Punti di vista da un altro pianeta

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lunedì 14 settembre 2015

Il vampiro di successi (sicuri)

Renzi, si vede, è uno ambizioso. Uno perennemente con l'acquolina in bocca. Non sarebbe arrivato dove è ora, nel modo in cui l'ha fatto, se non fosse così. Uno che, dietro quello sguardo da pesce lesso alla Mr. Bean, mostra i denti e azzanna duro. Un coccodrillo, con tutto l'armamentario completo, comprese le lacrime. Ma soprattutto è uno che ha fame di vittorie, uno cui non bastano le proprie (quali?), uno che non vede l'ora di fregiarsi anche di quelle altrui. Così, in quella che è stata una perfetta mossa berlusconica, non ha perso l'occasione di volare a New York per appropriarsi della vittoria italiana, qualunque fosse, agli US Open, tra Flavia Pennetta e Roberta Vinci. Dunque l'ha fatto in veste ufficiale, con tanto di volo di Stato, sostenuto dall'arroganza di chi ha ritenuto risibile curarsi delle polemiche che, ovviamente, un gesto come questo avrebbe scatenato rispetto ai costi della trasferta che sarebbero gravati sul bilancio dello Stato, ovvero sui contribuenti. Voleva fare come Pertini al Mundial, Renzi, con la sola differenza che Pertini dal Mundial avrebbe potuto uscire sconfitto, mentre dagli US Open l'Italia ne sarebbe uscita vincitrice comunque. Se in finale ci fosse stata solo una delle due italiane, pensate che Renzi ci sarebbe andato a New York, col rischio di vederla perdere?

Ma c'è anche un secondo, importante, dato da considerare, ovvero che Renzi evidentemente non ci capisce un accidente di tennis, difatti bisognerebbe insegnargli la differenza tra torneo del Grande Slam e Coppa Davis. Perché quest'ultima è effettivamente una gara tra squadre nazionali, gestita dalla Federazione Italiana Tennis, quindi un'istituzione strutturata all'interno dell'apparato dello Stato, mentre i tornei del Grande Slam (come tutti quelli dell'ATP Tour) sono confronti tra privati cittadini del mondo. Quindi sul centrale di Flushing Meadows, Roberta Vinci e Flavia Pennetta NON rappresentavano l'Italia. Non in maniera ufficiale. Hanno semplicemente rappresentato se stesse come individui, solo accidentalmente italiane. E la loro vittoria, quella di cui Renzi si è voluto appropriare facendosi ritrarre con loro per alimentare subliminalmente l'immagine vincente sua e della "sua" Italia, NON è affatto una vittoria dell'Italia. Per questo Renzi a New York poteva certo andarci, ma non in veste ufficiale, perché quella non era una manifestazione di una squadra nazionale come lo sarebbe stato se fosse stata, per restare appunto in ambito tennistico, la Coppa Davis, per la quale dunque sarebbe invece stato giustificato, persino andarci con un volo di Stato.

Così, anche in quest'occasione Renzi ha dimostrato la sua migliore attitudine, quella di vincere con le vittorie altrui. Non l'ha forse fatto anche con le elezioni?

Per la cronaca, ieri la squadra nazionale di ginnastica ritmica ha vinto il mondiale, ma a Stoccarda Renzi non l'ha visto nessuno.

venerdì 11 settembre 2015

Il dolce, caldo conforto dell'Asocial Network

Smettiamola di nasconderci dietro un mouse e ammettiamolo: siamo presuntuosi, molto presuntuosi. Di più. Siamo pensatori tracotanti, superbi, saccenti. Siamo convinti di avere (sempre) ragione. Anzi, l'abbiamo, che diamine, non c'è discussione! E uno dei nostri massimi desideri, forse addirittura il più grande, è quello che il mondo si conformi al nostro pensiero, che dunque – avendo noi sempre ragione – corrisponde al massimo bene per l'intera umanità. Siamo dei benefattori, insomma, e c'è soltanto da esserci grati per la generosità disinteressata con cui dispensiamo la nostra magniloquente Verità.

E per questo dobbiamo essere grati (anche) al Social Network per eccellenza, Mr. Facebook, nel quale il suo algoritmo (EdgeRank) fa' sì che i post degli amici visualizzati sul nostro newsfeed tendano a conformarsi ai nostri gusti. Facebook insomma non fa che aiutarci a mettere in pratica il principio consolatore del Daily Me già ipotizzato da Nicholas Negroponte nel 1995, ovvero quello di creare un quotidiano virtuale personalizzato sulle preferenze individuali. Il passo successivo è quello, praticato da molti di noi, di eliminare (bannare o togliere l'amicizia) i contatti che hanno idee politiche o sociali diametralmente opposte dalle nostre. Così succede che coloro che tenderanno a sinistra elimineranno i contatti che postano i busti di Mussolini, che inneggiano ai marò eroi, che condividono le foto delle felpe di Salvini, che non fanno altro che ripetere come dischi rotti che i migranti devono restarsene a casa loro e altrimenti bisogna rispedirli indietro, quando non addirittura sparagli; gli atei tenderanno a eliminare i contatti che postano le icone dei Santi, il pensiero del giorno di Papa Francesco, citazioni della Bibbia; gli omosessuali elimineranno gli omofobi; i creduloni di scie chimiche e vaccini autistici faranno fuori gli scettici e i cicappini oltranzisti; eccetera eccetera eccetera.

In questo modo avremo vinto la nostra personale battaglia perché vivremo (finalmente) nel mondo migliore che avevamo sempre desiderato, quel mondo intonato e accordato sulle nostre personali opinioni, un mondo privo di scontri, di discussioni, di diversità, di scomode diatribe e di pericolosi contrasti difficili da mediare. Un mondo omologato sul pensiero unico, il nostro, perché la dittatura è sempre un male terribile a meno che non sia la nostra, un mondo in cui potremo illuderci che sia il mondo a essersi conformato a noi e non il viceversa. Sarà addirittura un mondo in cui il compromesso non avrà più alcuna ragione d'essere e dunque nemmeno la democrazia, visto che mancherà completamente l'opposizione. Dovremo solo stare attenti a non mettere il naso fuori di casa.

giovedì 26 marzo 2015

Il dito (medio?) di Varoufakis e la ricalibrazione della realtà

Allora, Yanis Varoufakis lo ha fatto o no, questo dito medio alla Germania? A oltre una settimana di distanza dalla salita alla ribalta del famigerato video in cui si vede quello che, di lì a un paio d'anni, sarebbe stato il ministro delle finanze greco, commentare con un'alzata di dito medio un riferimento alla Germania, la verità sembra ben lungi dall'essere determinata, anzi sembra definitivamente tramontata l'ipotesi di poterne trovare una qualunque.

All'uscita del video incriminato, infatti, Varoufakis ha subito (doverosamente) smentito, ma gli esperti hanno confermato che non si trattava di un falso. Poi però un programma televisivo tedesco ha dichiarato di aver creato il video manipolato, aggiungendo il "dito medio" a immagini che non lo contenevano, ammettendo così che il video in realtà un falso lo era (e hanno anche mostrato un video dove dimostravano il falso, v. sotto). Dopodiché, in una sorta di triplo gioco degno di una storia di spionaggio, lo stesso giornalista ha smentito la propria precedente versione (avallato anche dalla rivista Bild), dicendo che la trasmissione era satirica e il video originale era davvero quello con il dito.

Ma il punto, naturalmente, non è il dito. Di Varoufakis, di quello che dice, di quello che pensa e dei gesti che fa (o non fa) non ci importa un fico secco. Il punto è che il caso Varoufakis, con le sue incertezze, i suoi voltafaccia, le sue menzogne e le sue ritrattazioni, ci sbatte in faccia con inquietante esattezza non solo l'impossibilità ormai completa della determinazione di una qualche verità, ma anche le nuove terribili possibilità di manipolazione (e moltiplicazione) di essa.

Il caso Varoufakis ci dimostra in quale misura viviamo una potenziale e preoccupante riscrittura mediatica della realtà che va ben oltre la photoshopizzazione delle chiappe di qualche modella, ma è capace di revisionare aspetti del reale dei quali non saremo in grado di accorgerci, come in una delle migliori (o - date le circostanze - peggiori) visioni di Philip K. Dick. Ma non temete, se non saremo in grado di accorgercene, non farà alcuna differenza per noi.

venerdì 8 novembre 2013

Illusione e doping dell'informazione

L'informazione non esiste. L'informazione è un miraggio. L'informazione è qualcosa di virtuale che ci fanno credere essere reale, che ci hanno abituati a credere tale, che ci hanno educati a considerare importante, a seguire, a esserne dipendenti. Ci hanno abituato che è cosa buona sapere tutto, ed è cosa più buona saperlo prima, anche se non ci fa vincere niente saperlo prima, anche se questo tutto non ci tocca, non ci importa, non ci serve, non dà alcun valore aggiunto alle nostre vite, perché l'informazione (o almeno la stragrande maggioranza di essa) è un'illusione.

Gli aspetti da considerare sono due, di cui uno in qualche modo discende dall'altro. Innanzitutto l'informazione, anche quella seria, quella esposta con le sopracciglia aggrottate e lo sguardo compito, ha la dolciastra confezione del gossip. La natura sostanzialmente lucrativa dei mezzi di informazione fa privilegiare ciò che vende: il sensazionalismo, il pettegolezzo, lo scoop, lo choc. Dunque le notizie vengono tagliate col filtro del sensazionalismo e del pettegolezzo, mentre lo scoop e lo choc vengono sottolineati anche (soprattutto) quando non sussistono (per esempio il portale Libero.it è maestro in questo, ma anche Repubblica.it non scherza), distorcendo la stessa percezione del lettore rispetto a quale dovrebbe essere una notizia davvero importante e quindi sminuendo il concetto di importanza di un fatto.

Il secondo, e conseguenza del primo, è la disintegrazione totale dei contenuti. Le notizie, specie quelle della cronaca politica, a un'analisi neanche troppo approfondita risultano completamente vuote. Nascondendosi dietro l'alibi della semplicità e del proposito di raggiungere il maggior numero di utenti possibile, l'informazione viene privata di tutti i concetti davvero informativi (difficili?) e viene propinato il suo aspetto più istintivamente attraente: il gossip. Quando viene approvato, o respinto, o proposto un provvedimento (che sia il ddl sul femminicidio o la proposta di abolizione del reato di clandestinità), nei relativi articoli giornalistici voi non troverete mai la spiegazione di che cosa prevede in dettaglio la legge o il provvedimento, ma troverete solo la diatriba politica, il ping-pong tra le fazioni, l'insulto irritante, il battibecco sterile, la pernacchia umida, senza che venga messa in luce la sostanza, il vero nodo del contendere (se mai ce ne sia davvero uno), senza che venga messo in condizione il pubblico di farsi davvero un'idea e capire. L'opinione dunque che l'informato si fa del provvedimento non è mai nel merito del provvedimento stesso, ma risulta essere di tipo calcistico, legata al tifo per il miglior insulto, per la fazione che suscita la maggior simpatia, per il tono di scherno maggiormente riuscito. È di matrice cabarettistica, insomma.

Qualcuno punta il dito contro il pubblico, giustificando questo modus informandi con il fatto che il concetto stesso di "approfondimento" allontana il grande pubblico, pigro e mediamente ignorante, allo stesso modo - indulgente - con cui la televisione spazzatura giustifica se stessa. Eppure mi chiedo come sarebbe un mondo in cui ci fosse solo informazione seria, obiettiva e circostanziata, un mondo in cui nessuno potesse essere tentato dai profumi inebrianti della merda mediatica, dalle tette inutili, dagli urli e dalle parolacce sputacchiate sui microfoni. Ma purtroppo è come il doping. Se non ci fosse, tutto sarebbe più vero, più leale e tutti sarebbero comunque alla pari. Ma siccome nessuno è immune alla tentazione di voler vincere facile, e nessuno è sicuro che nessun altro lo userà, alla fine diventa necessario che lo usino tutti.

giovedì 10 ottobre 2013

Bara (bianca) con orsetto

E poi ci sono gli orsetti. Quelli che sono spuntati sulle bare bianche dei bambini morti nella tragedia di Lampedusa. Ma cosa cazzo se ne fanno adesso quei bambini, chiusi dentro una bara inchiodata, di un orsetto? Con quegli orsetti di pezza, sinonimo mondiale di cucciolosa tenerezza, quei bambini avrebbero voluto giocarci, inventarsi delle storie, dormirci abbracciati la notte per cercare un conforto, un salvagente (è il caso di dirlo) alle cose brutte (incomprensibili) del mondo. Invece tocca loro guardarli dal lato sbagliato del coperchio. Dunque qual è il messaggio che chi ha deciso di mettere lì quegli orsetti tutti uguali, ha voluto mandare?

È tradizione antica e di tutte le culture che la bara del morto venga ornata di fiori o di testimonianze di affetto di coloro che restano da questa parte. E non si può escludere che nel caso dei bimbi di Lampedusa la cosa non sia stata fatta con lo stesso (nobile) intento. Ma nel caso avrei almeno voluto vedere una processione di superstiti posare gli orsetti su quelle bare. Invece gli orsetti sono spuntati come funghi sulle bare nell'hangar dell'aeroporto dell'isola, quindi non credo che i superstiti abbiano avuto qualcosa a che vedere con questa comparsa, ma piuttosto ritengo sia stata una qualche decisione delle autorità incaricate di allestire la camera ardente.

E proprio quell'omologazione dei quattro orsetti tutti uguali, nuovi di zecca, magari comprati col 3x2 al più vicino discount da qualche addetto del Comune in fretta e furia a beneficio dei media, dunque non un giocattolo che quei bambini si erano portati da casa, magari come unico bagaglio verso un orizzonte incognito, che probabilmente non erano nemmeno in grado di comprendere, anzi probabilmente faceva paura, mi dà la netta sensazione di un odioso (e schifoso nella sua zuccherosa retorica) spettacolo allestito dall'Italia a beneficio del mondo.

Come se adesso all'Italia di quei bambini importasse qualcosa. Se non importava niente di loro prima che annegassero (e le leggi in vigore stanno lì a dimostrarlo), perché dovrebbe importare qualcosa adesso?

mercoledì 9 ottobre 2013

Il piacere di un bambino morto

Prendete una strage. Una qualunque, purché con un bel numero di vittime innocenti. Più sono i corpi, nel fango, sul mare, o sotto le macerie, meglio è. Come la sciagura di Lampedusa di qualche giorno fa, o come l'ecatombe del Vajont, di cui proprio oggi, 9 ottobre 2013, ricorre il cinquantesimo anniversario. Dopodiché prestate bene orecchio a come i media, telegiornali su tutti, riportano la notizia delle vittime. Sempre e comunque verrà evidenziato il numero di donne e, soprattutto, bambini. Nel caso del disastro del Vajont, per dire, il numero di morti stimati fu 1918, di cui 487 bambini. E vedrete che i telegiornali non mancheranno mai di rimarcarlo. Perché?

Forse il valore della vita di un essere umano viene contabilizzato in base a quanti anni ha potenzialmente ancora davanti a sé? O non è invece vero che tutte le vite, di fronte a una tragedia di simili proporzioni, sono uguali? Se nel Vajont i bambini fossero stati solo 3, o se anche non ce ne fosse stato nessuno, la tragedia sarebbe stata meno tragica?

Invece i media non mancano mai di porre l'accento sul fatto che tra le vittime c'erano "donne e bambini", snocciolando i numeri, possibilmente, se impressionanti. Altrimenti restano sul vago, ma non rinunciano mai all'occasione di solleticare l'emozione dello spettatore, l'empatia, la compassione. Anche senza la necessità di spingerlo alla lacrima, beninteso. Anche perché spesso lo spettatore è comunque troppo distante per commuoversi.

Ma quel piccolo tic interiore causato dall'essere costretti (inutilmente) a porre l'attenzione al numero di bambini morti, crea nello spettatore una reazione emotiva che, in quanto tale, e per quanto piccola (non importa se collegata a un evento negativo), viene istintivamente percepita dallo spettatore come una cosa buona (illude lo spettatore alla partecipazione e alla non-indifferenza, quando in realtà allo spettatore non frega un accidente di quelle vittime) e crea così una connessione di solidarietà e fiducia con chi l'ha catalizzata, rinsaldando il legame dello spettatore con il media stesso, che è proprio lo scopo (ultimo) che il media vuole.

mercoledì 18 settembre 2013

mercoledì 4 settembre 2013

La fisica della feta

La Grecia è un paese fortunato. Già, perché è l'unico paese al mondo, almeno per ora, dove vigono diverse leggi della fisica, ovvero della chimica e della biologia, ovvero della biochimica. Ma è qualcosa di sottile, di misterioso, di esotico. Infatti il fenomeno è stato scoperto solo pochi giorni fa, per uno di quei casi di cosiddetta serendipity, quella sorta di casualità favorevole che mentre stai cercando una cosa, ne scopri un'altra che si rivela più importante. Insomma, è successo che una famiglia stava morendo di fame e, per evitare l'irreparabile, si è spartita l'ultima confezione di feta che teneva in frigorifero e che era scaduta da due giorni. Ebbene, a distanza di ore, stavano ancora tutti benissimo! Nessuno aveva accusato neanche una scorreggina un po' più sonora (o un po' più puzzolente, o un po' più lunga) del solito. Niente.

Grazie alla rete, la voce si è sparsa nel giro di un clic e altri, spinti dalla disperazione, come in una reazione a catena, hanno tentato l'inosabile, con biscotti, riso, crackers, tonno ecc., taluni addirittura con scadenze molto più trascorse, perfino di alcune settimane, e (miracolo!) sono tutti sopravvissuti! Subito la comunità scientifica ellenica si è mobilitata per cercare di spiegare il misterioso fenomeno, ma con scarsi risultati. Nessuno finora è riuscito di preciso a individuarne le cause e se, in effetti, ciò sia in atto da più tempo, magari da mesi, anni o perfino decenni, giacché era qualcosa che non era mai stato osservato prima.

La notizia ha, ovviamente, fatto il giro del mondo e molti sono stati gli incauti che hanno deciso di sperimentare a loro volta la teoria anche altrove, finendo purtroppo non di rado al Pronto Soccorso. Sì, perché ogni volta è stato un fiasco: dalla più semplice ancorché fastidiosa diarrea, al temibile e terribile botulismo. Tutti coloro che, nel resto dell'Europa (ma anche oltreoceano), hanno consumato cibi scaduti anche di poco (quelli con la dicitura "da consumare preferibilmente entro", in accordo alla sindrome greca), in qualche modo hanno accusato malesseri fisici, talvolta anche gravissimi, finché tutti hanno capito che davvero la Grecia ha qualcosa di speciale, come una bolla energetica, una cupola quantica, o un'anomalia eurica, qualcosa, insomma, che in qualche modo vi mantiene all'interno condizioni diverse rispetto al resto dell'Universo. Adesso tutti l'hanno capito e se ne sono dovuti fare una ragione: la Grecia è un paese fortunato.

giovedì 29 agosto 2013

Un'arma è un'arma è un'arma

Eccoci qua, al ritorno dalle vacanze (non le mie, le vostre; della mia prolungata assenza ne parleremo semmai un'altra volta, ma ciò che conta è che ci sono e non ho mai dismesso le antenne), e puntuale come una collezione a fascicoli settimanali di soldatini della Prima guerra di indipendenza dipinti a mano, ci troviamo per le mani un nuovo bello slogan fresco e fragrante come un cocomero per la sete dei media mondiali: "Oscenità morale". Uno di quei bei modi di dire che, le scommesse sono aperte, è destinato a prendere la residenza per molto tempo nel nostro vocabolario. Una di quelle espressioni prêt à penser, per convincervi che lo sia sul serio, un'oscenità morale, dunque per farvi pensare che esista sul serio una differenza specifica tra un'arma chimica e un'altra arma, per esempio, nucleare e che in questo modo le si possa riporre su due piani morali diversi, uno migliore e uno peggiore. Però ammazzano entrambe. E parecchia gente tutta insieme (non di rado innocenti). E, per giunta, la fanno soffrire sempre in modi piuttosto antipatici, sempre che esista un modo simpatico di soffrire.

Voglio dire, lo potrei capire se un'arma nucleare ti uccidesse (è quello per cui è costruita, no?), ma subito prima di farlo, per almeno una decina di secondi, ti facesse - che so - sbellicare dalle risate, di quelle risate che ti capitano sì e no due volte nella vita, che ti devi tenere la pancia, che non riesci a respirare, che hai le lacrime agli occhi e ti senti scoppiare tutto e pensi che non ce la farai mai a sopravvivere, ma tanto in un momento simile non importa granché. E difatti non a caso proprio in quel momento lì, il fungo velenoso ti porta via e di te resta solo il ricordo come una radiografia su un muro. Oppure, meglio ancora, se ti facesse avere l'orgasmo del secolo, una roba atomica, insomma, da andarci proprio fuori di testa. Cioè, tipo che l'Enola Gay arriva lì, sull'obiettivo, ti sgancia il bombone (quanto bello sarebbe se fosse anche di un bel blu-viagra?), ma un attimo prima del fungo, una radiazione sottile o una vibrazione subsonica o quello che volete voi, vi comincia a titillare cazzi e fiche (scusate, ma qui mi ci voleva proprio), che i primi si inturgidiscono tipo incredibile Hulk che nemmeno a quattordici anni e le seconde si allagano tutte che nemmeno il Titanic, perfino quelle delle signore in età che cominciano a guardarsi in giro dietro gli occhiali, una mano davanti alla bocca a forma di O, chiedendosi cosa diamine sta succedendo alle mie mutande ortopediche?, che la loro memoria non è più quella di una volta, e intanto le suore nei confessionali pensano alla miracolosa concessione di una grazia straordinaria e si segnano a ripetizione. Insomma un'intera città che geme e sospira e si bagna e schizza in una strana orgia solitaria, una piccola morte condivisa che funge da degno viatico a quella più grande. Tanto in un momento simile non importa granché. Ecco, così almeno lo capirei. Anch'io direi: 'fanculo alla chimica e diamoci dentro con il nucleare. Per taluni potrebbe essere perfino la chance di una vita.

Del resto, sembra che il numero effettivo delle vittime dell'attacco della scorsa settimana in Siria (1300 secondo le fonti dei ribelli, sempre che sia stato effettuato davvero col gas nervino, cosa su cui sospendo il giudizio non avendo prove dirette) sia stato comunque assai inferiore alla media delle vittime per armi da fuoco negli USA. Pare che la statistica a riguardo (se corrisponde al vero) si aggiri intorno alle 33 vittime al giorno, per un totale di oltre 10.000 morti ammazzati ogni anno. La diluizione nel tempo e la moltiplicazione nello spazio delle dita che premono i grilletti (o i loro equivalenti) cambia qualcosa rispetto a chi d'un tratto si ritrova nella fossa e alle famiglie che vengono precipitate nel baratro del dolore per colpa di qualche squilibrato armato fino ai denti?

Qualunque arma è moralmente oscena e se permettiamo che ci dicano che alcune sono peggiori di altre, significa implicitamente che ci stanno insegnando che alcune sono migliori e, in questo modo, hanno già deposto il seme per convincerci ad accettarle.

giovedì 20 dicembre 2012

Apocalypse Tomorrow! (repetita iuvant)

Manca ormai pochissimo. Dunque ve lo ripeto, prima che sia troppo tardi (nel caso in cui qualcuno se lo fosse perso a suo tempo): in tutta questa faccenda i Maya sono solo delle comparse incidentali! Dunque non è nemmeno, che so, come Nostradamus, che pur qualcosa con la pretesa della profezia aveva scritto e, anche se ognuno può vederci dentro quello che vuole, il fatto che ci sia almeno qualcosa dentro cui vedere, legittima per lo meno l'esercizio arbitrario alla superstizione escatologica. Ma i Maya, loro, poverini, non hanno scritto niente. Nessuna profezia. Nessuna iscrizione. Nessuna tavoletta incisa che, magari con un intento equivalente a una bella toccata di palle, paventavava qualche sciagura globale sotto forma di qualche dio piumato sputafuoco che veniva sulla Terra a fare piazza pulita. Niente di tutto questo. La profezia Maya è una via di mezzo tra la (superstiziosa) leggenda metropolitana e la (remunerativa) invenzione mediatica.

Tutto il clamore nato intorno alla faccenda del 21 dicembre 2012 scaturisce più semplicemente (prosaicamente?) dal complesso sistema calendariale Maya chiamato Lungo Computo o Conto Lungo. Provo a spiegare in breve. I Maya contavano i giorni in maniera cumulativa, a partire (arbitrariamente, grazie a uno studio di Goodman, Martines e Thompson che ne hanno stabilito la corrispondenza col calendario Gregoriano, con tutte le incertezze del caso) dalla data "mitica" dell'11 agosto 3114 a.C., con l'applicazione successiva di cinque cicli di ampiezza crescente, basati per lo più su un sistema numerico a base 20. In altre parole l'elemento base era il Kin (giorno), 20 Kin erano un Uinal (mese), 18 Uinal erano un Tun (anno), 20 Tun erano un Katun (vent'anni), 20 Katun erano un Baktun (400 anni). Una data Maya dunque poteva essere scritta come segue: 0.0.1.2.5 che nella fattispecie significa: 5 Kin + 2 Uinal (2x20 Kin) + 1 Tun (18 x 20 Kin) = 405 Kin a partire dalla data di inizio. Come vedete ognuno dei valori della data è ciclico rispetto al precedente e in effetti i Maya avevano un forte senso della ricorrenza dei fenomeni dell'universo. Infatti è ciclico anche il Baktun che, sebbene non se ne sappia il motivo, i Maya ritenevano potesse raggiungere il massimo valore di 13, dopodiché il calendario si sarebbe azzerato e il Lungo Computo sarebbe ricominciato daccapo. Tenuto conto di quest'ultima considerazione, un ciclo completo, ovvero un Lungo Computo, doveva durare: 13 x 20 x 20 x 18 x 20 = 1.872.000 giorni. Tenuto conto delle peculiarità calendariali, ovvero degli anni bisestili eccetera, contando dall'agosto 3114 a.C. si finisce per cadere giusto intorno al dicembre 2012 d.C. Il fatto che venga indicato proprio il giorno 21 è solo perché si tratta del giorno del solstizio di inverno che, astronomicamente, indica la fine di un periodo e l'inizio di un altro, dunque se si deve scegliere un giorno, tanto vale scegliere quello "speciale" più vicino.

A tutto questo si devono aggiungere due notazioni. Una è quella legata al calcolo delle corrispondenze dei calendari che, dovendo mettere insieme un calendario Maya di migliaia di anni fa con quello gregoriano, in vigore da solo qualche secolo, non si tratta di un'operazione puramente logico-matematica, dunque esatta, ma anche di natura interpretativa e pertanto facilmente passibile di errori. L'altra, invero l'unica che parla di qualcosa che dovrebbe accadere al termine del tredicesimo Baktun, è quella rilevata in un ritrovamento archeologico in Chiapas, il cosiddetto Monumento 6 di Tortuguero, una stele da cui è stata tradotta la seguente iscrizione:
«Alla fine del 13° Baktun, il 4 Ahau 3 K'anki'n 13.0.0.0.0
[qualcosa]
avviene quando Bolon Yokte discende».
Manco a dirlo, come nei migliori film, il glifo che dovrebbe indicare che cosa avviene pare sia troppo rovinato per essere interpretato. Tutto quello che si può dire, si riferisce pertanto a questo fantomatico Bolon Yokte, che però, da quello che si sa, pare fosse una figura mitologica jolly, legata alla guerra e al mondo sotterraneo, ma anche alla creazione, un'ambivalenza meravigliosa capace dunque di solleticare sia l'immaginazione dei catastrofisti, che quella dei guru new age.

Quello che è certo, dunque, è che i Maya non hanno mai parlato di fine del mondo, di collisioni planetarie, di salti quantici cosmici, di cataclismi globali o di altre antipatiche diavolerie portasfiga. Magari l'avessero fatto. Almeno avreste l'alibi per credere davvero a qualcosa, ancorché stravagante e strampalato. Così invece ci fate solo la figura dei fessi. Come al solito.

Non mi resta dunque che augurarvi che Bolon Yokte vi sia propizio. Per tutto ciò che può essere di sua competenza, s'intende. Al resto pensateci da soli, che è meglio.

[Credits: i dati di natura archeologica sono tratti da I Maya e il 2012 - Un'indagine scientifica di Sabrina Mugnos, Macro Edizioni]

giovedì 28 giugno 2012

Geografizzate le vostre menti!

Dovrebbe esserci una Legge dello Stato, anzi di tutti gli Stati, tipo una Risoluzione dell'ONU, in base alla quale dovrebbe essere obbligatorio averne una in ciascuna casa, meglio una in ciascuna stanza, in ciascun ufficio, in ogni bar e ristorante, nell'anticamera di ogni dottore, in ogni posto pubblico e privato, persino (soprattutto?) nei supermercati e nei centri commerciali, perfino in ogni luogo di culto, in modo che dovunque tu ti volti, nel tuo campo visivo dovrebbe comparirne una. O anche due o tre. Grandi, piccole, tonde, rettangolari, non importa. Purché ben visibili e riconoscibili. E globali. Sto parlando di carte geografiche. Magari mappamondi, ove possibile. Anche di quelli antichi. Mica necessariamente originali. Allo scopo andrebbero bene anche riproduzioni Made-in-China. Certo, avete capito bene: obbligatorie come le cinture di sicurezza.

Allo scopo, inoltre, sarebbe molto meglio che mostrassero una rappresentazione fisica del mondo, non politica: dunque niente confini, né colori diversi per i territori, niente Risiko per intendersi, nienti fili spinati o dogane, niente linee immaginarie progettate con le armi e disegnate con il sangue. Solo territori in quanto tali, montagne, fiumi, laghi, pianure, altimetrie e profondimetrie, belle sfumature di marroni, verdi e azzurri naturali. Dal canto loro, meridiani e paralleli non sarebbero più di tanto rilevanti, mentre le città, quelle sì, meglio ancora se evidenziate coi nomi propri della cultura cui appartengono. Quindi, per dire, Beijing e non Pechino, eccetera eccetera.

Grazie a questa Risoluzione, col tempo gli individui potrebbero sviluppare senza sforzo alcuno una maggiore percezione e sensibilità individuali nei confronti del Pianeta inteso come corpo unico, e magari a sentirsi sul serio, nel proprio istinto, passeggeri di un'unica zattera che galleggia sullo stesso grande fiume del cielo. Addirittura nel corso degli anni (non sarebbe certo un processo breve) questa geografizzazione delle menti potrebbe catalizzare implicitamente la maturazione di un senso psicologico di condivisione, utile a far tendere le persone a portare più rispetto nei confronti dei propri simili, vicini e lontani.

Usare il mondo per migliorare il mondo, insomma. Non sarebbe bello?
Basterebbe solo che i politici che contano acquisissero quote di società editoriali geografiche e il più sarebbe fatto.

venerdì 4 maggio 2012

venerdì 23 marzo 2012

Un altro e-book marziano

Giacché se ne è parlato molto, qui, in questi due anni, di manipolazione e di indipendenza della mente, e siccome ritengo che quella dell'allenamento all'autonomia di pensiero sia una delle attività più impegnative e cruciali che siamo chiamati a svolgere nell'era della (iper)comunicazione, ho pensato di raccogliere in un e-book i post più significativi sull'argomento apparsi su questa pagina, per non perderli, tenerli in evidenza e renderli disponibili in maniera organica e strutturata.

Non si tratta di un trattato di sociologia moderna, psicologia evoluzionista o antropologia culturale, bensì - come al solito - di uno stimolo semplice e (spero) comprensibile per guardare il mondo che ci circonda e interagisce con noi con occhi attenti e distaccati, e non sottovalutare il pericolo dei tranelli che esso ci tende ogni volta che, per esempio, accendiamo la televisione o sfogliamo le pagine di un giornale. Tenere le antenne ben all'erta, insomma.

Perché, per dirla con le parole di David Foster Wallace,
«Imparare a pensare» di fatto significa imparare a esercitare un certo controllo su come e su cosa pensare. Significa avere quel minimo di consapevolezza che permette di scegliere a cosa prestare attenzione e di scegliere come attribuire un significato all’esperienza. Perché se non sapete o non volete esercitare questo tipo di scelta nella vita da adulti, siete fregati.
L'e-book, messo a disposizione in formato pdf, è scaricabile gratuitamente cliccando qui.

mercoledì 7 marzo 2012

La prerogativa della vongola

Ogni cosa ci cambia, ogni cosa ci manipola. Perché la nostra esistenza, la nostra intelligenza, le nostre esperienze, i nostri ricordi, le nostre opinioni si nutrono degli stimoli che ci arrivano da tutto il resto del mondo. Quello che le vongole fanno con la sabbia, noi lo facciamo con le informazioni. Siamo dei filtri. Le cose, eventi, immagini, idee, ci passano attraverso, qualcuna resta impigliata nella trama del nostro cervello, e lì mette radici, altre ci superano senza nemmeno sfiorarci, altre ancora passano oltre, ma solo in apparenza, perché nel loro transito modificano qualcosa, anche solo impercettibilmente, nella struttura della nostra mente, come un colpo di sponda tra le biglie di un biliardo. Non possiamo prescindere da questo, perché la nostra individualità nasce e si sviluppa dal rapporto e dal confronto continuato e istantaneo con una realtà relativa in cui trovano posto e interagiscono altri come noi.

Tutti ci cambiano, tutti ci manipolano. Non è detto che sia loro proposito farlo, ma l'intenzione, o la mancanza di essa, non cambiano di molto il risultato: lo fanno e basta. Lo fanno coloro che ci sono vicini, come i genitori, i parenti, gli amici, gli insegnanti, i fidanzati, i coniugi, i colleghi, e lo fanno coloro che ci sono lontani, come il barbiere, il fruttivendolo, ma anche (soprattutto) i libri, i giornali, la televisione, Internet. Per cui, giacché molte cose (tutte?) che si mettono in relazione con noi ci fanno uscire da quella relazione in qualche misura diversi rispetto a come eravamo prima di entrarci, non esiste un valore etico assoluto della cosiddetta manipolazione. La manipolazione è tanto necessaria, quanto inevitabile. Del resto, noi stessi facciamo ogni giorno la medesima cosa con gli altri, anche solo quando vogliamo affermare le nostre idee. Dunque la manipolazione, intesa in senso lato, non è un universale negativo. La manipolazione è, semplicemente, una regola del gioco, o forse addirittura il gioco stesso, la conseguenza più diretta e inevitabile del nostro relazionarci con il mondo, ovvero la causa primordiale il cui effetto è, né più né meno, tutto ciò che siamo.

Ed è proprio questo stesso paradigma, quasi paradossale, che contiene in sé i germi del pericolo, in quanto configura una situazione in cui la libertà individuale di valutare, scegliere, pensare, viene messa in discussione in linea teorica a ogni occasione di scambio di informazioni, o almeno - più propriamente - tutte le volte in cui un (eventuale) atteggiamento passivo lascia alla manipolazione la facoltà di andare a scrivere nella nostra mente tutto ciò che le pare, a prescindere dalla sua consapevolezza di volerlo fare oppure no. D'altro canto è pur vero che nemmeno il contrario è possibile. Vale a dire non ci si può chiudere a riccio, tagliandosi così fuori da tutti gli stimoli, al fine di proteggersi dalle ingerenze esterne e pensare di mantenere così il primato dell'autonomia di pensiero. Barricarsi dentro una boccia di cristallo è semplicemente inconcepibile.

La manipolazione assume dunque connotati potenzialmente nocivi non tanto a causa delle (perniciose) intenzioni del mittente, quanto piuttosto dalla (scarsa) consapevolezza del destinatario. Perché non potendo smettere di relazionarci col mondo, tutto quello che si può fare è innanzitutto conoscere i meccanismi che la manipolazione usa e gli interruttori mentali su cui essa agisce, cercando nello stesso tempo di evitare di cadere nel (troppo) facile tranello opposto, ovvero quello di pensare che la manipolazione sia sempre lì a tendere dei tranelli a ogni angolo. Atteggiamento conservativo, questo, ma pericoloso almeno tanto quanto quello di fidarsi ciecamente di ogni cosa che ci viene detta. Secondariamente ci si deve allenare alla disponibilità a cambiare opinione, ad abbandonare i sentimentalismi, le presunzioni e gli appiccicosissimi rigurgiti di orgoglio che tendono a tenerci gelosamente arroccati sulle nostre posizioni, e concedere sempre la possibilità a un confronto reale e leale (e ragionevole) nei confronti della diversità.

In terzo luogo è necessario rinunciare alla comodità della pigrizia della ricetta a senso unico e dell'informazione cotta-mangiata-e-digerita, dunque uscire dai territori familiari e gratificanti dentro i quali le nostre idee vengono riconosciute e appoggiate, ed esplorare la realtà nella variabilità delle sue innumerevoli sfaccettature di pensiero, anche quelle scomode, anche quelle che non ci piacciono. Il tutto nella spiacevole consapevolezza che dubitare costa sempre molta, molta più fatica di credere. Eppure solo così potremo avere, se non la certezza, almeno la confidenza, che quella visione, alla quale noi siamo pervenuti magari anche dopo molto tempo, premesso che non potrà mai essere la Verità, sarà stata almeno una nostra (libera) scelta. Il tutto nella spiacevole consapevolezza che essere liberi costa sempre molta, molta più fatica che essere vongole.

giovedì 1 marzo 2012

venerdì 20 gennaio 2012

Le 10 cose che devi sapere di Francesco Schettino

1. Schettino si mangia le unghie della mano sinistra.
2. Schettino è allergico ai friggitelli.
3. Schettino - la sera della tragedia - portava un paio di boxer di Calvin Klein.
4. Schettino crede che l'Olandese Volante sia un vascello fantasma.
5. Schettino è stato visto fare i cerchi nel grano (c'è un testimone).
6. Schettino ha i talloni screpolati.
7. Schettino possiede un pappagallo parlante («Vadaaborrrrdocazzo, Vadaaborrrrdocazzo!»).
8. Schettino si è messo a leggere Robinson Crusoe.
9. Schettino non ha mai visto una puntata di Love Boat.
10. Schettino sarà ospite della prossima puntata di Voyager.
11. Schettino - in realtà - è un alieno (ma non un marziano).

domenica 1 gennaio 2012

2012!

Tanto vale mettere le cose in chiaro fin dal principio: in tutta questa faccenda i Maya sono solo delle comparse incidentali. Dunque non è nemmeno, che so, come Nostradamus, che pur qualcosa con la pretesa della profezia aveva scritto e, anche se ognuno può vederci dentro quello che vuole, il fatto che ci sia almeno qualcosa dentro cui vedere, legittima per lo meno l'esercizio arbitrario alla superstizione escatologica. Ma i Maya, loro, poverini, non hanno scritto niente. Nessuna profezia. Nessuna iscrizione. Nessuna tavoletta incisa che, magari con un intento equivalente a una bella toccata di palle, paventavava qualche sciagura globale sotto forma di qualche dio piumato sputafuoco che veniva sulla Terra a fare piazza pulita. Niente di tutto questo. La profezia Maya è una via di mezzo tra la (superstiziosa) leggenda metropolitana e la (remunerativa) invenzione mediatica.

Tutto il clamore nato intorno alla faccenda del 21 dicembre 2012 scaturisce più semplicemente (prosaicamente?) dal complesso sistema calendariale Maya chiamato Lungo Computo o Conto Lungo. Provo a spiegare in breve. I Maya contavano i giorni in maniera cumulativa, a partire dalla data "mitica" dell'agosto 3114 a.C., con l'applicazione successiva di cinque cicli di ampiezza crescente, basati per lo più su un sistema numerico a base 20. In altre parole l'elemento base era il Kin (giorno), 20 Kin erano un Uinal (mese), 18 Uinal erano un Tun (anno), 20 Tun erano un Katun (vent'anni), 20 Katun erano un Baktun (400 anni). Una data Maya dunque poteva essere scritta come segue: 0.0.1.2.5 che nella fattispecie significa: 5 Kin + 2 Uinal (2x20 Kin) + 1 Tun (18 x 20 Kin) = 405 Kin a partire dalla data di inizio. Come vedete ognuno dei valori della data è ciclico rispetto al precedente e in effetti i Maya avevano un forte senso della ricorrenza dei fenomeni dell'universo. Infatti è ciclico anche il Baktun che, sebbene non se ne sappia il motivo, i Maya ritenevano potesse raggiungere il massimo valore di 13, dopodiché il calendario si sarebbe azzerato e il Lungo Computo sarebbe ricominciato daccapo. Tenuto conto di quest'ultima considerazione, un ciclo completo, ovvero un Lungo Computo, doveva durare: 13 x 20 x 20 x 18 x 20 = 1.872.000 giorni. Tenuto conto delle peculiarità calendariali, ovvero degli anni bisestili eccetera, contando dall'agosto 3114 a.C. si finisce per cadere giusto intorno al dicembre 2012 d.C. Il fatto che venga indicato proprio il giorno 21 è solo perché si tratta del giorno del solstizio di inverno che, astronomicamente, indica la fine di un periodo e l'inizio di un altro, dunque se si deve scegliere un giorno, tanto vale scegliere quello "speciale" più vicino.

A tutto questo si devono aggiungere due notazioni. Una è quella legata al calcolo delle corrispondenze dei calendari che, dovendo mettere insieme un calendario Maya di migliaia di anni fa con quello gregoriano, in vigore da solo qualche secolo, non si tratta di un'operazione puramente logico-matematica, dunque esatta, ma anche di natura interpretativa e pertanto facilmente passibile di errori. L'altra, invero l'unica che parla di qualcosa che dovrebbe accadere al termine del tredicesimo Baktun, è quella rilevata in un ritrovamento archeologico in Chiapas, il cosiddetto Monumento 6 di Tortuguero, una stele da cui è stata tradotta la seguente iscrizione:
«Alla fine del 13° Baktun, il 4 Ahau 3 K'anki'n 13.0.0.0.0
[qualcosa]
avviene quando Bolon Yokte discende».
Manco a dirlo, come nei migliori film, il glifo che dovrebbe indicare che cosa avviene pare sia troppo rovinato per essere interpretato. Tutto quello che si può dire, si riferisce pertanto a questo fantomatico Bolon Yokte, che però, da quello che si sa, pare fosse una figura mitologica jolly, legata alla guerra e al mondo sotterraneo, ma anche alla creazione, un'ambivalenza meravigliosa capace dunque di solleticare sia l'immaginazione dei catastrofisti che quella dei guru new age.

Quello che è certo, dunque, è che i Maya non hanno mai parlato di fine del mondo, di collisioni planetarie, di salti quantici cosmici, di cataclismi globali o di altre antipatiche diavolerie portasfiga. Magari l'avessero fatto. Almeno avreste l'alibi per credere davvero a qualcosa, ancorché stravagante e strampalato. Così invece ci fate solo la figura dei fessi. Come al solito.

Non mi resta dunque che augurarvi che Bolon Yokte vi sia propizio. Per tutto ciò che può essere di sua competenza, s'intende. Al resto pensateci da soli, che è meglio.

[Credits: i dati di natura archeologica sono tratti da I Maya e il 2012 - Un'indagine scientifica di Sabrina Mugnos, Macro Edizioni]

venerdì 23 dicembre 2011

Crisi, la dittatura della percezione

Alcune sere fa il TG2 manda in onda un servizio della serie "gli italiani al tempo della crisi" - magari l'avete visto anche voi - presentandolo come una (evidente) cartina al tornasole della difficoltà dei tempi. La casa è bella, grande, ordinata. Attraverso le finestre luminose si vede che fuori c'è aria e natura, non smog, né cemento. Si scoprirà dopo qualche manciata di secondi che c'è anche un bel giardino. Davanti al microfono c'è una donna sui quaranta, in un soggiorno chiaro. Alle sue spalle un albero di Natale enorme come una specie di guardia del corpo XXL.

La tipa dice che naturalmente la crisi ha colpito anche loro e che, per esempio, ormai non possono più mandare i figli (se non ricordo male in numero di tre, ma potrei sbagliarmi) alla scuola privata. Ora, con questa maledetta crisi, sono costretti a mandarli alla scuola pubblica! Poi saltella un po' sui soliti luoghi comuni (occhio alla spesa, le uscite al ristorante ecc.), finché la telecamera ci porta in un (bel) giardino e il marito ci mostra l'orto e le galline che contribuiscono a dare un bel risparmio.

Poi il servizio continua mostrando altre famiglie di altri paesi europei. Ne ricordo una di Dublino. Anche qui, siamo nei dintorni della cosiddetta "middle class", bella casa, spaziosa, bei mobili. Il tizio ci spiega più o meno le stesse cose, tranne la faccenda della scuola privata, ma ci sono sempre la spesa, il ristorante, le vacanze. Poi ci aggiunge il mutuo della casa, che adesso fa fatica a pagarlo, ma almeno lui è fortunato che non ha perso il lavoro mentre altri suoi colleghi sì.

Premesso che non è certo un servizio giornalistico che possa essere in grado di fotografare una realtà senza dubbio eterogenea e variegata, la questione va comunque letta sotto un duplice aspetto. Innanzitutto quello che ci dicono le situazioni mostrate e in secondo luogo qual era il messaggio che il TG ha fatto passare. Alla prima istanza, bisognerebbe rispondere che in effetti costoro forse non volano più così in alto come prima, ma da qui a dire che sono davvero "in crisi" (manineicapelli), obiettivamente ce ne passa. Oppure basta ritrovarsi nella necessità di dover rinunciare a una cosa qualsiasi per potersi dire "in crisi"? Alla seconda l'impressione è che il TG abbia fatto passare per crisi qualcosa che crisi non è, in modo da poter far passare il messaggio che poi le cose in fondo non vanno così male.

Di sicuro il concetto di "crisi" non può prescindere dalla percezione soggettiva rispetto all'importanza che ciascuno dà alle "cose" cui eventualmente deve rinunciare ma anche da come i media ce la presentano e ci portano a considerarla, inducendoci a pensare alla crisi come a qualcosa che, di fatto, tocca davvero tutti, non solo chi già viveva vicino alle difficoltà, quelle vere, e che adesso si trova davvero nella merda. Se per la signora è crisi dover mandare i figli alla scuola pubblica, forse per un altro la crisi potrebbe essere dover rinunciare all'abbonamento a Sky Calcio? Ma è vera crisi quella?

lunedì 19 dicembre 2011

L'ultima conferenza stampa del Prof. Itnom

Entra nel salone con uno sguardo severo, la faccia scolpita nel granito. Si sistema al tavolo dietro ai microfoni con l'espressione di una bistecca che sta per essere messa su una griglia, mentre uno stuolo d'uomini in occhiali da sole e auricolare prendono posizione intorno a lui senza troppa discrezione. Nella platea i giornalisti fremono come un branco di coccodrilli a digiuno. Poi si ode una voce che si schiarisce e un timido: «Okay, possiamo cominciare». Pausa. Frustate di flash. I coccodrilli tengono in caldo le mandibole, mentre dalle finestre proviene il sordo mormorio del moto ondoso della folla in peggioramento. Il Prof. Itnom solleva il bicchiere di carta, illudendosi di farsi un sorso di coraggio.

«Buongiorno a tutti e grazie di essere intervenuti con così poco preavviso.» Già un'altra pausa sorso. Occhi acquosi, vaganti. Non c'è niente di abbastanza consolatorio in giro cui aggrappare lo sguardo. O niente di sufficientemente amichevole cui aver voglia di dare confidenza. «I dati dell'ESCO li avete già sentiti tutti e sono stati confermati stamane. Dunque, nonostante la manovra appena approvata dal Parlamento, per l'anno a venire è previsto un aumento del LIP del 14,4%, che corrisponde a un incremento dei posti di lavoro di almeno 1.800.000 unità nell'arco dell'intero anno.» Brusio. L'eco della voce rimbalza dagli altoparlanti del megaschermo in piazza che segue in diretta la conferenza stampa e fa precipitare le condizioni meteo.

«Posso confermare che, date le circostanze, il governo ha messo in atto tutte le misure possibili e plausibili, compatibilmente con le forze politiche presenti in Parlamento (NdA la maggioranza assoluta di estrema sinistra), che il nostro paese poteva ragionevolmente affrontare. Forse in passato sono stati compiuti degli errori, ma solo chi non agisce, non sbaglia. D'altro canto è anche sotto gli occhi di tutti che la crisi ha una natura globale, basti vedere cosa sta succedendo agli altri paesi dell'unione e agli ASU. Dunque, quello che posso dirvi, oggi, qui, ora, è che la cosa migliore è ammettere di trovarsi in una situazione di (tono funebre) crisi, crisi davvero molto grave.» Pausa sorso. Poi il Prof. Itnom si aggiusta gli occhiali e riprende la ripidissima salita col fiato di uno del tutto fuori allenamento.

«Per questo motivo, il Governo sarà costretto a far approvare una manovra aggiuntiva per aumentare i livello dei consumi obbligatori di beni materiali. In tal senso è allo studio l'introduzione di una diminuzione consistente dell'AVI. È altresì evidente che, nostro malgrado, non potremo sottrarci a un incremento degli orari di lavoro per sopperire all'aumento di richiesta di manodopera industriale. Capisco che per i cittadini un passaggio da venti ore obbligatorie alla settimana, a quaranta, può risultare molto oneroso anche sotto il profilo della qualità della vita, e che questo rischierà di far aumentare gli stipendi medi fino al 150%, ma posso assicurare che il Governo ascolterà le parti sociali e farà ogni sforzo possibile per mantenere la manovra equa. In tal senso il Ministro del Lavoro sta già studiando l'incremento degli stipendi e delle indennità di tutti i dipendenti pubblici, Parlamentari inclusi, come pure un sostanziale abbassamento dell'età pensionabile, nella speranza di invertire la pericolosa e disgraziata tendenza che si profila all'orizzonte del nostro immediato futuro. Grazie.»

Dato il difficile momento, il Prof. Itnom non concede domande. Si alza mentre i coccodrilli stridono protendendo le loro fauci e lui scompare dietro il simbolo dell'Ailati. Il suo braccio destro gli consiglia di aspettare prima di uscire, che la gente digerisca la notizia, che le onde si plachino almeno un po', ma lui scuote la testa, dice di no, dice che vuole metterci la faccia, affrontare la tempesta che si è scatenata fuori dell'edificio. Se vedranno che avrà il coraggio lui, se lo vedranno uscire a testa alta, lo rispetteranno e si faranno coraggio anche loro. Ma le condizioni, fuori, sono davvero difficili, troppo difficili e gli uomini con gli occhiali da sole lo perdono quasi subito di vista. Il Prof. Itnom scompare tra i cavalloni di carne, mani tese, urla, insulti e striscioni. Nessuno lo vedrà più. Molte cose possono essere in qualche modo fatte digerire al popolo, magari anche grazie a un'oculata politica di (dis)informazione, ma la Crescita, oddio, quella proprio no.

[Credits: il Monti in versione Ultimatum alla Terra è di Lameduck.]

sabato 12 novembre 2011

Gli «angeli del fango» hanno ali di terracotta

Tutti i sabati e le domeniche, in tarda mattinata, X si reca all'Istituto Y dove presta, anzi dovrei dire regala, alcune ore del suo tempo. L'Istituto Y è un ricovero per anziani, quindi dentro si trova di tutto. Quelli che trascorrono la giornata a giocare a scopone e la serata davanti alla TV, quelli che non si alzano (più) dal letto e parlano tutto il giorno con il pappagallo, quelli che si ricordano solo di un certo Alzheimer, che è stato loro compagno di banco alle elementari, quelli che non smettono di tremare, ma non è per il freddo, quelli che sbavano, ma non è per il desiderio, quelli che ciondolano, ma non sono bijoux, quelli che urlano perché son sordi e quelli che urlano perché l'ultima volta che qualcuno è venuto a trovarli... che anno era? Sebbene ci sia sempre bisogno di qualcuno con cui fare due chiacchiere, all'Istituto Y c'è bisogno soprattutto di aiutare gli ospiti a mangiare. Ed è quello che X fa ormai da qualche anno.

Se può, si mette in uno dei tavoli vicini alle finestre, con tre o quattro anziani, più o meno sempre gli stessi (a parte Z, che se n'è andato il mese scorso) e li imbocca. A turno. Pulisce loro le labbra e il mento. Soffia sul cucchiaio, se la minestrina fuma. Taglia l'arrosto in pezzetti facili da masticare. E se è il caso, ormai non si fa più problemi neanche a risistemare le dentiere, plof, che cadono nel piatto (anche se per questo, in effetti, c'è voluto un po'). A X piace fare volontariato. Tutti i sabati e le domeniche, nel primo pomeriggio, X esce dall'Istituto Y con una effervescenza nell'anima che non ha mai provato altrove. Deve avere a che fare con quei sorrisi claudicanti e quelle mani che sventolano quando se ne va, chiedendosi - ogni maledetta volta - se sabato prossimo ne mancherà qualcuna. Eppure mai ha pensato di fotografarli, né di farsi immortalare mentre allunga la mano con il cucchiaio verso le labbra protese, figuriamoci mettere poi le foto su Facebook e taggarci gli amici. Mai è venuto in mente a X di girare un video con il telefonino, mentre li imbocca e in sottofondo c'è Mamma Maria dei Ricchi e Poveri, da mettere su You Tube e mostrare a tutti la sua bravura a far posare l'aeroplanino nutritivo.

Gli «angeli del fango» invece no. Cioè, non tutti, per lo meno, o non sempre. A chi infatti in questi giorni ha caricato (e taggato) su blog, Facebook, You Tube eccetera le proprie foto o i propri video in mezzo alla disperata melma genovese e spezzina, sorridente, con la pala in mano, o mostrando a tutto il mondo i suoi stivali di gomma logorati dal lavoro come un trofeo di guerra, vorrei far notare che rischia di essere rimasto vittima dell'onnipresente manipolazione (tentazione?) social-mediatica all'esercizio del protagonismo. Perché, sebbene i media - non c'è dubbio - abbiano surfato alla grande sull'onda emozionale della sciagura e della partecipazione, sollecitando così a loro volta a cavalcarla, e dunque sia anche gran parte colpa loro, l'esibizionismo non si confà al volontariato e l'autosfoggio retorico del sacrificio, pur non togliendo alcunché all'oggettività (comunque fondamentale ed encomiabile) dell'aiuto portato, neutralizza agli occhi degli altri la nobiltà del gesto, in quanto lo espone all'antipatia della presunzione. Anche solo pretesa tale. E in questi casi il confine è tracciato con una matita molto, molto sottile. Al contrario, la gratificazione del volontario si nutre dei sorrisi e degli sguardi, dei silenzi e delle strette di mano. La ricompensa del volontario si accende grazie alla scintilla di anime che entrano in contatto. La felicità del volontario cresce nella consapevolezza di aver alleviato un dolore.

Il resto è (sempre) troppo.

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