Punti di vista da un altro pianeta

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venerdì 16 ottobre 2015

The Martian, ovvero perché il film è (molto) migliore del libro

L'avete già capito dal titolo. A Sopravvissuto - The Martian riesce il raro miracolo di essere un film decisamente migliore del libro da cui è tratto. Così su due piedi mi vengono in mente solo alcuni film che riescono a tenere testa al libro ispiratore (quasi tutti di Kubrick), ma nessuno che lo stacchi in maniera così prepotente. Del libro ne ho già parlato diffusamente qui e l'impressione che ho avuto guardando il film è che Drew Goddard, lo sceneggiatore, abbia prima di ogni altra cosa pulito la storia di Andy Weir da quelle caratteristiche che la rendono di fatto mediocre.

Non crediate che si nasca geni della scrittura. Weir è un esordiente che ha trovato per terra un cappello a cilindro e, infilandoci la mano, se l'è trovata intorno a due pelose orecchie da coniglio. Ma è pur sempre un esordiente dunque con poca esperienza e nel suo libro a mio avviso questo si vede. Goddard no. Goddard è uno che si è fatto le ossa su alcune serie TV, che ha scritto la sceneggiatura di Cloverfield (2008) e di Quella casa nel bosco (2011) di cui è stato anche regista, e che nel 2013 è stato lo show-runner di una della prima stagione di una delle serie più acclamate di Netflix: Daredevil. Insomma è un professionista in ascesa. E anche in The Martian ha fatto un egregio lavoro spogliando la narrazione originale di Weir dagli elementi posticci. In primis il tono. Insopportabilmente brillante quello di Weir, misurato e realistico quello di Goddard. Okay, mi direte, ma in qualche punto del film Watney si lascia comunque andare alla commedia, come con il tormentone della disco music o la gag di Fonzie. Certo, avete ragione. Però, diamine, è un film, non un documentario e qualche licenza al divertimento bisogna pur concederglielo. Inoltre, attenzione, non è una storia vera. Non siamo nei territori di Apollo 13, per intenderci. Dunque non bisogna lasciarsi andare alla tentazione di paragonarlo al film di Ron Howard. Quella era una ricostruzione cinematografica di eventi realmente accaduti. The Martian no. E questa differenza non è trascurabile. D'altro canto quei momenti leggeri alleviano la tensione, sono simpatici, tutto sommato equilibrati e, soprattutto, sono inseriti dallo sceneggiatore nei momenti giusti, ovvero per lo più quando a Watney le cose vanno bene e dunque è giustificato che lui faccia un po' il guascone. Mentre nel libro Watney è eccessivamente brillante anche quando le cose gli vanno di merda e questo proprio io non l'ho digerito.

La seconda cosa è la struttura dei punti di vista. Il libro, come il film, sono raccontati sostanzialmente attraverso tre prospettive. Un punto di vista in prima persona, il diario di Watney; un punto di vista in terza persona, quello che succede sulla Terra; un altro punto di vista, sempre in terza persona, quello che succede sulla Hermes. La cosa equilibrata che ha fatto Goddard è stato di montare questi piani con sapienza (ovvero senza dare troppo spazio all'uno o all'altro) fin dall'inizio del film. Weir no. Weir inizia il suo romanzo come diario e come diario prosegue per parecchi capitoli (fino a pag. 60) tanto che ci si convince che sarà un diario fino alla fine. Invece al capitolo 6 cambia tutto. Come in una sterzata brusca in cui ci si viene a trovare con la faccia schiacciata contro il finestrino freddo, ci si ritrova il diario di Watney inframmezzato agli altri racconti narrati in una terza persona e questo, nell'economia della narrazione e rispetto allo stile e alla struttura del libro, a me ha dato molto fastidio. Come uscire di casa con una scarpa e una ciabatta.

Poi c'è la faccenda dell'effetto McGyver. Una degli aspetti più deteriori del libro, a mio avviso, è l'eccessiva ripetitività dei tecnicismi e delle situazioni. Per quanto riguarda Watney è tutto un susseguirsi di problema>soluzione, problema>soluzione ecc. che alla lunga, passato l'effetto curiosità (per me intorno a pagina 100), diventa stucchevole. Il Watney cinematografico invece diluisce questo aspetto che, pur presente, non è assillante e risulta più variegato, forse anche grazie al maggior peso che hanno, nel film, le vicende che si svolgono sulla Terra e sulla Hermes. Non escludo nemmeno che le differenti modalità di fruizione possano avere un peso determinante. D'accordo, però non si può mettere tutto a posto col nastro Gaffa, avete ragione. Soprattutto un portello di telo di nylon che dovrebbe resistere a una differenza di pressione di quasi un'atmosfera. E avete ragione anche circa il fatto che difficilmente su Marte una tempesta di sabbia, per quanto violenta, possa inclinare e rischiare di far ribaltare un veicolo della massa di un modulo di ritorno. L'atmosfera è molto più rarefatta, meno di un centesimo di quella terrestre, dunque che questo possa verificarsi mi pare ipotesi davvero azzardata. Come non è affatto plausibile che la tempesta duri poche ore o si scateni senza preavviso. Le dinamiche delle tempeste di sabbia marziane sono ben diverse. E in qualche modo al cinema questo aspetto salta maggiormente all'occhio che nel libro.

La quarta cosa è la retorica. Come ho già scritto nella recensione del libro, le ultime pagine di The Martian meriterebbero un lancio contro il primo muro disponibile, intrise di un politically correct sulla solidarietà umana da carie nei denti all'ultimo stadio. Invero, il film non è del tutto immune da questo aspetto: l'intervento dei cinesi che forse avrebbero più da perderci che da guadagnarci (ma che di fatto barattano l'aiuto con la presenza dell'astronauta cinese nella missione successiva), le piazze gremite di gente entusiasta, le bandierine americane che sventolano, il "siamo troppo forti" eccetera, eccetera. Però Goddard lo diluisce un po' lungo tutta la pellicola, mentre Weir lo concentra in fondo al libro in un discorso ingenuo e buonista del tutto fuori tono. Nel film resta il peso non trascurabile dello spottone a favore della NASA e, come al solito, degli americani. Ma Hollywood è roba loro. Invece di biasimarli per questo, perché non lo facciamo anche noi italiani? Perché dovremmo ritenere credibili loro e non credibili noi? Ma questa è materia per un altro post.

Insomma, tirando le somme a mio avviso il film funziona egregiamente, molto meglio di quanto mi ero aspettato. Non è un capolavoro, non siamo dunque dalle parti di Alien o Blade Runner per intenderci, tanto per restare nelle pertinenze di Mr. Ridley Scott, ma il suo sporco lavoro lo fa, a differenza del libro. Al punto che, la mia impressione è che questo film sia addirittura di almeno una spanna superiore a Gravity, nel quale forse era lo straordinario aspetto visuale a predominare, ma che complessivamente, a livello di storia lasciava alquanto a desiderare.

lunedì 12 gennaio 2015

L'uomo di Marte

Con un titolo della versione originale come The Martian, potevo forse esimermi dal parlare di questo romanzo?! Ma non è solo questo. Opera prima di Andy Weir, giovane informatico americano con una grandissima passione per l'astronautica, The Martian è stato infatti il clamoroso caso editoriale (americano) dello scorso anno. E la sua ascesa acquista i connotati di un'impresa se si considera che Weir, da autentico esordiente sconosciuto, nel 2011 prima ha messo il romanzo a puntate sul suo sito, dopodiché su richiesta dei fan, ha autopubblicato il romanzo su Amazon al prezzo minimo possibile (0,99$) e su questa piattaforma come ebook ha venduto la bellezza di 35.000 copie in tre mesi. Dopodiché, a inizio 2013, Weir ha trovato un editore per la versione in audiolibro del romanzo e dopo pochi mesi per quella cartacea, venduta - sembra - per una somma a sei cifre (a quel punto non dev'essere stato troppo difficile). Ma Weir è andato oltre e, in men che non si dica, ha venduto anche i diritti cinematografici del romanzo addirittura a Ridley Scott, il quale ha messo il progetto sul cosiddetto fast track (e pensare che ci sono autori assai più titolati che ci mettono decenni ad approdare sul grande schermo, vedi ad esempio Joe R. Lansdale) e già l'anno prossimo il film vedrà la luce delle sale cinematografiche con un cast davvero marziano (Matt Damon, Jessica Chastain, Jeff Daniels, Sean Bean e Chiwetel Ejiofor). Insomma, con questo romanzo Andy Weir ha pescato il jolly. E prova ne è anche il fatto che in Italia, dove la fantascienza fa una fatica boia ad approdare, il romanzo è stato acquisito quasi subito, ancorché da una casa editrice non specializzata ma di grande visibilità come Newton Compton, la quale l'ha affidato a un traduttore di provata esperienza ed eccelse referenze come Tullio Dobner (il traduttore storico di Stephen King, tanto per dirne una - anche se in questo caso sono d'accordo con chi gli contesta un'eccessiva morbidezza dei toni, soprattutto all'inizio, in cui la versione originale del romanzo risulta molto più "volgare"), e lo sta spingendo ovunque a un prezzo stracciato. Ma, insomma, com'è questo libro? Vale davvero tutta la fama che si porta dietro? La risposta, secondo me, è ni. Ma andiamo con ordine.

In copertina Newton Compton ne riassume la vicenda come "Gravity (che) incontra Robinson Crusoe". Ecco, diciamo che non è del tutto falso, anche se piuttosto che Gravity si sarebbe dovuto citare MacGyver (se non sapete cos'è MacGyver, significa che siete troppo giovani e dovete cliccare sul link). Per contro di Gravity c'è soltanto un ambientazione spaziale ricostruita con ottima perizia, ancorché in questo caso ci troviamo su Marte e non in orbita intorno alla Terra, e una storia di sopravvivenza in condizioni estreme. Su Robinson Crusoe c'è invece poco da dire: è un naufrago e i naufraghi devono cercare di sopravvivere (per restare in tema cinematografico potevano citare Cast Away). Così, per una situazione imprevista, l'astronauta Mark Watney si ritrova abbandonato su Marte dai suoi compagni e deve cercare di sopravvivere, da solo, esclusivamente con quello che ha a disposizione. Quindi non aspettatevi alieni o altre stranezze. L'uomo di Marte è un ingegnere e un botanico e il romanzo non si allontana di una virgola dalla più fredda scienza e tecnica che il protagonista cerca di applicare con un po' fantasia, ma con rigore, per cercare di portare a casa la pelle.

Dunque non siamo proprio nei territori della più sfrenata immaginazione e originalità, ma la scintilla che rende il romanzo degno di attenzione è l'approccio severamente tecnico al tema. Il taglio che Weir dà al romanzo è infatti scientifico al massimo grado - e in questo la preparazione dell'autore riesce a dare un'eccezionale credibilità alla narrazione - mentre la modalità del racconto è quella di un diario personale lasciato a eventuali posteri che dovessero trovarlo, qualora lui non se la cavasse e nel quale il protagonista racconta in prima persona la propria situazione e descrive, per filo e per segno, come cerca di cavarsela, superando un problema dopo l'altro. Eppure, se la rigorosa narrazione tecnica è il vero aspetto peculiare del libro, la sua esclusività ne è anche il suo più grande limite. Il protagonista infatti si ritrova ad affrontare tutta una serie di problemi e il diario si sofferma a raccontare (quasi esclusivamente) ciascuno di essi e come l'astronauta lo risolve. Giochino piuttosto curioso e interessante all'inizio, senza dubbio, ma sulla medio-lunga distanza diventa stucchevole e fa decisamente perdere interesse al punto che si ha più l'impressione di essere di fronte a un manuale tecnico di sopravvivenza (per giunta per una situazione in cui il lettore mai si troverà), piuttosto che a un'opera letteraria. Anche perché le incursioni non tecniche nel diario, quelle personali, quelle umane, quelle intime, quelle che potrebbero conferire spessore al personaggio, suggerire al lettore empatia ed emozione, e rendere così maggiormente credibile (e interessante) un diario di questo genere, sono davvero poche e banali e non riescono a togliere bidimensionalità alla figura del protagonista. E il tentativo di essere spiritoso non basta, anzi spesso sortisce l'effetto opposto (per lo meno nella versione italiana, ma questi sono aspetti in cui la traduzione può aver giocato a sfavore).

Altra scelta che non mi è piaciuta, anche se ne capisco la funzione nel contesto, è quello di rinunciare alla coerenza strutturale del diario, e passare di tanto in tanto a una narrazione in terza persona incentrata su altri punti di vista come i personaggi della NASA sulla Terra e i suoi compagni che lo hanno abbandonato sul Pianeta Rosso e che sono in viaggio verso casa, tutti che - naturalmente - contribuiscono a cercare di trovare un modo per salvare la vita al protagonista. Avendo Weir deciso di scrivere il romanzo sotto forma di diario, avrei apprezzato maggiormente che ne avesse mantenuto la struttura fino in fondo. Questo avrebbe dato maggior personalità e originalità al testo. Ma forse, da esordiente, Weir ha avuto timore di non riuscire a tenere una narrazione tesa e proficua fino in fondo dal solo punto di vista diaristico, decisamente più difficile da gestire. Infine, nonostante un finale che non vi svelo, ma che concede un po' troppo al clichè della spettacolarità cinematografica, ma che confesso ho letto con rinnovato piacere dopo una parte centrale che mi ha annoiato per i motivi già esposti, avrei decisamente dato alle fiamme l'ultimissima pagina, ingenua e moraleggiante, disgustosamente politically correct.

Nel complesso, dunque, mi sento di affermare che L'uomo di Marte è un romanzo discreto, che a seconda di come si prendono i tecnicismi davvero eccessivi (ovvero da quanto è il grado geek del lettore) può risultare più o meno gradevole. Ma in ogni caso siamo abbastanza distanti da qualcosa di veramente eccezionale. Qualcuno, oltre che a Gravity, ha voluto paragonarlo ad Apollo 13 per rigore scientifico e per una vicenda di sopravvivenza nello spazio, una sopravvivenza inevitabilmente legata alla capacità dell'uomo di saper padroneggiare scienza e tecnologia, e per questo ritiene che L'uomo di Marte abbia le potenzialità per essere un ottimo film. Ebbene, certo, non si può dire che non ci siano similitudini, ma al di là di quello che sarà capace di fare Ridley Scott (scostandosi eventualmente - e sperabilmente - dal romanzo), Apollo 13 aveva dalla sua qualcosa che L'uomo di Marte non ha. Qualcosa di cui ogni spettatore di Apollo 13 era consapevole prima di iniziarne la visione. Come una lente amplificatrice di interesse ed emozioni posta di fronte agli occhi e al cuore. Qualcosa su cui L'uomo di Marte non potrà contare. La forza della vita vera, la potenza della biografia.

L'incipit.

Giornale di bordo: Sol 6

Sono spacciato di brutto.
Questa è la mia ponderata valutazione.
Spacciato.
Sono passati solo sei giorni dall'inizio di quelli che sarebbero dovuti essere i più gloriosi due mesi della mia vita e sono finito in un incubo.
Non so nemmeno chi leggerà questo diario. Immagino che prima o poi qualcuno lo troverà. Magari di qui a cent'anni.
Per la cronaca... Non sono morto a Sol 6. Così crede senza dubbio il resto dell'equipaggio e non posso biasimarli. Forse decreteranno una giornata di lutto nazionale in mia memoria e sulla mia pagina di Wikipedia ci sarà scritto: "Mark Watney è l'unico essere umano morto su Marte".


L'uomo di Marte, di Andy Weir (2013 - Newton Compton Editori, trad. Tullio Dobner, 379 pagg., 9,90€)

PS: Il Sol è il nome del giorno marziano.

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