Punti di vista da un altro pianeta

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sabato 14 aprile 2012

Salvate l'orsetto Makoon

Già i canadesi mi stavano parecchio sulle palle per la faccenda della mattanza dei cuccioli di foca, adesso viene fuori 'sta faccenda di Makoon, che riprendo dal blog di Knitting Bear e che mi ha davvero fatto andare fuori dai gangheri, per l'ottusità umana che dimostra una volta di più. Copio e incollo qui sotto il suo appello.
Per un umano non lo farei mai, ovviamente.

"Makoon è un orsetto piccolissimo, che è stato trovato solo per strada da una famiglia canadese. Il governo del Manitoba ha deciso di liberarlo in giugno, ma questa è una pessima soluzione, perché allora sarà ancora troppo piccolo per avere la possibilità di sopravvivere. L'associazione Bear with us è disposta a prendersi cura dell'orso e a liberarlo nei boschi da cui proviene nel luglio del 2013, quando avrà 18 mesi e sarà in grado di occuparsi di se stesso. Mi date una mano a scatenare una pioggia di email per far sapere alle istituzioni del Manitoba che a molte persone interessa del suo futuro?

Bastano pochi secondi per inviare un'email al premier della provincia di Manitoba in Canada. Il testo è qui sotto e basta copiarlo e incollarlo in un messaggio di posta elettronica da firmare col proprio nome.

To the Premier of Manitoba Canada
April 13, 2012
Regarding Makoon the black bear cub.

Mr Premier,

We ask you to do the right thing regarding this five pound bear cub. Your government plans to return Makoon to the wild this coming June at a very young age of 5 to 6 months. Releasing Makoon this summer is a mistake if your government actually wants Makoon to have a chance at survival in the wild. Black bear cubs stay with their mother for 18 to 19 months for very good reason. Bears are very intelligent. They have the ability to perform basic reason and abstract thought. Bear cubs learn what to eat and when to eat it by following the mother bear for the first 18 months or so of their lives. Expert bear cub rehabilitators return orphan cubs to the wild at the age of 18 months for very good reason. The cubs need to have have eaten wild sourced foods so they know what foods to source out when returned to the wild. By releasing the bear cubs at the age of 18 months with the right protocol throughout the rehab process it is unlikely the bear will cause conflict with people post release. Makoon should be sent to a bear cub rehabilitation centre ASAP so he can be returned to the wild at the correct age with a real chance at survival. We understand Manitoba does not have a bear rehab facility. There are several reputable bear rehab centres in the country. One is Bear With Us: (www.bearwithus.org) in Ontario. Bear With Us has offered to take Makoon, care for him and return him to the wilds of Manitoba July of 2013. Please do the right thing for this bear cub.

signed,


L'indirizzo lo trovate qui.

Grazie!"

giovedì 13 ottobre 2011

Vaghe stelle della speranza morta ammazzata

Un bastardo ha ucciso un orso. Anzi, un'orsa per la verità. È accaduto la sera del 16 settembre scorso, in un bosco del Minnesota, terra aspra di plantigradi e cacciatori, dove la caccia all'orso è legale per lo meno in alcune settimane dell'anno. Un farabutto ha ucciso un'orsa. Non si sa con certezza la dinamica, ma il tizio ha ammesso di averlo fatto, nella sciagurata consapevolezza di non aver commesso alcunché di illegale, né di male. Un figlio di puttana ha ucciso un cucciolo, perché un'orsa di meno di due anni, ancora tale si poteva chiamare. Pare che il tizio, il cui nome - per ovvie ragioni che andrò a spiegare per chi non conosce la vicenda - è tenuto rigorosamente anonimo, sia un cacciatore conosciuto nel territorio, che non lo faccia per appendere le teste come trofei alle pareti del soggiorno, ma che si limiti - per modo di dire, naturalmente - a uccidere quello che mangia. Un povero idiota ha fatto fuori un'orsetta di circa seicento giorni per la voglia di qualche (cazzo di) bistecca. E se da un lato non c'è alcun dubbio che questo episodio non sia - purtroppo - un evento raro nel mondo, rispetto all'uccisione barbara di animali selvatici (e non), e per di più di cuccioli (e non), questo in particolare assume un significato molto diverso, perché - pur non dipendendo da lei - quella non era un'orsa qualsiasi.

Mi sforzo di evitare di scivolare nella trappola della retorica e in facili lacrimevolezze, sempre dietro l'angolo in circostanze come queste, ma che non mi sono proprie. Quindi mi limiterò innanzitutto a citare un certo numero di fatti. Nel 2010 il North American Bear Center grazie alle nuove tecnologie informatiche intraprende un nuovo progetto di ricerca, provando a inserire una webcam dentro la tana di un'orsa per seguirla durante tutto il suo letargo invernale, in modo che le immagini siano visibili in tempo reale su Internet agli utenti di tutto il mondo. Durante quel periodo, nel gennaio 2010, l'orsa, chiamata nel frattempo Lily, dà alla luce un cucciolo che, come succede in questi casi, viene chiamata Hope (Speranza) per acclamazione popolare. Così la webcam (e la gente di tutto il pianeta, Facebook incluso) può seguire 24 ore su 24 le vicende dell'orsa e della sua cucciola nel primo vero reality plantigrado della storia, compresi i suoi primi rugli di neonata. Il tutto naturalmente prosegue anche dopo il letargo, sebbene stare dietro agli orsi sia più difficile quando possono scorazzare a piacimento nei boschi. Ma Lily è radiocollarata e quindi facilmente rintracciabile dai ricercatori. Hope invece rifiuterà sempre il radiocollare e questo, pur non giustificando il gesto, contribuirà tuttavia alla sua fine (perché il cacciatore non avrebbe sparato a un orso col radiocollare). Nell'inverno 2011 l'esperimento di ricerca è stato ripetuto e Lily e Hope si sono ritrovate nuovamente nella stessa tana e la mamma stavolta ha dato alla luce due altri piccoli orsi, Jason e Faith, di cui il primo non è sopravvissuto (ma per ragioni naturali). Chi desidera ulteriori dettagli, video e informazioni, può cercarli qui.

Come migliaia di altri "utenti", anche io avevo seguito le vicende di questi orsi e dunque la notizia mi ha colpito forte alle spalle e la familiarità - ancorché virtuale - che avevo sviluppato con Hope ha fatto sì che la sua uccisione sia stata per me (come migliaia di altri "utenti") alla stregua della perdita violenta di un'amica. D'improvviso un'intera comunità - ancorché virtuale - di molte migliaia di persone si è ritrovata a condividere tristezza, dolore, sconcerto, indignazione e una rabbia inaudita, e questo è stato possibile solo grazie a una webcam. La webcam dunque è diventata una sorta di amplificatore di una coscienza globale o forse, ancora meglio, della sensibilità di una collettività, a titolo di revoca definitiva del vecchissimo e un po' paraculo ritornello "occhio non vede, cuore non duole". Che dire allora però di tutti gli animali che non sono dotati di webcam e che domani da qualche parte in giro per il mondo si prenderanno un proiettile in testa senza che nessuno versi per loro neanche una lacrimuccia? Purtroppo la consapevolezza condiziona, è vero, ma dovrebbe farlo anche sapere che tutti i giorni ci sono migliaia di cacciatori sparsi per il mondo che passeggiano per i boschi con una doppietta sotto il braccio solo per il gusto di certificare la propria superiorità sulla natura, come se questo potesse garantire una qualche immunità rispetto alle leggi della natura stessa, essendo quello dell'alimentazione uno schifosissimo e squallidissimo alibi.

A questo punto però l'ingiustizia nei confronti di tutti gli altri animali è palese. Perché Hope sì, e gli altri no? Solo per una piccola webcam da qualche centinaio di dollari? Allora perché non mettere qualche bella webcam anche nei mattatoi, negli stalli degli allevamenti intensivi, nei capannoni labirintici con le gabbiette dei polli in batteria? Forza, familiarizziamo con Carolina, la mamma del tuo prossimo arrosto, con Marta che dopo essere stata spennata ed eviscerata si prenderà uno spiedo nel culo, o con Napoleone, legittimo proprietario dello zampone del tuo prossimo Capodanno. Altrimenti smettiamola di fare gli ipocriti e di frignare per la piccola, tenera, dolce Hope.

dedicato a knitting bear


[Credits: il primo disegno dall'alto è di Rachel Rolseth; il secondo è di W. Kranz]

venerdì 11 marzo 2011

Apologia della privacy violata (ovvero ecco a voi il reality più peloso della storia)

Tutto ciò che è preso di nascosto ha un sapore più dolce. È qualcosa che ha a che fare con la delizia del furto. Il brivido di piacere dell'orecchio appoggiato contro la porta e captare bisbigli. L'emozione di essere scoperti e, nel contempo, quella di conoscere in via esclusiva un segreto rimasto finora inviolato, sconosciuto. Un segreto che potrebbe anche non esserci, ma si sa che al di là della porta chiusa, anche le cose più ordinarie diventano rivelazioni da togliere il fiato, mentre quelle più straordinarie sono capaci a volte di suscitare oltraggiosi ricatti, altre volte di avviare indagini giuridiche o, assai più raramente, come in questo caso, di riconciliare l'anima con il mondo. Del resto quante volte la porta ha i contorni di una tana?

C'è da dire che senza dubbio la tecnologia ha spazzato via il vecchio fascino dell'occhio dal buco della serratura, lasciandolo prerogativa infantile, ma ha permesso cose che fino a poco tempo fa erano impensabili. Come per esempio quella di sistemare una webcam all'ingresso della tana di un'orsa e permettere così di seguirla lungo tutto il suo letargo invernale. Dunque assistere mentre partorisce, accudisce i cuccioli, li nutre, li pulisce e gioca con loro. Se fosse un programma tv si potrebbe chiamare Il Grande Orsetto. È invece il caso dell'eccezionale attività di monitoraggio che il North American Bear Center ha avviato già dallo scorso inverno, quando l'orsa Lily partorì la piccola Hope. Quest'anno la situazione si è ripetuta e la popolazione della tana è ulteriormente aumentata e a Lily e Hope (che a un anno vive ancora con la mamma) si sono aggiunti due nuovi cuccioli, Jason e Faith.

Perché, forse l'avrete capito da altri post che avete visto passando di qui, noi marziani abbiamo un debole per i vostri orsi. Li troviamo molto più veri di voi (ma anche di noi) e ci capita, quasi a tradimento, di scoprirci a invidiarli. Per la totalità della loro indipendenza, per la loro prerogativa di essere veri oltre ogni possibilità, sia nelle manifestazioni di violenza selvaggia, sia in quelle di tenerezza estrema, per la loro opportunità di non doversi scontrare col compromesso e l'inganno, per la loro immunità alle manipolazioni, per la loro capacità di essere perfettamente liberi e dunque anche - forse - felici.

Senza contare che, proprio come noi marziani, non avendo proprio niente da nascondere, non sentono il bisogno di un ddl contro le intercettazioni o di una riforma epocale della giustizia.



[Nota #1: A dispetto delle facili compiacenze ruffiane che queste immagini straordinarie possono suscitare, questo post nasce come un appunto da mettere da parte e poter così ritrovare in qualunque momento, come una medicina contro lo stress, la presunzione, l'avidità, la frustrazione, la voglia di guardare la tv e il desiderio di un'automobile ultimo modello.]

[Nota #2: Se non avete tempo per guardare tutti i nove minuti e rotti, fate almeno un salto nei dintorni del minuto 5:30.]

lunedì 6 settembre 2010

Esperimento di filosofia podologica

L'avete mai visto un piede? Voglio dire, osservato per bene, a lungo e da distanza ravvicinata? Va bene un piede qualsiasi, il vostro o quello del vostro vicino di ombrellone, purché possibilmente senza fronzoli, smalti alle unghie, tatuaggi, cavigliere, anelli o altri ninnoli. Un piede. Nudo e crudo. Al naturale. Magari appena prima di una sessione di pedicure, con le sue dita, le sue unghiette - un filino lunghe è meglio - i suoi calli e i suoi ispessimenti sul tallone. Ebbene, se non l'avete mai fatto, vi consiglio di farlo. Svuotate la vostra mente da altri pensieri, e restate a fissarlo per un po'. Solo lui, separato dal resto del corpo. Ma non cinque secondi. Abbiate un po' di pazienza. Fatelo per almeno alcuni minuti. E vedrete che, se vi sarete concentrati abbastanza, dopo un po' succederà qualcosa di strano, qualcosa di molto simile a quello che accade quando fissate per un po' le lettere di una parola. La parola è come se esplodesse, perdendo i suoi attributi di significato, come se fosse oggetto di una regressione alla radice del segno. Allo stesso modo, vedrete che l'arto (vostro o di un altro) smetterà di essere l'appendice corporea umana che nascondete nelle scarpe e che siete abituati a conoscere fin dalla vostra nascita, e tornerà indietro fino al suo primigenio significato animale.

Dopodiché vi serve un orso. Lo so che non è facile, ma fate uno sforzo. Per l'esperimento sarebbe meglio un orso dal vivo, in quanto una fotografia può non sortire l'effetto desiderato. Ma in mancanza d'altro, potete provare anche con quella. Il punto è che - comunque sia - ciò che vi serve è un bel piede di orso. L'esperimento io l'ho fatto all'Alternativer Bärenpark di Worbis, minuscola e caratteristica cittadina a una sessantina di chilometri a sud est di Göttingen, la celebre città universitaria nel cuore della Germania ai margini meridionali della Bassa Sassonia. Dunque, a nessuno verrebbe in mente di venire a Worbis, se non ci fosse questo fantastico parco che, in una cospicua superficie boscosa, in cui praticamente in gabbia ci sei tu - visitatore - mentre gli animali sono liberi intorno a te, ospita soprattutto numerosi esemplari di orsi e lupi, i primi recuperati in giro per il mondo da situazioni di maltrattamenti, prigionia e condizioni di vita penose. Qui i plantigradi vivono nella natura in pace e serenità, accuditi con amore e rispetto dagli addetti al parco. E, benché non siano del tutto liberi di andare dove gli pare e piace - malgrado l'ampissima superficie di cui dispongono, c'è naturalmente una recinzione esterna -, credo che questa soluzione consenta loro un'esistenza più che soddisfacente, soprattutto se rapportata a quella che facevano prima. Ma torniamo all'esperimento.

Avrete notato che sopra ho chiamato gli orsi "plantigradi", ovvero - per chi non lo sapesse - mammiferi che camminano poggiando a terra l'intera pianta del piede. Anche voi umani, per esempio, siete "plantigradi". Come pure noi marziani. Dunque cercate un piede di orso e fate la stessa cosa che avete fatto con quello umano. Fissatelo per qualche minuto. Di sopra, ma anche dal lato degli artigli e della pianta. Come già successo per quello umano, dopo un po' vedrete che anche il piede di orso perderà i suoi connotati di piede di orso, per regredire verso un'immagine concettuale che è sorprendentemente sovrapponibile a quella ottenuta durante l'osservazione del piede umano. In altre parole, attraverso questo semplice esperimento, si raggiunge la percezione della consapevolezza di una "vicinanza" animale con l'orso. Ma non fatevi fregare pensando si tratti di un semplice riconoscimento di somiglianza. Perché la sensazione, che pur forse c'è, non si limita a questo. È qualcosa di più intimo e arcano. Il recupero della cognizione di un profondissimo e indissolubile legame ancestrale che ogni essere intelligente (umano come pure marziano) ha con la propria natura animale, che migliaia di anni di (pretesa) civiltà hanno fatto senza dubbio perdere di vista, ma che non può essere cancellato dal tessuto della realtà.

Terminato l'esperimento, quando vedo uno degli orsi sguazzare nel laghetto giocando con un tronco, non posso fare a meno di pensare che molto probabilmente lui è molto più felice di tanti visitatori che si trovano qui (anche di me), e che ciascun essere umano potrebbe vivere molto meglio se solo fosse capace di recuperare almeno un po' della sua ursinità ancestrale.

/continua

mercoledì 21 aprile 2010

Dino e le radici ursine dell'Europa

Non c'è come la faccenda delle radici (cristiane) dell'Europa, così sovente portata in palmo di mano dalla pletora bipartisan dei politici italiani in cerca di empatico consenso populista, che sia sintomo del classico approccio strumentale alla Storia. L'inizio della cristianità europea si può infatti far risalire intorno ai primi anni del 300 d.C., quando sotto l'Imperatore Costantino venne conferita libertà di culto ai cristiani, affrancandoli di fatto dalle persecuzioni (a questo proposito la tradizione fa riferimento al celebre Editto di Milano del 313 d.C. che, però, sembra ormai assodato non sia mai davvero esistito, ma questa è altra storia). L'aspetto però su cui tutti abilmente - e opportunamente - glissano, è che all'epoca in cui venne data licenza ai cristiani di scorrazzare per l'Impero, l'Europa aveva già sviluppato e fatto attecchire da centinaia d'anni una trama di culture spirituali quantomai variegate ma, soprattutto, integrate nei tessuti sociali delle varie popolazioni del continente. E, ovviamente, non avevano niente a che vedere con la cristianità.

E sono proprio queste, se proprio dobbiamo andarle a cercare, le fondamenta spirituali autentiche dell'Europa, quelle su cui le onde lunghe di monaci, frati e padri missionari, hanno agito nel corso dei secoli per spazzarle via, pagane ed eretiche, in una solerte, capillare e meticolosa azione di conversione (coercizione?) al nuovo, previa cancellazione di tutto il preesistente, in uno scontro non semplice, né privo di conflitti, che continuò fino a tutto il Medioevo e probabilmente anche oltre. Erano dunque queste le radici da estirpare, radici celtiche, germaniche, slave, lapponi, baltiche, greche, inuit, liturgie spesso difformi tra loro, ma anche con tratti comuni e diffusi come - per esempio - proprio i culti dell'orso, fiero dominatore incontrastato dei folti boschi europei, animale totemico per eccellenza, antenato mitologico di eroi e guerrieri, e dunque sacro e rispettato e venerato.

Ma presto o tardi i paladini della croce giunsero in ogni dove e l'orso, simbolo pagano per eccellenza, venne sbattuto, cacciato, ucciso, sbeffeggiato, incatenato, domato, schiavizzato, bastonato, irriso, in una sorta di crociata lunga e silenziosa, per essere rimpiazzato dal leone quale nuova mascotte ufficiale di forza e fierezza e potenza. «Ursus est diabolus», disse Sant'Agostino e il resto è storia cristiana, peraltro non sempre edificante. Eppure che qualcosa sia rimasto fino a oggi è sotto gli occhi di tutti. Forse è qualcosa di ancestrale, forsa una riminiscenza archetipica, forse una memoria genetica collettiva, forse un immaginario mitologico condiviso. Comunque sia, è qualcosa che attrae inesorabilmente l'uomo verso l'orso, un legame sottile ma istintivo, eppure quasi paradossale, per certi aspetti, se si considera che probabilmente l'orso è oggi l'animale che ha, al mondo, il rapporto più elevato tra il numero di individui di peluche e pupazzi e fumetti e il numero di individui di sangue e carne e pelo. Eppure, a intervalli irregolari (non solo a dire il vero in questo paese molto poco civile, ma anche altrove, basti pensare alla Finlandia dove la caccia all'orso mi risulta ancora autorizzata), salta fuori il problema "orsi". Quando va bene. Quando invece va male non se ne sente parlare finché qualcuno non trova una carcassa plantigrada. E mai si tratta di morte naturale.

Adesso tocca a Dino, che per la sua esuberanza gastrica post-letargo (provate voi a stare senza mangiare per tre o quattro mesi e poi vediamo come vi girano le palle) se ne va a zonzo per la zona di Posina (Vicenza) a fare quello di cui ha bisogno: mangiare. Fa parte del suo ciclo naturale, questo è chiaro. Mica lo fa perché è cattivo. Mica attacca l'uomo. Ma naturalmente se gli capitano a tiro polli o asinelli incustoditi, facili da prelevare, non è che ci va tanto per il sottile, lui. Un po' come gli evasori con le tasse. Anche loro agiscono per lo più in primavera, durante la fioritura delle Dichiarazioni dei Redditi. Così vengo colto da un tremito di orrore e un fiotto di nausea quando sento dire che stanno lucidando le doppiette e che c'è il rischio che si scateni la caccia a Dino come alla Creatura di Frankenstein. E, anche se in queste ultime ore il nostro sembra si stia allontanando dall'abitato, mettendosi così (per ora) in salvo dalla violenta ottusità dell'uomo, il suo caso non è il primo, né sarà l'ultimo.

Ora non voglio stare qui a parlare di informazione, di conoscenza, di tutela, di cultura, di rispetto, di coscienza e di leggi. E nemmeno che gli orsi basta conoscerli, saperci convivere e che possono costituire anche una grande risorsa. Però mi è venuto da considerare che (anche) questo forse in parte lo dobbiamo alle radici (cristiane) dell'Europa. E che se così non fosse, con le doppiette ci si andrebbe in giro lo stesso, magari però a caccia di evasori.

Chi è curioso di saperne di più circa l'orso e le radici culturali dell'Europa, non può perdersi: L'orso. Storia di un re decaduto, di Michel Pastoureau - Einaudi.

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