La strage di Nizza è la realizzazione pratica dell'incubo, perché se nei casi - tremendi - che ci sono stati finora tu, che te ne stavi a guardare i fatti da distante, davanti al PC o alla tivù, ti potevi raccontare che sì, però ci vogliono le armi, che sì, però ci vuole l'esplosivo, che sì, però ci sono state falle nella sicurezza, che sì, però è un caso isolato, che sì, però le probabilità di finire coinvolti in una cosa del genere sono comunque risibili, che sì, però però però, tutte storie con cui ti raccontavi che in fondo quello che vedevi era un mondo che non apparteneva proprio al tuo mondo, come in quei libri di Philip K. Dick, tu che al mattino ti alzi in un piccolo quartiere nemmeno tanto centrale di Genova, un poco sulle alture, che il mare non lo vedi proprio bene, ma una strisciolina di orizzonte azzurro quella sì, e spesso ci sono anche dei bei tramonti laggiù a ovest, e poi dai da mangiare ai tuoi gatti, li accarezzi, loro si sfregano un po', le code dritte di soddisfazione, dopodiché prendi il tuo mezzo e attraversi la città , quattro chilometri e mezzo di Sopraelevata e la Lanterna lì, come un baluardo rassicurante, anche se non sei un navigante, la garanzia di una storia, di una tradizione, di quello che sei, di quello che siamo un po' tutti qui, di quello che abbiamo imparato a essere, o ci hanno insegnato, di qualcosa che non può mica cambiare, se la Lanterna è lì, da quanto?, novecento anni?, non lo sai neanche bene, qualcosa vorrà pur dire, ma non importa, perché intanto la macchina (o lo scooter o il bus) va un po' per conto suo a quest'ora in cui hai ancora lembi di sonno che svolazzano impigliati alle ciglia, e così arrivi al tuo ufficio e inizi la giornata, leggi le email, parli coi colleghi, una discussione, un caffè alla macchinetta, la mensa, la sbobba, la qualità mi pare scaduta, vero?, altro caffè, altri discorsi, qualche email, telefonate e la giornata prosegue nel tuo piccolo mondo che, però, non appartiene a quel mondo là , quello dei corpi a terra con i lenzuoli bianchi sopra, obitori a cielo aperto, come miniere di morte, visto che te ne torni a casa, alla peggio un po' di coda, una pasta al pesto in famiglia davanti al quiz, che provi anche tu a rispondere alle domande e se ci riesci è come se avessi vinto, mentre i gatti gironzolano affettuosi, e poi, visto che è una sera d'estate e fa caldo, non ci starebbe male un gelato, ma uno buono, non soltanto una manciata di grassi da appendere agli addominali e degli zuccheri da sciogliere nel sangue già denso e opulento di suo, e magari ci aggiungi anche due passi, voi due, mano nella mano, come fidanzatini, sul lungomare a Boccadasse (così simile a quello di Nizza), dove vi siete sposati, ormai sono quasi undici anni, mamma mia!, e vedi la chiesa e senti la sua mano e capisci che è ancora come quel giorno, anche se tu non è che ci credevi molto a questa cosa del rito (e nemmeno adesso, a dire il vero), però ci voleva comunque un sigillo, qualcosa che conferisse solennità a un momento che entrambi ritenete sacro, qualcosa in più di un semplice contratto tra due persone, due firme e via, si va casa a scopare, ma comunque non prima di aver leccato fino in fondo questo cono al cioccolato e pistacchio, che il caldo scioglie troppo in fretta e ti impiastriccia un po' le dita e, mentre passeggi al margine della risacca, scopri che una goccia è finita sulla tua maglietta fresca di bucato, ma che cazzo!, come un bambino di due anni, come quelli lì che giocano vicino ai banchetti che vendono braccialetti, quello dei croccanti e dello zucchero filato, e gli africani con i loro teli sistemati e le file di occhiali, borse, che una volta c'erano i CD e i DVD, ma ormai quelli non tirano più, i Ray-Ban taroccati invece, quelli ormai sono una tradizione, come quella di venire qui a farsi due vasche al tramonto, e difatti c'è parecchia gente stasera, fin troppi per i tuoi gusti che non ami le folle, e mentre dai il primo morso al biscotto e vedi i fanali che sfrecciano per Corso Italia, pensi: se adesso una di queste salisse sul marciapiede farebbe una strage, cosa ci vuole?, non c'è nemmeno bisogno di un Kalashnikov o di un mattoncino di C4, tutti quanti giriamo armati, un veicolo in velocità (e non serve nemmeno una gran velocità ) è una bomba, soprattutto se, come questi qui, non hai paura di morire, non ti importa di morire, anzi sei convinto che la morte sia una specie di biglietto per riscuotere per un premio, non c'è la storia delle vergini?, quante erano? cinquanta? settanta? ottanta?, che poi quando si fanno saltare in aria le donne il premio invece qual è?, forse non doversi mettere più il velo?, o essere finalmente libere?, così mentre maledici la gelataia che ti ha messo prima il pistacchio mentre tu avresti voluto finire col cioccolato, cominci a guardarti intorno come se qualcuno avesse cosparso il mondo di una patina invisibile che ne altera la percezione e pensi che ogni lenzuolo bianco lasciato sul selciato da questa guerriglia - perché pur nella sua atipicità , questa è comunque una specie nuova di guerriglia - è una goccia che riempie la vasca della nostra paura, della nostra intolleranza, della nostra islamofobia, fa alzare di qualche grado il nostro braccio a puntare il dito contro i fenomeni migratori, fa scoprire sempre un po' di più i nostri denti contro le barbe lunghe, i caftani, il progetto della moschea e, nella nostra ignoranza e nella variegatezza di un fenomeno così complesso da comprendere o anche solo da circoscrivere, sollecita domande sul nostro futuro, sugli anni che verranno, come questa situazione verrà risolta, se mai questa situazione verrà risolta, perché qui non basta mandare una flotta, un esercito, sganciare qualche bomba da qualche parte, fare finta che abbiano armi di distruzione di massa e asfaltare un pezzettino di mondo (e poi firmare qualche contratto miliardario per ricostruirlo), mettere in conto qualche danno collaterale, perché qualcuno alla fine si deve sempre sacrificare per il benesuperiore, anche se il bene superiore è sempre il nostro, ma poi a un certo punto bene o male la finiremo, no?, no, magari questa cosa non finisce, nel senso che noi non la vedremo finire, perché non è una guerra normale che poi a un certo punto uno non ce la fa più e alza bandiera bianca e ci si trova tutti insieme in un bel posto a firmare un pezzo di carta e a mangiare qualche pasticcino, questo è qualcosa di diverso da tutto quello abbiamo sperimentato in passato, per cui la Storia non ci insegna niente, come se poi la Storia ci avesse mai insegnato qualcosa, quella Storia che ci urla - inutile negarlo - che tra le peggiori nefandezze ci sono sempre state di mezzo le religioni, quelle religioni che vogliono sempre imporre la loro visione della vita e del mondo a tutti quanti, quella Storia lì stavolta non ci aiuta, siamo in territori oscuri e avanziamo mettendo i piedi a caso, e sono territori pieni di buche, tagliole, abissi e mine antiuomo, territori inquinati di odio, un odio generalizzato, indiscriminato, che ha la forma del muro contro muro, sempre e comunque, perché è più semplice, è più comodo odiare tutti, è più conservativo, meglio tutti quanti, che dover impegnarsi a distinguere questi da quelli, che non è facile, che è faticoso, che magari anche il tuo fruttivendolo (marocchino), quello che ieri ti ha venduto un melone davvero squisito, domani pomeriggio sale su un autobus in centro e si fa saltare, così con la stessa naturalezza con cui alla mattina ha scelto dalla cassetta i pomodori per la signora Rossi, che li vuole belli sodi, meglio se un po' verdi, ma non troppo mi raccomando, che altrimenti sono troppo acidi, del resto lo dicono tutti che è una cagacazzo la signora Rossi, non sorprende che sia rimasta zitella, sempre a lamentarsi, come quando la becchi dal panettiere (egiziano) che questo è troppo cotto e quello è troppo pallido, quello è troppo unto e quello l'ultima volta era troppo salato, e l'altro giorno mentre cercava gli spiccioli nel portafoglio l'hai sentita bofonchiare che la badante (russa) del padre si frega gli yogurt dal frigo, così mentre addenti la punta finale del tuo cono che sa di pistacchio, ma avresti voluto che sapesse di cioccolato, ti rendi conto che l'unica soluzione che abbiamo, l'unico tipo di resistenza che possiamo mettere in atto noi, persone comuni, quelle che a centinaia, a migliaia, a milioni creano la società e il mondo intero come le gocce formano un mare, è quella della cultura e della conoscenza, perché solo la vera cultura e la vera conoscenza ci permettono di capire che il mondo è più complesso di quello che sembra, che il fruttivendolo (marocchino) è uno come te, che vuole solo fare la sua vita, dignitosa, che anche lui cerca un po' di felicità , né più né meno di te, e ne ha tutto il diritto, che anche se a intervalli regolari srotola un tappetino e si rivolge verso sud est intonando "Allahu Akbar!", non gli viene neanche in mente di salire sull'autobus in centro a farsi saltare in aria, come pure coloro che qualche giorno fa, mentre andavi al lavoro, hai incrociato per strada con le tuniche a festa che andavano a celebrare la fine del Ramadan, insomma la cultura - per te, per noi - è la vera resistenza, oggi, perché la cultura è quella che ci protegge dai populismi, dalle giustizie sommarie, dai demagoghi, dall'informazione falsa e tendenziosa, da Libero e da Il Giornale, ma anche da Repubblica, dalle bufale, dalle scie chimiche, dalle stronzate sui vaccini, dalla frottola che non siamo mai stati sulla Luna, dalla mancanza di rispetto e da tutte le -fobie culturali, la cultura ci aiuta a scegliere governanti migliori, ma anche a esserlo, gli stessi che devono prendere distanze dalle connivenze occulte, dalle lobby delle armi, dall'affarismo senza scrupoli, dallo sfruttamento capitalista, la cultura ci dà gli strumenti per capire che non sempre quello che pensiamo sia meglio, sia davvero meglio e quello che pensiamo vada a nostro svantaggio, sia davvero peggio, e che forse per stare un po' meglio tutti, qualcuno dovrà stare un po' peggio di così, quando un po' peggio di così magari significherà solo non cambiarsi l'iPhone ogni anno, non andare a mangiare fuori tutte le settimane, o non avere i fondi neri alle Cayman e un armadio pieno di vestiti griffati, perché il mondo, la politica, la società sono assai più complessi e variegati di un gelato vaniglia e amarena, e pensare di capire e giudicare le mosse per migliorarlo (il mondo, non il gelato) è ben più difficile che dire che Conte ha sbagliato a non portare a Balotelli all'Europeo, perché ti senti un sacco bene a riempirti la bocca con la storia della tolleranza, ma "tollerare" significa sopportare e "tollerare" non è abbastanza, non lo è più, anzi non lo è mai stato, perché dobbiamo stare tutti molto attenti alle parole che usiamo, ai significati che hanno, a quelli che gli attribuiamo o che ci insegnano ad attribuire loro, perché le parole ci definiscono, mettono la cornice intorno a quello che pensiamo e, dunque, a quello che siamo, perché hai un bel raccontarti la faccenda tutta rose e fiori dell'essere umani, del recuperare la nostra umanità , quando l'umanità è (anche) quella della tratta degli schiavi, della caccia alle streghe, del massacro di Srebrenica, dei lager in Corea del Nord, del branco di minorenni che violenta una ragazza, non è che lì – come in tanti altri posti, o fasi della Storia, o momenti della cronaca – si sia persa l'umanità , no, è che l'umanità è (anche) quella, esattamente come quella di un uomo che si mette al volante di un camion e fa una strage ricordandoci che il terrorismo si chiama così proprio per quel motivo che stai pensando adesso, e l'unico modo che abbiamo, noi, per combatterlo è sapere, essere convinti, pensare con tutte le nostre cellule, che il nostro diritto alla felicità non può essere pagato con il diritto alla felicità altrui, sia egli il nostro vicino di casa che tiene lo stereo troppo alto, Kaamil che sogna di fare il tassista ad Aleppo o la piccola Indira che cuce i nostri jeans per sedici ore al giorno in un sobborgo di Dacca.
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venerdì 15 luglio 2016
martedì 14 giugno 2016
La connotazione umana (come un requiem)
Di fronte a un massacro delle proporzioni di quello di [Milano], resti sgomento e incredulo. Pare impossibile per una mente normale delineare i contorni di una violenza così fredda, inaudita, efferata, deviata. O meglio, è possibile farlo, ma nel momento in cui fai il tentativo, se proprio hai voglia di provarci, ti senti piombare dentro a un teatro dell'orrore, in cui il palcoscenico è l'intero pianeta, uno snuff movie in cui siamo tutti comparse che ignorano una sceneggiatura quasi casuale, scritta da un autore pazzo. E ti prende una vertigine, una nausea profonda, un senso di shock, l'incapacità di sopportare, di credere, perché quello non può essere, perché fa parte di una categoria (senti)mentale che non ti appartiene. L'orrore quotidiano, lo Cthulhu che non ha bisogno di essere risvegliato dalle viscere del pianeta o di provenire da un'altra galassia, ma che vive dietro la porta accanto alla nostra, si veste con le polo che vestiamo anche noi, sgranocchia le nostre stesse patatine, magari nell'ascensore scambia con noi impressioni sull'ultima puntata della serie tv ("Hai visto Hodor?"), porta perfino il nostro stesso profumo, al punto che un cieco potrebbe facilmente scambiarci l'uno con l'altra. Insomma, i suoi tentacoli immondi non li vedi, eppure ci sono eccome.
Da questo punto di vista non c'è un massacro peggiore degli altri. Tutte le vittime sono uguali. Sono cuori che sbattono a mille all'ora contro un muro che non doveva essere lì. Quindi, se volete davvero l'uguaglianza, non dite che tra i 93 morti del Bataclan, i 77 di Breivik, i 49 del Pulse e i [62] del [Veg's World] c'è differenza, solo perché questi ultimi erano [vegani]. No, miei cari: non c'è nessuna differenza. Il veleno fondamentalista che porta alla carneficina è sempre privo di senso per chi sta dalla parte sbagliata del kalaÅ¡nikov. Può essere il dio in cui credi, il tipo di sesso che fai, la squadra per cui tifi o, appunto, quello che [mangi]. La cosa curiosa e paradossale è che ognuna di queste cose è privata e non influenza in alcun modo le vite altrui. Perché dunque è così difficile accettarlo? Perché è così difficile portare rispetto per le idee e i modi di vivere di chi non è Noi Stessi? Semplice: perché ci piace sentirci sempre maledettamente superiori agli altri, un istinto animale non molto diverso dalla fame o dalla fregola di scopare. Fa parte della lotta per la nostra supremazia all'interno del branco e dobbiamo cogliere ogni occasione per affermarla, dimostrarla, rimarcarla, rinforzarla. Dobbiamo. Avere. Semplicemente. Sempre. Ragione. Ma questo non ci basta. No, miei cari. Abbiamo anche bisogno di imporre agli altri la nostra visione, affinché la conferma dell'affermazione del nostro orgoglioso primato, sia completa, totale, definitiva, perché non possiamo sopportare di vivere in un mondo dove qualcuno possa avere l'ardire di pensarla diversamente da noi, mettendo così in dubbio la veridicità assoluta delle nostre idee e, quindi, se è vero che noi siamo quello che pensiamo, della nostra stessa identità . Insomma, è quasi un'istanza necessaria quella di ergerci sempre e comunque a giudici assoluti di questioni sempre e comunque opinabili, al punto da dover – quasi nostro malgrado – insultare, castigare, punire, eliminare gli altri, perché la loro sola esistenza minaccia l'autorevolezza e la legittimità delle nostre idee e dunque mette in dubbio quello che ci rende quello che siamo. Insomma, basterebbe il rispetto. Invece facciamo soltanto schifo.
Da questo punto di vista non c'è un massacro peggiore degli altri. Tutte le vittime sono uguali. Sono cuori che sbattono a mille all'ora contro un muro che non doveva essere lì. Quindi, se volete davvero l'uguaglianza, non dite che tra i 93 morti del Bataclan, i 77 di Breivik, i 49 del Pulse e i [62] del [Veg's World] c'è differenza, solo perché questi ultimi erano [vegani]. No, miei cari: non c'è nessuna differenza. Il veleno fondamentalista che porta alla carneficina è sempre privo di senso per chi sta dalla parte sbagliata del kalaÅ¡nikov. Può essere il dio in cui credi, il tipo di sesso che fai, la squadra per cui tifi o, appunto, quello che [mangi]. La cosa curiosa e paradossale è che ognuna di queste cose è privata e non influenza in alcun modo le vite altrui. Perché dunque è così difficile accettarlo? Perché è così difficile portare rispetto per le idee e i modi di vivere di chi non è Noi Stessi? Semplice: perché ci piace sentirci sempre maledettamente superiori agli altri, un istinto animale non molto diverso dalla fame o dalla fregola di scopare. Fa parte della lotta per la nostra supremazia all'interno del branco e dobbiamo cogliere ogni occasione per affermarla, dimostrarla, rimarcarla, rinforzarla. Dobbiamo. Avere. Semplicemente. Sempre. Ragione. Ma questo non ci basta. No, miei cari. Abbiamo anche bisogno di imporre agli altri la nostra visione, affinché la conferma dell'affermazione del nostro orgoglioso primato, sia completa, totale, definitiva, perché non possiamo sopportare di vivere in un mondo dove qualcuno possa avere l'ardire di pensarla diversamente da noi, mettendo così in dubbio la veridicità assoluta delle nostre idee e, quindi, se è vero che noi siamo quello che pensiamo, della nostra stessa identità . Insomma, è quasi un'istanza necessaria quella di ergerci sempre e comunque a giudici assoluti di questioni sempre e comunque opinabili, al punto da dover – quasi nostro malgrado – insultare, castigare, punire, eliminare gli altri, perché la loro sola esistenza minaccia l'autorevolezza e la legittimità delle nostre idee e dunque mette in dubbio quello che ci rende quello che siamo. Insomma, basterebbe il rispetto. Invece facciamo soltanto schifo.
venerdì 22 aprile 2016
A.A.A. mostro cerca compagnia
Alla fine il mostro fa lampeggiare quei suoi occhi freddi da squalo, tende il braccio nel saluto nazista e gonfia il petto cantando la sua vittoria. Anders Behring Breivik si è infatti aggiudicato la causa intentata contro lo stato norvegese, accusato dal pluriomicida di avere calpestato i suoi diritti (umani) nel corso della sua prigionia. Ora, stando a quel che si legge in giro, pare che i suoi ultimi quattro anni e rotti di detenzione, Breivik li abbia trascorsi dentro uno spazio articolato in tre celle: un soggiorno, uno studio e una zona per l'esercizio fisico. Sarebbe messo in condizione di cucinarsi il cibo da sé e di farsi il bucato. Avrebbe inoltre a disposizione una televisione, una consolle per videogame e un computer (sebbene non connesso a Internet). Ora, vista da questa prospettiva, sembrerebbe fin troppo facile trovare miniappartamenti in villeggiatura con dotazioni più spartane di così. In quale aspetto, allora, lo stato norvegese ha calpestato i diritti umani del super killer (che - lo ricordo - nel 2011 ha deliberatamente e consapevolmente ucciso 77 persone e per il cui crimine è stato condannato a soli 21 anni di detenzione)? Molto semplice: l'isolamento.
Scopriamo così che, per il tribunale norvegese, il contatto umano è un diritto fondamentale della persona, Sebbene questa persona - nel suo avere ucciso 77 innocenti - abbia calpestato egli stesso il più alto e grande diritto fondamentale di ogni persona, quello alla vita. E questo, inutile dirlo, ci fa incazzare. Ci fa incazzare enormemente. Ha fatto incazzare di brutto me, e immagino abbia fatto incazzare di brutto anche voi. Fa venire voglia di puntare il dito contro quel tribunale, sputare contro lo sputasentenze, aspettarlo sotto casa per chiedergli urlando cosa diavolo gli passa dentro quel suo cazzo di cervello, dirgli che questo pluriassassino - nazista dichiarato e mai pentito - non merita niente, se non sparire inghiottito dalla faccia della Terra e dalla memoria del genere umano. Invece, no. Invece il tribunale ci sbatte in faccia che (anche) il mostro ha dei diritti e, nel ricordarci che il mostro ha dei diritti, ci ricorda che il mostro è un essere umano e, nel ricordarci che il mostro è un essere umano, ci sottolinea che il mostro è come noi, che fa parte della nostra specie e che quindi abbiamo delle cose in comune con lui. Che sia questo che non riusciamo a sopportare?
Il punto è che l'isolamento sarebbe riconducibile a una forma di tortura che avrebbe devastanti effetti a lungo termine sulla psiche di chi vi viene sottoposto. "E ci stiamo a preoccupare della psiche di un neo nazista che ha ucciso 77 persone?" vi chiederete voi e (lo confesso) anche io. Ebbene, la risposta è Sì, perché la Legge, ovvero la giustizia, è garantita da principi oggettivi e non è condizionata dagli aspetti emozionali. Potete certamente ritenere discutibile la pena di soli 21 anni, che dà dunque la possibilità a costui di uscire di prigione a poco più di cinquant'anni, ma anche in questo caso ciò è quello che ha previsto la legge norvegese, ci piaccia o no. Forse dunque penserete che la legge norvegese è risibile, che è un paese di cartapesta, che non sono abituati ad avere a che fare con questioni del genere. Può darsi. E se invece questa sentenza che toglie Breivik dall'isolamento fosse solo un segno di maggiore civiltà ? Sempre, beninteso, che il soggetto in questione trovi qualcuno in prigione che abbia voglia stare con lui.
Scopriamo così che, per il tribunale norvegese, il contatto umano è un diritto fondamentale della persona, Sebbene questa persona - nel suo avere ucciso 77 innocenti - abbia calpestato egli stesso il più alto e grande diritto fondamentale di ogni persona, quello alla vita. E questo, inutile dirlo, ci fa incazzare. Ci fa incazzare enormemente. Ha fatto incazzare di brutto me, e immagino abbia fatto incazzare di brutto anche voi. Fa venire voglia di puntare il dito contro quel tribunale, sputare contro lo sputasentenze, aspettarlo sotto casa per chiedergli urlando cosa diavolo gli passa dentro quel suo cazzo di cervello, dirgli che questo pluriassassino - nazista dichiarato e mai pentito - non merita niente, se non sparire inghiottito dalla faccia della Terra e dalla memoria del genere umano. Invece, no. Invece il tribunale ci sbatte in faccia che (anche) il mostro ha dei diritti e, nel ricordarci che il mostro ha dei diritti, ci ricorda che il mostro è un essere umano e, nel ricordarci che il mostro è un essere umano, ci sottolinea che il mostro è come noi, che fa parte della nostra specie e che quindi abbiamo delle cose in comune con lui. Che sia questo che non riusciamo a sopportare?
Il punto è che l'isolamento sarebbe riconducibile a una forma di tortura che avrebbe devastanti effetti a lungo termine sulla psiche di chi vi viene sottoposto. "E ci stiamo a preoccupare della psiche di un neo nazista che ha ucciso 77 persone?" vi chiederete voi e (lo confesso) anche io. Ebbene, la risposta è Sì, perché la Legge, ovvero la giustizia, è garantita da principi oggettivi e non è condizionata dagli aspetti emozionali. Potete certamente ritenere discutibile la pena di soli 21 anni, che dà dunque la possibilità a costui di uscire di prigione a poco più di cinquant'anni, ma anche in questo caso ciò è quello che ha previsto la legge norvegese, ci piaccia o no. Forse dunque penserete che la legge norvegese è risibile, che è un paese di cartapesta, che non sono abituati ad avere a che fare con questioni del genere. Può darsi. E se invece questa sentenza che toglie Breivik dall'isolamento fosse solo un segno di maggiore civiltà ? Sempre, beninteso, che il soggetto in questione trovi qualcuno in prigione che abbia voglia stare con lui.
venerdì 23 ottobre 2015
Ritorno al futuro e noi, 30 anni dopo
È bello avere un'occasione come il Back to the Future Day, per organizzarsi una serata un po' nerd, insomma alla Big Bang Theory, per chi sa di cosa parlo, mangiare sul divano e farsi una maratona di film, di fronte a una birra per chi piace la birra, o di fronte a un chinotto per chi piace il chinotto. Ed è bello rivedere, ogni tanto (ma non troppo spesso), film che in qualche modo hanno segnato la nostra adolescenza. Nel mio sentirmi figlio degli anni '80, non perché sono nato in quel decennio, ma perché in quel decennio sono passato dagli undici ai vent'anni, e nel mio essere da sempre appassionato di cinema, Ritorno al futuro occupa un posto particolare, come lo occupano la trilogia di Indiana Jones (non scherzate, non esiste un Indiana Jones 4), i vari Alien, Terminator e, ovviamente, la prima trilogia di Star Wars. Ed è senza dubbio qualcosa che ormai ha (molto) a che fare con la nostalgia.
Per noi, nati a cavallo tra gli anni '60 e i '70, questi film irripetibili, appassionanti ed emozionanti sono le nostre madeleine proustiane e non si può escludere di inciamparsi per sbaglio in una lacrima quando ci si ritrova (di nuovo) al Ballo Incanto Sotto Il Mare e si sente Marvin Berry intonare Earth Angel. Perché se per puro caso a me capitò di vedere Ritorno al futuro al cinema (giuro) proprio il 26 ottobre 1985, all'epoca tutti noi avevamo più o meno l'età di Marty McFly, quell'età in cui il futuro era ancora tutto lì, davanti a noi. Quello era un momento in cui stavamo imparando a guidarla, la DeLorean, a partire dalle manovre più semplici s'intende, il resto ce lo avrebbe insegnato l'esperienza, la strada, i chilometri sotto le ruote, le gomme bucate, gli incidenti e i traguardi tagliati. Era un momento in cui avevamo la consapevolezza di approssimarci all'incerto confine a partire dal quale si cominciava a fare sul serio, o almeno a intravedere che ci sarebbe stato un momento, da lì a poco, in cui la vita avrebbe lasciato quel volante completamente nelle nostre mani. Ma, grande Giove, all'epoca tutte le strade erano nostre!
Così rivedere Ritorno al futuro a trent'anni di distanza ci fa ritornare a come, nel passato, guardavamo al nostro futuro, con il mistero e la curiosità di scoprirlo, con la passione e forse anche con un po' di paura, ma anche con la voglia pazza di entrarci dentro con tutti i capelli, le scarpe e magari un giubbotto di salvataggio, bruciare le tappe, inzupparci di possibilità , e a come adesso guardiamo invece il nostro passato, alle generazioni che si susseguono, a quello che siamo diventati noi, un giorno alla volta, una piccola decisione dietro l'altra, senza quasi accorgercene, senza salti temporali, senza almanacchi, senza fughe a 88 miglia all'ora, e a quello che abbiamo lasciato per strada, alle occasioni perdute, ai pugni che avremmo dovuto dare e non abbiamo dato, ai fulmini che abbiamo schivato e a quelli che invece ci hanno preso in pieno, alle cose che abbiamo rimandato troppo a lungo, ai volti che non vediamo più e la colpa è solo nostra, ai baci che avremmo dovuto dare e invece non abbiamo dato, alle canzoni che avremmo dovuto suonare e a quelle che abbiamo effettivamente suonato.
Ritorno al futuro non è solo un film perfetto come può esserlo un film, ma come purtroppo sempre più di rado lo sono i film. Un film con una sceneggiatura da manuale, piena di gag (per dire, quella dello zio Joey è fantastica), rimandi, trovate, ritmo e naturalezza, una colonna sonora eccezionale (lunga vita ad Alan Silvestri!) e un casting impeccabile. Ritorno al futuro ci dice anche (o soprattutto) che tutte le possibilità ci sono aperte, ma che dobbiamo fare le scelte giuste fin dall'inizio, che dobbiamo avere coraggio, che dobbiamo mettere da parte il nostro orgoglio, che non possiamo barare e che non tutti i bivi sono uguali. Sta a noi capire quelli che sono veramente cruciali per determinare quello che saremo o, meglio, quello che vorremo essere. Ma la sua bellezza assurda è che lo si può guardare con soddisfazione da tutte le prospettive, ovvero a seconda di come ci posizioniamo sull'ascissa temporale della nostra vita. Solo l'effetto-madaleine cambierà . Il divertimento e la sorpresa lasceranno un po' di spazio alla nostalgia e (forse) a qualche rimpianto, ma quello che resterà fermo, inossidabile, sarà che per quanto futuro ci resterà davanti, quello sarà sempre e comunque il nostro futuro e dovremo essere noi a farci in quattro per fare in modo che sia come noi vogliamo che sia.
Per noi, nati a cavallo tra gli anni '60 e i '70, questi film irripetibili, appassionanti ed emozionanti sono le nostre madeleine proustiane e non si può escludere di inciamparsi per sbaglio in una lacrima quando ci si ritrova (di nuovo) al Ballo Incanto Sotto Il Mare e si sente Marvin Berry intonare Earth Angel. Perché se per puro caso a me capitò di vedere Ritorno al futuro al cinema (giuro) proprio il 26 ottobre 1985, all'epoca tutti noi avevamo più o meno l'età di Marty McFly, quell'età in cui il futuro era ancora tutto lì, davanti a noi. Quello era un momento in cui stavamo imparando a guidarla, la DeLorean, a partire dalle manovre più semplici s'intende, il resto ce lo avrebbe insegnato l'esperienza, la strada, i chilometri sotto le ruote, le gomme bucate, gli incidenti e i traguardi tagliati. Era un momento in cui avevamo la consapevolezza di approssimarci all'incerto confine a partire dal quale si cominciava a fare sul serio, o almeno a intravedere che ci sarebbe stato un momento, da lì a poco, in cui la vita avrebbe lasciato quel volante completamente nelle nostre mani. Ma, grande Giove, all'epoca tutte le strade erano nostre!
Così rivedere Ritorno al futuro a trent'anni di distanza ci fa ritornare a come, nel passato, guardavamo al nostro futuro, con il mistero e la curiosità di scoprirlo, con la passione e forse anche con un po' di paura, ma anche con la voglia pazza di entrarci dentro con tutti i capelli, le scarpe e magari un giubbotto di salvataggio, bruciare le tappe, inzupparci di possibilità , e a come adesso guardiamo invece il nostro passato, alle generazioni che si susseguono, a quello che siamo diventati noi, un giorno alla volta, una piccola decisione dietro l'altra, senza quasi accorgercene, senza salti temporali, senza almanacchi, senza fughe a 88 miglia all'ora, e a quello che abbiamo lasciato per strada, alle occasioni perdute, ai pugni che avremmo dovuto dare e non abbiamo dato, ai fulmini che abbiamo schivato e a quelli che invece ci hanno preso in pieno, alle cose che abbiamo rimandato troppo a lungo, ai volti che non vediamo più e la colpa è solo nostra, ai baci che avremmo dovuto dare e invece non abbiamo dato, alle canzoni che avremmo dovuto suonare e a quelle che abbiamo effettivamente suonato.
Ritorno al futuro non è solo un film perfetto come può esserlo un film, ma come purtroppo sempre più di rado lo sono i film. Un film con una sceneggiatura da manuale, piena di gag (per dire, quella dello zio Joey è fantastica), rimandi, trovate, ritmo e naturalezza, una colonna sonora eccezionale (lunga vita ad Alan Silvestri!) e un casting impeccabile. Ritorno al futuro ci dice anche (o soprattutto) che tutte le possibilità ci sono aperte, ma che dobbiamo fare le scelte giuste fin dall'inizio, che dobbiamo avere coraggio, che dobbiamo mettere da parte il nostro orgoglio, che non possiamo barare e che non tutti i bivi sono uguali. Sta a noi capire quelli che sono veramente cruciali per determinare quello che saremo o, meglio, quello che vorremo essere. Ma la sua bellezza assurda è che lo si può guardare con soddisfazione da tutte le prospettive, ovvero a seconda di come ci posizioniamo sull'ascissa temporale della nostra vita. Solo l'effetto-madaleine cambierà . Il divertimento e la sorpresa lasceranno un po' di spazio alla nostalgia e (forse) a qualche rimpianto, ma quello che resterà fermo, inossidabile, sarà che per quanto futuro ci resterà davanti, quello sarà sempre e comunque il nostro futuro e dovremo essere noi a farci in quattro per fare in modo che sia come noi vogliamo che sia.
venerdì 9 ottobre 2015
Sinodo Mon Amour
«Il Sinodo non è un senato», ha dichiarato il Papa qualche giorno fa riferendosi al fatto che il Sinodo non è un posto da compromessi. E ha ragione. Il Sinodo non è nemmeno un consiglio di amministrazione e neppure un'assemblea condominiale, se è per questo, perché il Sinodo non è espressione di democrazia. Il Sinodo è un luogo dove delle persone si arrogano il diritto di dire come altre persone dovrebbero vivere, senza che le altre persone siano state interpellate a riguardo, naturalmente, né che abbiano attribuito loro alcun mandato a decidere. Il Sinodo è l'equivalente (moderno?) dello sciamano che puntava il dito al cielo, si dimenava nella polvere davanti al fuoco, tirava indietro la testa e poi strabuzzava le pupille dilatate lanciando i suoi anatemi sullo sfondo dei tamburi. Quale maggior autorità ci può essere se non quella che proviene dal Grande Spirito? Quale maggior legittimazione a dire che cosa si deve fare e come ci si deve comportare, che cosa è lecito e che cosa non lo è? Qualcuno, particolarmente ottimista, potrebbe sostenere che il Sinodo è semplicemente un esercizio di ordine. "Mettere ordine" è ciò che in qualche modo agevola, o dovrebbe agevolare, la convivenza civile tra gli individui e fa in modo che la società esista e sopravviva a se stessa in "pace e armonia", ovvero contribuisce a minimizzare i conflitti all'interno di essa. In realtà il Sinodo è (solo) un esercizio di potere e di controllo sulle coscienze delle persone e, dunque, sulle loro esistenze.
Insomma, di cosa stiamo parlando? Stiamo parlando di un nutrito gruppo di personaggi col vestito nero lungo e il berrettino fucsia che, per esempio, stabiliscono se una coppia di divorziati può o no prendere la Comunione. A parte il fatto che il marziano è noto per il suo agnosticismo e quindi non ci vuole nemmeno entrare nel merito della transustanziazione, vi rendete conto di quello che fanno? Cioè, questi discutono (e si prendono dannatamente sul serio) se una persona che non sta più con un'altra persona può fare la Comunione, solo perché sono stati uniti da un legame sancito dalla divinità (ritenuto dunque indissolubile). Pensano dunque costoro che la minaccia di vietare l'Eucaristia sia un deterrente alle coppie a restare insieme, ancorché a bagno nell'infelicità ? Oppure è una punizione? Visto che ti eri sposato davanti alla divinità , adesso che divorzi, tiè, la Comunione non te la do più. Ma cosa pensate che gliene possa fregare alla divinità di tutto questo? Voi, che ci credete, alla divinità , me lo volete spiegare?
E vogliamo parlare (ancora) delle coppie omosessuali? Dicono che ci vuole misericordia. Misericordia? La misericordia è una concessione, un favore, un'elemosina! Dicono che ci vuole tolleranza. Tolleranza?! Ma sapete qual è il primo significato di "tollerare"? Significa "sopportare cose spiacevoli". Dunque tollerare implica un giudizio (negativo). Pensate sia una cosa che va bene, tollerare? Ok, allora se proprio voi omosessuali volete stare insieme, almeno fatelo nella castità . Ah! Quindi, insomma, costoro, col vestito nero lungo e il berrettino fucsia, si arrogano il diritto di dire alle persone come essere felici, qui sulla Terra, nella libertà della loro vita, anche se le loro libere scelte in questi ambiti non implicherebbero abusi, dolori, violenze o ripercussioni di alcun genere verso qualcuno che non siano solo e soltanto loro stessi. E magari li minacciano pure medievalmente con lo spettro del peccato mortale e del castigo eterno! Ma le cose non si fermano qui. Perché non solo questo è rivolto a coloro che credono, persone che quindi si sentono chiamate in causa direttamente da una dottrina che può contraddire il loro modo di sentire la vita, ma per la quale sentono l'affinità suscitata dalla loro Fede, ma anche a coloro che non credono. Che è quello che sta tentando (disperatamente) di fare in tutti i modi la politica di matrice conservatrice all'interno della società civile: imporre un modello arbitrario a chi non crede in quel modello arbitrario, imporre una morale arbitraria a chi non condivide quella morale arbitraria. Come se voi vi batteste affinché sia negata la torta a tutti, soltanto perché voi avete deciso di stare a dieta (celebre e perfetto esempio). Ma perché lo fate? Perché vi arrogate questo diritto di dire agli altri come devono vivere, gettando in questo modo benzina sul fuoco del conflitto sociale e negando così di fatto le basi stesse della vostra Fede (Gv 13, 34-35)? Ma cosa pensate che gliene possa fregare alla divinità di tutto questo? Voi, che ci credete, alla divinità , me lo volete spiegare?
Insomma, di cosa stiamo parlando? Stiamo parlando di un nutrito gruppo di personaggi col vestito nero lungo e il berrettino fucsia che, per esempio, stabiliscono se una coppia di divorziati può o no prendere la Comunione. A parte il fatto che il marziano è noto per il suo agnosticismo e quindi non ci vuole nemmeno entrare nel merito della transustanziazione, vi rendete conto di quello che fanno? Cioè, questi discutono (e si prendono dannatamente sul serio) se una persona che non sta più con un'altra persona può fare la Comunione, solo perché sono stati uniti da un legame sancito dalla divinità (ritenuto dunque indissolubile). Pensano dunque costoro che la minaccia di vietare l'Eucaristia sia un deterrente alle coppie a restare insieme, ancorché a bagno nell'infelicità ? Oppure è una punizione? Visto che ti eri sposato davanti alla divinità , adesso che divorzi, tiè, la Comunione non te la do più. Ma cosa pensate che gliene possa fregare alla divinità di tutto questo? Voi, che ci credete, alla divinità , me lo volete spiegare?
E vogliamo parlare (ancora) delle coppie omosessuali? Dicono che ci vuole misericordia. Misericordia? La misericordia è una concessione, un favore, un'elemosina! Dicono che ci vuole tolleranza. Tolleranza?! Ma sapete qual è il primo significato di "tollerare"? Significa "sopportare cose spiacevoli". Dunque tollerare implica un giudizio (negativo). Pensate sia una cosa che va bene, tollerare? Ok, allora se proprio voi omosessuali volete stare insieme, almeno fatelo nella castità . Ah! Quindi, insomma, costoro, col vestito nero lungo e il berrettino fucsia, si arrogano il diritto di dire alle persone come essere felici, qui sulla Terra, nella libertà della loro vita, anche se le loro libere scelte in questi ambiti non implicherebbero abusi, dolori, violenze o ripercussioni di alcun genere verso qualcuno che non siano solo e soltanto loro stessi. E magari li minacciano pure medievalmente con lo spettro del peccato mortale e del castigo eterno! Ma le cose non si fermano qui. Perché non solo questo è rivolto a coloro che credono, persone che quindi si sentono chiamate in causa direttamente da una dottrina che può contraddire il loro modo di sentire la vita, ma per la quale sentono l'affinità suscitata dalla loro Fede, ma anche a coloro che non credono. Che è quello che sta tentando (disperatamente) di fare in tutti i modi la politica di matrice conservatrice all'interno della società civile: imporre un modello arbitrario a chi non crede in quel modello arbitrario, imporre una morale arbitraria a chi non condivide quella morale arbitraria. Come se voi vi batteste affinché sia negata la torta a tutti, soltanto perché voi avete deciso di stare a dieta (celebre e perfetto esempio). Ma perché lo fate? Perché vi arrogate questo diritto di dire agli altri come devono vivere, gettando in questo modo benzina sul fuoco del conflitto sociale e negando così di fatto le basi stesse della vostra Fede (Gv 13, 34-35)? Ma cosa pensate che gliene possa fregare alla divinità di tutto questo? Voi, che ci credete, alla divinità , me lo volete spiegare?
mercoledì 30 settembre 2015
Facebook e la (triste) condanna alla felicitÃ
Togliete i gattini, le scie chimiche, le scaramucce politiche, candy crush soda e qualche stupidaggine assortita, e la gran parte di quello che vi resta in mano dei Social Network è un'irritante gara alla felicità . Su Facebook sembra che l'emozione prevalente sia la gioia e i vostri amici non vedono l'ora di farvi sapere e di condividere con voi tutti questi momenti magici della loro splendide vite, in cui riescono a fare questo e quello, che sono così capaci e belli, belli, anzi bellissimi, con quelle loro boccucce rosse a forma di cuore (le donne) e gli sguardi da machi incorreggibili (gli uomini), che hanno avuto sì questo colpo di fortuna, ma che se la sono sudata, che ce l'hanno finalmente fatta e sono al settimo cielo, che sono in vacanza e stanno da dio in un posto della madonna [v. foto dei piedi contro l'orizzonte marino], che stanno mangiando questa cosa buonissima [v. foto orrenda del piatto], che si stanno sparando questo fantastico spritz in riva al lago con gli amici di sempre ecc. ecc. ecc., in quella che in questo modo diventa ben presto una specie di assurda competizione a dimostrare chi è più felice.
Perché tutti vorremmo essere felici, è naturale. Ma questo mondo preda (vittima?) del capitalismo, delle celebrità nullafacenti, della bellezza liofilizzata, della pancia piatta, dell'iPhone da 800€ a rate mensili, dello yogurt che ti spazzola via le arterie dal colesterolo, dei riflettori un tanto al chilo, che cosa ci ha insegnato a riguardo? Che la felicità è un diritto, qualcosa che nella migliore delle ipotesi ci è dovuto dalla costituzione dell'esistenza, e nella peggiore si compra, a prescindere dagli sforzi, dalle circostanze e dal portafoglio, in quella perpetua confusione in cui siamo immersi, sballottati in continuazione, alla deriva, tra l'Avere e l'Essere. Così Facebook ci viene in soccorso, come un filtro per le brutterie della vita, a mostrarci (almeno in questo mondo virtuale) felici e vincenti, con buona pace dei nostri "amici" che, spesso neanche conosciamo, ma che non possono far altro che vedere quanto bene ci vanno le cose e, in questo modo, ro-si-ca-re!
Perché la felicità accende la nostra invidia, come un peso sul piatto sbagliato della bilancia di una giustizia divina cui ci appelliamo perché prima o poi – cazzo! – dovrà toccare anche a noi. Perché tu, che sei felice su Facebook, non sperare che i tuoi "amici" siano davvero felici per te. Non contare sulla sincerità di faccine e cuoricini. Quelle non sono faccine e cuoricini veri. In realtà non si è (quasi) mai davvero felici per qualcuno, almeno se non si è felici noi stessi per primi, ma anche in questo caso permettetemi un po' di scetticismo. Quindi quando qualcuno dice di essere felice per te, diffida. Al massimo, se va bene, gli sei indifferente. Provare davvero gioia per la felicità di qualcun altro è una delle cose più difficili da provare al mondo e che possiamo riservare solo a poche, pochissime persone della nostra vita, solo a quelle che amiamo davvero, con tutto il nostro cuore, il nostro corpo e la nostra anima. Per il resto, dunque, l'unico modo di sopportare la felicità altrui, è essere felici anche noi. Almeno su Facebook.
Perché tutti vorremmo essere felici, è naturale. Ma questo mondo preda (vittima?) del capitalismo, delle celebrità nullafacenti, della bellezza liofilizzata, della pancia piatta, dell'iPhone da 800€ a rate mensili, dello yogurt che ti spazzola via le arterie dal colesterolo, dei riflettori un tanto al chilo, che cosa ci ha insegnato a riguardo? Che la felicità è un diritto, qualcosa che nella migliore delle ipotesi ci è dovuto dalla costituzione dell'esistenza, e nella peggiore si compra, a prescindere dagli sforzi, dalle circostanze e dal portafoglio, in quella perpetua confusione in cui siamo immersi, sballottati in continuazione, alla deriva, tra l'Avere e l'Essere. Così Facebook ci viene in soccorso, come un filtro per le brutterie della vita, a mostrarci (almeno in questo mondo virtuale) felici e vincenti, con buona pace dei nostri "amici" che, spesso neanche conosciamo, ma che non possono far altro che vedere quanto bene ci vanno le cose e, in questo modo, ro-si-ca-re!
Perché la felicità accende la nostra invidia, come un peso sul piatto sbagliato della bilancia di una giustizia divina cui ci appelliamo perché prima o poi – cazzo! – dovrà toccare anche a noi. Perché tu, che sei felice su Facebook, non sperare che i tuoi "amici" siano davvero felici per te. Non contare sulla sincerità di faccine e cuoricini. Quelle non sono faccine e cuoricini veri. In realtà non si è (quasi) mai davvero felici per qualcuno, almeno se non si è felici noi stessi per primi, ma anche in questo caso permettetemi un po' di scetticismo. Quindi quando qualcuno dice di essere felice per te, diffida. Al massimo, se va bene, gli sei indifferente. Provare davvero gioia per la felicità di qualcun altro è una delle cose più difficili da provare al mondo e che possiamo riservare solo a poche, pochissime persone della nostra vita, solo a quelle che amiamo davvero, con tutto il nostro cuore, il nostro corpo e la nostra anima. Per il resto, dunque, l'unico modo di sopportare la felicità altrui, è essere felici anche noi. Almeno su Facebook.
martedì 8 settembre 2015
Perché i rifugiati potrebbero venire in Europa in aereo (in piena sicurezza)
Perché un rifugiato non può prendersi un comodo aereo e venire in Europa? Se ha i soldi (e li ha) per mettersi nelle mani rapaci di criminali senza scrupoli per assicurarsi una corsa su un barcone del destino e andare incontro al rischio di lasciare la pelle sul fondale di un mediterraneo qualsiasi, perché dunque non usarli per comprarsi un biglietto aereo e giungere comodamente in Europa in Economic Class, sorseggiando una Coca Cola e leccandosi le dita salate dopo aver sgranocchiato le noccioline gentilmente offerte dalla compagnia? Di certo (1) costa molto meno delle cifre che si dice chiedano gli scafisti e (2) il rischio è senza dubbio molto minore anche nel caso di compagnie aeree non proprio in testa alla lista delle migliori del mondo. La domanda sembra stupida e la risposta sembrerebbe scontata: se nessuno lo fa, evidentemente non si può fare. Tant'è che nessuno si pone la domanda. Eppure è un interrogativo molto meno ozioso di quello che può sembrare. Permettetemi di fare a riguardo qualche ragionamento documentato.
Lo stato di "rifugiato" è disciplinato in primis dalla Convenzione di Ginevra del 1951 che indica chiaramente le sue caratteristiche. Il rifugiato è "Chiunque nel giustificato timore d’essere perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori dei suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi." Esistono poi altre definizioni giuridiche posteriori e maggiormente obiettive o funzionali. Ma per ora questa è sufficiente per i nostri scopi, anche perché è quella di riferimento di tutte le altre.
A proposito poi del fatto che i rifugiati non possono prendere l'aereo, c'è la posizione della UE regolata dalla Direttiva Europea 2001/51/EC, della quale vi invito a leggere almeno i primi paragrafi che vi riporto qui sotto:
(1) Per lottare efficacemente contro l'immigrazione clandestina è fondamentale che tutti gli Stati membri adottino un dispositivo che fissi gli obblighi per i vettori che trasportano cittadini stranieri nel territorio degli Stati membri. Ai fini di una maggiore efficacia di tale obiettivo, occorrerebbe altresì armonizzare, per quanto possibile, le sanzioni pecuniarie attualmente previste dagli Stati membri in caso di violazione degli obblighi di controllo cui sono soggetti i vettori, tenendo conto delle differenze esistenti tra gli ordinamenti giuridici e le prassi degli Stati membri.
(2) La presente misura rientra in un dispositivo globale di controllo dei flussi migratori e di lotta contro l'immigrazione clandestina.
In altre parole, questa direttiva demanda specificatamente ai vettori (quindi aerei e altri mezzi di trasporto deputati al trasferimento di persone verso paesi terzi) il divieto di procedere a dare ospitalità sui loro mezzi a persone che non abbiano i requisiti necessari. In altre parole, per essere in regola il passeggero ha bisogno di un visto, rilasciato da un organo delegato dallo Stato di destinazione (tipicamente un'ambasciata). E se il vettore lascia salire sul suo mezzo un passeggero senza visto, i costi del suo rimpatrio saranno a carico del vettore stesso.
Ora vi invito a porre la vostra attenzione sul terzo capoverso della medesima direttiva.
(3) L'applicazione della presente direttiva non pregiudica gli impegni derivanti dalla convenzione di Ginevra, del 28 luglio 1951, relativa allo status dei rifugiati, quale modificata dal protocollo di New York del 31 gennaio 1967.
Quindi, se interpreto correttamente (se non lo faccio, ditemelo), questa direttiva non può comunque annullare quanto disposto dalla Convenzione di Ginevra del 1951, emendata dal Protocollo di New York del 1967, il quale semplicemente estende la definizione del 1951, in quanto la "Convenzione sullo statuto dei rifugiati, firmata a Ginevra il 28 luglio 1951 [...] è applicabile soltanto alle persone rifugiatesi a cagione di avvenimenti anteriori al 1° gennaio 1951, considerando che dopo l’approvazione della Convenzione sono apparse nuove categorie di rifugiati, le quali pertanto possono essere escluse dalla Convenzione, considerando l’opportunità di applicare il medesimo statuto a tutti i rifugiati compresi nella definizione espressa dalla Convenzione, senza tener conto della data limite del 1° gennaio 1951".
Pertanto (a) chi ha diritto di essere considerato un rifugiato politico per i criteri della Convenzione di Ginevra, potrebbe prendersi un aereo e venire in Europa con un visto adeguato senza alcun tipo di ulteriore restrizione; (b) i vettori non si prenderanno mai autonomamente la responsabilità della decisione di fare salire sui propri mezzi passeggeri che potrebbero risultare mancanti dei criteri per essere definiti "rifugiati" e dunque avere il diritto di salire.
Ma chi è che decide chi può fregiarsi del titolo di "rifugiato" e dunque avvalersi dei diritti e delle protezioni conseguenti? Esiste un organismo internazionale? Qualcosa tipo l'Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite? No. Sono i singoli Stati. Nel caso dell'Italia, per esempio, c'è il Decreto Legislativo n. 25 del 28 gennaio 2008 che riprende la direttiva comunitaria 2005/85/CE e che all'Articolo 2, capoverso (d), dà la seguente definizione:
«rifugiato»: cittadino di un Paese non appartenente all'Unione europea il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità , appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trova fuori dal territorio del Paese di cui ha la cittadinanza e non può o, a causa di tale timore, non vuole avvalersi della protezione di tale Paese, oppure se apolide si trova fuori dal territorio nel quale aveva precedentemente la dimora abituale e per lo stesso timore sopra indicato non può o, a causa di siffatto timore, non vuole farvi ritorno, ferme le cause di esclusione previste dall'articolo 10 del decreto legislativo 19 novembre 2007, n. 251; (ovviamente, banalizzando, le "cause di esclusione" sono, in linea generale, i precedenti criminosi o atti contrari ai principi delle Nazioni Unite).
Inoltre il decreto stabilisce ulteriori categorie di persone che hanno diritto a protezione e asilo, ma i "rifugiati" sono quelli che godono dei massimi diritti.
Quindi, insomma, è demandata a ogni Stato, in quanto Sovrano, la decisione dell'applicabilità dello status di "rifugiati" e dunque l'attribuzione del diritto alla protezione, all'asilo e al movimento all'interno dell'Area Schengen a ciascun richiedente. Nel caso dell'Italia ci sono dieci Commissioni Territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale, composte ciascuna da 4 membri di cui due appartenenti al ministero dell’Interno, un rappresentante del sistema delle autonomie e un rappresentante dell’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite.
Tuttavia, il punto chiave è che invece di farsi spillare quattrini sulle spiagge e rischiare la vita sui barconi, coloro che hanno i requisiti per lo stato di rifugiati - secondo la legge - dovrebbero poter mettersi tranquillamente in coda alle ambasciate dei paesi UE, farsi rilasciare un visto e poi comprare un biglietto aereo per la destinazione UE che ha rilasciato quel visto. Ma se da un lato, di certo non tutte le migliaia di persone che stanno arrivando in Europa in questi giorni ne avrebbero diritto, in quanto non è detto che tutti godano dei requisiti per essere considerati "rifugiati", dall'altro non credo neanche che coloro che effettivamente quel diritto lo hanno, non lo facciano per colpa loro.
[PS Non essendo un esperto di Diritto internazionale potrebbe esserci qualche inesattezza. Pertanto se qualcuno ha osservazioni, puntualizzazioni o correzioni da fare, non solo è benvenuto, ma è invitato a farlo. Grazie.]
Lo stato di "rifugiato" è disciplinato in primis dalla Convenzione di Ginevra del 1951 che indica chiaramente le sue caratteristiche. Il rifugiato è "Chiunque nel giustificato timore d’essere perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori dei suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi." Esistono poi altre definizioni giuridiche posteriori e maggiormente obiettive o funzionali. Ma per ora questa è sufficiente per i nostri scopi, anche perché è quella di riferimento di tutte le altre.
A proposito poi del fatto che i rifugiati non possono prendere l'aereo, c'è la posizione della UE regolata dalla Direttiva Europea 2001/51/EC, della quale vi invito a leggere almeno i primi paragrafi che vi riporto qui sotto:
(1) Per lottare efficacemente contro l'immigrazione clandestina è fondamentale che tutti gli Stati membri adottino un dispositivo che fissi gli obblighi per i vettori che trasportano cittadini stranieri nel territorio degli Stati membri. Ai fini di una maggiore efficacia di tale obiettivo, occorrerebbe altresì armonizzare, per quanto possibile, le sanzioni pecuniarie attualmente previste dagli Stati membri in caso di violazione degli obblighi di controllo cui sono soggetti i vettori, tenendo conto delle differenze esistenti tra gli ordinamenti giuridici e le prassi degli Stati membri.
(2) La presente misura rientra in un dispositivo globale di controllo dei flussi migratori e di lotta contro l'immigrazione clandestina.
In altre parole, questa direttiva demanda specificatamente ai vettori (quindi aerei e altri mezzi di trasporto deputati al trasferimento di persone verso paesi terzi) il divieto di procedere a dare ospitalità sui loro mezzi a persone che non abbiano i requisiti necessari. In altre parole, per essere in regola il passeggero ha bisogno di un visto, rilasciato da un organo delegato dallo Stato di destinazione (tipicamente un'ambasciata). E se il vettore lascia salire sul suo mezzo un passeggero senza visto, i costi del suo rimpatrio saranno a carico del vettore stesso.
Ora vi invito a porre la vostra attenzione sul terzo capoverso della medesima direttiva.
(3) L'applicazione della presente direttiva non pregiudica gli impegni derivanti dalla convenzione di Ginevra, del 28 luglio 1951, relativa allo status dei rifugiati, quale modificata dal protocollo di New York del 31 gennaio 1967.
Quindi, se interpreto correttamente (se non lo faccio, ditemelo), questa direttiva non può comunque annullare quanto disposto dalla Convenzione di Ginevra del 1951, emendata dal Protocollo di New York del 1967, il quale semplicemente estende la definizione del 1951, in quanto la "Convenzione sullo statuto dei rifugiati, firmata a Ginevra il 28 luglio 1951 [...] è applicabile soltanto alle persone rifugiatesi a cagione di avvenimenti anteriori al 1° gennaio 1951, considerando che dopo l’approvazione della Convenzione sono apparse nuove categorie di rifugiati, le quali pertanto possono essere escluse dalla Convenzione, considerando l’opportunità di applicare il medesimo statuto a tutti i rifugiati compresi nella definizione espressa dalla Convenzione, senza tener conto della data limite del 1° gennaio 1951".
Pertanto (a) chi ha diritto di essere considerato un rifugiato politico per i criteri della Convenzione di Ginevra, potrebbe prendersi un aereo e venire in Europa con un visto adeguato senza alcun tipo di ulteriore restrizione; (b) i vettori non si prenderanno mai autonomamente la responsabilità della decisione di fare salire sui propri mezzi passeggeri che potrebbero risultare mancanti dei criteri per essere definiti "rifugiati" e dunque avere il diritto di salire.
Ma chi è che decide chi può fregiarsi del titolo di "rifugiato" e dunque avvalersi dei diritti e delle protezioni conseguenti? Esiste un organismo internazionale? Qualcosa tipo l'Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite? No. Sono i singoli Stati. Nel caso dell'Italia, per esempio, c'è il Decreto Legislativo n. 25 del 28 gennaio 2008 che riprende la direttiva comunitaria 2005/85/CE e che all'Articolo 2, capoverso (d), dà la seguente definizione:
«rifugiato»: cittadino di un Paese non appartenente all'Unione europea il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità , appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trova fuori dal territorio del Paese di cui ha la cittadinanza e non può o, a causa di tale timore, non vuole avvalersi della protezione di tale Paese, oppure se apolide si trova fuori dal territorio nel quale aveva precedentemente la dimora abituale e per lo stesso timore sopra indicato non può o, a causa di siffatto timore, non vuole farvi ritorno, ferme le cause di esclusione previste dall'articolo 10 del decreto legislativo 19 novembre 2007, n. 251; (ovviamente, banalizzando, le "cause di esclusione" sono, in linea generale, i precedenti criminosi o atti contrari ai principi delle Nazioni Unite).
Inoltre il decreto stabilisce ulteriori categorie di persone che hanno diritto a protezione e asilo, ma i "rifugiati" sono quelli che godono dei massimi diritti.
Quindi, insomma, è demandata a ogni Stato, in quanto Sovrano, la decisione dell'applicabilità dello status di "rifugiati" e dunque l'attribuzione del diritto alla protezione, all'asilo e al movimento all'interno dell'Area Schengen a ciascun richiedente. Nel caso dell'Italia ci sono dieci Commissioni Territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale, composte ciascuna da 4 membri di cui due appartenenti al ministero dell’Interno, un rappresentante del sistema delle autonomie e un rappresentante dell’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite.
Tuttavia, il punto chiave è che invece di farsi spillare quattrini sulle spiagge e rischiare la vita sui barconi, coloro che hanno i requisiti per lo stato di rifugiati - secondo la legge - dovrebbero poter mettersi tranquillamente in coda alle ambasciate dei paesi UE, farsi rilasciare un visto e poi comprare un biglietto aereo per la destinazione UE che ha rilasciato quel visto. Ma se da un lato, di certo non tutte le migliaia di persone che stanno arrivando in Europa in questi giorni ne avrebbero diritto, in quanto non è detto che tutti godano dei requisiti per essere considerati "rifugiati", dall'altro non credo neanche che coloro che effettivamente quel diritto lo hanno, non lo facciano per colpa loro.
[PS Non essendo un esperto di Diritto internazionale potrebbe esserci qualche inesattezza. Pertanto se qualcuno ha osservazioni, puntualizzazioni o correzioni da fare, non solo è benvenuto, ma è invitato a farlo. Grazie.]
giovedì 3 settembre 2015
L'ineffabile attrazione per il Granchio
E' bello vivere di sineddoche, perché la sineddoche ci dà certezze e avere certezze è quanto di meglio si possa chiedere a un'esistenza che, invece, di certezze in fondo ce ne dà una soltanto e non è che sia proprio una consolazione. Ma per tutto il resto abbiamo la sineddoche e la sineddoche è la nostra migliore amica, perché è colei che ci permette di avere opinioni definitive, facilmente e con pochissimo sforzo. E siccome farsi idee è la cosa più importante, in un mondo così complesso e articolato come quello in cui viviamo, ecco che la sineddoche ci viene in soccorso, ci risparmia fatica, ci sostiene nella nostra comprensione della realtà e nell'idea che ci facciamo di essa, di quello che contiene e di quello che vi succede. Da un evento particolare, di cui abbiamo sentito parlare sul web, sui giornali o in televisione, la sineddoche ci permette di indurre un principio generale. Cosa vogliamo di più?
Così, se a Genova, su un autobus di notte, un gruppo di adolescenti teste di cazzo, pestano a (quasi) morte un uomo perché credono che sia omosessuale, e l'autista codardo infila la testa sotto la sabbia dicendo che suo nonno gli ha sempre insegnato a farsi i fatti suoi, la sineddoche ci informa che il problema è la città degradata, l'omofobia dilagante, il razzismo, l'intolleranza. Se a Tunisi, alcuni militanti dell'Isis fanno strage di turisti in una spiaggia di Sousse, la sineddoche ci sussurra all'orecchio che i musulmani sono un branco di pazzi, incivili, arretrati, disposti a tutto, e la loro religione medioevale equivale al culto del male. Se un extracomunitario ubriaco investa una vecchietta sulle strisce, la sineddoche ci rivela che è tutta colpa dell'immigrazione clandestina, dei barconi, e che gli africani (anzi, i negri!) sono delinquenti e puzzano.
Insomma, la sineddoche è (molto) pericolosa, perché la sineddoche ci facilita la vita, ci risparmia l'impegno di pensare, di informarci, di verificare e - a un prezzo stracciato - ci mette in tasca una fresca e rassicurante verità assoluta, di quelle che poi possiamo sfoggiare sui social network, come un bel vestito su un red carpet, sputando sentenze e dando degli idioti a quelli che non la pensano come noi. Ma a noi che cosa importa, se quella opinione non corrisponde alla realtà , ma anzi la distorce e fa pescare granchi colossali come mostri di film di serie B? L'importante è che siamo convinti noi e che ci siamo arrivati da soli, a quelle conclusioni, dandoci così l'illusione di averla in pugno quella verità , che sia nostra e nostra soltanto. In questo modo non solo avremo la verità , ma potremo anche tirarcela con gli amici (reali e virtuali) di esserne i depositari, esserne orgogliosi, noi e tutti gli altri membri dell'affollato Club del Granchio. In fondo è solo questo che importa, mica la verità .
Così, se a Genova, su un autobus di notte, un gruppo di adolescenti teste di cazzo, pestano a (quasi) morte un uomo perché credono che sia omosessuale, e l'autista codardo infila la testa sotto la sabbia dicendo che suo nonno gli ha sempre insegnato a farsi i fatti suoi, la sineddoche ci informa che il problema è la città degradata, l'omofobia dilagante, il razzismo, l'intolleranza. Se a Tunisi, alcuni militanti dell'Isis fanno strage di turisti in una spiaggia di Sousse, la sineddoche ci sussurra all'orecchio che i musulmani sono un branco di pazzi, incivili, arretrati, disposti a tutto, e la loro religione medioevale equivale al culto del male. Se un extracomunitario ubriaco investa una vecchietta sulle strisce, la sineddoche ci rivela che è tutta colpa dell'immigrazione clandestina, dei barconi, e che gli africani (anzi, i negri!) sono delinquenti e puzzano.
Insomma, la sineddoche è (molto) pericolosa, perché la sineddoche ci facilita la vita, ci risparmia l'impegno di pensare, di informarci, di verificare e - a un prezzo stracciato - ci mette in tasca una fresca e rassicurante verità assoluta, di quelle che poi possiamo sfoggiare sui social network, come un bel vestito su un red carpet, sputando sentenze e dando degli idioti a quelli che non la pensano come noi. Ma a noi che cosa importa, se quella opinione non corrisponde alla realtà , ma anzi la distorce e fa pescare granchi colossali come mostri di film di serie B? L'importante è che siamo convinti noi e che ci siamo arrivati da soli, a quelle conclusioni, dandoci così l'illusione di averla in pugno quella verità , che sia nostra e nostra soltanto. In questo modo non solo avremo la verità , ma potremo anche tirarcela con gli amici (reali e virtuali) di esserne i depositari, esserne orgogliosi, noi e tutti gli altri membri dell'affollato Club del Granchio. In fondo è solo questo che importa, mica la verità .
martedì 7 aprile 2015
Sala d'aspetto (come un esercizio)
La gente parla. Parla per ascoltare le proprie parole illudendosi che siano vaccini contro l'ebola. Fare la narrazione della tua vita per renderti un supereroe. Invece non è un mantello e nemmeno una maschera, è solo polvere sulle corde vocali. Il tempo, il calcio, la casta, mugugni a cavallo delle proprie opinioni per una gara cui si partecipa sempre da soli. Sei su un ronzino, ma vinci lo stesso. L'interlocutore è solo un autoscatto al contrario, uno specchio con cui parlare. Le sue risposte sono spot pubblicitari di prodotti che non ti interessano neanche se sono in offerta speciale. Ma neanche a lui interessano i tuoi. Conta solo che siate lì, a simulare di essere vivi, l'uno per l'altra, affinché possiate in continuazione provare a vendervi qualcosa di cui all'Universo (tranne a ciascuno di voi stessi) non importa un accidente.
Ognuno coccola il proprio discorso come fosse il solo e l'unico, corollario di un Big Bang che ha separato tutte le cose e le fa andare ciascuna per la propria strada in un'espansione accelerata e infinita. Il tuo (illuminato) giudizio è ciò che vale, l'economia, il governo, gli arbitri, esercizi continui di autoaffermazione in scompartimenti occasionali. Acidità di stomaco, complicazioni scolastiche, ragazzini che hanno rapporti intimi con Playstation, mamme all'ospizio che danno di matto giocando a canasta, nonni a casa che si rompono il femore cambiando la lampadina della cucina, ravattare scampoli di identità nella cesta dell'impiccio.
Colpi di tosse sputacchi starnuti, batteri nebulizzati alla deriva nella speranza di approdare su un ospite che non abbia nulla in contrario a favorire una riproduzione (asessuata), bambini-pannolini come un accoppiata di merda, blastoidi blasé, blatte blasfeme, blasoni blanditi, si stanno lasciando, storie di ordinaria depilazione, iperboli e menzogne, culi da palpare e brutte malattie che mi ossessionano, non farcela ad arrivare a fine mese e passare i weekend al centro commerciale, cosa mangiamo stasera?, balletto di unghie finte, scommesse, D&G, smartphone, come un'imperdibile raccolta-punti a beneficio del proprio ego.
E poi donne, quelle da una botta e via e quelle che ti rompono il cazzo, extracomunitari del cazzo (ma non sono mica razzista), zingari del cazzo (ma non sono mica razzista), froci del cazzo (ma non sono mica razzista), il cazzo di Rocco Siffredi (ma non guardo mai il porno, solo l'Isola dei Famosi), lui sì che ha capito tutto, e ti calibri sempre al centro dell'attenzione di due persone, dove una delle due persone sei tu.
Ora, dico io, ma perché diavolo non vi leggete un cazzo di libro (come me) e ve ne state un po' zitti?!
Ognuno coccola il proprio discorso come fosse il solo e l'unico, corollario di un Big Bang che ha separato tutte le cose e le fa andare ciascuna per la propria strada in un'espansione accelerata e infinita. Il tuo (illuminato) giudizio è ciò che vale, l'economia, il governo, gli arbitri, esercizi continui di autoaffermazione in scompartimenti occasionali. Acidità di stomaco, complicazioni scolastiche, ragazzini che hanno rapporti intimi con Playstation, mamme all'ospizio che danno di matto giocando a canasta, nonni a casa che si rompono il femore cambiando la lampadina della cucina, ravattare scampoli di identità nella cesta dell'impiccio.
Colpi di tosse sputacchi starnuti, batteri nebulizzati alla deriva nella speranza di approdare su un ospite che non abbia nulla in contrario a favorire una riproduzione (asessuata), bambini-pannolini come un accoppiata di merda, blastoidi blasé, blatte blasfeme, blasoni blanditi, si stanno lasciando, storie di ordinaria depilazione, iperboli e menzogne, culi da palpare e brutte malattie che mi ossessionano, non farcela ad arrivare a fine mese e passare i weekend al centro commerciale, cosa mangiamo stasera?, balletto di unghie finte, scommesse, D&G, smartphone, come un'imperdibile raccolta-punti a beneficio del proprio ego.
E poi donne, quelle da una botta e via e quelle che ti rompono il cazzo, extracomunitari del cazzo (ma non sono mica razzista), zingari del cazzo (ma non sono mica razzista), froci del cazzo (ma non sono mica razzista), il cazzo di Rocco Siffredi (ma non guardo mai il porno, solo l'Isola dei Famosi), lui sì che ha capito tutto, e ti calibri sempre al centro dell'attenzione di due persone, dove una delle due persone sei tu.
Ora, dico io, ma perché diavolo non vi leggete un cazzo di libro (come me) e ve ne state un po' zitti?!
mercoledì 18 marzo 2015
Si stava peggio, quando si stava meglio (un'elegia del futuro)
Mi sono rotto le palle (e a frammenti piccoli piccoli) di continuare a sentir scandire il ritornello di come andavano meglio le cose prima. Non se ne può più di sentire persone che, eternamente deluse dal (loro) presente, non fanno che guardarsi indietro e magnificano sempre e comunque i Tempi Andati che, per quanto difficili, per quanto complicati, per quanto questo, per quanto quell'altro, erano sempre e comunque migliori di Adesso. Un terribile paradigma prospettico, questo, che viene applicato incondizionatamente, senza conoscere, senza riflettere, senza informarsi. Il default dell'opinione, l'apologia dell'ottusità .
La prima attribuzione, per eccellenza, è alla società in generale. Ma non di rado lo si sente rivolto anche alla politica, ai giovani, ai rapporti tra le persone, alla scuola, ai preti, al cinema, allo sport, alla musica, alla morale, all'economia, alla letteratura. Per costoro (e sono tanti, tantissimi, un esercito di tetri rompiballe) moltissimi aspetti del presente sono visti in funzione di una perdita di qualcosa del passato. In altre parole per loro la corsa verso il futuro è una decadenza continua e inarrestabile, a dispetto di un'evoluzione tecnologica, medica, alimentare, immobiliare o quellochevoletevoi, che di fatto, dunque, non serve in alcun modo a rendere migliore la vita dell'uomo, inesorabilmente così destinata – nel suo complesso – a essere peggiore.
Invece, la perenne contemplazione del passato, e il crogiolarsi in maniera un po' autocompiacente in esso, non è soltanto il risultato della nostalgia di un tempo considerato migliore solo perché quello era il tempo di una giovinezza che consentiva di sperare in un futuro in un modo che adesso l'anagrafe e l'esperienza non rendono più possibile, ma è anche una dimostrazione che costoro fanno continuamente a se stessi. Perché convincersi di un passato che contiene in sé una situazione desiderabile, migliore del presente, significa semplicemente convincersi che, in generale, qualcosa di meglio può esistere. Anche se offuscato dalla fallacità della memoria o distorto dalla labilità del ricordo, il passato migliore sta comunque lì a dimostrare che, come è già esistito (in passato), allora potrà esistere di nuovo (in futuro). In altre parole significa rivolgere la propria speranza verso qualcosa di (ritenuto) tangibile, perché ci siamo già passati attraverso. E abbracciare la speranza nei confronti di un ritorno a uno stato già vissuto, dunque possibile, è molto più facile (e quindi più potentemente consolatoria) che immaginarsi qualcosa magari di migliore e di diverso (oppure anche niente), ma avvolto nelle nebbie incerte dell'ipoteticità .
Naturalmente tra vent'anni gli stessi (se ancora ci saranno) diranno con la classica lacrimuccia quanto si stava bene oggi.
La prima attribuzione, per eccellenza, è alla società in generale. Ma non di rado lo si sente rivolto anche alla politica, ai giovani, ai rapporti tra le persone, alla scuola, ai preti, al cinema, allo sport, alla musica, alla morale, all'economia, alla letteratura. Per costoro (e sono tanti, tantissimi, un esercito di tetri rompiballe) moltissimi aspetti del presente sono visti in funzione di una perdita di qualcosa del passato. In altre parole per loro la corsa verso il futuro è una decadenza continua e inarrestabile, a dispetto di un'evoluzione tecnologica, medica, alimentare, immobiliare o quellochevoletevoi, che di fatto, dunque, non serve in alcun modo a rendere migliore la vita dell'uomo, inesorabilmente così destinata – nel suo complesso – a essere peggiore.
Invece, la perenne contemplazione del passato, e il crogiolarsi in maniera un po' autocompiacente in esso, non è soltanto il risultato della nostalgia di un tempo considerato migliore solo perché quello era il tempo di una giovinezza che consentiva di sperare in un futuro in un modo che adesso l'anagrafe e l'esperienza non rendono più possibile, ma è anche una dimostrazione che costoro fanno continuamente a se stessi. Perché convincersi di un passato che contiene in sé una situazione desiderabile, migliore del presente, significa semplicemente convincersi che, in generale, qualcosa di meglio può esistere. Anche se offuscato dalla fallacità della memoria o distorto dalla labilità del ricordo, il passato migliore sta comunque lì a dimostrare che, come è già esistito (in passato), allora potrà esistere di nuovo (in futuro). In altre parole significa rivolgere la propria speranza verso qualcosa di (ritenuto) tangibile, perché ci siamo già passati attraverso. E abbracciare la speranza nei confronti di un ritorno a uno stato già vissuto, dunque possibile, è molto più facile (e quindi più potentemente consolatoria) che immaginarsi qualcosa magari di migliore e di diverso (oppure anche niente), ma avvolto nelle nebbie incerte dell'ipoteticità .
Naturalmente tra vent'anni gli stessi (se ancora ci saranno) diranno con la classica lacrimuccia quanto si stava bene oggi.
lunedì 16 marzo 2015
L'Isis, l'orrore e il Moncler
La sensazione comune è che si sia al cospetto del peggior orrore della Storia, almeno quella dell'ultimo secolo, almeno dai tempi di Auschwitz. Mettere di fronte al crudo spettacolo di roghi e decapitazioni ha fatto piombare l'occidente in un'atmosfera antica, non necessariamente medioevale, comunque un tempo di ghigliottine e vergini di Norimberga, caccie alle streghe e tori di Falaride.
La realtà è un po' diversa. Perché la sola, vera, specialità dell'orrore targato Isis, l'unico aspetto che lo differenzia dagli altri orrori della Storia in cui l'uomo ha dimostrato di sguazzare così bene, è la sua mediaticità , la sua presunzione, se vogliamo, la sua assoluta mancanza di pudore per la morte e il dolore.
L'Isis invece la morte e il dolore te li sbatte sotto il naso, in tutta la loro puzza insopportabile di merda, piscio, vomito, sangue, terra, sudore e marciume, anche per te, sprofondato al calduccio nel tuo divano che ancora profuma della Ferilli, di fronte al tuo maxischermo OLED comprato in trentasei comode rate mensili (ma tranquillo, pagherai da giugno) e il tuo Moncler fiammante eretto ad armatura contro quei vili attacchi alla tua Civiltà .
Invece l'orrore dell'Isis è (semplicemente) l'orrore della guerra. Una guerra atipica, se vuoi, non convenzionale, d'accordo, che non risparmia civili inermi compresi donne e bambini, va bene, una guerra che ha regole diverse da quelle cui ti hanno raccontato a scuola, te lo concedo, ma pur sempre una guerra in piena regola. E quello che l'Isis ci mostra non è niente più dell'orrore che scaturisce dalla natura umana nel momento in cui un uomo lotta all'ultimo sangue contro un altro uomo.
Credi che in Vietnam, Corea o Afghanistan, o in occasioni di eccidi come quello di Srebrenica (giusto per citarne uno vicino a noi nel tempo e nello spazio) l'orrore sia stato minore? Credi che il napalm servisse per accenderci i barbecue? Solo ci è stata fatta la cortesia di non mostrarcelo. Sì, certo, ne abbiamo letto a riguardo, ma la cronaca è racconto e il racconto è comunque una forma di narrativa con le sue iperboli e la sua possibilità di non credere, almeno non fino in fondo. Non è come essere lì, non è come vedere ciò che accade. Così, come un libro, quell'orrore abbiamo potuto metterlo nello scaffale delle cose brutte, okay, ma che in fondo non ci riguardano. Per intendersi, quel ripiano lassù in cima, bello in alto.
Invece l'Isis non ci risparmia niente. L'Isis ci mostra la guerra per quello che è. Spettacolarizzata, certo (i suoi video hanno comunque aspetti coreografici non trascurabili), ma comunque senza i filtri del pudore, del perbenismo, dell'ipocrisia. L'Isis vuole dirci che un giorno toccherà a noi, perché non si fermeranno finché non avranno raggiunto Roma, Parigi, Berlino, Londra. L'Isis vuole farci tremare il buco del culo. E invece, mostrandoci senza alcuna pietà l'orrore della guerra, l'Isis ci mette semplicemente in contatto con la realtà , ci fa conoscere quell'orrore dal quale - a meno che non abbiamo incontrato la guerra direttamente - ci siamo sempre volentieri sottratti o ci hanno sempre tenuti al riparo. Guardare l'orrore negli occhi significa invece conoscere la guerra come non l'abbiamo mai conosciuta, imparare a non nascondere la testa sotto la sabbia, e in questo modo sviluppare gli anticorpi morali (ma non solo) per affrontarla.
Insomma, alla fine è come se l'Isis ci stesse facendo un favore, insegnandoci che un Moncler non basterà a proteggerci. Nemmeno l'ultimo modello.
La realtà è un po' diversa. Perché la sola, vera, specialità dell'orrore targato Isis, l'unico aspetto che lo differenzia dagli altri orrori della Storia in cui l'uomo ha dimostrato di sguazzare così bene, è la sua mediaticità , la sua presunzione, se vogliamo, la sua assoluta mancanza di pudore per la morte e il dolore.
L'Isis invece la morte e il dolore te li sbatte sotto il naso, in tutta la loro puzza insopportabile di merda, piscio, vomito, sangue, terra, sudore e marciume, anche per te, sprofondato al calduccio nel tuo divano che ancora profuma della Ferilli, di fronte al tuo maxischermo OLED comprato in trentasei comode rate mensili (ma tranquillo, pagherai da giugno) e il tuo Moncler fiammante eretto ad armatura contro quei vili attacchi alla tua Civiltà .
Invece l'orrore dell'Isis è (semplicemente) l'orrore della guerra. Una guerra atipica, se vuoi, non convenzionale, d'accordo, che non risparmia civili inermi compresi donne e bambini, va bene, una guerra che ha regole diverse da quelle cui ti hanno raccontato a scuola, te lo concedo, ma pur sempre una guerra in piena regola. E quello che l'Isis ci mostra non è niente più dell'orrore che scaturisce dalla natura umana nel momento in cui un uomo lotta all'ultimo sangue contro un altro uomo.
Credi che in Vietnam, Corea o Afghanistan, o in occasioni di eccidi come quello di Srebrenica (giusto per citarne uno vicino a noi nel tempo e nello spazio) l'orrore sia stato minore? Credi che il napalm servisse per accenderci i barbecue? Solo ci è stata fatta la cortesia di non mostrarcelo. Sì, certo, ne abbiamo letto a riguardo, ma la cronaca è racconto e il racconto è comunque una forma di narrativa con le sue iperboli e la sua possibilità di non credere, almeno non fino in fondo. Non è come essere lì, non è come vedere ciò che accade. Così, come un libro, quell'orrore abbiamo potuto metterlo nello scaffale delle cose brutte, okay, ma che in fondo non ci riguardano. Per intendersi, quel ripiano lassù in cima, bello in alto.
Invece l'Isis non ci risparmia niente. L'Isis ci mostra la guerra per quello che è. Spettacolarizzata, certo (i suoi video hanno comunque aspetti coreografici non trascurabili), ma comunque senza i filtri del pudore, del perbenismo, dell'ipocrisia. L'Isis vuole dirci che un giorno toccherà a noi, perché non si fermeranno finché non avranno raggiunto Roma, Parigi, Berlino, Londra. L'Isis vuole farci tremare il buco del culo. E invece, mostrandoci senza alcuna pietà l'orrore della guerra, l'Isis ci mette semplicemente in contatto con la realtà , ci fa conoscere quell'orrore dal quale - a meno che non abbiamo incontrato la guerra direttamente - ci siamo sempre volentieri sottratti o ci hanno sempre tenuti al riparo. Guardare l'orrore negli occhi significa invece conoscere la guerra come non l'abbiamo mai conosciuta, imparare a non nascondere la testa sotto la sabbia, e in questo modo sviluppare gli anticorpi morali (ma non solo) per affrontarla.
Insomma, alla fine è come se l'Isis ci stesse facendo un favore, insegnandoci che un Moncler non basterà a proteggerci. Nemmeno l'ultimo modello.
venerdì 9 gennaio 2015
Il complotto come mitologia del male
Quando accadono cose troppo brutte per essere vere, è allora che scatta puntuale l'ipotesi di complotto. Perché il complotto consola, il complotto giustifica, la natura maligna e perversa del complotto riesce in qualche modo a darci ragione di cose che altrimenti faremmo fatica a disciplinare. Perché il complotto è prima di tutto un antidoto a una realtà che stordisce da quanto è brutta, una realtà che fa schifo, che fa vomitare, che fa orrore, che avvelena. Per questo c'è il complotto, perché non si può credere di fare parte di quella stessa realtà . Dunque si genera una finzione, il complotto, uno spazio cognitivo consolatorio in cui l'orrore sta su un piano diverso, più credibile, in qualche modo più accettabile, forse anche perché inevitabile. Ma soprattutto, il complotto conferisce una giustificazione e una complessità al male che nello stesso tempo ci allontana e ci separa da esso. Invece il male è stupido, il male è noioso, il male è molto più banale e prosaico di quanto si possa immaginare. Proprio come la vita di tutti noi.
lunedì 28 ottobre 2013
Elegia dei sensi perduti (forse per sempre)
Quando qualcuno chiedeva a George Mallory perché voleva andare in cima all'Everest - cosa che provò a fare per ben tre volte prima di restarne vittima nel 1924 - lui rispondeva: «Perché è lì». Così, semplicemente. Una risposta all'apparenza quasi ingenua, ma perfetta per tracciare gli smisurati contorni di un gesto epico, come quello dell'esplorazione, della conquista, dello spingersi oltre i confini conosciuti, dell'arrivare dove nessuno è mai giunto prima anche a rischio della vita, la cui utilità è dunque - di fatto - tutta e solo culturale.
Perché andare sulla Luna? «Perché è lì». Perché conquistare il Polo Sud? «Perché è lì». Perché andare su Marte? «Perché è lì». Eppure, oggi, alle orecchie della maggioranza quel «Perché è lì» è una risposta che suona incomprensibile come la frase astrusa di una lingua dimenticata, in quanto fa parte di una grammatica concettuale ormai colonizzata, rimodellata, stravolta da nuovi paradigmi. Una società in cui la tecnologia ha abituato l'umanità a vedere svelata ogni cosa con lo sforzo di un clic, e che in questo modo ha smarrito il senso di ogni mitologia (e dunque di ogni immaginazione), trova insensato il gesto della conquista fine a se stessa, perché la conquista ha proprio a che vedere, prima di ogni altra cosa, con il mistero, la mitologia e l'immaginazione. E questa lacuna la si ritrova tanto più radicata nelle giovani generazioni, programmate negli ultimi vent'anni al principio assoluto dell'utilitarismo-a-tutti-i-costi. Insomma, tu sei lì che - magari - gli parli davvero di esplorazione di Marte e loro ti guardano con il punto interrogativo che gli oscilla piano sulla testa, finché la domanda a un certo punto te la fanno: «Ma a che cosa serve andare su Marte?»
E tu allora, certo, puoi provare a parlargli dell'importanza della ricerca della vita e del come solo un equipaggio - e non un robot - potrebbe riuscire a compierla, del fatto che in fin dei conti, pur con tutte le difficoltà del caso, Marte è l'unico pianeta che l'uomo potrebbe abitare, puoi provare anche a buttare lì come ultima carta (ma non ultima in ordine di importanza) il valore supremo della conoscenza. Ma alla fine puoi stare certo/a che non li avrai convinti, perché tutti questi discorsi alle loro orecchie avranno sempre e comunque più d'una sfumatura accessoria, aleatoria, opzionale. Perché lo sforzo sarebbe titanico e il rischio a esso proporzionato, a fronte di quale reale ritorno? La tua risposta dovrebbe essere, semplicemente: «Perché è lì». Ma se non sono recepite le altre, figuriamoci questa.
Quello che più dovrebbe angosciare, però, è quello che questa perdita implica, perché di autentica perdita si tratta. Perché perdere il senso della conquista e dell'esplorazione, è perdere il senso del mistero, nell'illusione che non ce ne sia più neanche uno (o, ancora peggio, che non ci sia più alcun bisogno di svelare quello che ancora c'è, perché in fondo non è poi così importante), è perdere il senso dell'evoluzione e dell'elevazione umana come nell'assurda presunzione di avere già raggiunto il massimo (o, ancora peggio, che non ci sia più alcun bisogno di spingerci oltre, perché in fondo non è poi così importante), e dunque è perdere il senso del futuro e della nostra speranza in esso.
Ma è anche (soprattutto?) perdere il senso del mandala, ovvero dell'impegno alla realizzazione dell'impresa, ambiziosa, meravigliosa, strabiliante ancorché effimera, in quanto non portatrice di alcun ritorno materiale, perché oggi conta ormai più la meta che il percorso, più la retribuzione finale che l'esperienza, più lo sponsor che il gesto. Come perdere il senso dell'importanza della cultura, anzi quello della vita stesso.
Perché andare sulla Luna? «Perché è lì». Perché conquistare il Polo Sud? «Perché è lì». Perché andare su Marte? «Perché è lì». Eppure, oggi, alle orecchie della maggioranza quel «Perché è lì» è una risposta che suona incomprensibile come la frase astrusa di una lingua dimenticata, in quanto fa parte di una grammatica concettuale ormai colonizzata, rimodellata, stravolta da nuovi paradigmi. Una società in cui la tecnologia ha abituato l'umanità a vedere svelata ogni cosa con lo sforzo di un clic, e che in questo modo ha smarrito il senso di ogni mitologia (e dunque di ogni immaginazione), trova insensato il gesto della conquista fine a se stessa, perché la conquista ha proprio a che vedere, prima di ogni altra cosa, con il mistero, la mitologia e l'immaginazione. E questa lacuna la si ritrova tanto più radicata nelle giovani generazioni, programmate negli ultimi vent'anni al principio assoluto dell'utilitarismo-a-tutti-i-costi. Insomma, tu sei lì che - magari - gli parli davvero di esplorazione di Marte e loro ti guardano con il punto interrogativo che gli oscilla piano sulla testa, finché la domanda a un certo punto te la fanno: «Ma a che cosa serve andare su Marte?»
E tu allora, certo, puoi provare a parlargli dell'importanza della ricerca della vita e del come solo un equipaggio - e non un robot - potrebbe riuscire a compierla, del fatto che in fin dei conti, pur con tutte le difficoltà del caso, Marte è l'unico pianeta che l'uomo potrebbe abitare, puoi provare anche a buttare lì come ultima carta (ma non ultima in ordine di importanza) il valore supremo della conoscenza. Ma alla fine puoi stare certo/a che non li avrai convinti, perché tutti questi discorsi alle loro orecchie avranno sempre e comunque più d'una sfumatura accessoria, aleatoria, opzionale. Perché lo sforzo sarebbe titanico e il rischio a esso proporzionato, a fronte di quale reale ritorno? La tua risposta dovrebbe essere, semplicemente: «Perché è lì». Ma se non sono recepite le altre, figuriamoci questa.
Quello che più dovrebbe angosciare, però, è quello che questa perdita implica, perché di autentica perdita si tratta. Perché perdere il senso della conquista e dell'esplorazione, è perdere il senso del mistero, nell'illusione che non ce ne sia più neanche uno (o, ancora peggio, che non ci sia più alcun bisogno di svelare quello che ancora c'è, perché in fondo non è poi così importante), è perdere il senso dell'evoluzione e dell'elevazione umana come nell'assurda presunzione di avere già raggiunto il massimo (o, ancora peggio, che non ci sia più alcun bisogno di spingerci oltre, perché in fondo non è poi così importante), e dunque è perdere il senso del futuro e della nostra speranza in esso.
Ma è anche (soprattutto?) perdere il senso del mandala, ovvero dell'impegno alla realizzazione dell'impresa, ambiziosa, meravigliosa, strabiliante ancorché effimera, in quanto non portatrice di alcun ritorno materiale, perché oggi conta ormai più la meta che il percorso, più la retribuzione finale che l'esperienza, più lo sponsor che il gesto. Come perdere il senso dell'importanza della cultura, anzi quello della vita stesso.
giovedì 20 dicembre 2012
Apocalypse Tomorrow! (repetita iuvant)



«Alla fine del 13° Baktun, il 4 Ahau 3 K'anki'n 13.0.0.0.0Manco a dirlo, come nei migliori film, il glifo che dovrebbe indicare che cosa avviene pare sia troppo rovinato per essere interpretato. Tutto quello che si può dire, si riferisce pertanto a questo fantomatico Bolon Yokte, che però, da quello che si sa, pare fosse una figura mitologica jolly, legata alla guerra e al mondo sotterraneo, ma anche alla creazione, un'ambivalenza meravigliosa capace dunque di solleticare sia l'immaginazione dei catastrofisti, che quella dei guru new age.
[qualcosa]
avviene quando Bolon Yokte discende».
Quello che è certo, dunque, è che i Maya non hanno mai parlato di fine del mondo, di collisioni planetarie, di salti quantici cosmici, di cataclismi globali o di altre antipatiche diavolerie portasfiga. Magari l'avessero fatto. Almeno avreste l'alibi per credere davvero a qualcosa, ancorché stravagante e strampalato. Così invece ci fate solo la figura dei fessi. Come al solito.
Non mi resta dunque che augurarvi che Bolon Yokte vi sia propizio. Per tutto ciò che può essere di sua competenza, s'intende. Al resto pensateci da soli, che è meglio.
[Credits: i dati di natura archeologica sono tratti da I Maya e il 2012 - Un'indagine scientifica di Sabrina Mugnos, Macro Edizioni]
mercoledì 19 dicembre 2012
A proposito di coloro che pensano che un'orgia prima della fine del mondo sia quello che ci vuole
Non è semplice rendersi conto di quanto sia bello assistere a una fine del mondo. Di quanto sia interessante. Di quanto sia emozionante. Di quanto sia affascinante. Di quanto sia (tutto sommato) perfino comodo. Di quanto sia infine unico ed esclusivo. Un autentico onore, anzi un privilegio che nemmeno gli eletti dell'American Express Gold possono vantare: essere tra coloro che assisteranno a uno spettacolo unico e irripetibile (e gratuito), addirittura meglio di un (qualunque) politico italiano che si ritira a vita privata.
Dunque perché perdere tempo a cercare in giro buchi come struzzi dalla testa troppo grossa? Perché sbattersi a costruire bunker in giardino o ammassare provviste a lunga scadenza in profonde grotte appenniniche? Che senso ha cercare scampo a qualcosa che per definizione è la fine di tutto, e dunque dalla quale non può esserci scampo? Perché diamine anche in queste circostanze estreme voi umani affrontate le cose nel modo sbagliato (peggiore), e invece non vi godete gli Ultimi Giorni concedendovi le cose migliori che la vita vi offre e poi amen?
Mangiare frittelle ripiene, abbracciare il primo che passa, scopare come ricci che scopano come umani che scopano come ricci, giocare alla Xbox, fumare due pacchetti di Camel al giorno, dichiarare il vostro amore a qualcuno (in ginocchio), cucinare le lasagne al forno, non giocare alla Xbox, dichiarare su Facebook di essere gay (se siete gay), andare a vedere sorgere il sole in cima al monte (o spiaggia) più vicino a voi (se ne avete uno), farvi riempire di fusa dal vostro gatto, andare dal prete a confessarvi dei vostri peccati e mentire, offrire perdono a una persona di cui non vi importa niente, farvi una partita a Pinnacola (o a King) [aggiungete pure quello che più vi garba].
Perché la paura di morire (e lo sconsiderato desiderio di aggrapparsi all'ultimo maleodorante respiro e a quello dopo e a quello dopo ancora) è solo un perverso sentimento di invidia nei confronti di coloro che restano vivi (ancora solo per un po') e possono (ancora solo per un po') fare una qualunque delle cose di cui sopra in barba a chi invece se n'è andato, specialmente se è finito sottoterra anzitempo. Per questo la fine del mondo è invece il modo migliore, più consolatorio, più spettacolare ed eccitante, di lasciare quest'universo. Tutti insieme.
L'unico (grave) difetto della fine del mondo è l'impossibilità di poterla raccontare in un post.
Dunque perché perdere tempo a cercare in giro buchi come struzzi dalla testa troppo grossa? Perché sbattersi a costruire bunker in giardino o ammassare provviste a lunga scadenza in profonde grotte appenniniche? Che senso ha cercare scampo a qualcosa che per definizione è la fine di tutto, e dunque dalla quale non può esserci scampo? Perché diamine anche in queste circostanze estreme voi umani affrontate le cose nel modo sbagliato (peggiore), e invece non vi godete gli Ultimi Giorni concedendovi le cose migliori che la vita vi offre e poi amen?
Mangiare frittelle ripiene, abbracciare il primo che passa, scopare come ricci che scopano come umani che scopano come ricci, giocare alla Xbox, fumare due pacchetti di Camel al giorno, dichiarare il vostro amore a qualcuno (in ginocchio), cucinare le lasagne al forno, non giocare alla Xbox, dichiarare su Facebook di essere gay (se siete gay), andare a vedere sorgere il sole in cima al monte (o spiaggia) più vicino a voi (se ne avete uno), farvi riempire di fusa dal vostro gatto, andare dal prete a confessarvi dei vostri peccati e mentire, offrire perdono a una persona di cui non vi importa niente, farvi una partita a Pinnacola (o a King) [aggiungete pure quello che più vi garba].
Perché la paura di morire (e lo sconsiderato desiderio di aggrapparsi all'ultimo maleodorante respiro e a quello dopo e a quello dopo ancora) è solo un perverso sentimento di invidia nei confronti di coloro che restano vivi (ancora solo per un po') e possono (ancora solo per un po') fare una qualunque delle cose di cui sopra in barba a chi invece se n'è andato, specialmente se è finito sottoterra anzitempo. Per questo la fine del mondo è invece il modo migliore, più consolatorio, più spettacolare ed eccitante, di lasciare quest'universo. Tutti insieme.
L'unico (grave) difetto della fine del mondo è l'impossibilità di poterla raccontare in un post.
sabato 1 dicembre 2012
Dall'alto
Prospettive che non dovremmo mai trascurare nella nostra visione del mondo e di noi stessi dentro (sopra) di esso.
Further Up Yonder from Giacomo Sardelli on Vimeo.
venerdì 20 luglio 2012
Sogni d'interdipendenza, utopie di lungimiranza

Tuttavia, come osservò giustamente SPB, questo stato d'animo "implica accettare di dipendere da qualcuno e che qualcuno dipenda da te, accettare di influenzare e di essere influenzato, accettare di subire le conseguenze di un'azione altrui e di essere causa di conseguenze per altri. Implica, in una parola, la presa di coscienza che non sei solo, nel bene e nel male. E che ciò che fai si riflette, modifica, interagisce con il resto." E questo - ribadisco io - corrisponde in maniera prepotente a una visione olistica che dovremmo avere non solo rispetto all'universo in termini fisici, ma anche alla società in cui gli individui vivono e alle sue componenti in relazione tra loro.

E Fulvio the Cat in qualche modo ha provato a dare una risposta quando qualche giorno dopo ha detto: "Ma non sarà che la coscienza civile, e in generale la consapevolezza che 'siamo tutti sulla stessa barca', e quindi la solidarietà e la collaborazione alla lunga danno risultati migliori dell'individualismo, sono un meme positivo che si propaga per contatto, soprattutto sociale? Voglio dire: la televisione ci allontana, promuove l'individualismo e il meme tossico del primeggiare a tutti i costi. La rinascita delle comunità , reali o virtuali, dovrebbe essere una sorta di antidoto."
E si vede che Fulvio è un ottimista. D'altro canto, se siete pessimisti, potreste pensare di rispondere: "Nessuna, non esiste". Oppure se siete giusto un po' meno pessimisti, potreste azzardare un: "Solo una crisi di proporzioni tali da promuovere la maturazione di una forte istanza condivisa che, messa in pratica in termini di solidarietà , possa consentirci, in qualche modo, di salvarci". Quello che voglio invece osservare io, a proposito di questo cambio di mentalità che oggi risulta comunque necessario intraprendere, ma prima ancora, interiorizzare (e anche il più velocemente possibile) e che è emerso, a parer mio, tra le righe delle considerazioni fatte, è questo: ma è proprio necessario vedersi interdipendenti per salvarsi il futuro?

/fine (per ora)
[Credit: il quadro in alto è di Elena Puca]
mercoledì 18 luglio 2012
Detrattori della Decrescita, andate a quel paese!



/continua
lunedì 16 luglio 2012
Biologicamente mangiando




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