Punti di vista da un altro pianeta

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giovedì 29 gennaio 2015

A cosa serve (davvero) il Giorno della Memoria?

Me lo sono chiesto ieri mentre scrivevo le brevi considerazioni che forse avrete avuto la bontà di leggere, e rispondevo ai commenti ricevuti. Quindi non parliamo di rendere un semplice omaggio alle vittime. Bella cosa e nobile e importante, certamente. Ma, perdonate la franchezza, inutile, dove inutile vuole esplicitare per contrapposizione un senso di utilità reale. Una commemorazione funebre, dove si depongono candele e corone di fiori, si prega e si dedica il proprio tempo e il proprio pensiero agli scomparsi, serve a chi partecipa per cercare di accettare una perdita, elaborare un lutto, fare i conti con un dramma terribile, provare a digerire un dolore impossibile, cercare di comprendere l'incomprensibile. A 70 anni di distanza, tutto questo ormai fa parte della Storia, non ce n'è più veramente bisogno e quando non ce n'è veramente bisogno si rischia troppo facilmente di sconfinare negli stucchevoli territori della retorica.

Non parliamo dunque neanche di cercare di mitigare il peso tombale sulle coscienze di un Europa che forse ancora si sente ferita e in colpa per i milioni di vittime della Seconda Guerra Mondiale che non ha saputo evitare o (almeno) limitare. Né ci riferiamo all'esercizio mediatico della retorica (di nuovo lei) e della presunzione dei politici di usare a loro uso e consumo il Giorno della Memoria per mostrare a tutti quanto sono bravi e saggi mentre gridano dentro le selve di microfoni il loro: "Mai più", come una triste vetrina in liquidazione.

Del resto chiunque alla domanda "a che cosa serve?" risponderà che ricordare quella terribile esperienza storica serve per tenere alta la guardia delle nostre coscienze e fare in modo che in futuro una cosa del genere non accada più (il 'mai' è pleonastico e lo lascio ai politici), perché per queste cose serve l'empatia e non basta la simpatia. Ma come? Come si fa a fare in modo che non accada più, se sei un operaio in cassa integrazione che non arriva a fine mese? Se sei una studentessa disoccupata che sbarca il lunario facendo volantinaggio? Se sei un impiegato qualunque, un co.co.co., una maestra di scuola, un dentista, un fruttivendolo, un idraulico, un conducente di autobus o un semplice blogger? Come si fa a fare in modo che non accada più, se non conti un cazzo?

Ebbene, almeno due modi per farlo ci sono (ma se ne trovate altri, aggiungeteli voi): [1] quando ti trovi di fronte a una scheda elettorale, evita sempre con la massima cura di apporre croci a favore di chiunque predichi l'intolleranza e si dimostri contro i concetti di solidarietà sociale e accoglienza; [2] coltiva in ogni gesto della tua vita la cultura della tolleranza e del rispetto verso gli altri a 360°, magari anche della gentilezza, e questo significa nei confronti di tutti, ovvero anche e soprattutto di coloro che in qualche modo possono essere oggetto di discriminazioni, anche quelle (solo apparentemente) più innocue, anche quelle veniali, che non ti sembrano tali. Non mi metto qui ad elencarle. Ognuno – se vuole – abbia l'umiltà e il coraggio di guardarsi allo specchio e di trovarsele da sé, con franchezza, le piccole e grandi discriminazioni che ognuno esercita, tutti i giorni, con o senza consapevolezza: vi servirà di più che leggere un inutile elenco che in quanto tale non potrà mai essere esaustivo. Solo così, al genocidio prossimo venturo potremo evitare di sentirci dei complici. O, per lo meno, provarci.

mercoledì 28 gennaio 2015

Una memoria selettiva non è una memoria

Ieri era il giorno della memoria, in ricordo della Shoah e dei suoi 6.000.000 di vittime. Eppure quanti sono i genocidi, i massacri, le distruzioni avvenuti dal XX secolo fino a noi, e che avvengono ancora oggi, dei quali, non solo non abbiamo memoria, ma spesso nemmeno la cronaca?

In Armenia, nel 1890 e nel 1915 (quindi in due fasi distinte, sebbene tra loro collegate), vennero uccisi sistematicamente, prima dal sultano Abdul Hamid e poi dal Governo Turco (sotto il regime dei Giovani Turchi), un numero imprecisato di armeni. La cifra più comunemente accettata è intorno a 1.300.000.

In Ucraina, nei primi anni '30 del secolo scorso, il regime di Stalin perpetrò una carestia indotta per indebolire il paese attraverso la collettivizzazione forzata delle aziende agricole e la pratica delle confische alimentari. Viene ricordata col nome di holodomor (dal russo moryty holodom, letteralmente ‘infliggere la morte per fame’). Secondo le stime, in Ucraina morirono circa 6.000.000 di persone.

In Nigeria, durante la guerra civile che si verificò tra il 1967 e il 1970, si stima che morirono circa 2.000.000 di persone di fame e malattie, mentre i profughi furono 3.000.000. La guerra causò anche la progressiva discriminazione del popolo Igbo che li ha resi uno dei gruppi etnici più poveri della pianeta.

In Cambogia, durante l'occupazione del paese dei Khmer rossi tra il 1975 e il 1979, furono sterminati 2.200.000 di cambogiani su una popolazione di 7.700.000 (oltre il 28%!). La fine dello sterminio avvenne in seguito all'invasione della Cambogia da parte del Vietnam, ma non è mai stato istituito alcun tribunale internazionale per rendere giustizia al popolo cambogiano

In Ruanda, nel 1994, in 100 giorni le bande di etnia Hutu si avventarono contro la minoranza Tutsi sterminando più di 500.000 persone. Fa 5.000 persone al giorno. Ma le vittime, nel corso del conflitto, furono ben maggiori (si parla di 800.000/1.000.000).

In Bosnia, a Srebrenica, nel luglio del 1995 si verificò uno dei più sanguinosi massacri avvenuti in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale. Si parla di 8.000 morti, anche se le cifre ufficiose fanno alzare il numero fino a oltre 10.000. Peraltro le vittime in tutto il conflitto furono ben 250.000.

Il Darfur, regione del sud-ovest del Sudan, dal febbraio 2003 è stato devastato da una sanguinosa guerra tra i miliziani arabi (i cosiddetti Janjawid, ossia i "demoni a cavallo"), membri delle tribù nomadi Baggara, e la popolazione non Baggara dedita per lo più all'agricoltura. In Darfur sono morte più di 400.000 persone.

Così, nel Giorno della Memoria, l'Olocausto assume uno spiacevole status speciale, come se il suo genocidio fosse più meritevole di altri di essere ricordato, come se le sue vittime fossero più vittime di tutte quelle citate qui sopra, ma anche più vittime di tutte quelle che non ho citato. Perché infatti non ricordare, per esempio, il genocidio perpetrato dagli americani ai danni degli Indiani d'America? Il punto è che ci sono popoli più degni di altri di essere ricordati. Anche questo è un sintomo del loro potere. Anche questo è marketing.

[La bellissima foto è tratta dal sito Fotosensibile3]

venerdì 28 gennaio 2011

La neve e la cenere

[...] Qui trovo maggiore compostezza tra i visitatori. Senza alcuna concessione al respiro, si scivola tra pannelli che raccontano le tragiche storie delle migliaia di esseri umani passati di qui in più di un decennio di "attività". Ci sono i prigionieri politici, quelli colpevoli solo di far parte di altri popoli (Zingari, Ebrei e Polacchi, ma anche Austriaci, Italiani, Francesi, Spagnoli...), e quelli rei di essere lombrosianamente diversi (le facce da criminali, da asociali, da disadattati, da oziosi...). Gli omosessuali, i preti, i Testimoni di Geova, le prostitute, i vagabondi, gli alcolizzati e i mendicanti. Alla fine si scopre che qui a Dachau non si sono fatti mancare proprio niente. Ci si imbatte nell'astuccio che contiene una quindicina di ciocche di capelli in gradazione dal biondo al rosso al nero, come una cartella colori RAL, numerate (e dunque codificate) per una comoda, rapida e infallibile determinazione del grado di arianità della razza. Stessa cosa per gli occhi. E si può osservare una specie di appoggio orizzontale fatto di listelli di legno, dove venivano fatti disporre bocconi i prigionieri per poter essere bastonati con maggior efficacia (apposito frustino in nerbo di bue flessibile incluso nella confezione). Per non parlare delle sezioni dedicate agli esperimenti scientifici che a Dachau vennero svolti con grande solerzia, vista la grande disponibilità di cavie (umane) a perdere.

E almeno un paio di volte non posso evitare di essere sopraffatto dall'empatia e dalla commozione, come quando lo sguardo mi si posa sulla cartolina disegnata con immenso e tangibile amore, che un ospite del campo ha spedito a casa come augurio alla mamma per la sua festa (vedi a fianco), oppure nella riproduzione del dipinto così intriso di profonda e assoluta disperazione che il prigioniero David Ludwig Bloch realizzò nel 1940 dopo la sua liberazione (vedete qui sotto). Oltre a individui, ci sono anche comitive. Ce n'è una proprio qui, vicino ai pannelli che parlano degli ebrei. La guida parla loro in inglese, ma non so da dove vengano. So che alcuni ragazzi della comitiva si siedono contro un muro della sala, aprono un paio di confezioni di patatine e cominciano a sgranocchiarle. Non fanno casino. Non è che ridano o chissà che. Però quel comportamento mi dà fastidio. Lo trovo irriguardoso. In questa sala ci appendevano i prigionieri con le mani dietro la schiena come maiali pronti per essere scannati. Ci sono ancora i segni delle travi da cui pendevano i ganci, accompagnati dagli agghiaccianti disegni fatti dai prigionieri. Eppure quei ragazzi non ci vedono alcun problema a improvvisarci un bel brunch. Crunch crunch crunch. È un problema mio? È la mia ipersensibilità marziana? Non lo so. Ma intanto il retrogusto di prima è tornato alla ribalta come un conato di bile.


La testimonianza prosegue di tragedia in tragedia fino alla liberazione del 1945. Poi, prosciugati dal lungo orrore, si esce sul piazzale antistante, assolato come un deserto, dove c'erano le due file di diciassette baracche ciascuna che ospitavano i prigionieri. Oggi ne restano solo due, ricostruite per essere visitate, con le brande in legno a castello a tre piani. In fondo al viale, i memoriali dedicati ai cattolici, ebrei e musulmani che qui hanno lasciato la vita, mentre più in disparte il crematorio. Tornando verso l'edificio principale si nota una grande scultura che domina il piazzale. Si tratta del Monumento Internazionale alla Memoria di Nandor Gild (1968) che stilizza un filo spinato con un groviglio corpi umani. Trovo sia molto bella e che valga la pena una fotografia. Ma sembra che, dopo il cancello con la scritta, questo sia il soggetto preferito dai visitatori. Tutti lì davanti a farcisi fare una foto da far vedere alla mamma. E io, che vorrei scattare una foto senza (un cazzo di) nessuno davanti, non riesco. Cioè per un po' paziento e aspetto l'attimo buono. Poi arrivano due tizi (NB non italiani) che hanno tutta l'aria della coppia di omosessuali (ma magari mi sbaglio, eh). Comunque sia, 'sti due gironzolano avanti e indietro il monumento per un po'. Poi si decidono. Uno - quello con la macchina fotografica - si allontana e va a prendere posizione per l'inquadratura. L'altro si mette in posa sotto il monumento. Quindi mentre il primo comincia ad allineare l'obiettivo della digitale per lo scatto, l'altro fa una risatina, si volta di culo e mima di tirarsi giù i calzoni (giuro, non me lo sto inventando). Quindi si rigira per essere immortalato, ancora più divertito.

Finalmente riesco a farla, 'sta fotografia, dopodiché mi allontano. Lo sgradevole retrogusto di prima ha finalmente trovato una connotazione precisa nel momento in cui mi viene da domandarmi se questi due, ma anche coloro che ormai in parecchi vedo intorno a me, si rendono davvero conto di quello che è successo qui, su questa medesima terra che i nostri piedi stanno calpestando. Se percepiscono il dolore che ha attraversato questo luogo. Non un dolore qualsiasi, ma un dolore che un uomo ha inflitto a un altro uomo con l'animo di chi si diletta in una nuova raccapricciante disciplina sportiva. O se invece costoro guardano le fotografie di umanità violata e leggono le testimonianze di gratuita sofferenza con lo stesso animo con cui si piazzano davanti a un film con Christian De Sica o - per essere più internazionali - a una puntata di Desperate Housewives. Ci troviamo forse davanti a un pericoloso processo globale di fictionizzazione delle coscienze?

Esco riflettendo che non si va a Dachau per fare del turismo. Non si va a Dachau per giocare a nascondino. Non si va a Dachau per mettersi in posa. Del resto a Dachau mica ti vendono le palline di vetro che se le capovolgi, sulla piccola schiera di baracche vedi scendere la neve. Ma forse è solo perché nessuno ha ancora pensato di farle con la cenere.

giovedì 27 gennaio 2011

Memory Reloaded

Il fatto che in altri momenti storici la congiunzione di Crisi Economica e Propaganda (feroce) abbia portato a effetti politici e sociali terribili e devastanti, fa' sì che il Giorno della Memoria acquisisca, oggi, ovvero in un momento storico di Crisi Economica e Propaganda (feroce), un significato ancora più forte. Per questo ripubblico, oggi e domani, il reportage della visita che ho fatto quest'estate al campo di concentramento di Dachau. Il mio modo per non dimenticare.


Dachau non è un luogo. Dachau è un tempo. Dachau è una memoria con i denti di lupo. Non ci vuole molto a seguirne le tracce, l'odore, la scia. Da Innsbruck saranno poco più di 200 km. Due ore e mezza di strada rispettando i limiti. Si segue la direzione München, si supera l'ostacolo della tangenziale e, nella periferia a nord-ovest della capitale bavarese, ci si ritrova in questa cittadina fondata nell'805 d.C. a seguito del dono da parte della nobile Erchana della stirpe degli Ariboni di tutte le sue terre site in Dachauua all'arcidiocesi di Monaco e Frisinga. In realtà dalla cittadina non ci si passa, se non si desidera. Usciti dall'autostrada si seguono le indicazioni per [KZ-Gedenkstätte], che ci sono, ma sono scritte al microscopio elettronico e rigorosamente in tedesco (non è che ci tengono a fare molta pubblicità internazionale a Dachau, i tedeschi, e c'è da capirli) - quindi, o sai esattamente che cosa devi cercare, o sei fregato - finché dopo una manciata di minuti si arriva al parcheggio nascosto da alte siepi. Si pagano 3€ per mettere l'automobile nel piazzale, dopodiché non ti verrà chiesto nient'altro, se non leggere, riflettere e ricordare. I brividi nella schiena ce li metterai tu.


Per giungere all'ingresso della struttura c'è un breve tratto da fare a piedi, la ghiaia che scricchiola sotto i piedi sono frammenti di ossa polverose. È metà mattinata e non c'è ancora molta gente. Da qui ancora non si vede niente, ma c'è già qualcosa che mi prende nel mezzo del petto. Suggestione o altro? Non so. Però so che quando sento delle voci (NB italiane) che parlano ad alta voce, mi fanno l'effetto delle unghie su una lavagna. Vorrei dirgli qualcosa. Qualcosa che ha a che fare col rispetto del dolore e l'omaggio alla memoria. E se fossero stati dei ragazzini forse l'avrei fatto. Ma costoro ragazzini non sono. Sono signore e signori, maturi e attempati, che parlano di frivolezze come se si stessero aggirando alla fiera patronale, tra banchi di mutande e pentole antiaderenti. Meglio superarli e lasciarseli indietro. Eppure il loro atteggiamento lascia un residuo dentro di me, come un retrogusto che devo ancora identificare e che solo verso la fine della visita riuscirà a mettere a fuoco.

Il tempo per orientarmi e mi trovo al cospetto della cosiddetta Jorhaus Tor, il cancello situato nell'edificio dove si trovava il comando delle SS, attraverso cui tutti i prigionieri dovevano passare per entrare nel campo. Anche qui, come nel caso di Auschwitz e di molti altri lager, nella trama del ferro battuto fa bella mostra di sé il grottesco e crudele messaggio di benvenuto ai prigionieri Arbeit Macht Frei, ovvero Il lavoro rende liberi, come un cioccolatino sopra il cuscino nella stanza dell'hotel. E proprio lì davanti non posso fare a meno di notare la calca disordinata di gente (NB non solo italiani) che fa a gara per farsi immortalare con la scritta sulla sfondo. «Chiudi la porta..., dài chiudi la porta che non si vede bene la scritta, ok, così va bene, ora vai un po' più indietro, a destra, aspetta..., abbassati un po', okay, sì ma sorridi, fico!... clic, oh, no aspetta è venuta una schifezza, troppo scura, rimettiti lì. E richiudi quella cazzo di porta! Vabbè, aspetteranno un attimo per passare, 'sti stronzi...», e via in tempo reale su Facebook/Twitter/Flickr/Splinder/Blogger...

La visita prosegue nel grande edificio principale, dove erano situati guardaroba, cucine, officine e bagni, nonché un certo numero di spazi dedicati a tortura e vessazioni assortite. L'esposizione ripercorre cronologicamente la storia del campo, partendo dall'antefatto, ovvero dalla situazione politica e sociale venutasi a creare in seguito alla disfatta della Germania nella I Guerra Mondiale, la Repubblica di Weimar, la grave crisi economica e sociale degli anni '20, la conseguente progressiva ascesa del NSDAP (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei), e la sua affermazione nelle elezioni del 1932. Dachau fu il primo "campo" istituito da Hitler solo poche settimane dopo la sua "presa di potere" avvenuta il 30 gennaio 1933, per togliersi di mezzo soprattutto gli avversari politici, comunisti innanzitutto, ma anche socialdemocratici, sindacalisti e in seguito pure conservatori e monarchici. Il suo triste primato lo rese anche una sorta di campo di "esempio" e di "prova" per tutte le sistematiche e disumane applicazioni di abuso, violenza, tortura e sterminio che sarebbero venute da lì in avanti, sempre più efferate, fino alla fine della II Guerra Mondiale. Ma di questo ne parliamo domani.

[Nota: "Unsere letzte Hoffnung" significa: "La nostra ultima speranza"]

/continua

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