La democrazia non potrà mai essere portatrice di grandi cambiamenti. I grandi cambiamenti (come le vere rivoluzioni) sono traumatici per il popolo, mentre - per converso - la democrazia ha bisogno di compiacere il popolo, perché è di questa compiacenza che si alimenta.
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mercoledì 15 luglio 2015
sabato 11 luglio 2015
Quel retrogusto amaro di sconfitta della democrazia
Come si concilierebbe il risultato della consultazione di domenica scorsa con la vittoria del NO, con l'accordo che Tsipras potrebbe firmare dopo il via libera del suo parlamento? Tecnicamente si concilierebbe nella misura in cui il quesito referendario si riferiva esclusivamente all'accettazione o meno del piano proposto dalla Troika a fine giugno. Questo significa che votare NO semplicemente voleva dire: "Questo accordo non l'accetto!", ma non implicava esplicitamente: "Non accetterò mai nessun altro tipo di accordo". Eppure per tutto il resto, si ha l'impressione che non si concili affatto.
Non si può negare che la vittoria del NO al referendum ha avuto soprattutto il suono di un sonoro schiaffo alla Troika, ovvero la vittoria di un principio in base al quale non doveva essere accettato solo quel particolare accordo, ma nessun tipo di accordo. È così che in maniera piuttosto diffusa e trasversale è stato inteso (interpretato) quel risultato, altrimenti non avrebbero avuto senso tutti quegli entusiasmi, al punto che moltissimi erano ormai portati a pensare che non ci sarebbe stato spazio per altro se non per l'uscita della Grecia dall'Euro. Adesso però, colpo di scena!, a meno di una settimana Tsipras ha un accordo, lo fa approvare dal suo parlamento (invero con più di qualche mal di pancia anche nel suo partito) e sarebbe in procinto di andarlo a ratificare a Bruxelles (sempre che Berlino non si metta di traverso, come sembra stia facendo in queste ultime ore).
Ora, a parte il fatto che la situazione è fluida e ancora in evoluzione, le condizioni di questo accordo sono davvero migliori di quelle della precedente proposta sottoposta al referendum, al punto che si può ragionevolmente pensare che se si facesse un nuovo referendum in questo caso vincerebbe il SI? Forse sono migliori solo per il fatto che stavolta Tsipras e il suo (nuovo) Ministro delle Finanze affermano che l'accordo va bene, perché stavolta, dicono, è una proposta che proviene da loro, dalla Grecia? Ebbene, questa ha tutto l'aspetto di una questione di lana caprina piuttosto infantile. In fondo, con tutti i compromessi del caso di cui peraltro non abbiamo (né avremo mai) i dettagli, se c'è un accordo tra due parti, significa che – a prescindere da come si giunge al suo perfezionamento (e non crediate che in queste cose sia una sola parte che lavora) – entrambe le parti devono essere d'accordo nell'accettarlo. Quindi, nel momento in cui venisse definitivamente accettato anche dalla Troika tanto osteggiata, sarebbe difficile credere che i sostenitori del NO referendario concorderebbero con questo scenario.
Insomma, per come si sta sviluppando la vicenda, e mettendosi dalla parte del popolo, si ha l'impressione che il referendum di domenica scorsa sia stato per lo più l'equivalente sociale di un'iniezione di morfina, giusto per ubriacarsi e prendere un po' di tempo, ma almeno rispetto alla maggioranza che ha votato NO, è impossibile non venire colti da un retrogusto amaro di sconfitta della democrazia.
Non si può negare che la vittoria del NO al referendum ha avuto soprattutto il suono di un sonoro schiaffo alla Troika, ovvero la vittoria di un principio in base al quale non doveva essere accettato solo quel particolare accordo, ma nessun tipo di accordo. È così che in maniera piuttosto diffusa e trasversale è stato inteso (interpretato) quel risultato, altrimenti non avrebbero avuto senso tutti quegli entusiasmi, al punto che moltissimi erano ormai portati a pensare che non ci sarebbe stato spazio per altro se non per l'uscita della Grecia dall'Euro. Adesso però, colpo di scena!, a meno di una settimana Tsipras ha un accordo, lo fa approvare dal suo parlamento (invero con più di qualche mal di pancia anche nel suo partito) e sarebbe in procinto di andarlo a ratificare a Bruxelles (sempre che Berlino non si metta di traverso, come sembra stia facendo in queste ultime ore).
Ora, a parte il fatto che la situazione è fluida e ancora in evoluzione, le condizioni di questo accordo sono davvero migliori di quelle della precedente proposta sottoposta al referendum, al punto che si può ragionevolmente pensare che se si facesse un nuovo referendum in questo caso vincerebbe il SI? Forse sono migliori solo per il fatto che stavolta Tsipras e il suo (nuovo) Ministro delle Finanze affermano che l'accordo va bene, perché stavolta, dicono, è una proposta che proviene da loro, dalla Grecia? Ebbene, questa ha tutto l'aspetto di una questione di lana caprina piuttosto infantile. In fondo, con tutti i compromessi del caso di cui peraltro non abbiamo (né avremo mai) i dettagli, se c'è un accordo tra due parti, significa che – a prescindere da come si giunge al suo perfezionamento (e non crediate che in queste cose sia una sola parte che lavora) – entrambe le parti devono essere d'accordo nell'accettarlo. Quindi, nel momento in cui venisse definitivamente accettato anche dalla Troika tanto osteggiata, sarebbe difficile credere che i sostenitori del NO referendario concorderebbero con questo scenario.
Insomma, per come si sta sviluppando la vicenda, e mettendosi dalla parte del popolo, si ha l'impressione che il referendum di domenica scorsa sia stato per lo più l'equivalente sociale di un'iniezione di morfina, giusto per ubriacarsi e prendere un po' di tempo, ma almeno rispetto alla maggioranza che ha votato NO, è impossibile non venire colti da un retrogusto amaro di sconfitta della democrazia.
lunedì 26 gennaio 2015
La partecipazione ai tempi di Change.org
Ormai c'è una petizione per tutto. Per abolire la pizza con la rucola, per vietare le automobili nere opache, per chiedere la sparizione di Paola Ferrari da tutti i palinsesti della televisione italiana. La complicità virale dei social network ha diffuso a dismisura le iniziative di siti come Change.org, Avaaz.org, Firmiamo.it, tanto che non c'è giorno in cui non veniamo invitati a sostenere una causa con una firma. Eppure, come in una specie di al lupo al lupo, la moltiplicazione virtualmente infinita delle possibilità di esercitare questa sorta di miraggio di democrazia diretta, fa in modo che vada perduto il senso vero dell'attivismo, dell'impegno e della (reale) partecipazione per cercare di cambiare davvero le cose.
La petizione on-line (in merito a un problema di cui probabilmente non conoscevi l'esistenza fino a un minuto prima) ti illude che basti una firma. Quattro secondi, un clic e hai fatto quello che potevi fare. Ti convince di esserti impegnato in prima persona per migliorare il mondo e in questo senso ti gratifica per aver fatto qualcosa che in realtà non ha comportato alcuno sforzo, nessuna difficoltà e della quale dopo tre secondi ti sarai già dimenticato. Se poi, dopo qualche tempo, ti ricorderai di andare a documentarti sull'esito della petizione (ma non ci andrai), molto probabilmente scoprirai che non ha raggiunto il suo scopo, come succede con la stragrande maggioranza delle petizioni, perché quelle che centrano il bersaglio sono veramente una manciata e spesso il loro successo deriva più dall'autorevolezza di chi le ha proposte, che dalla petizione in sé o dal numero di adesioni raccolte.
Ma se questo modo di intraprendere battaglie personali, politiche e sociali finisce per costituire un innocuo e piacevole tonico per la propria coscienza, la sua inflazione lo depotenzia in maniera preoccupante. E questo non è più tanto innocuo. Perché in questo modo si tende a smarrire il senso dell'importanza delle cause per cui si dovrebbe combattere, attribuendone ad alcune (molta) più di quella che meritano e ad altre (molta) di meno. Così succede che la battaglia per non far chiudere una serie TV cancellata anzitempo finisca sullo stesso piano di quella per evitare la lapidazione di una condannata a morte in Iran e questo fa sì che si passi davanti alla seconda con la stessa reattività con la quale si passa davanti alla prima, perdendo addirittura il senso stesso della battaglia o, almeno, della misura di essa. E quando poi ci sarebbe da fare sentire sul serio la propria voce, il proprio grido, scendendo in piazza, si preferisce invece andare a cercare un comodo link dove scrivere il nostro nome, cliccare e tornare subito, senza perdere altro tempo, sul divano, a sgranocchiare Pringles davanti alla tv. Così se, come diceva Gaber, "la libertà è partecipazione", allora questa partecipazione sarà tutt'altro che libertà .
La petizione on-line (in merito a un problema di cui probabilmente non conoscevi l'esistenza fino a un minuto prima) ti illude che basti una firma. Quattro secondi, un clic e hai fatto quello che potevi fare. Ti convince di esserti impegnato in prima persona per migliorare il mondo e in questo senso ti gratifica per aver fatto qualcosa che in realtà non ha comportato alcuno sforzo, nessuna difficoltà e della quale dopo tre secondi ti sarai già dimenticato. Se poi, dopo qualche tempo, ti ricorderai di andare a documentarti sull'esito della petizione (ma non ci andrai), molto probabilmente scoprirai che non ha raggiunto il suo scopo, come succede con la stragrande maggioranza delle petizioni, perché quelle che centrano il bersaglio sono veramente una manciata e spesso il loro successo deriva più dall'autorevolezza di chi le ha proposte, che dalla petizione in sé o dal numero di adesioni raccolte.
Ma se questo modo di intraprendere battaglie personali, politiche e sociali finisce per costituire un innocuo e piacevole tonico per la propria coscienza, la sua inflazione lo depotenzia in maniera preoccupante. E questo non è più tanto innocuo. Perché in questo modo si tende a smarrire il senso dell'importanza delle cause per cui si dovrebbe combattere, attribuendone ad alcune (molta) più di quella che meritano e ad altre (molta) di meno. Così succede che la battaglia per non far chiudere una serie TV cancellata anzitempo finisca sullo stesso piano di quella per evitare la lapidazione di una condannata a morte in Iran e questo fa sì che si passi davanti alla seconda con la stessa reattività con la quale si passa davanti alla prima, perdendo addirittura il senso stesso della battaglia o, almeno, della misura di essa. E quando poi ci sarebbe da fare sentire sul serio la propria voce, il proprio grido, scendendo in piazza, si preferisce invece andare a cercare un comodo link dove scrivere il nostro nome, cliccare e tornare subito, senza perdere altro tempo, sul divano, a sgranocchiare Pringles davanti alla tv. Così se, come diceva Gaber, "la libertà è partecipazione", allora questa partecipazione sarà tutt'altro che libertà .
martedì 8 maggio 2012
Paese che vai, elezioni che trovi

L'Italia, invece, ha (ora) il Movimento 5 Stelle.
E questo, a dispetto della mia mancanza di simpatia per il grillo-politico, oggi mi consola. E mica poco.
lunedì 27 febbraio 2012
Mario Monti e il miraggio dell'equitÃ

"Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi."e osservavo il fatto che in questo contesto egli non ha utilizzato la parola equità , che vediamo invece così tanto abusata in questo periodo.
(28/07/1981, intervista di Eugenio Scalfari)
Ebbene, il mio sospetto è che Berlinguer avesse capito che quello di cui parla è tutto ciò che un governo democratico serio e rispettoso del popolo che rappresenta può (e dovrebbe) fare per fare digerire i suoi provvedimenti, ma che è comunque ben lungi dall'essere equo.
Perché se i "ricchi" possono essere colpiti (solo) nelle loro ricchezze, i "poveri" possono essere colpiti (solo) nella loro vita.
lunedì 28 novembre 2011
Se con l'e-book mi diventi cieco
Nel senso che ti può capitare di entrare in un libreria che da fuori sembra tale quale le altre. Libri in quantità . Per lo più i soliti titoli messi in evidenza sui banconi vicino all'ingresso, quelli più gettonati. I soliti autori. Le solite case editrici potenti e padrone del mercato. Ma non è tanto questo il punto. Perché se ti dai la pena di andare a cercare negli scaffali più reconditi, quelli vicini alla porta del bagno, quelli nascosti dietro le colonne, trovi anche i libri di nicchia, quelli più rari, le case editrici di frontiera, autori sconosciuti, ma non per questo meno interessanti, anzi spesso di più, sperimentalisti e spavaldi. Ma non è neppure questo il punto.
Il punto lo capisci quando provi a prendere in mano un libro. La copertina è come tutte le altre, ma a te piace leggere gli incipit per farti dare una suggestione, un'impressione di stile, come un'annusata a occhi chiusi su un piatto che non hai mai mangiato prima. È un modo come un altro per decidere se acquistare un libro, no? Quindi lo apri e lì. Rimani. Di sasso. Le pagine del libro sono bianche. Ma tutte, che diamine! Immacolate come neve. Neanche un'ombra di nero. È evidente che quelle pagine non hanno mai visto l'inchiostro neanche nei contenitori. Curioso, davvero. Così ti dici che probabilmente quella copia ha avuto qualche problema in tipografia. Così provi quella sotto. Identica. E così pure tutte quelle della pila. Quasi surreale, come in uno di quei racconti di Borges.
Stai già per chiamare uno dei commessi per fare rilevare loro l'imbarazzante problema, quando - chissà perché - ti viene lo scrupolo di prendere in mano un altro libro. Altro autore. Altro editore. Ma, accidenti!, stesso biancore. Poi senti uno dietro di te che chiede permesso. Tu ti sposti e vedi lui, un tizo allampanato con un paio di occhiali dalla montatura blu, che allunga una mano e prende uno dei libri della pila che hai appena esaminato. Lo sfoglia. Annuisce tra sé e se lo porta via soddisfatto. «Ma...» abbozzi tu, che lui è già alla cassa. Così fai presto a renderti conto che tutti i libri sono così. Sono bianchi. Eppure i clienti li guardano, li prendono, li sfogliano, li comprano. Che razza di libreria è questa? Sono tutti pazzi?! O forse è in te che c'è qualcosa che non va? È chiaro che, delle due, la statistica fa propendere per quest'ultima ipotesi.
Eppure ci vedi benissimo. Non hai mai avuto problemi. Ti guardi le mani, i palmi, i dorsi. Ti guardi intorno. Forme, colori, tutto è perfetto come sempre. Non ti bruciano nemmeno gli occhi. Poi improvvisamente noti due stranezze. La prima è che tutti i clienti portano un paio di occhiali. La seconda è che gli occhiali sono tutti identici. Adesso che ci fai caso, c'è anche uno scaffale dove quegli occhiali sono persino in vendita. E così scopri con una certa sorpresa che per leggere i libri di questa libreria sei obbligato a comprare un paio di quegli occhiali, i suoi occhiali, che solo lei vende. Perché con gli altri occhiali, questi libri non li puoi leggere. Sì, ti spiegano poi, che in realtà esistono lenti accessorie che riescono a far leggere questi libri anche con altri occhiali, ma l'ostacolo resta e loro, che ce lo hanno messo, lo sanno bene.

domenica 12 giugno 2011
Referendum: ciò che importa (per me)

Del resto sono convinto che il nucleare in Italia non riuscirebbero a farlo in ogni caso. Ci sono molti altri motivi in grado di mettere i bastoni tra le ruote del nucleare italiano, TAV docet. In secondo luogo ho la tendenza a ritenere (magari sbagliando) che l'acqua finirebbe per essere gestita in un modo non molto dissimile da quanto viene già fatto adesso. In fondo ci sono già state numerose "privatizzazioni" tra le aziende municipalizzate che gestivano l'acqua pubblica fino a pochi anni fa, ma non so se qualcuno si è accorto della differenza. Altra faccenda - mi rendo conto - è quella circa la remunerazione dell'acqua, che sembrerebbe implicare la possibilità concessa alle ditte private che gestiscono i servizi, di aumentare le bollette agli utenti senza l'obbligo di reinvestimento dei capitali, quindi al solo scopo di lucro. Orbene, il fatto che si possa guadagnare (il giusto) a fronte dell'erogazione di un certo tipo di servizio, non mi pare a priori uno scandalo, anche per un bene primario come l'acqua. Altrimenti chi glielo fa fare ai gestori? Da quello che ho letto a riguardo, tra le altre cose non sembra che questo aumento possa essere applicato in maniera indiscriminata, come paventato in giro, ma solo in ragione del 7% (una tantum?) che non è certamente poco, ma che in fin dei conti - per esempio - cambierebbe di soli 7 € una bolletta di 100 €. E per un paese di fortissimi consumatori (leggi spendaccioni) di acqua minerale in bottiglia, mi sembra una battaglia che ha perlomeno un retrogusto vagamente paradossale. Infine il legittimo impedimento, referendum evidentemente formulato ad hoc a beneficio (anzi, a maleficio) del caro Presidente del Consiglio. Pensate che il nostro non abbia già pronta nel cassetto della sua scrivania di Palazzo Grazioli tutta una nuova serie di norme per cercare di pararsi le chiappe dai tentativi dei giudici di applicare la Legge e fare giustizia? La mia sensazione dunque è che il legittimo impedimento sia per lui poco più di un prurito in mezzo alla schiena, di quelli che non ci si riesce bene ad arrivare. Quindi secondo me alla fine il punto non sta nella vittoria dei SI.

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