Punti di vista da un altro pianeta

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giovedì 13 dicembre 2012

A volte ritornano (quasi un avvertimento)

Normalmente si fanno strada tra le assi inchiodate delle bare, spingono le loro mani artigliate attraverso la terra smossa delle tombe, dopodiché sollevano le ginocchia secche sui bordi delle lapidi e cominciano ad aggirarsi in cerca di cibo cibo cibo, illuminati da una falce di luna (non necessariamente piena), barcollanti come burattini sgangherati, ma animati da una famelica ostinazione ultraterrena.

A volte però capita che si risollevino a sorpresa ancor prima di raggiungere le fosse. Ma non è che per questo, a dispetto delle apparenze, la loro carne appesa alle ossa sia meno in decomposizione o meno maleodorante, non è che siano meno egoisti, meno affamati di carne umana, o meno determinati ad affondare la loro bocca affilata e macilenta nel primo collo fresco disponibile.

Sono i più pericolosi, questi. Quelli che in qualche modo, nonostante la putrefazione incipiente e qualche verme che comincia timidamente a farsi strada tra le fibre accoglienti, riescono ancora a sorriderti, a simulare la loro normalità con l'aiuto della formaldeide. A loro non basta azzannarti. Perché sono degli esteti della morsicata e a loro piace che tu, il collo, glielo offra. Spontaneamente.

Ne hanno bisogno perché anche il loro orgoglio, la loro presunzione, la loro arroganza, la loro folle smania di potere e denaro sono insaziabili almeno tanto quanto il loro stomaco. Per questo fanno di tutto per accattivarsi le tue simpatie, cercare di farti abbassare la guardia e conquistare la tua fiducia (e il tuo collo).

Ma forse c'è di mezzo anche la paura. Il terrore che tu possa finirli. E dunque sanno di dover essere loro a finire te, prima che possa accadere il contrario. Qualcuno (anche per essi) lo chiama "istinto di sopravvivenza", forse l'unica cosa che è davvero loro rimasta. Ma non lo è forse anche il tuo?

sabato 12 novembre 2011

Quando finisce un livore (resign version)

Le dimissioni di Silvio Berlusconi sono appena giunte, ufficiali, e almeno mezza nazione festeggia come in un rarissimo capodanno fuori stagione. Ma che cosa faranno, ora che non c'è più lui? Lui che è stato il loro unico pensiero per tutti questi anni. Lui che è stato il catalizzatore, se non di tutte, almeno di una grandissima parte delle loro energie. Come impiegheranno adesso tutto quel tempo e quelle forze intellettuali ed emotive, che fino a ieri erano riservate a lui?

Il trasloco di Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi è cominciato e colonne di auto blu si allontanano alla spicciolata portandosi via i loro vetri scuri, e almeno mezza nazione si sente sospesa, perduta, disoccupata. Come quando concludi un lavoro che ti ha succhiato via l'anima per anni e anni e anni. E poi un giorno ti ritrovi a casa, quel lavoro finito, sai che non dovrai pensarci mai più, e ti guardi allo specchio con la bocca aperta e quella strana sensazione addosso di irrealtà, vibrante dentro una via di mezzo tra una vertigine e un risveglio improvviso da uno strano sogno (incubo?), e non puoi fare a meno di chiederti: «E cosa cazzo faccio adesso?».

A dispetto dei libri che ci scriverà sopra Bruno Vespa, il ricordo di Silvio Berlusconi presto o tardi sbiadirà, e per questo c'è da giurare che i suoi più acerrimi nemici, coloro che l'hanno osteggiato, combattuto, insultato, criticato, avversato con tutti loro stessi, prima o poi si sentiranno privati di qualcosa, se non finiti, distrutti, svuotati. Perché la loro battaglia, una battaglia di quelle proporzioni, combattuta con così tanto ardore e così a lungo, così viscerale, finisce sempre per autoreferenziarsi e diventare prima di ogni altra cosa realizzazione di se stessa.

Il nome di Silvio Berlusconi sparirà dai giornali, un giorno o l'altro, perché anche le più ardite finzioni tricologiche nulla possono contro il vento dell'entropia che rende calvi i teschi. E sarà in quell'esatto momento che, affermano gli studi di settore, nascerà un nuovo mercato formato da tutte quelle migliaia di persone dovranno trovarsi qualcos'altro da fare per occupare i propri pensieri e il proprio tempo libero. A tale proposito in Mediaset starebbero già studiando alcuni kit per la costruzione di televisori in bottiglia («Funzionano davvero!»), e le Bunghine, serie di riproduzioni in scala 1:10, da collezione, di Ruby, Nicole e le altre, precise in ogni dettaglio, in puro silicone anallergico, anche in versione gonfiabile («Mugolano davvero!»). Tutto, naturalmente, in comode uscite settimanali. Dovrà pur integrarla, la pensione da parlamentare, no?

lunedì 10 ottobre 2011

PdL: psico-analisi di una campagna

La nuova, fiammante campagna di adesioni al Popolo della Libertà deve registrare due notazioni d'obbligo, anzi tre, anzi quattro. La prima, esplicita e palese, riguarda l'assenza - per la prima volta da diciassette anni a questa parte - del nome di Berlusconi nel simbolo. E questo è un segnale importante di come lo stesso fondatore del movimento (non chiamatemelo "partito") evidentemente considera la "vendibilità" della sua immagine presso gli utenti più o meno finali, e della direzione finalmente diversa (?) verso cui il partito sta guardando in vista delle prossime elezioni politiche, quando mai saranno.

La seconda, assai più sottile, riguarda la forma degli slogan: tutte domande. Il PdL non aveva mai sollevato quesiti al popolo, non sembrava interessato a voler far ragionare il suo elettorato, piuttosto a servigli dei dogmi preconfezionati senza possibilità di fare ipotesi o di poter deragliare da binari solidamente imbullonati lungo una strada concettuale già tracciata. Questo implica un approccio diverso al destinatario del messaggio, in quanto, contrariamente all'affermazione, la domanda - ancorché retorica - presuppone istintivamente che il destinatario fornisca una risposta e quindi partecipi in maniera attiva all'assimilazione del messaggio/domanda la cui fruizione dunque si completa non solo con la lettura del messaggio in sé, ma anche attraverso l'elaborazione consapevole della sua risposta.


La terza, strettamente collegata alla seconda, è che - come prevedibile - non si tratta di domande normali, essendo domande puramente tautologiche, ovvero quesiti in cui la risposta è già contenuta nella domanda. In altre parole si tratta di false domande cui la risposta è - di fatto - concettualmente obbligata, o intrinsecamente rispetto all'idea che la domanda esprime, oppure rispetto a come la domanda risuona nell'interlocutore. Per esempio "Ami davvero il tuo paese?" Ovviamente tutti coloro che vogliono sentirsi buoni cittadini, o anche solo per amor di carta d'identità, risponderanno "Sì". Tendendo dunque a stabilire una correlazione tra la domanda e la risposta, analogamente questo processo tende a instaurare una connessione tra il mittente e il destinatario, rispetto a una sostanziale unità di intenti che vuole in questo modo configurarsi su un piano subliminale, ovvero assai più profondo e meno visibile.
Ma c'è un'altra cosa.

Le domande che campeggiano sui cartelloni infatti sono cinque, tre delle quali invero assai fiacche e prive di una qualche originalità ("Vuoi difendere la tua libertà?", "Ami davvero il tuo paese?" e "Vuoi dare più forza all'Italia?"). Le ultime due però sono diverse perché non attengono strettamente al piano politico o sociale come le altre, che si rivolgono direttamente al rapporto del cittadino con la sua nazione, o parlano al cittadino del valore cui socialmente egli dovrebbe tenere di più, ovvero la libertà. La quarta infatti recita semplicemente: "Non vuoi arrenderti alle difficoltà?" E trovo che sia anch'essa un po' bolsa. Mentre l'ultima, la più spettacolare, chiede: "Sai distinguere il vero dal falso?" Ed è proprio su questa in particolare che mi voglio soffermare. Qui non si trova alcun riferimento diretto o indiretto alla politica, dunque, né all'economia o alla società. Nessuna citazione dei temi più classici di una campagna politica: lavoro, istruzione, pensioni, giovani, occupazione, sanità, sviluppo, sicurezza, né alcun riferimento a tipici valori politici o sociali. Invece viene tirato in ballo solo il concetto di vero e di falso. Non vi pare strano?


Ebbene, anche questa, come le altre, anzi ancor più delle altre, è una domanda la cui risposta è obbligatoria. Chi non distingue il vero dal falso, significa che è uno che si fa infinocchiare e chi mai ammetterebbe candidamente di essere uno che si fa abbindolare? La curiosità è che ci si vede provenire una domanda sulla verità e la falsità delle cose da parte di un movimento (non chiamatemelo "partito") che ha al vertice un personaggio che apertamente, senza mai alcun ritegno, ha sempre fatto proprio della confusione tra il vero e il falso la sua cifra comunicativa. Vista sotto questa lente, la domanda assume dunque i contorni di una pericolosissima arma a doppio taglio. Per la serie: ma come, proprio tu mi vieni a chiedere questo?! Tu e i tuoi lacchè a gettone, bugiardi matricolati, che non fate altro da diciassette anni che dire una cosa e subito dopo il suo contrario e non fate altro che praticare lo sport di pronunciar menzogne, anche (soprattutto) quando sono facilmente verificabili, dunque smentibili? A me verrebbe da rispondere: certo che so distinguere il vero dal falso, e proprio per questo non mi ci iscriverò mai al tuo cazzo di movimento! Quindi c'è qualcosa che non torna. Possibile che chi ha concepito la frase non abbia pensato alla possibilità di una reazione del genere? Siamo dalle parti del Tunnel Gelmini, o c'è qualcosa sotto?

È evidente che qui l'effetto marketing si gioca davvero sul filo di un rasoio molto sottile e affilato, perché in questo caso il messaggio è ancora più subdolo e fa il doppio gioco tipico del venditore più astuto. Io, che ti sto facendo la domanda, so che tu sei di quelli come si deve, di quelli che non si fanno prendere per il naso, anzi voglio proprio solleticare la tua autostima di soggetto furbo e intelligente. Per questo so che tu penserai che nessuno, mosso dall'intenzione di fregarti, avrebbe il coraggio di porti una simile domanda. Nessuno che volesse abbindolarti sul serio vorrebbe metterti, lui per primo, la pulce nell'orecchio. Dunque la tua retroazione a un simile messaggio sarà quella di tendere a credere alla veridicità della fonte che lo esprime e quindi di schierarti dalla sua parte. Questo se le tue resistenze interne non sono molto forti, naturalmente. Altrimenti scatterà, inevitabile, la pernacchia. Per questo, la frase in sé suona quasi come un'ardita scommessa, o come l'estremo tentativo di salvare una diga che sta mostrando giorno dopo giorno sempre più falle. La sensazione però è che di dita per tappare tutti i buchi stavolta non ce ne siano abbastanza.

lunedì 12 settembre 2011

Silvio (not) Forever

Se nessuno può affermare di conoscere veramente il prossimo di cui può fare esperienza diretta, anche coloro con cui ci si ritrova in confidenza intima e quotidiana, l'esperienza mediata che facciamo con i personaggi pubblici, ovvero che conosciamo solo attraverso i canali dell'informazione, fa sì che il concetto di "conoscenza" assuma risvolti del tutto peculiari perché, proprio per il modo in cui (non) si entra in contatto con loro, nel bene e nel male costoro finiscono per far parte di una mitologia personale (e collettiva) influenzata sia dal carattere e dal tono delle informazioni che ci parlano di loro, sia dal modo soggettivo che noi singoli abbiamo di recepirle ed elaborarle. Si tratta dunque di una sorta di vero e proprio immaginario personale che, come tale, può corrispondere alla realtà solo in parte, variabile e minima. E questo vale per tutti i personaggi famosi, come cantanti, attori, calciatori e, dunque, anche politici.

Nel caso di Silvio Berlusconi, il fenomeno è ancora più accentuato per il suo modo pubblico di porsi e per le risorse che egli stesso usa scientemente per i suoi scopi di plagio e propaganda, e in generale per l'inflazione mediatica senza precedenti che lo coinvolge, quasi ininterrottamente, ormai da diciassette anni, sia da parte di chi lo adora, sia da parte di chi lo odia. Vie di mezzo, nel suo caso, si sa, non ce ne sono. Per questo sento di dover tributare un ringraziamento al film Silvio Forever, che ha contribuito, non tanto a cambiare in qualche modo la mia opinione assai radicata sul soggetto in questione, né a darmi qualche informazione fondamentale su di lui che già non sapessi, quanto piuttosto a togliere quella patina di mitologia mediatica con cui per forza di cose ci si ritrova a vedere uno come lui, se ci si limita a farsi cullare dalle correnti di superficie. Dunque confesso che è stato piacevole, alla fine del film, rendersi conto della restituzione della sua figura a una più prosaica realtà delle cose, e della riconsiderazione del suo personaggio per quello che veramente è: un (semplice) uomo.

Questo, naturalmente, non implica giustificazioni o assoluzioni di alcun genere nei suoi confronti, però mi ha fatto vedere l'entità-Berlusconi, il principio-Berlusconi, il costrutto-Berlusconi in un modo diverso, per certi aspetti più appropriato, se non addirittura più civile. D'altro canto sto anche cominciando a pensare che la citata piacevolezza di questo sentimento possa altresì essere legata all'evidenza della sua parabola discendente già in atto, peraltro propria di ogni (semplice) uomo, e al paradigma che ogni mausoleo è fatto per essere riempito.

mercoledì 31 agosto 2011

Manovrando la tua Vita (lettera aperta)

Perché preferisci l'abolizione dei riscatti di laurea (e/o del servizio militare ecc.), rispetto al Contributo di Solidarietà? Forse perché fa un brutto vedere le tue mani rugose di vecchio vizioso professionista che strisciano come serpentelli direttamente nelle tasche didietro dei cittadini (ancorché senza dubbio alcuni già di loro piuttosto facoltosi e dunque con molta probabilità della tua parte politica) per una cifra - va detto - tutto sommato percentualmente esigua, mentre non causa alcuna emorragia al tuo povero cuore scippare una cosa che non si può toccare, una cosa che non esiste, il mio tempo?

E poiché sono certo che anche a te avranno insegnato che il tempo è denaro (se non fosse così, una manovra finanziaria che cosa ci guadagnerebbe da un provvedimento del genere?), se mi freghi cinque anni, mi freghi anche dei soldi. E benché non sia a conoscenza di quale sia la percentuale di popolazione colpita da questo provvedimento, né se sia più o meno di quella che sarebbe stata colpita dal Contributo di Soliderietà, quei soldi li freghi non solo ai facoltosi, ma anche a coloro che hanno fatto dei sacrifici di proporzioni mariane per ricomprarseli, quei cinque anni di Vita. Così, in questo modo colpisci nel mucchio, a casaccio, un po' a destra e un po' a sinistra, autorizzandoti in questo modo ad affermare che così la Manovra è più equa e nello stesso tempo minimizzandone le ripercussioni sull'umore del tuo elettorato. Vuoi dire che la ragione di quest'ennesima porcata è (solo) tutta qui?

Ehi? Ci sei?! Ehi, ma mi ascolti o dormi? Ma che diavolo hai fatto ieri sera?!

venerdì 10 giugno 2011

Quando l'Economist gioca coi verbi

La nuova copertina dell'Economist dedicata a Silvio Berlusconi ha fatto il giro del mondo e dei media italiani. Tutti hanno tradotto la frase "The man who screwed an entire country" con "L'uomo che ha fregato un intero paese". E la traduzione è corretta. I media però se ne sono ben guardati dal far notare che, come spesso succede in inglese, il verbo to screw ha anche altri significati oltre a fregare e al suo principale che è avvitare. Nella fattispecie può infatti essere anche inteso nel senso di "avere rapporti sessuali" (proprio poiché la parola screw significa vite e si sa che la vite gira in un buco...), ma con una connotazione decisamente volgare. In questo caso nel parlato quotidiano la migliore parola italiana corrispondente è dunque fottere. Pertanto un'altra traduzione possibile (e legittima) della frase è "L'uomo che ha fottuto un intero paese".

Naturalmente chi ha ideato quel titolo all'Economist ha senza dubbio voluto giocare sull'equivoco del duplice significato del verbo to screw, ma secondo voi su quale dei due significati i lettori anglofoni tenderanno a indugiare di più?

lunedì 11 aprile 2011

Quando finisce un livore

Le esequie di Silvio Berlusconi sono appena terminate e almeno mezza nazione si sente finita, distrutta, svuotata. Che cosa faranno, dunque, ora che non c'è più lui? Lui che è stato il loro unico pensiero per tutti questi anni. Lui che è stato il catalizzatore, se non di tutte, almeno di una grandissima parte delle loro energie. Come impiegheranno adesso tutto quel tempo e quelle forze intellettuali ed emotive, che fino a ieri erano riservate a lui?

Le esequie di Silvio Berlusconi sono appena terminate, colonne di auto blu si allontanano alla spicciolata portandosi via i loro vetri scuri, e almeno mezza nazione si sente sospesa, perduta, disoccupata. Come quando concludi un lavoro che ti ha succhiato via l'anima per anni e anni e anni. E poi un giorno ti ritrovi a casa, quel lavoro finito, sai che non dovrai pensarci mai più, e ti guardi allo specchio con la bocca aperta e quella strana sensazione addosso di irrealtà, vibrante dentro una via di mezzo tra una vertigine e un risveglio, e non puoi fare a meno di chiederti: «E cosa cazzo faccio adesso?».

Le esequie di Silvio Berlusconi termineranno, un giorno, come quelle di tutti, eppure allora c'è da giurare che i suoi più acerrimi nemici, coloro che l'hanno osteggiato, combattuto, insultato, criticato, avversato con tutti loro stessi, si sentiranno privati di qualcosa. Perché la loro battaglia, una battaglia di quelle proporzioni, combattuta con così tanto ardore e così a lungo, così viscerale, finisce sempre per autoreferenziarsi e diventare prima di ogni altra cosa realizzazione di se stessa.

Le esequie di Silvio Berlusconi termineranno, un giorno, presto o tardi, perché anche le più ardite finzioni tricologiche nulla possono contro il vento dell'entropia che rende calvi i teschi. E sarà in quell'esatto momento che, affermano gli studi di settore, nascerà un nuovo mercato formato da tutte quelle migliaia di persone dovranno trovarsi qualcos'altro da fare per occupare i propri pensieri e il proprio tempo libero. A tale proposito in Fininvest starebbero già studiando alcuni kit per la costruzione di televisori in bottiglia («Funzionano davvero!»), e le Bunghine, una serie di riproduzioni in scala 1:10, da collezione, di Ruby, Nicole e delle Olgettine, precise in ogni dettaglio, in puro silicone anallergico, anche in versione gonfiabile («Mugolano davvero!). Tutto, naturalmente, in comode uscite settimanali.

venerdì 11 febbraio 2011

Dire la verità credendo di mentire

È una parola che va molto di moda in questi giorni, golpe. È facile accorgersene dalla sua ricorrenza nei media. Un lemma che - non a caso - è capace di evocare immediatamente scenari centro/sud americani, anche per la sua derivazione spagnola, trattandosi di un'abbreviazione della locuzione golpe de estado, ovvero colpo di stato. Dal punto di vista del significato, si tratta di un "atto violento o comunque illegale, posto in essere da un potere dello Stato, diretto a provocare un cambiamento di regime" (Wikipedia). La differenza rispetto a una rivoluzione è che quest'ultima è promossa e attuata da forze esterne al regime. E fin qui, la semantica.

Ora, ieri questa parola è stata accostata per la prima volta (almeno a mia memoria) all'aggettivo morale. È accaduto nell'intervista che Giuliano Ferrara ha fatto a Silvio Berlusconi e che è apparsa su Il Foglio, sempre in merito alla faccenda dell'inchiesta dei giudici di Milano sui presunti reati di concussione e prostituzione minorile in cui Berlusconi sarebbe incorso e al presunto atteggiamento persecutorio dei giudici nei suoi confronti. Ecco lo stralcio copiato direttamente dal sito de Il Foglio:
Stavolta c'è una coscienza pubblica diffusa dell’intollerabilità costituzionale e civile di un siffatto modo di procedere, il famoso golpe bianco, anche perché abbiamo un presidente che è un galantuomo, e allora ricorrono a quello che lei, caro direttore, ha chiamato 'golpe morale'. È per questo che nel documento del Popolo della Libertà si parla di eversione politica. È un giudizio tecnico, non uno sfogo irresponsabile.
In realtà dunque golpe morale è stata una locuzione usata dal giornalista che il Presidente del Consiglio non ha perso tempo a fare sua. Difatti questo è stato riportato oggi da molti quotidiani come un suo virgolettato originale. Ma questo importa poco. Importano invece le parole, giacché alla fine sono le parole a veicolare i concetti che vengono trasmessi alle persone e dunque usati per modellare la loro opinione. Per questo non mi aspetto che politici e giornalisti le scelgano mai per caso. Tuttavia mi chiedo se, in quest'occasione, abbiano ragionato sull'espressione golpe morale, tenendo in considerazione le regole della retorica con le quali i concetti devono fare i conti.

È evidente che la presenza dell'aggettivo morale sposta radicalmente il terreno su cui il significato di golpe si poggia. Un po' come dire: assassinio o assassinio morale. Nel secondo caso non ci aspettiamo alcun cadavere. Allo stesso modo da un golpe morale non mi aspetto alcun colpo di stato. L'aggettivo dunque sposta il significato della locuzione in un contesto figurato, che è quello indicato dall'attributo. Mi aspetto dunque che il cambiamento di regime significato dalla parola golpe, avvenga all'interno del confine della morale. In altre parole, un golpe morale è un rovesciamento arbitrario e improvviso dello stato morale, ovvero un cambiamento repentino e radicale del modo di intendere certi aspetti morali.

Per una volta non posso dunque che convenire con Ferrara e Berlusconi: sì, in Italia è in atto un golpe morale! Perché le coscienze dei cittadini (o almeno di una parte di essi) non riescono più a convivere con questa palese, indecente, vomitevole assenza di qualsiasi scrupolo etico a beneficio del proprio sollazzo e del proprio tornaconto, alimentato dall'abuso di potere nella più totale mancanza di rispetto nei confronti della cittadinanza intera. Sì, per una volta avete detto la verità, benché voi l'abbiate fatto per sventolare lo spettro di quella parola, golpe, evocatrice di fuochi e di carri armati, di polvere e di fucili, di coprifuochi e di terrore. Sì, in Italia è in atto un golpe morale, o almeno un suo tentativo, e le manifestazioni di domani ne sono una prova.

E visto che la paura di perdere i suoi privilegi, fa sì che il Vaticano abbia rinunciato a quella bell'abitudine di una volta di lanciare anatemi come fulmini e saette, e dunque (colpevolmente) non si vuole sporcare le mani per catalizzare questa rivoluzione delle coscienze, dev'essere il popolo a rimboccarsi le maniche. Lo deve fare Internet. Lo devono fare i media. Lo devono fare l'educazione e l'esempio. L'esempio prima di tutto. Perché non è moralismo pensare che ci debba essere un confine, fermo, da qualche parte. È solo civiltà. Negli USA un deputato repubblicano del Congresso - sposato con un figlio - è stato sorpreso a mandare una foto a torso nudo a una donna conosciuta in un sito di annunci personali e (solo) per questo ha rassegnato le dimissioni.

Sì, in Italia c'è un assoluto bisogno di un golpe morale. Solo se fosse anche davvero in atto, come dicono loro, per una volta ci sarebbe un po' di speranza.

[Credits: il dipinto in alto è "L'imperatore Giustiniano" di Andrea Fortina (olio su cartone, marzo 2006) - tratto da Tutte le facce del Cav. che il pittore realizzò per il Foglio nel 2006]

sabato 6 marzo 2010

martedì 2 marzo 2010

(S)manie di grandezza


L'arte della politica ha molto in comune con quella della prestidigitazione. In particolare entrambe si fondano su un imperativo categorico: attirare l'attenzione da una parte, per agire non visti dall'altra. Ebbene, non mi sorprenderei se tutto il casino inusitato delle liste di questi giorni, non sia stata una manovra creata ad hoc per distogliere l'attenzione da altre vicende che rischiano di diventare imbarazzanti per il nostro Premier. Mi riferisco innanzitutto alla notizia di pochissimi giorni fa, in base alla quale Silvio Berlusconi avrebbe acquistato un letto appartenuto a Napoleone Bonaparte.

Naturalmente non è dato sapere se la faccenda sia vera oppure no, benché conoscendo il soggetto e la sua predilezione per i letti, non sorprenderebbe più di tanto. Di sicuro c'è stata una smentita ufficiale, non tanto da parte di Silvio Berlusconi, privato cittadino collezionista di preziose antichità, quanto della Presidenza del Consiglio. Come se Gianfranco Fini dovesse riferire in Parlamento circa la sua nota passione per le mutande lunghe.

In ogni caso, credo sia opportuno fare alcune considerazioni a riguardo. La prima è tecnica. Un'informazione nell'era della comunicazione è più importante della sua veridicità. Ma il potere di diffondere la sua smentita è un fattore ancora più importante della notizia stessa. Le seconda è filosofica. Berlusconi che si compra il letto di Napoleone è come Ratzinger che si compra la Sindone. Una notizia perfettamente plausibile. La terza è ideologica. Berlusconi avrebbe comprato il letto per poi farlo "riadattare", anche se non si sa bene in che termini. In lunghezza? Andiamo, su... È ovvio che qualsiasi antiquario inorridirebbe di fronte alla volontà di imporre modifiche a un reperto così inestimabile, vanificandone di fatto l'autenticità e il pregio. Del resto nella prospettiva berlusconiana, modellare il letto di Napoleone a proprio capriccio, significa non solo poter crogiolarsi in notti imperiali, ma soprattutto esercitare, attraverso le vibrazioni storiche di quel talamo modificato in accordo alla propria volontà, l'idea della propria assoluta superiorità.

Così, adesso, approfittando del polverone Polverini, pare che il Premier abbia già sguinzagliato i suoi più fidati collaboratori per andare a recuperargli un altro giaciglio memorabile: il letto di John Holmes. Peccato che il buon Holmes non sia mai stato granché avvezzo all'utilizzo di tali ordinarie suppellettili. Per questo il fidato Letta avrebbe consigliato al Premier di orientarsi su un altro articolo: gli slip di Rocco Siffredi. In giro se ne trovano pochi, ma in compenso tutti come nuovi. Naturalmente il nostro avrebbe già messo in preallarme la sua sarta di fiducia.

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