Si viaggia per distruggere mitologie (e costruirne di nuove).
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martedì 14 agosto 2012
giovedì 7 ottobre 2010
Minotauro part-time


Ma - e qui veniamo alla nota dolente - se andiamo a vedere, Friburgo (in Brisgovia) non è neanche una città . Nossignore. È un labirinto. Complice infatti anche un (altro!) cantiere che devasta un'intera arteria cittadina principale rendendola quindi di fatto inservibile in entrambi i sensi di marcia, e costringendo così a una gimcana di vie, viuzze, inversioni e svolte obbligatorie, mi è risultata impresa impossibile, dopo la serata trascorsa in centro, ritornare all'hotel, essendo la stessa via dell'andata perduta per sempre. Vicoli ciechi. Altre svolte obbligatorie. Indicazioni mancanti. Zone a traffico limitato. Sensi unici a tradimento. Mappa inservibile. Nomi delle strade (quando si degnano di esserci) scritti ostinatamente con quel tipico carattere gotico che sembra ci voglia una macchina Enigma per comprenderli.


/fine
lunedì 4 ottobre 2010
Nel posto giusto (ma al momento sbagliato?)




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giovedì 30 settembre 2010
Rügen degli spiriti




(1) "Lecker" in tedesco significa "gustoso, appetitoso".
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lunedì 27 settembre 2010
Paese che vai, crostaceo che trovi


Ora, mi sono documentato su Boccadasse, antico piccolo borgo marinaro assai suggestivo nel cuore di Genova, e così facendo sono stato colto da qualche dubbio a riguardo. Quindi vorrei sapere da chi ci fosse tra voi che conosce bene il posto: ma siamo proprio sicuri sicuri che lì ci peschino le aragoste?
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venerdì 24 settembre 2010
Goldrake era un pivello

Ebbene, la storia tedesca è senza dubbio molto interessante e travagliata, ma se c'è un periodo di cui la Germania è stata storicamente protagonista e che ha cambiato profondamente il volto dell'intera Europa e che - forse - ha contribuito a renderci quello che siamo oggi, è il XVI secolo. Quello che iniziò con il problema del commercio delle indulgenze, l'affissione delle 95 tesi da parte di Lutero sul portale della Cattedrale di Wittenberg e tutto il pandemonio che ne conseguì, soprattutto in termini di rivolte, insurrezioni, uccisioni e autentici massacri indiscriminati.

E allora non ho potuto fare a meno di pensare a tutte le alabarde contrassegnate di simboli sacri che vengono brandite oggi. Ce ne sono più modelli di quanti possiate immaginare. Si chiamano eutanasia, fecondazione assistita, coppie di fatto...
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martedì 21 settembre 2010
Dare a Cesare quel che è di Cesare

Dunque siamo sempre in zona Berlino, e giriamo ancora intorno al famigerato caffè di Cosa Nostra. Come ho accennato in risposta ai commenti di qualcuno, ieri, dopo aver pubblicato il post, ho segnalato la faccenda a quelli del Deutsches Historisches Museum, alla Disaronno, maggior produttrice mondiale di amaretto, ingrediente distintivo dell'Espresso Mafioso, e infine alla Kofler Kompanie. Nella fattispecie ai signori della società di ristorazione che gestisce la caffetteria del museo ho fatto rilevare di essermi sentito offeso dalla loro scelta di chiamare in quel modo la loro specialità di caffè e che la loro mi pareva una grave caduta di stile per un luogo prestigioso come il Museo della Storia Tedesca.
Ebbene, stamane apro la mail, ed ecco la risposta:

"Porgiamo le nostre sincere scuse e ci dispiace che lei si sia sentito offeso dal nome della specialità di caffè. Abbiamo già deciso di cambiare il suo nome per il nostro prossimo menù. Ancora, non abbiamo mai avuto intenzione di dare appellativi agli italiani e speriamo che lei ritorni a Berlino e ci venga a visitare per vedere che abbiamo preso la sua lamentela in seria considerazione. Le auguriamo una buona giornata e la ringraziamo per il suo onesto commento."Tutti fanno scelte sbagliate, in buona o cattiva fede che sia, nel bene e nel male fa parte della caducità della natura umana (ma anche marziana). Eppure penso che sia proprio in quei momenti, ovvero nel concetto di assunzione di responsabilità , che stia la superiorità di un modello culturale radicato nella mente delle persone di una determinata nazione. Così, se si è capaci di accusare un popolo se non di razzismo, almeno di superiorità per un singolo episodio, allora per un singolo episodio bisogna essere anche capaci di rendergli onore.
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lunedì 20 settembre 2010
Un buon caffè di pessimo gusto


Così, una volta preso posto al tavolo, ho aperto il pieghevole del menù e mi sono messo d'impegno a cercare di capire che cosa poteva fare al caso mio, senza compromettere troppo il mio gpotres'jh, ovvero l'equivalente marziano del fegato. Tuttavia, ben prima che capissi dove dovevo leggere, avevo già messo a tacere lo stomaco ed ero già stato preso dall'impulso di alzarmi e andarmene. Il motivo è semplice e incredibile al tempo stesso. Tra le Heisse Getränke, ovvero le bevande calde proposte della caffetteria gestita dalla catena Kofler Kompanie, faceva bella mostra di sé una esclusiva leccornia di caffè, amaretto e panna montata. La vedete qui sotto, in un estratto dell'edizione originale del menù.

Ora, sottolineando il fatto la proposta dell'Espresso Mafioso viene fatta nell'ambito di un luogo pubblico prestigiosissimo per la cultura tedesca (è forse il più importante e grande Museo di Berlino), e considerando che qualche riga più sotto c'era anche il gustosissimo Schokolade Mafioso, più che altro vorrei capire due cose. La prima: cosa c'entra l'amaretto con la mafia? La seconda: come la prenderebbe un tedesco se capitasse nella caffetteria dei Musei Capitolini a Roma e si ritrovasse nel menù un bel Würstel Nazista? Se qualcuno qui conosce qualcuno che ha un ristorante, potrebbe proporgli di inserirlo nella lista. Anzi, forse è meglio di no. Un simile piatto rischierebbe di avere troppo successo.
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giovedì 16 settembre 2010
Leggere il libro giusto nel posto giusto

Eppure, nonostante la premessa di tutti questi preparativi, è stata quasi un caso la scelta del libro che mi sono ritrovato a leggere (e terminare) a Berlino. Erano decenni che ne sentivo parlare, prima però era introvabile, poi ne avevo recuperato una vecchia edizione in fotocopie (assai scomode da leggere e quindi lasciate lì), infine qualche anno fa mi ero imbattuto per caso in una riedizione di un editore minore che, comprata di corsa, tuttavia aveva finito per restare nel mio scaffale, in attesa come di un segnale del destino. Eppure solo alla fine della lettura, ho potuto rendermi conto (e dunque apprezzare) di quanto effettivamente la congiuntura sia stata davvero quella giusta. Mi sono addirittura sorpreso, di questo. Alla fine mi è sembrato un po' di Leggere Lolita a Teheran. Invece ho letto Noi a Berlino.

Perché non ho paura di esagerare se affermo che Noi è un romanzo geniale sotto tutti i punti di vista. Scritto sotto forma di un diario (e dunque raccontato in prima persona) da D-503, matematico e sovrintendente alla costruzione dell'Integrale, la prima astronave dello Stato Unico in procinto di essere lanciata nel Cosmo, il libro si propone di essere un'apologia della grandezza e della perfezione dello Stato Unico e del suo Benefattore, a favore delle razze (inferiori) che abitano lo spazio e che l'Integrale incontrerà sulla sua strada come in una missione di evangelizzazione, affinché tutto il Cosmo possa conoscere la fonte della vera felicità . Scopriamo così che tutti gli aspetti della vita dei cittadini sono regolati dallo Stato Unico e ogni giornata è scandita e programmata in tutti i suoi aspetti (la Tavola delle Ore, le Ore Personali, la Norma Materna), compreso quello relazionale e sessuale, per cui non ci si innamora, ma ci si iscrive. Insomma è la Ragione, nelle manifestazioni della logica e della matematica, a disciplinare le regole dello Stato Unico e l'eliminazione di ogni libertà è socialmente giustificata "per affrancare l'uomo dalla sua tendenza alla delinquenza". Ma naturalmente le cose non vanno come previsto da D-503, e la status quo è destinato a incrinarsi di fronte all'incontro del protagonista con l'esperienza dell'innamoramento e del ricordo (recupero) di un tempo diverso, antico, e di una Natura chiusa al di là del "Muro Verde", fino alla tragica ricomposizione finale.

Va ricordato che questo libro sancì l'inizio dei guai per Zamjatin, il quale fu visto sempre più come oppositore del regime sovietico. La pubblicazione di Noi fu vietata dal Glavlit, l'ente preposto alla censura, e il libro fu edito in inglese nel 1924, mentre in Russia vide la luce solo nel 1988. Anche in Italia, nonostante l'importanza storica e letteraria dell'opera, di Noi si ricordano poche e limitate edizioni: nel 1955, nel 1963, nel 1972, nel 1990 e - finalmente - nel 2007 grazie alla lungimiranza di Lupetti Editore. Per questo, se sono riuscito a stuzzicarvi, vi consiglio di recuperarlo in fretta, perché non si può dire fino a quando quest'edizione sarà ancora disponibile e quando potremo averne un'altra.
Insomma, spero di essere riuscito a trasmettervi che cosa possa significare leggere Noi a Berlino. In fin dei conti è un po' come leggere 1984 a Cologno Monzese.
L'estratto:
- Questo è insensato! È assurdo! Non capisci che ciò che voi tramate è la rivoluzione?Noi, di Evgenij Zamjatin - Lupetti Editore
- Sì, la rivoluzione! Ma perché è assurdo?
- Assurdo perché la rivoluzione non può essere. Perché la nostra rivoluzione - non lo dici tu, ma lo dico io - è stata l'ultima. E non ci può essere nessun'altra rivoluzione. Lo sanno tutti.
L'aguzzo, ironico triangolo delle sopracciglia:
- Mio caro: tu sei un matematico. E in più sei un filosofo matematico: dimmi l'ultimo numero.
- Cioè? Io... io non capisco: quale ultimo numero? [...] Ma, I-330, questo è assurdo. Dal momento che il numero dei numeri è infinito, quale ultimo numero vuoi da me?
- E tu quale ultima rivoluzione vuoi? Non c'è un'ultima rivoluzione, le rivoluzioni sono senza fine.
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martedì 14 settembre 2010
Un marziano a Berlino (2 di 2)



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lunedì 13 settembre 2010
Un marziano a Berlino (1 di 2)



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mercoledì 8 settembre 2010
A piedi nudi nel parco?



Se ci aggiungo l'Alte Botanische Garten der Universität Göttingen, giardino botanico storico in cui sono rappresentate oltre 14.000 specie di piante, comincio a pensare che stavolta la mitica Routard abbia preso una cantonata colossale a non segnalare Göttingen. E la conferma mi arriva, quando al ritorno, sulla medesima Kasseler Landstraße dell'andata, il mio sguardo si spinge tra le inferriate di un giardino verde e rigoglioso, che prima non avevo notato. Giacché il luogo non è menzionato neanche nell'opuscolo dell'hotel, penso sia il solito parco cittadino. Raggiungo un cancello di fronte quale si apre un viale che porta a una Cappella e il posto sembra davvero molto bello. Così decido di rilassarmi facendo due passi nel verde. Il rumore del traffico della statale si smarrisce dopo pochi passi e senza che me ne accorga, vengo immerso in un silenzio irreale. Poi supero la Cappella e capisco perché.


È bello pensare che questo sia un parco e non un cimitero. È bello pensare che i vivi possano avere un posto dove venire a condividere un pezzettino della loro vita quotidiana in compagnia dei loro morti. Perché i morti non meritano di essere ghettizzati, emarginati, ingabbiati, rinchiusi in campi di concentramento spirituali, nell'illusione dello struzzo che rimuovere il risultato della morte sia come rimuovere la morte stessa. Perché a saperli ascoltare i morti hanno sempre qualcosa da dirci. E perché se noi viviamo un po' con loro, anche loro vivranno un po' con noi.
Insomma, non è forse abbastanza per fare un salto a Göttingen?
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lunedì 6 settembre 2010
Esperimento di filosofia podologica


Terminato l'esperimento, quando vedo uno degli orsi sguazzare nel laghetto giocando con un tronco, non posso fare a meno di pensare che molto probabilmente lui è molto più felice di tanti visitatori che si trovano qui (anche di me), e che ciascun essere umano potrebbe vivere molto meglio se solo fosse capace di recuperare almeno un po' della sua ursinità ancestrale.
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giovedì 2 settembre 2010
Il cimitero dei senza corpo (2 di 2)



La testimonianza prosegue di tragedia in tragedia fino alla liberazione del 1945. Poi, prosciugati dal lungo orrore, si esce sul piazzale antistante, assolato come un deserto, dove c'erano le due file di diciassette baracche ciascuna che ospitavano i prigionieri. Oggi ne restano solo due, ricostruite per essere visitate, con le brande in legno a castello a tre piani. In fondo al viale, i memoriali dedicati ai cattolici, ebrei e musulmani che qui hanno lasciato la vita, mentre più in disparte il crematorio. Tornando verso l'edificio principale si nota una grande scultura che domina il piazzale. Si tratta del Monumento Internazionale alla Memoria di Nandor Gild (1968) che stilizza un filo spinato con un groviglio corpi umani. Trovo sia molto bella e che valga la pena una fotografia. Ma sembra che, dopo il cancello con la scritta, questo sia il soggetto preferito dai visitatori. Tutti lì davanti a farcisi fare una foto da far vedere alla mamma. E io, che vorrei scattare una foto senza (un cazzo di) nessuno davanti, non riesco. Cioè per un po' paziento e aspetto l'attimo buono. Poi arrivano due tizi (NB non italiani) che hanno tutta l'aria della coppia di omosessuali (ma magari mi sbaglio, eh). Comunque sia, 'sti due gironzolano avanti e indietro il monumento per un po'. Poi si decidono. Uno - quello con la macchina fotografica - si allontana e va a prendere posizione per l'inquadratura. L'altro si mette in posa sotto il monumento. Quindi mentre il primo comincia ad allineare l'obiettivo della digitale per lo scatto, l'altro fa una risatina, si volta di culo e mima di tirarsi giù i calzoni (giuro, non me lo sto inventando). Quindi si rigira per essere immortalato, ancora più divertito.

Esco riflettendo che non si va a Dachau per fare del turismo. Non si va a Dachau per giocare a nascondino. Non si va a Dachau per mettersi in posa. Del resto a Dachau mica ti vendono le palline di vetro che se le capovolgi, sulla piccola schiera di baracche vedi scendere la neve. Ma forse è solo perché nessuno ha ancora pensato di farle con la cenere.
/continua
mercoledì 1 settembre 2010
Il cimitero dei senza corpo (1 di 2)


Per giungere all'ingresso della struttura c'è un breve tratto da fare a piedi, la ghiaia che scricchiola sotto i piedi sono frammenti di ossa polverose. È metà mattinata e non c'è ancora molta gente. Da qui ancora non si vede niente, ma c'è già qualcosa che mi prende nel mezzo del petto. Suggestione o altro? Non so. Però so che quando sento delle voci (NB italiane) che parlano ad alta voce, mi fanno l'effetto delle unghie su una lavagna. Vorrei dirgli qualcosa. Qualcosa che ha a che fare col rispetto del dolore e l'omaggio alla memoria. E se fossero stati dei ragazzini forse l'avrei fatto. Ma costoro ragazzini non sono. Sono signore e signori, maturi e attempati, che parlano di frivolezze come se si stessero aggirando alla fiera patronale, tra banchi di mutande e pentole antiaderenti. Meglio superarli e lasciarseli indietro. Eppure il loro atteggiamento lascia un residuo dentro di me, come un retrogusto che devo ancora identificare e che solo verso la fine della visita riuscirà a mettere a fuoco.


[Nota: "Unsere letzte Hoffnung" significa: "La nostra ultima speranza"]
/continua
lunedì 30 agosto 2010
«Continuate così, fatevi del male!»

Ma la prima tappa del viaggio si attesta una manciata di chilometri al di fuori della Germania, una sosta di avvicinamento, oppure - se vogliamo - di ambientamento, in una terra in cui la diversità della lingua e la diffusa ignoranza di altri idiomi comuni, è la prima manifesta difficoltà . Eccomi dunque a Innsbruck - Austria, capoluogo del Tirolo Settentrionale, e perla della regione - almeno sostengono le guide - situata ai piedi di un'imponente corona di montagne. Eppure la prima impressione che ricavo avvicinandomi alla città , e che mette kaputt le mie aspettative, è quella di un contorno urbanistico industriale e cementificato. Niente di tipico o storico, insomma. Fa piuttosto venire in mente un'Abbiategrasso più montana. Dal canto suo Aosta - tanto per citare un'altra "grande" città alpina (anche se, va detto, fa un terzo degli abitanti di Innsbruck) - sembra assai più caratteristica e raccolta.

Basta salire i pochi gradini che conducono all'ingresso del Café Sacher dove si può gustare una fetta di Sacher-Torte originale, per capire perché Nanni Moretti in Bianca si scandalizzava così tanto. L'atmosfera è viennese, anche se Strauss non c'è. Candelabri e tappezzeria arabescata. Tavolini in marmo e poltroncine un filo troppo soffici. Mentre mi accomodo, resisto all'impulso di controllare se ho con me la carta di credito, che se il mio portafoglio uscirà indenne da qui sarà un miracolo.

/continua
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