Punti di vista da un altro pianeta

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mercoledì 14 gennaio 2015

Satira, democrazia e giornalisti in minigonna

Se vale il principio che la libertà di qualcuno finisce dove inizia quella di qualcun altro, la libertà di espressione della satira dove finisce? Qual è il suo limite? Ne ha uno? Lo deve avere? O forse, meglio, lo può avere? L'impressione mia è che la risposta sia no. A vedere certe vignette di Charlie Hebdo sembra che il limite non esista, almeno nella misura in cui l'offesa o la volgarità vengono messe a servizio di quello che è da sempre il fine principale della satira: attaccare le espressioni del potere (soprattutto politico e religioso). A questo punto l'unico pericolo che può rendere la satira spazzatura, è che sia inefficace.

Ma la forza della satira, la sua veemenza, la sua esplosività, non possono prescindere dalla percezione che l'oggetto rappresentato (ovvero chi in qualche modo se ne sente coinvolto) ha di essa. È il caso per esempio del dogma islamico dell'iconoclastia, molto radicato e sentito tra i musulmani, riferendosi all'irrappresentabilità non solo di Maometto e Allah, ma anche di ogni figura umana che possa essere oggetto di venerazione, contro cui va Charlie Hebdo ogni volta che pubblica una vignetta che raffiguri Maometto.

Dunque la domanda è: in nome della libertà di espressione, i giornalisti di Charlie Hebdo hanno superato (o superano) il limite? In che modo Charlie Hebdo e tutti i giornali di satira possono trovare giustificazione al loro superare i limiti? Qual è il principio - se non giurisprudenziale, per lo meno razionale - per cui non possono essere accusati, per esempio, di vilipendio contro le religioni? Che cosa salva la satira? La risposta è semplice: la sua indipendenza, ovvero il fatto che la satira sia davvero libera da ogni condizionamento e ogni altro fine, se non quello di smascherare i vizi del potere. Non questo potere o quel potere: tutti i poteri.

Perché la vera satira non è comparativa, non fa preferenze, è questa la sua prerogativa più nobile. E finché sulle copertine di Charlie Hebdo come del Vernacoliere troveremo Cattolicesimo, Islam ed Ebraismo, non per mettere in ridicolo le religioni in quanto tali, ma per caricaturare le loro umane storture, amplificarle e metterle, nude, di fronte agli occhi dei lettori, la satira troverà nell'esercizio della sua indiscriminata libertà, il limite (necessario) alla sua stessa libertà. Del resto pensare che quelli di Charlie Hebdo se la siano cercata, è come dire che se una donna esce in minigonna e tacchi a spillo non si deve lamentare se viene stuprata.

giovedì 8 gennaio 2015

Charlie Hebdo, ovvero della penna e della spada

A Parigi tre musulmani irrompono nella redazione di Charlie Hebdo armati fino ai denti e fanno una strage. Il motivo? Per qualcosa che è stato scritto, ovvero perché qualcuno, con l'inchiostro, ha impresso su della carta qualcosa che da qualcun altro è ritenuto offensivo. Ora non ci vuole un politologo, sociologo, antropologo, ecc, ma basta un semplice marziano, per affermare che si tratta di un'azione orrenda, sintomo di un oscurantismo civile, culturale e morale, che solo un barbaro estremismo religioso può inculcare nei suoi adepti. Tuttavia si può fare qualche breve considerazione che vada oltre il solo problema del diritto alla libertà di espressione contro cui si pongono azioni di stampo nazista come questa.

Partiamo proprio dal concetto di offensivo. In linea generale non è detto sia semplice definire il punto in cui si situa il confine tra "rispetto" e "offesa", sebbene nel caso dell'Islam questo sia invero abbastanza chiaro, per lo meno circa il divieto delle rappresentazione delle icone sacre. Ma a questo la religione non interessa, perché la religione decide. È infatti prerogativa della religione assolvere la funzione morale nella comunità e dunque ergersi nel contempo a Legge e Giudice e nel fare questo la religione, nella sua divina presunzione di possedere la Verità, non si pone mai il problema di discriminare i destinatari del suo messaggio, chi crede e chi no. Dunque succede che la religione cerchi di imporre sempre e comunque il rispetto della sua propria morale ovunque a chiunque. Ma se per chi crede e si identifica con quei principi morali ciò è legittimo, anzi "naturale", perché dovrebbe esserlo per chi crede, ma non si identifica appieno coi principi morali, oppure per l'infedele che non crede affatto o crede ad altro?

Ma il peccato, ovvero la trasgressione del principio morale, non dovrebbe essere qualcosa che mette esclusivamente le azioni del singolo a confronto con i suoi propri principi morali (quelli in cui crede)? Dove sta il diritto dell'ortodosso di ergersi a giudice delle azioni altrui? Non dovrebbero forse le azioni impure dell'infedele costituire di per se stesse già una condanna all'inferno senza il bisogno di ulteriori scomuniche o efferate giustizie sommarie? Eppure, armi a parte, non è forse questo lo stesso modo di porsi che la Chiesa Cattolica ha nei confronti degli omosessuali, dei divorziati, di chi vuole abortire o di chi desidera procreare con la fecondazione eterologa? Non è forse lo stesso principio dell'imposizione indiscriminata di una morale, nonostante quella supposta trasgressione non tolga alcunché a chi cerca di imporla?

Lo so, direte voi, ma quelli se ne vanno in giro ad ammazzare la gente, i preti no (anche se ci sono state delle vignette non proprio leggere come questa quassù, sui preti pedofili)! Ebbene, se una volta si diceva che ne ferisce più la penna della spada, questo è senza dubbio un elemento a merito di chi scrive e disegna, e in questo modo combatte per la libertà, ma è anche un modo per dire che nella sua depravata attitudine di ergersi a giudice e a guida morale anche nei confronti di tutti, per sua natura la religione impartisce sofferenze indicibili, capaci di straziare delle vite, con proiettili e parole.

Il marziano è tornato.

martedì 25 settembre 2012

lunedì 28 novembre 2011

Se con l'e-book mi diventi cieco


Nel senso che ti può capitare di entrare in un libreria che da fuori sembra tale quale le altre. Libri in quantità. Per lo più i soliti titoli messi in evidenza sui banconi vicino all'ingresso, quelli più gettonati. I soliti autori. Le solite case editrici potenti e padrone del mercato. Ma non è tanto questo il punto. Perché se ti dai la pena di andare a cercare negli scaffali più reconditi, quelli vicini alla porta del bagno, quelli nascosti dietro le colonne, trovi anche i libri di nicchia, quelli più rari, le case editrici di frontiera, autori sconosciuti, ma non per questo meno interessanti, anzi spesso di più, sperimentalisti e spavaldi. Ma non è neppure questo il punto.

Il punto lo capisci quando provi a prendere in mano un libro. La copertina è come tutte le altre, ma a te piace leggere gli incipit per farti dare una suggestione, un'impressione di stile, come un'annusata a occhi chiusi su un piatto che non hai mai mangiato prima. È un modo come un altro per decidere se acquistare un libro, no? Quindi lo apri e lì. Rimani. Di sasso. Le pagine del libro sono bianche. Ma tutte, che diamine! Immacolate come neve. Neanche un'ombra di nero. È evidente che quelle pagine non hanno mai visto l'inchiostro neanche nei contenitori. Curioso, davvero. Così ti dici che probabilmente quella copia ha avuto qualche problema in tipografia. Così provi quella sotto. Identica. E così pure tutte quelle della pila. Quasi surreale, come in uno di quei racconti di Borges.

Stai già per chiamare uno dei commessi per fare rilevare loro l'imbarazzante problema, quando - chissà perché - ti viene lo scrupolo di prendere in mano un altro libro. Altro autore. Altro editore. Ma, accidenti!, stesso biancore. Poi senti uno dietro di te che chiede permesso. Tu ti sposti e vedi lui, un tizo allampanato con un paio di occhiali dalla montatura blu, che allunga una mano e prende uno dei libri della pila che hai appena esaminato. Lo sfoglia. Annuisce tra sé e se lo porta via soddisfatto. «Ma...» abbozzi tu, che lui è già alla cassa. Così fai presto a renderti conto che tutti i libri sono così. Sono bianchi. Eppure i clienti li guardano, li prendono, li sfogliano, li comprano. Che razza di libreria è questa? Sono tutti pazzi?! O forse è in te che c'è qualcosa che non va? È chiaro che, delle due, la statistica fa propendere per quest'ultima ipotesi.

Eppure ci vedi benissimo. Non hai mai avuto problemi. Ti guardi le mani, i palmi, i dorsi. Ti guardi intorno. Forme, colori, tutto è perfetto come sempre. Non ti bruciano nemmeno gli occhi. Poi improvvisamente noti due stranezze. La prima è che tutti i clienti portano un paio di occhiali. La seconda è che gli occhiali sono tutti identici. Adesso che ci fai caso, c'è anche uno scaffale dove quegli occhiali sono persino in vendita. E così scopri con una certa sorpresa che per leggere i libri di questa libreria sei obbligato a comprare un paio di quegli occhiali, i suoi occhiali, che solo lei vende. Perché con gli altri occhiali, questi libri non li puoi leggere. Sì, ti spiegano poi, che in realtà esistono lenti accessorie che riescono a far leggere questi libri anche con altri occhiali, ma l'ostacolo resta e loro, che ce lo hanno messo, lo sanno bene.

Quella che osservi è una sorta di mutazione degli attributi del libro, dunque anche della sua essenza. Una volta il libro, pur anche nella sua prosaica sostanza commerciale, era comunque un oggetto unico, identico, globale, standardizzato, democratico. Qualunque libreria scegliessi per comprarlo, lo trovavi sempre uguale e identico a se stesso. Con l'e-book, invece, questo non accade più. Perché contrariamente a quello che è accaduto con la musica , in cui l'mp3 è stato fin dagli albori un formato condiviso da tutti, lo stesso non si può dire per il libro, dove non esiste un unico standard, bensì convivono ancora più formati di cui, almeno uno, proprietario al 100%. Così se compri un e-book da Amazon e hai  - per dire - il lettore della Sony, non potrai leggere il libro (almeno senza quei filtri accessori di cui sopra). Viceversa se compri un e-book da IBS, se hai il lettore di Amazon sei fregato.

Ora, non si può dire se ciò contribuirà a penalizzare la diffusione della cultura. Non si può esserne certi. E questo, non va dimenticato, è comunque solo uno degli aspetti del fenomeno e-book, che dunque non può essere l'unico discriminante nel giudizio. D'altro canto è anche vero che forse sono solo i modi che stanno cambiando e i cambiamenti bisogna digerirli e assimiliarli, sapendosi adattare a essi. Però è un dato di fatto che, in base a come l'e-book è evoluto, per lo meno finora, l'oggetto-libro ha acquisito suo malgrado, che ci piaccia o no, un ulteriore attributo di produttività e di mercato. Ma questo non è nemmeno così tragico. Quel che è peggio è che per fare spazio a questo ne ha dovuto cedere uno di democrazia e di libertà.

domenica 12 giugno 2011

Referendum: ciò che importa (per me)

Lo confesso (ed è il motivo per cui non ne ho parlato fino a ora): non mi interessa un accidente se vincono i SI o i NO. Nella maggioranza dei casi i referendum sono battaglie - sì - spesso importanti, ma assumono sempre i connotati di strumenti di lotta politica e, trattando sovente di questioni molto tecniche, alla fine vengono malamente semplificati a beneficio della sollecitazione emozionale dell'elettore che così può trovare facilmente identificazione nella battaglia che il politico dice di fare per lui. Inoltre non credo che in fin dei conti quelli proposti stavolta siano quesiti tali da cambiare sul serio in maniera significativa la vita dei cittadini, come al contrario sono stati altri referendum nella recente storia d'Italia. Penso a quello sul divorzio, quello sull'aborto, quello davvero storico sulla monarchia/repubblica, ma anche - per esempio - quello sulla fecondazione assistita, andato tristemente deserto.

Del resto sono convinto che il nucleare in Italia non riuscirebbero a farlo in ogni caso. Ci sono molti altri motivi in grado di mettere i bastoni tra le ruote del nucleare italiano, TAV docet. In secondo luogo ho la tendenza a ritenere (magari sbagliando) che l'acqua finirebbe per essere gestita in un modo non molto dissimile da quanto viene già fatto adesso. In fondo ci sono già state numerose "privatizzazioni" tra le aziende municipalizzate che gestivano l'acqua pubblica fino a pochi anni fa, ma non so se qualcuno si è accorto della differenza. Altra faccenda - mi rendo conto - è quella circa la remunerazione dell'acqua, che sembrerebbe implicare la possibilità concessa alle ditte private che gestiscono i servizi, di aumentare le bollette agli utenti senza l'obbligo di reinvestimento dei capitali, quindi al solo scopo di lucro. Orbene, il fatto che si possa guadagnare (il giusto) a fronte dell'erogazione di un certo tipo di servizio, non mi pare a priori uno scandalo, anche per un bene primario come l'acqua. Altrimenti chi glielo fa fare ai gestori? Da quello che ho letto a riguardo, tra le altre cose non sembra che questo aumento possa essere applicato in maniera indiscriminata, come paventato in giro, ma solo in ragione del 7% (una tantum?) che non è certamente poco, ma che in fin dei conti - per esempio - cambierebbe di soli 7 € una bolletta di 100 €. E per un paese di fortissimi consumatori (leggi spendaccioni) di acqua minerale in bottiglia, mi sembra una battaglia che ha perlomeno un retrogusto vagamente paradossale. Infine il legittimo impedimento, referendum evidentemente formulato ad hoc a beneficio (anzi, a maleficio) del caro Presidente del Consiglio. Pensate che il nostro non abbia già pronta nel cassetto della sua scrivania di Palazzo Grazioli tutta una nuova serie di norme per cercare di pararsi le chiappe dai tentativi dei giudici di applicare la Legge e fare giustizia? La mia sensazione dunque è che il legittimo impedimento sia per lui poco più di un prurito in mezzo alla schiena, di quelli che non ci si riesce bene ad arrivare. Quindi secondo me alla fine il punto non sta nella vittoria dei SI.

Quello che mi importa, invece, è la proiezione nel cielo di un segno dell'inversione di una tendenza in atto ormai ininterrottamente da sedici anni a questa parte. Pensate che questo periodo, proprio sedici anni, sia casuale? Non vi suggerisce niente? Per questo ciò che vorrei da questo referendum è la prova tangibile di un cambiamento all'interno della coscienza collettiva del tessuto sociale del paese, una sbuffata e un colpo di reni, il distacco del culo dal divano vista TV, la rinuncia al pic-nic domenicale al centro commerciale. Mi piacerebbe avere la dimostrazione che i cittadini hanno (di nuovo) voglia di credere e interessarsi in qualcosa d'altro, oltre che ai polpacci di Ibrahimovic e all'accumulo dei punti sulle tessere sconto, anche magari in una cosa chiamata politica, perché interessarsi di politica significa dimostrare di avere a cuore la propria esistenza in una dimensione collettiva. Mi basterebbe riconoscere un sintomo che sentono di nuovo il bisogno di riconoscersi nello Stato e l'importanza degli strumenti che lo Stato concede loro per esserne coinvolti come parte attiva, che hanno (forse) compreso che l'indifferenza porta all'incuria e l'incuria conduce alla rovina. E dunque, comunque sia, per un futuro diverso o uguale, non importa, vogliono tornare a esercitare il loro diritto a essere davvero liberi. Perché libertà è partecipazione ed è nella partecipazione che la libertà diventa democrazia. Così, quello che stavolta conta davvero, per me, è (solo) che venga raggiunto il quorum, perché mi piace pensare che tutto questo, in ultima analisi, abbia qualcosa a che fare con una rinnovata modalità di intendere il proprio futuro, il proprio interesse, il proprio destino come qualcosa di legato a quello di tutti gli altri. Qualcuno ha l'ardire di pensare che c'entri perfino la speranza.

venerdì 11 marzo 2011

Apologia della privacy violata (ovvero ecco a voi il reality più peloso della storia)

Tutto ciò che è preso di nascosto ha un sapore più dolce. È qualcosa che ha a che fare con la delizia del furto. Il brivido di piacere dell'orecchio appoggiato contro la porta e captare bisbigli. L'emozione di essere scoperti e, nel contempo, quella di conoscere in via esclusiva un segreto rimasto finora inviolato, sconosciuto. Un segreto che potrebbe anche non esserci, ma si sa che al di là della porta chiusa, anche le cose più ordinarie diventano rivelazioni da togliere il fiato, mentre quelle più straordinarie sono capaci a volte di suscitare oltraggiosi ricatti, altre volte di avviare indagini giuridiche o, assai più raramente, come in questo caso, di riconciliare l'anima con il mondo. Del resto quante volte la porta ha i contorni di una tana?

C'è da dire che senza dubbio la tecnologia ha spazzato via il vecchio fascino dell'occhio dal buco della serratura, lasciandolo prerogativa infantile, ma ha permesso cose che fino a poco tempo fa erano impensabili. Come per esempio quella di sistemare una webcam all'ingresso della tana di un'orsa e permettere così di seguirla lungo tutto il suo letargo invernale. Dunque assistere mentre partorisce, accudisce i cuccioli, li nutre, li pulisce e gioca con loro. Se fosse un programma tv si potrebbe chiamare Il Grande Orsetto. È invece il caso dell'eccezionale attività di monitoraggio che il North American Bear Center ha avviato già dallo scorso inverno, quando l'orsa Lily partorì la piccola Hope. Quest'anno la situazione si è ripetuta e la popolazione della tana è ulteriormente aumentata e a Lily e Hope (che a un anno vive ancora con la mamma) si sono aggiunti due nuovi cuccioli, Jason e Faith.

Perché, forse l'avrete capito da altri post che avete visto passando di qui, noi marziani abbiamo un debole per i vostri orsi. Li troviamo molto più veri di voi (ma anche di noi) e ci capita, quasi a tradimento, di scoprirci a invidiarli. Per la totalità della loro indipendenza, per la loro prerogativa di essere veri oltre ogni possibilità, sia nelle manifestazioni di violenza selvaggia, sia in quelle di tenerezza estrema, per la loro opportunità di non doversi scontrare col compromesso e l'inganno, per la loro immunità alle manipolazioni, per la loro capacità di essere perfettamente liberi e dunque anche - forse - felici.

Senza contare che, proprio come noi marziani, non avendo proprio niente da nascondere, non sentono il bisogno di un ddl contro le intercettazioni o di una riforma epocale della giustizia.



[Nota #1: A dispetto delle facili compiacenze ruffiane che queste immagini straordinarie possono suscitare, questo post nasce come un appunto da mettere da parte e poter così ritrovare in qualunque momento, come una medicina contro lo stress, la presunzione, l'avidità, la frustrazione, la voglia di guardare la tv e il desiderio di un'automobile ultimo modello.]

[Nota #2: Se non avete tempo per guardare tutti i nove minuti e rotti, fate almeno un salto nei dintorni del minuto 5:30.]

venerdì 5 novembre 2010

Per una vaccinazione della mente

.La necessità della resistenza
Come ho già avuto modo di dire, ci tengo a sottolineare ancora una volta che i memi non sono "il male". I memi sono compagni di viaggio necessari agli esseri intelligenti per relazionarsi con la realtà, mattoni che costruiscono la mente, i pensieri, i comportamenti, che contribuiscono a fare di ciascun individuo quello che è. Da questo punto di vista non si può fare a meno di loro, come non si può fare a meno dei geni, che regolano tutte le funzioni del corpo. È solo che i memi, a volte, per la loro natura e attraverso le tecniche cui ho accennato, possono conquistare regioni del vostro cervello senza il vostro consenso, e altrettante volte per scopi non esattamente nobili. Che sia pubblicità, religione, politica o altro, è comunque qui che comincia il condizionamento, perché questi memi finiscono per dire che cosa pensare, che cosa fare e come farlo. E in un’epoca come questa, in cui è costante il bombardamento di informazioni/opinioni di tutti i tipi, che cercano di piantare la loro bandierina memetica sulla superficie della vostra corteccia cerebrale attraverso strategie sempre più perfezionate e veicoli sempre più efficaci, la consapevolezza dei memi, della loro natura e delle loro regole, può aiutare a capire e a fornire gli strumenti per distinguere e difendersi, cercando di arginare il loro strapotere e di sviluppare adeguati vaccini mentali per tutti quei memi dai quali non si desidera essere contagiati.

.La relatività della verità
Dopodiché è necessario sviluppare una serena coscienza di quali sono i memi con cui si vuole essere programmati. Il concetto di “scelta” già di per sé consente di far escludere un’azione di condizionamento mentale arbitrario. Così, non esistono memi intrinsecamente buoni o cattivi, veri o falsi, ma solo quelli da cui ci si vuol far contagiare e quelli da cui si vuole stare alla larga. Come dice Alfred North Whitehead, "tutte le verità sono solo mezze verità" e un primo errore di cui la memetica afferma essere necessario disfarsi, è proprio quello di credere nell’assoluta verità di molti memi. Mettere in discussione tutto, quello che si pensa, quello in cui si crede, quello che si legge, che si vede e che si ascolta, le scelte e i comportamenti: tutto questo è importante, al fine di capire (e scegliere) quali devono essere i memi che devono guidare pensieri e azioni. Secondo Richard Brodie uno dei migliori modi per cancellare dalla propria mente la programmazione dei memi indesiderati è la pratica dello Zen, per il semplice fatto che aiuta a prendere una consapevolezza distaccata di se stessi e a guardare alle cose da prospettive diverse, mostrando sotto un’altra prospettiva concetti che altrimenti si tende a dare per scontati. Ma anche se pensate che lo Zen non fa per voi, forse i memi contenuti in questa serie di post si sono già fatti strada nella vostra mente. In questo caso potreste essere sulla strada giusta. L’importante, in ogni caso, è che voi li abbiate scelti.

/fine

mercoledì 3 novembre 2010

Ri-programmandoti l'anima

.Repetita iuvant?
Abbiamo familiarizzato su che cosa sono i memi e su che cosa fanno leva. Ma come fanno a occupare la vostra mente, mettersi comodi e non lasciarvi mai più? Ebbene, il primo modo e forse il più comune, è la ripetizione. Fin dall’infanzia vi vengono ripetute cose che sono entrate nella vostra testa e lì sono diventate "io". Vi hanno plasmato, vi hanno forgiato, vi hanno programmato al punto che spesso non siete neppure in grado di mettere in discussione quello che vi è stato ripetuto, anzi nemmeno ve ne siete mai resi conto. Sono cose che diventano parte di voi e nel contempo voi diventate automi al loro servizio. La distinzione spesso è impossibile a farsi. Le opinioni religiose sono l’esempio più calzante. Il catechismo ripete continuamente gli stessi concetti. Per anni ascoltate i medesimi riti nei quali vengono pronunciate le stesse cose infinite volte, spesso ossessivamente. E benché la ragione non c’entri un bel niente con esse, complici i meccanismi di cui abbiamo parlato prima, tradizione, evangelizzazione, senso di appartenenza e paura del pericolo, alla fine prendono residenza stabile nel vostro cervello. Ma anche le più basilari tecniche di insegnamento si basano sul concetto di ripetizione. A furia di ribadire un concetto, quello finirà nella vostra testa. Tanto la fede in una religione, come le province di una regione non nascono spontaneamente nel vostro cervello, sono memi che vi vengono ripetuti e con i quali venite “impostati”. Se il processo ha uno scopo vantaggioso e produttivo per la persona si chiama educazione, altrimenti si può chiamare plagio. Il problema sta nel discernimento dei memi che servono al buon fine dell'esistenza e ai quali siete voi, consapevolmente, ad aprire la porta della vostra mente, da quelli che invece condizionano la vostra vita e i vostri pensieri in maniera subdola e negativa, senza che voi ve ne accorgiate. La differenza a volte può essere sottile, ma esiste. E, per lo meno in taluni ambiti, può fare la differenza tra libertà e asservimento.

.Come prenderti per il verso giusto
Anche la pubblicità si basa sul metodo della ripetizione, con lo scopo di far penetrare nel cervello dei memi-associazione. Gli spot dei gelati, prodotti tipicamente estivi, vengono sovente associati a situazioni piacevoli: giovani, spiagge, divertimento, frescura, per non parlare di corpi ostentati, in cui il richiamo dell’istinto-sesso è palese. Si crea così un condizionamento (meno ovvio di quanto sembri), per il quale il vostro cervello verrà istintivamente orientato ad avere una sensazione positiva riguardo a un prodotto piuttosto che a un altro. Questo potrà valere molto, soprattutto nel momento in cui dovrete scegliere tra due prodotti analoghi di marche diverse, oppure quando vi imbatterete nell’immagine del gelato sull’espositore davanti al bar che vi farà venire voglia... Più spesso di quanto si creda, i meccanismi pubblicitari non agiscono a livello conscio ed è tanto più facile essere preda, quanto più si è inconsapevoli del loro potere e delle leve istintive su cui vanno ad agire. Un’altra tecnica di condizionamento è quella che viene chiamata dissonanza cognitiva. In pratica si tratta di creare ad hoc una sensazione di disagio che viene poi allentata ad arte, causando così una sensazione di maggior benessere. Questo è tipico, per esempio, delle tecniche di vendita in cui viene prospettata un’offerta irripetibile che però dev’essere colta entro una determinata scadenza o, più enigmaticamente, "fino a esaurimento scorte". Se il prodotto già vi allettava, l’ultimatum vi mette in una condizione di conflitto che potete risolvere solo comprando o scappando. Ma comprando, il benessere che ne ricavate sarà maggiore, perché andandovene, il meme: "se non compro subito o entro il... perderò un’occasione unica", si sarà conquistato una parte del vostro cervello e vi perseguiterà. Così la dissonanza cognitiva è una sorta di trampolino mentale. Prima vi fa andare giù, proponendovi un conflitto o un problema fittizio, poi vi prospetta la soluzione (nella direzione voluta da chi ve l’ha prospettata) la quale vi fa spiccare un volo più alto, ovvero provare un benessere ancora maggiore, perché lo scioglimento della dissonanza vi fa credere di avere ottenuto una sorta di ricompensa speciale. E il meme è tanto più forte quanto più è rara la ricompensa.

.Che cosa c'è dentro al cavallo?
Qualcosa di simile accade con i voti scolastici. In linea teorica, un insegnante severo che concede buoni voti con maggiore difficoltà, in media ottiene di più dai suoi alunni perché la dissonanza cognitiva creata nelle menti degli studenti è più forte e il benessere percepito dal ricevere una buona votazione gratifica (e quindi stimola) maggiormente gli allievi. Far prestare una grande attenzione a un meme per poi passarne subdolamente degli altri, è invece la base della tecnica del cosiddetto cavallo di Troia. In ambito pubblicitario il sesso è il cavallo di Troia per eccellenza, perché - come s'è visto - non esiste un istinto più intenso che un meme possa andare a sollecitare. Basta provare a fare un censimento delle pubblicità nelle quali sono contenuti messaggi sessuali palesi o sottintesi (lo scivolamento pseudoaccidentale della telecamera su un'inquadratura gluteica è sufficiente), anche - e oserei dire soprattutto - relativamente a prodotti che non hanno niente a che fare con sesso, corpi, scollature, pelle o fondoschiena. In alternativa potete fare la conta di quante volte le copertine dei settimanali più popolari contengono richiami sessuali più o meno espliciti. Ma i cavalli di Troia possono essere assai più subdoli. Un esempio è quello degli slogan. Se si mettono in sequenza dei memi che partono da alcuni concetti assolutamente credibili e condivisibili, e vanno a parare su concetti più discutibili, è molto facile che il soggetto sia molto più propenso a condividere anche gli ultimi memi più opinabili. I politici usano spesso tecniche di questo genere. È tipico il caso dei concetti di libertà e democrazia. Spesso nei loro discorsi, i politici usano a piene mani questi concetti generici, che nessuno può obiettivamente mettere in discussione, per cercare di diffondere altri memi, molto più discutibili, come per esempio concetti che discreditano gli avversari o idee del tutto personali sui programmi di governo.

.What a feeling!
Anche fare domande opportune, è una tecnica di cavallo di Troia, e non a caso molti tipi di vendite vengono preparate attraverso la proposta di sondaggi o questionari. I venditori sono molto esperti nel suggerire quali potrebbero essere gli utilizzi migliori del loro prodotto e state certi che chiederanno, direttamente o meno, la vostra approvazione. E ogni volta in cui gliela concederete, le probabilità del vostro acquisto aumenteranno sempre di più. Sembra impossibile, ma anche copiare fisicamente il comportamento dell’interlocutore è un metodo per fare breccia nella sua mente. Se viene insegnato nei seminari di vendita, significa che funziona, e funziona perché va a formare inconsciamente una sorta di empatia con l’interlocutore, un legame istintivo che crea, senza che ce ne accorgiamo, un sentimento di fiducia che ci predispone meglio ad accogliere le istanze dell’altro, siano essi prodotti da comprare, opinioni o avances. Anche in questo caso il condizionamento è inconsapevole. Va detto altresì che le tecniche di condizionamento mentale di cui abbiamo parlato possono essere utilizzate in maniera composita e, in pratica, le cose possono essere assai più complesse di così. A questo punto siete ancora sicuri di essere davvero liberi?

/continua

martedì 2 novembre 2010

Giocare a Risiko col tuo cervello

.Le armi
Come abbiamo visto nei post precedenti, in fin dei conti il meme agisce in modo piuttosto semplice: esercita la sua pressione sugli istinti primordiali che abbiamo visto: pericolo, cibo e sesso. Sono questi i concetti cui la mente presta maggiore attenzione ed è proprio l'attenzione la porta che il meme vuole abbattere per fare irruzione nella vostra mente e conquistarla. Ma l'evoluzione degli istinti non si è fermata qui e, nel corso dei secoli l'uomo ha sviluppato e consolidato pulsioni secondarie legate alle prime. Il senso di appartenenza a un gruppo, per esempio, è un concetto favorevole alla radicazione di un meme perché l'appartenenza a un gruppo implica maggiore sicurezza, maggior possibilità di cibo e più facilità di accoppiamento. La distinzione personale è un secondo istinto piuttosto forte per i memi, perché un individuo dotato di maggior abilità tende a essere un partner potenziale più appetibile, essendo più capace a garantire cibo o evitare i pericoli. Avere cura dei propri simili e in particolare dei bambini è un'altra inclinazione primordiale fondamentale, legata alla protezione della prole, ovvero dei propri geni trasmessi alla generazione successiva. I memi usano anche questo istinto per farsi concedere i favori della vostra mente, come pure quello legato al senso di approvazione. Sentirsi approvati dagli altri all’interno della propria comunità è un istinto legato a maggiori possibilità di accoppiamento. Obbedire all'autorità, infine, garantisce maggiori possibilità di sopravvivenza, piuttosto che combatterla, da questo punto di vista c'è da aspettarsi che sia un veicolo memetico piuttosto importante. Nel complesso, molte delle strategie che fanno maggiormente presa sulle persone sono legate a uno di questi istinti o a una combinazione di essi.

.La strategia
Perché, per esempio, coloro che chiedono l'elemosina in compagnia di cuccioli o si mettono all'uscita di bar o paninoteche, hanno più successo di quelli che si mettono semplicemente a un incrocio? Semplice. La presenza di cuccioli solletica il nostro istinto primordiale di avere cura, mentre chiederci soldi per mangiare quando è evidente che ci siamo appena fatti un panino, stimola il nostro senso di colpa andando a collidere contro il nostro senso di approvazione. Così, se ci comportiamo assecondando questi istinti, la sensazione che ne trarremo sarà piacevole, altrimenti la sensazione sarà negativa. In questo modo, i memi che riescono a solleticare questi istinti sono buoni memi, nell'accezione che abbiamo già visto, ovvero capaci di farsi strada nelle vostre menti e replicarsi, passare di mente in mente ed evolvere. Bisogna poi osservare a questo punto che i memi migliori sono quelli che possiedono in se stessi il concetto di autoreplicazione, ovvero quelli legati all'idea di tradizione o di evangelizzazione in senso lato, che di per sé già impongono di essere trasmessi. Da questo punto di vista i memi religiosi sono tra i più potenti. Altri memi particolarmente efficaci sono i memi estremisti, ovvero quelli legati a concezioni di fede assoluta o di scetticismo totale. Benché sembrino due concetti diversi, dal punto di vista memetico sono in realtà facce di una stessa medaglia, in cui, assumendo un significato assoluto, il meme viene inteso come verità incontrovertibile in senso positivo o negativo. Ma il risultato è analogo. Le menti programmate con questi memi sono refrattarie a recepire nuovi memi e questo le rende entrambe ottuse. Con buona pace di credenti e atei.

/continua

venerdì 29 ottobre 2010

L'assedio infinito del pensiero

.Chi sei?
Come potete avere intuito da quanto detto finora, è abbastanza chiaro che fin dalla vostra nascita il vostro cervello ha subìto un costante assalto di memi di tutti i generi che sono andati a formare quello che siete oggi, ciò che pensate e il modo in cui vi comportate. Io sono i miei memi, potreste dire. Il punto è che molti di essi non vogliono il vostro benessere o la vostra felicità, ma soltanto essere replicati. Proprio come i “geni egoisti” di Dawkins, essi sono dei “memi egoisti” che pensano solo alla propria sopravvivenza e alla loro replicazione. Tuttavia a questo punto si rende necessaria una precisazione. Naturalmente non voglio intendere che i memi, come i geni, siano dotati di uno scopo consapevole. Ciò è ovviamente fuori discussione. Eppure il loro comportamento secondo il modello genetico/memetico, è tale per cui si può considerare come se fosse così. Insomma, semplicemente questo modello funziona e illustra la realtà in un modo originale e adeguato, al punto che ci fa capire molte cose.

.Come distingui?
In base alle loro azioni, i memi possono essere suddivisi in tre categorie principali: i memi-distinzione, i memi-strategia e i memi-associazione. Tutti i concetti che possediamo sono memi-distinzione, ovvero ciò che ci serve per poter dare un nome alle cose. L’”Italia” è un meme-distinzione, ovvero esiste come concetto politico, determinato da altri memi che sono i confini che la delimitano, la lingua che vi si parla, le leggi che vi vigono eccetera. Anche “Marte” è un meme-distinzione che serve a intendere il quarto pianeta del Sistema Solare, ovvero la mia casa. Da questo punto di vista si comincia a capire che i memi non costituiscono mai verità assolute e il problema, semmai, comincia a sussistere quando voi credete che lo siano. Ma di questo parleremo più avanti. Insomma, l’uomo in quanto tale non esiste. Lo stesso concetto di “uomo” è un meme-distinzione. Lo stesso vale per il mare, la Via Lattea, i gatti e la pastasciutta. Ogni cosa che l’uomo pensa è un concetto inventato per riferirsi a un oggetto presente nell’universo e quindi non è l’oggetto stesso, ma un meme-distinzione. I loghi famosi, per esempio, costituiscono dei memi-distinzione molto potenti, una volta che vengono programmati nelle menti degli individui. Il marchio della Coca-Cola, ovvero il logo della Nike, possono essere determinanti a fare in modo di essere scelti a discapito di altri loghi che non vengono riconosciuti dagli individui, perché non fanno parte del loro bagaglio di memi-distinzione.

.Come agisci?
I memi-strategia sono invece quelli che vi dicono come vi dovete comportare in determinate situazioni. Per esempio, se il semaforo è rosso sapete che vi dovete fermare, mentre se da lontano scorgete un’automobile della Polizia ferma sul ciglio della strada, è facile che il vostro piede destro vada automaticamente a premere il pedale del freno, anche se non state superando i limiti di velocità. Del meme-strategia fanno parte tutte quelle convinzioni (buone o cattive che siano) in base alle quali siete convinti che produrranno determinati effetti sulla realtà. I primi memi-strategia vengono appresi già nella primissima infanzia. Mettersi a piangere per farsi mettere il ciuccio, è un classico esempio di meme-strategia infantile. Ma ci sono memi-strategia che ci si porta dietro anche da adulti. Il punto cruciale è capire quali sono quelli che ci guidano inconsapevolmente, verso scopi non produttivi. Senza contare il fatto che possono esserci memi-strategia con cui veniamo astutamente programmati per gli scopi altrui.

.Come ragioni?
I memi-associazione sono invece memi collegati tra loro, senza che sia necessario un nesso logico vero. Per esempio il binomio “donne-motori” è un meme-associazione molto forte. I memi-associazione sono potenti veicoli per infettare le menti degli individui con nuovi memi-strategia. Il condizionamento pavloviano ne è l’esempio più tipico. Nel film di Stanley Kubrick, Arancia meccanica, il protagonista viene programmato per associare immagini di violenza orribili (e per sbaglio anche la Quinta Sinfonia di Beethoven) con un profondissimo malessere fisico. Il meme-associazione violenza(musica)-malessere infetta il protagonista con un nuovo meme-strategia in base al quale non può fare a meno di sentirsi malissimo ogni volta che un istinto violento cerca di prendere il sopravvento su di lui, od ogni volta che ascolta la Quinta Sinfonia di Beethoven. I meccanismi su cui si basa la pubblicità non sono molto diversi. Pensate per esempio a qualche musica utilizzata come colonna sonora per qualche campagna pubblicitaria, anche di alcuni o molti anni fa. Se alla radio vi capita di ascoltare questa canzone, la vostra mente tenderà forse ad andarsene per i fatti suoi a pensare alle immagini dello spot televisivo? In tal caso il meme-associazione si è prepotentemente radicato nella vostra mente senza il vostro consenso. E a questo punto è troppo tardi: siete già stati condizionati.

/continua

mercoledì 27 ottobre 2010

Orgasmi multipli porno sessuali

.Accoppiarsi
Ve l'avevo promesso che si sarebbe andati sul sesso. E ogni promessa è debito. Del resto non è necessario scomodare i dettami della psicologia evoluzionista, per comprendere che il sesso ha ricoperto il ruolo principale nel modellare i comportamenti degli esseri umani dai tempi preistorici fino alla civiltà moderna. Basta fare una ricerca su Google o guardare le copertine di Panorama. Del resto, se siete qui a leggere questo post, significa che siete l’ultimo anello di una catena di coppie di individui che, per migliaia di anni, si sono accoppiati con successo. Il sesso è dunque il sistema con cui i geni si replicano e si trasmettono alle generazioni successive. Ed è abbastanza prevedibile, perciò, che i geni abbiano fatto di tutto per cercare di rendere il sesso sempre più efficace e appetibile. Nel corso di un’evoluzione selettiva durata milioni e milioni di anni, i geni hanno dunque remato a favore della possibilità di discriminare fisicamente i partner più adatti attraverso la percezione di odori e colori, fino allo sviluppo delle capacità di scegliere i compagni più desiderabili in termini di forza e affidabilità nella cura dei figli. Senza contare anche che un sesso più piacevole e un partner maggiormente attraente si sono rivelate caratteristiche in grado di fare decisamente la differenza. E allora cominciano così a spiegarsi anche i business della cosmetica, della moda, della chirurgia estetica, del fitness, dello spettacolo e ultimamente anche della politica...

.Godere
Che ne siate convinti o no, gli istinti primordiali su cui poggiano i memi “devo essere in forma”, “devo avere il seno grosso”, “non posso vivere senza addominali a tartaruga” odorano ancora dell'umidità delle caverne. Ma nell’ambito della memetica, il sesso sembra possedere un ruolo ancora più importante. Come afferma il già citato Richard Brodie, uno dei maggior esperti di memetica, “visti attraverso la memetica, tutti i valori, i codici morali, le tradizioni e le idee di Dio e i diritti sono il risultato dell’evoluzione dei memi. E l’evoluzione dei memi è guidata dalle nostre tendenze genetiche che a loro volta si sono evolute intorno al sesso.” Prendiamo come esempio la ricerca del potere e del dominio tipica del maschio. Questo comportamento si è sviluppato e si è mantenuto nel corso dei millenni semplicemente perché il maschio dominante ha sempre potuto disporre di un maggior numero di accoppiamenti. Del resto l’istinto biologico del maschio è quello di fecondare il maggior numero possibile di femmine, assecondando il più possibile quella che è la produzione di un grandissimo numero di cellule riproduttive propria dell’apparato riproduttivo maschile. Altro che concetto di famiglia naturale!

.Riprodursi
D’altro canto, avendo solo un numero limitato di possibilità in termini di cellule riproduttive e di gravidanze possibili, la femmina tende invece a capitalizzare il valore della riproduzione cercando partner dalle caratteristiche più adatte sia in termini fisici, che in funzione della stabilità dei legami. Per questo tradizionalmente la donna sceglie il suo partner e l’uomo compete con altri uomini per essere scelto. Sotto questo aspetto, la donna storicamente ha ricoperto il ruolo di portatrice di stabilità e sicurezza, laddove l’uomo ha sempre teso verso l’instabilità e il rischio, pur di conquistare quote di potere (e di accoppiamento) sempre maggiori. Così, se l’infedeltà maschile sembra non possa essere altro che il risultato dell’istinto di cui parlavamo poc’anzi, quella femminile sembra legata non tanto al desiderio di rimanere incinta, quanto alla ricerca dei favori di un uomo di maggior potere che possa procurare più cibo per lei e per i suoi figli. In effetti, nella preistoria il cibo poteva costituire una merce di scambio per il sesso e anche oggi qualcosa di questo comportamento è senza dubbio rimasto, in senso lato, nel ruolo del denaro.

.Avvantaggiarsi
In ogni caso, il sesso è sempre stato l’obiettivo numero uno ed è impossibile affermare che non lo sia ancora oggi. Naturalmente tutti questi discorsi prescindono da principi etici, religiosi o culturali di qualsivoglia natura e fanno riferimento solo agli istinti ancestrali integrati nei geni di maschi e femmine. In questo complesso gioco di equilibrio, la morale, sia essa religiosa o laica, soprattutto in ambito sessuale trova un posto ambiguo. Sotto certi aspetti, sembra che la morale tenda a voler farci andare in direzione opposta a quello che ci suggeriscono i nostri geni, ovvero i nostri istinti. D’altronde la morale può anche essere vista come una sorta di diffusione ingannevole di memi preposti a far diminuire le possibilità di accoppiamento degli altri, favorendo le proprie. La psicologia evoluzionista tende così a spiegare la diffusione del concetto di ipocrisia rispetto ai nostri istinti sessuali: diffondere idee morali per poi violarle segretamente a favore di qualsiasi possibilità di accoppiamento si presenti. È questo il motivo per cui è lecito aspettarsi molta ipocrisia intorno all’argomento “sesso”, ed è altrettanto lecito aspettarsi che verso questa forza istintiva così potente siano indirizzati i memi migliori.

[Nota: naturalmente il titolo del post è quello più memetico che sono riuscito a immaginare (compatibilmente con la decenza). Vedremo se il numero di clic rispetto alla media lo confermerà.]

/continua

lunedì 25 ottobre 2010

In principio era Sharon Stone

.Alla base
Basta che diate un'occhiata a qualsiasi telegiornale per rendervi conto che ci sono aspetti propri dell’essere umano del XXI secolo che non sono molto diversi da quelli che animavano i relativi progenitori preistorici. Secoli di civiltà (e progresso?) non sono stati capaci di spazzare via certe caratteristiche comportamentali semplicemente perché troppo radicate all’interno della biologia umana, grazie all’azione dei geni. Oltre a quanto detto nel post precedente, scopriamo così che geni e memi non hanno solo peculiarità simili, ma sono anche legati gli uni agli altri attraverso il potere degli istinti. In altre parole, il gene massimizza le possibilità di sopravvivere e replicarsi, suggerendo al suo organismo ospite la sensibilità agli istinti primari ovvero:
pericolo
cibo
sesso
Tutti i comportamenti primordiali sono riconducibili a questi tre istinti, ed è un luogo piuttosto comune (un’utopia?) pensare che cultura e civilizzazione siano in grado di tenerli a bada. Ma quando si parla di cultura e civilizzazione, stiamo parlando proprio di informazione e quindi, guardacaso, di memi. Così è facile rendersi conto che non sono tanto cultura e civilizzazione a tenere a bada gli istinti, ma piuttosto sono i memi a servirsi degli istinti per diffondersi e replicarsi. In effetti si può considerare che i memi abbiano iniziato a proliferare e a evolversi nel momento in cui l’essere umano ha raggiunto quel minimo grado di intelligenza tale da consentirgli di interagire con i suoi simili attraverso una qualsiasi forma di comunicazione.

.Le relazioni pericolose
Molto probabilmente ciò è avvenuto attraverso la trasmissione del concetto di “pericolo”. Il pericolo, di qualsiasi natura sia, un incendio, un predatore, una corrente troppo forte, la minaccia di un gruppo terrorista o un'imminente crisi economica, è così intimamente legato all’istinto di sopravvivenza, che la sua discriminazione anticipata diventa di importanza cruciale al fine della preservazione dell’individuo, e quindi dei geni che l’individuo porta con sé. Questo vale anche nel comportamento di moltissimi animali. Non c’è niente cui l’uomo sia più sensibile come al pericolo e alla paura che vi si associa come sentimento. Se si vuole fare una campagna di educazione stradale, per esempio, è più efficace mostrare immagini con le tragiche conseguenze di una condotta sbagliata, piuttosto che insistere sulle regole di un comportamento corretto. I memi associati al pericolo sono quindi “buoni memi”. La capacità da parte dell’individuo di tenere sotto controllo il pericolo e la paura, va a beneficio degli altri due istinti. Maggiore sicurezza infatti significa sia maggior possibilità di ricerca di cibo, sia maggior possibilità di accoppiamento. Questo non è vero solo nelle foreste di migliaia e migliaia di anni fa, ma anche nella società odierna, dove il termine “sicurezza” può essere inteso non solo in senso preistorico, ovvero come incolumità personale, ma anche come “sicurezza economica”. Così, dopo aver scampato il pericolo, l’altro grande istinto da placare è il bisogno di cibo. La fame è un istinto fortissimo, essendo, come il pericolo, strettamente connesso alla sopravvivenza dell’individuo. Basta fare caso ai memi legati al cibo o alla cucina che vengono diffusi da radio, TV, riviste, amici. Non solo il cibo è uno dei nostri bisogni primari, ma al cibo è spesso anche legata la ricerca della nostra accettazione nei confronti del prossimo, ovvero soprattutto la soddisfazione del nostro terzo istinto: accoppiarci. E qui veniamo all’argomento caldo.

La prossima volta però.

/continua

sabato 23 ottobre 2010

Einstein, sesso e rock & roll

.Tre punti fermi
Riprendiamo il discorso precedente dal parallelo di Dawkins tra codice genetico e informazione. Ebbene, esistono tre caratteristiche fondamentali che accomunano geni e memi: longevità, fecondità e fedeltà di copiatura. La prima indica che un meme, come un gene, deve durare per lungo tempo. Nel nostro patrimonio genetico sono presenti sequenze di basi che sono lì da milioni di anni, mentre ci sono memi saldamente radicati nella nostra mente fin dalla preistoria come - per esempio - l’idea della divinità. Altri memi possono invece essere più recenti. La breve sequenza di note di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo è un motivo musicale che è certamente nella vostra testa e probabilmente resterà memorizzata anche in CD, DVD, file mp3 e spartiti musicali ancora per molte decine di anni, se non centinaia, e tramite questi supporti verrà trasmessa ad altre menti ancora per molto tempo. Ma ancor più della longevità, per i memi è importante il concetto di fecondità, ovvero la misura con cui un meme è in grado di replicarsi. Restando in tema musicale, la fecondità di una canzone potrebbe essere misurata in termini di vendita di CD, la fecondità di un’idea scientifica potrebbe essere valutata in base al numero delle sue citazioni in successivi articoli scientifici, e la fecondità di un blog dal numero delle sue visite o dei commenti che riesce ad attrarre per ogni suo post. Da questo punto di vista Yesterday e la Teoria della Relatività Generale contengono memi molto fecondi, come pure i blog che - in un modo o nell'altro, a proposito o meno - parlano di sesso.

.Cosa conta
Tuttavia la vera bontà di un meme, come quella di un gene, si evidenzia dalla migliore combinazione tra longevità e fecondità. Esistono idee o canzonette che si diffondono in maniera assai rapida, ma che vengono dimenticate molto presto, e altre che invece sono destinate a durare a lungo pur diffondendosi magari più lentamente. Solo in questo secondo caso si potrà parlare di memi davvero buoni. Per quanto riguarda invece la terza caratteristica, la fedeltà di copiatura, è abbastanza intuitivo che sovente i memi non possiedano un’alta fedeltà di copiatura. I memi che ho scritto in questo articolo sono già alterati rispetto a quelli di cui ho letto e mi sono documentato e, in questo stesso momento in cui state leggendo questo post, nel vostro cervello si stanno diffondendo memi che probabilmente sono già diversi rispetto agli originali. Se poi parlerete di questo argomento con qualche vostro conoscente, a vostra volta replicherete i miei memi in maniera leggermente alterata e così via. Accade un po’ come nel gioco del telefono senza fili, in cui il primo giocatore esprime una frase o un concetto che, con un passaparola, viene trasmesso a un altro giocatore e poi a un altro ancora in una catena di “n” giocatori al termine della quale il concetto torna al giocatore di partenza il quale, a questo punto, avrà seri problemi a riconoscere il concetto di partenza.

.Sintesi
La fedeltà di copiatura può dunque essere un modo di pensare all’evoluzione dei memi analogamente a quando avviene un errore nella trasmissione del patrimonio genetico. Se l’errore che avviene nella trasmissione del nuovo codice genetico conduce alla costruzione di un individuo con maggiori possibilità di replicare e diffondere il suo DNA, ovvero anche quel gene, il nuovo gene si diffonderà, altrimenti scomparirà nell’arco di poche generazioni. Stessa cosa succederà per il meme evoluto. Così, secondo i moderni modelli suggeriti dalla genetica e dall’evoluzione, e dalla memetica e dalla psicologia evoluzionista, è perfettamente legittimo considerare geni e memi come entità che hanno un loro scopo, ancorché inconsapevole: sopravvivere e replicarsi. In quest’ottica ogni essere umano è il risultato finale di una sintesi tra geni incorporati nel nucleo delle sue cellule e memi acquisiti dall’esterno durante tutta la sua esistenza. Ma se da un lato, come abbiamo visto, un gene sopravvive se è buono, ovvero se corrisponde a caratteristiche vantaggiose per il corpo che lo ospita e in questo modo si trasmette alle generazioni future, su che cosa fa leva il meme?

Ne parliamo al prossimo giro.

/continua

giovedì 21 ottobre 2010

La mente soggiogata e il pannolino vincente

.Ouverture
Come forse i più assidui frequentatori di Marte avranno capito, uno degli argomenti che più mi stanno a cuore, e che non a caso fa parte anche gli scopi primordiali di questo blog, è l'indipendenza del pensiero, la capacità dell'individuo di porsi domande, di non dare niente per scontato, in una parola di dubitare. E nell'età dell'informazione, questo è tanto più un argomento scottante, quanto più è difficile discriminare la realtà dalla finzione e la verità dalla manipolazione, soprattutto in considerazione del fatto che la conoscenza della verità è sempre soggetta a un determinato grado di approssimazione e che l'uomo (ma anche il marziano) tende a esercitare una pigrizia innata che lo porta a credere a priori, piuttosto che a mettere in discussione.

Così, partendo dall'affermazione che ho fatto in un commento, ovvero che i media spesso giustificano i loro palinsesti dicendo di propinare quello che gli spettatori vogliono, ma senza dimenticare anche che i media sono in grado di modificare i gusti degli spettatori e dunque di decidere che cosa gli spettatori devono volere, e riferendomi genericamente agli ultimi post che hanno proprio ruotato intorno al ruolo dei media nella rappresentazione di alcune recenti vicende di cronaca italiana, vorrei arrampicarmi su una montagna e guardare la faccenda da una posizione sopraelevata, dare insomma uno sguardo al fenomeno nel suo insieme. E per farlo mi ci vorrà qualche post. Spero avrete voglia di seguirmi in questo percorso.

.La domanda
Partiamo dunque con la domanda di base: ritenete di essere liberi di pensare? Pensate davvero di essere in grado di compiere scelte in maniera completamente autonoma? Benché possiate non essere d’accordo con me, lasciate che vi dica che molto probabilmente la risposta a entrambe le domande è No. Gli ultimi cinquant’anni, ma in particolare gli ultimi venti, hanno visto una crescita esponenziale dei metodi di diffusione dell’informazione. Senza entrare nel merito specifico della loro qualità, i media si sono espansi per quantità e velocità, diventando sempre più invasivi e pervasivi. Televisione, editoria, telefonia cellulare, Internet, tutto ciò che fa cultura e comunicazione contribuisce a creare e a diffondere - consapevolmente o meno - dei nuclei di pensiero e di opinione che si insinuano nella mente delle persone e si replicano, contagiando altre menti come vere e proprie epidemie di idee. Ma non basta. Essi sono capaci di evolversi e modellare i vostri pensieri e le vostre azioni come creta senza che ve ne accorgiate. Credete che stia esagerando?

.Di cosa stiamo parlando
Il primo a introdurre il concetto di “meme” fu Richard Dawkins nel suo celebre Il gene egoista (1976, Mondadori). “Meme” è l’abbreviazione di “mimeme” dalla radice greca che significa imitazione e per il celebre biologo costituisce l’analogo culturale di quello che per la biologia è il gene. Esiste infatti una potente analogia tra la trasmissione e l’evoluzione dei geni e la trasmissione e l’evoluzione dei memi. Il DNA, ovvero il gene, è la molecola replicante che, partendo da una sorta di brodo primordiale, ha prevalso negli organismi biologici, mentre il meme è “l’unità base della trasmissione culturale o imitazione”. Per Dawkins un meme può essere “un motivetto, una frase a effetto, i vestiti alla moda, forme di vasellame o di arcate”. Nel corso degli anni a venire, durante i quali il concetto di meme è stato studiato e si è sviluppato, sono poi sorte altre definizioni, come quella psicologica di Henry Plotkin secondo cui “un meme è l’unità dell’eredità culturale analogo al gene, [...] la rappresentazione interna della conoscenza”, o quella di Richard Brodie in base alla quale “il meme è un’unità di informazione in una mente, la cui esistenza influenza eventi tali che più copie di esse vengono create in altre menti”.

Ecco alcuni esempi piuttosto comuni. Una canzone che resta in vetta alla hit parade per molte settimane contiene buoni memi, una religione che fa molti proseliti ha alla base buoni memi, la pubblicità di un pannolino che ne incrementa le vendite diffonde buoni memi, un video cliccato da milioni di persone su You Tube possiede buoni memi. Ma attenzione: con “buoni memi”, non intendo tanto memi che abbiano caratteristiche buone o positive, quanto piuttosto memi che possiedono un’elevata capacità di replicarsi, proprio come i geni. Insomma, come il gene si trasmette di generazione in generazione, secondo le regole biochimiche proprie della basi azotate e condiziona l’aspetto e il funzionamento del corpo in cui abita, il meme si trasmette di cervello in cervello e condiziona il comportamento della mente in cui riesce a mettere radici. Da questo punto di vista il gene è l’elemento basilare che costituisce l’hardware, ovvero il nostro corpo, mentre il meme è il mattone fondamentale che costituisce il software, ovvero la nostra mente, i nuclei di pensiero e di opinione di cui parlavo prima. Il punto cruciale è che, come secondo Dawkins avviene per il gene, l’unico scopo del meme è di sopravvivere e replicarsi il più possibile, proprio come un virus. E questo il più delle volte avviene in maniera non consapevole, andando così a mettere in dubbio la libertà di pensiero del soggetto.

Come ciò possa avvenire, lo vedremo a partire dal prossimo post.

/continua

giovedì 22 aprile 2010

Dizionario difettoso

Ieri mi hanno regalato un Garzanti nuovo di pacca e ho voluto subito farmi un giro tra parole e significati, per vedere se tutto funzionava a dovere. Non sapendo bene dove andare, mi sono lasciato trasportare dalla cronaca e così mi sono imbattuto nella voce "libertà". A questo riguardo il dizionario mi ha spiegato: "Facoltà dell'uomo di pensare e agire in piena autonomia." Bene, ho pensato, mentre mi veniva da considerare che questo significa che il Popolo della Libertà è un insieme di persone unite dalla facoltà di pensare e agire in piena autonomia. Okay, mi sono detto, sembra che il dizionario funzioni. Allora ho cominciato a sfogliarlo all'indietro per cercare a questo punto la voce "autonomia", su cui nutrivo qualche perplessità. E lì, contrariamente alle aspettative, le cose si sono fatte ancora più gratificanti, perché la definizione ha recitato: "Il governarsi da sé, sulla base di leggi proprie."

Wow!, ho gongolato di fronte alle inaspettate prestazioni del volume. A quel punto la tentazione del sillogismo era dietro l'angolo ed ecco che il Popolo della Libertà è diventato un insieme di persone con la "facoltà di pensare e agire sulla base di leggi proprie". Mecojoni!, m'è scappato te me e me. Anche su Marte a volte ci si stupisce di come funziona la logica e di quanto un dizionario ne sappia più di noi. Stavo quasi per passare ad altro, quando m'è venuto in mente Fini (no, non quello dei tortellini, l'altro). Ebbene, fino a prova contraria (o fino a stasera), lui - come i suoi sostenitori - fa parte del Popolo della Libertà di cui sopra, giusto? Quindi, in base al mio dizionario-troppo-fico-nuovo-di-pacca, dovrebbe essere un uomo con la "facoltà di pensare e agire in piena autonomia", giusto? Ecco.
A questo punto pensate che valga la pena chiedere la sostituzione in Garanzia?, del dizionario intendo, o tanto vale buttarlo nel riciclaggio della carta?

giovedì 8 aprile 2010

I have a dream

Oh, che bello sarebbe se vivessimo in una dittatura! Sìsì, hai letto bene, proprio una bella dittatura. Vera. Riconosciuta. Certificata ISO 9001. Una come quelle di una volta, ma magari adattata un po' ai tempi, con le truppe che marciano in fila col passo dell'oca, di quelle che non puoi uscire la sera se non hai un permesso in carta bollata del Ministero con dodici firme, che hai le cimici in casa e devi stare attento al tono di ogni scoreggia. Un posto dove un blog per pubblicare i tuoi pensieri, che tutti li possono leggere, è roba buona solo per sogni pomeridiani da impepata di cozze. Sarebbe davvero una figata, essere tutti obbligati a iscriverci al Partito per avere un lavoro, e i bambini tutti clonati - checcarini! - come tanti boy-scout, omologati dal pensiero unitario. E le ragazze pure, dentro le loro gonnellone blu e le camicette, a studiare ingegneria aerospaziale, purché se ne stiano in casa come galline a sfornare nuove tesserine di Partito rosa e azzurre bordate di pizzo per la maggior gloria della Nazione. E poi il Sistema Operativo Unico, il Detersivo Unico, la Carta Igienica Unica eccetera, compreso un Gruppo Unico su Facebook. Quanto tempo, altrimenti buttato via, sarebbe risparmiato!

Sarebbe davvero meraviglioso, se ci fosse un solo Canale alla tivù, così da non perdere energie nell'inutile zapping democratico che abbruttisce la gente e accorcia la vita ai divani. E considera i vantaggi elettorali! Niente soldi buttati nelle campagne, nelle affissioni, nei volantini. Niente soldi regalati ai presidenti di seggio, agli scrutatori, agli addetti. Niente referendum o elezioni inutili, insomma, che tanto non cambia niente lo stesso. E miliardi risparmiati per le Grandi Opere che faranno della Nazione una Grande Nazione. Non sarebbe bello? Una Nazione senza bisogno di tribunali e carceri, ma solo la Polizia e qualche Campo sparso in giro per il paese, dove mettere a posto le teste calde facendogli spaccare la schiena su un bel lavoro duro, questo sì, ma utile per il Paese. E per loro, anche. Per non parlare della religione. Una sola, s'intende. Perché anche l'anima vuole la sua parte ed è una sola pure lei. Mi raccomando solo l'appello la domenica mattina per segnare sul Registro chi santifica la festa e chi no, che non si sa mai. A questo punto si potrebbe anche osare sperare che il Partito decidesse anche quando si scopa, così da evitare quelle situazioni imbarazzanti per la serie c'homalditestacaro, scusamimahounsonnobestiacara oppure in alternativa speriamochemeladiaunabuonavolta, speriamocheilbietoloneciprovi. Che bello sarebbe!

Se avessimo una dittatura così, sarebbe un sogno perché non ci sarebbero più ambiguità. Certo, è probabile che dovresti nasconderti, se proprio volessi dissentire, e saresti condannato a guardarti le spalle. Ma sapresti sempre alla perfezione contro quali facce sputare e perché. Vuoi mettere avere un bel mondo così, in bianco e nero, netto, puro, discriminato, privo di tutte queste infide sfumature e tonalità di colore, brillanti come le insegne di un centro commerciale? Un mondo dove tutti sanno cosa significa schierarsi da una parte o dall'altra e quando lo fanno si assumono la responsabilità delle conseguenze, non sarebbe molto meglio di questo, che non sappiamo bene che cos'è, ma di certo è sfuggente e rifatto come il corpo di una velina al sole di ferragosto? Qualcosa che dopo aver sospeso dei programmi tivù con pretesti di legalità volti in realtà a glassare ben altri scopi, adesso con la semplice (ed elegante) mossa di revocare le agevolazioni sulle tariffe delle spedizioni di stampati per associazioni ed editori, aumentandole così di fatto del 500%, cerca in facciata di recuperare qualche spicciolo, ma sul retro infierisce con una mannaia dolce e affilata sull'indipendenza dell'informazione e della cultura, mettendo un bastone tra le ruote di migliaia di occasioni di sviluppo e diffusione del pensiero non omologato alle cupole del potere (economico e politico). Sì, ma è solo un piccolo bastone, potresti obiettare a questo punto dandomi del paranoico. Eppure sei proprio sicuro che tanti piccoli bastoni piantati qua e là (a caso?) alla fine non possano finire per costruire un recinto? E se il cancello non fosse previsto?

Oh, che bello sarebbe se anche tu riuscissi a vederli.

martedì 16 febbraio 2010

Dichiarazione d'intenti

Fino a che punto si spinge l’autonomia del nostro pensiero? Possiamo dirci certi che le nostre opinioni siano davvero nostre? Siamo liberi sul serio, o la libertà è solo un'illusione, lucidata e sagomata dal mondo dei media, siliconata come il seno di una starlette del Grande Fratello, scintillante come la vetrina di un Centro Commerciale?

Credo che mai come oggi sia necessario rimanere vigili, tenere alta l'attenzione e non smettere mai di allenare la mente alla critica, all'autonomia e all’indipendenza.

D'ora in avanti Il grande marziano sarà il posto in cui farlo.

Benvenuti.

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