'idea. Quello che si trova, al massimo, sono opinioni preconfezionate, surgelate, liofilizzate, prêt-à-penser, e non le informazioni necessarie a cucinarsene una su misura.

Così, la mancanza di un'informazione degna di questo nome (o comunque l'estrema difficoltà nel recuperarla) non fa entrare il cittadino nel merito dei motivi che animano la rivendicazione e lo abbandona in balia della solita deriva strumentale - ovvero l'equivalente di una manipolazione - sia da destra che da sinistra, in quella digitalizzazione radicalizzata delle opinioni di cui ho parlato nel post precedente. E questo non accade solo oggi, nel caso della protesta degli studenti e dei ricercatori, ma tutte le volte in cui il cittadino si trova a confronto con un qualsiasi conflitto sociale che non sia legittimamente semplificabile a concetto digitale (divorzio sì/no, aborto sì/no, nucleare sì/no ecc.). Cioè quasi sempre.

Di certo assistere alla moltiplicazione del numero di pietanze preconfezionate nei banchi surgelati dei supermercati non mi rende particolarmente ottimista.

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