Punti di vista da un altro pianeta

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mercoledì 8 giugno 2016

Real Mars Tour 2016 - LA SPEZIA e TORINO

Week-end intensissimo, quello che si profila, per il Real Mars Tour 2016. Venerdì 10 Giugno alle ore 18:30 sarò infatti a La Spezia presso la Libreria LIBeRI TUTTI a presentare Real Mars ai lettori spezzini in compagnia di Enrico De Somma. Il giorno successivo alle ore 17 sarò invece ospite del celebre Mu.Fant., il MuseoLab del Fantastico e della Fantascienza di Torino. A tale proposito, va detto che la giornata di Sabato 11 Giugno sarà particolarmente speciale perché vedrà l'inaugurazione della super mostra dedicata al 50° Anniversario della nascita di Star Trek, con un programma dunque che sarà particolarmente nutrito. Eccolo:

Ore 15:30: inaugurazione e presentazione della moastra: Star Trek 50 anni! con Silvia Casolari, Davide Monopoli e Stefanie Groener
Ore 16:00: Roddenberry e le origini di Star Trek. A cura di Stefanie Groener
Ore 16:30: Star Trek: l'esplorazione antropologica e l'evoluzione della prima direttiva. A cura di Francesca Zannella.
Ore 17:00: Sogni ed esplorazioni spaziali: Alessandro Vietti presenta il suo nuovo romanzo Real Mars. Interviene l'editore Giorgio Raffaelli. Modera Paolo Bertetti.
Ore 18:00: Il "dramma" delle maglie rosse! Proiezioni commentate a cura di Stefanie Groener.

Insomma, riassumendo:
Venerdì 10 giugno, ore 18:30, Libreria LIBeRI TUTTI, via N. Tommaseo 49 - La Spezia
Sabato 11 giugno, ore 17, Mu.Fant., Via Reiss Romoli 49 bis - Torino

Spero di vedere qualcuno di voi.

martedì 7 giugno 2016

"Flemma", Paolacci e il labirinto di una generazione

Flemma. Lo leggi e ti spiazza. Lo leggi e ti sorprende. Lo leggi e dici "Cazzo, come scrive bene questo qui". Lo leggi e poi lo rileggi, perché come diceva qualcuno (chi?, aiutatemi), solo i libri che meritano di essere riletti, meritano di essere letti una prima volta. E quello di Antonio Paolacci merita di essere letto e riletto, perché il suo è il viaggio pazzesco, originale, nitido e acuminato di una generazione che cerca disperatamente un modo di essere, uno scopo, che si guarda allo specchio e cerca di capire che cosa è quell'immagine lì, un viaggio che vi resterà appiccicato addosso come solo i libri veri riescono a fare.

Non è semplice parlare di Flemma, opera prima di Antonio Paolacci, uscita nel 2007 per Perdisa del compianto Luigi Bernardi e rieditato una manciata di mesi fa per Morellini Editore. Perché Flemma è un romanzo intenso e corale con una sfuggente struttura a mosaico, a ragnatela, un pugno di personaggi indimenticabili, ciascuno immerso nella propria storia e nel proprio dramma personale, nella propria inquietudine, nella propria "flemma", appunto, come una sorta di depressione vagante o di dedalo malinconico dai quali i personaggi vorrebbero uscire, e un quadro che emerge soltanto verso la fine, quando le tessere giungono a composizione e il disegno d'insieme si chiarisce.

Flemma, per esempio, è la storia (soprattutto) di Davide, attore che offre monologhi improvvisati nei Centri Sociali, monologhi che urlano tutta l'angoscia di non trovare una strada, una collocazione nel mondo, una capacità di amare, nonostante la voglia disperata di trovarle, tutte queste cose, compreso l'essere amati, come risposte implorate a un mondo muto, indifferente a un'intera generazione che forse non sa neanche farle, le domande giuste. Ma è anche la storia di Chiara, fumettista, angosciata, desiderosa di morte, come di una via di uscita da un tunnel disegnato da lei stessa; di Macaco, vent'enne, immerso in una vita di silenziose assenze familiari e sguardi che parlano di disillusione e di incapacità di cambiare un destino già segnato dal fallimento, come un peccato originale senza possibilità di battesimo; di Luca tredicenne che si scopre omosessuale e che dovrà fare i conti con questa realtà nei confronti di un gruppo, che ci mette niente a trasformarsi in branco.

Curiosamente, su tutto aleggia la figura di Julian Jaynes e del suo celebre Il crollo della mente bicamerale e l'origine della coscienza, come un etereo filo conduttore, un curioso catalizzatore di considerazioni relative alla nostra personalità, a quello che facciamo e al perché lo facciamo, alle decisioni che prendiamo e al perché le prendiamo. In pratica, al perché siamo quello che siamo, ovvero alla difficoltà a capire noi stessi. In fondo, come dice Paolacci, "pensare a se stessi, a ciò che si compie, che si dice, che si considera, alle decisioni che si prendono e a tutto ciò che si sta vivendo nel frattempo, è come usare una torcia elettrica in una stanza buia."

Insomma, è una specie di strada (forse) senza uscita quella che tratteggia Paolacci con la grande abilità di un narratore capace di tessere una tela facendoci vedere solo un filamento alla volta, anche se l'apice – a mio avviso – lo raggiunge nei monologhi di Davide (specialmente l'ultimo, davvero eccezionale), da cui emerge con forza espressiva davvero notevole l'esperienza drammaturgica dell'autore. Così, come mosche, si resta impigliati nel suo ingranaggio che ci mostra l'incapacità di trovare un compromesso tra la voglia di ribellione allo status quo e il seguire le orme delle generazioni passate, tra il cercare se stessi e il non sapere da che parte guardare, tra il soddisfare i desideri e seguire gli istinti di questa nostra carne e il rischio che tutto questo ci porti all'autodistruzione.

Ultima notazione. Nonostante, come dicevo, la prima uscita di Flemma sia datata 2007, leggendolo a nove anni di distanza (sebbene quest'edizione sia stata rivisitata dall'autore, ma non mi è dato sapere in che misura) non ho percepito alcun tipo di invecchiamento. Forse è segno che i tempi non sono cambiati in maniera sostanziale. O forse, piuttosto, è sintomo che questo romanzo ci parla a un livello molto più profondo e intimo rispetto alle contingenze secolari, perché ci sbatte in faccia la fatica di esistere e di essere umani, ci mostra dall'alto il labirinto nel quale fin dall'adolescenza ci ritroviamo senza che nessuno ci abbia mai detto quello che dobbiamo fare, ci mette nudi di fronte alle contraddizioni attraverso cui tutti - in qualche modo - siamo costretti a passare, quelle che fanno parte del diventare adulti e che ci spingono a trovare il nostro posto nel mondo o di distruggerci nel tentativo.

Flemma, di Antonio Paolacci, 186 pagg., 11,90€ - Morellini Editore

martedì 24 maggio 2016

Real Mars Tour 2016 - MILANO

Continua il Real Mars Tour 2016! Come anticipato, sabato prossimo la tappa ci porta a Milano. L'appuntamento è dunque per Sabato 28 Maggio, ore 18:00 presso la Libreria Open - Viale Monte Nero 6 - Milano (MM3 - fermata Porta Romana).

Ci sarò io, insieme con Giorgio Raffaelli e Marco Scarabelli di Zona 42 e insieme parleremo del libro, dei sogni (mai esistiti?) dell'esplorazione spaziale, di media, di scrittura, di quello che siamo noi oggi, di quello che speriamo di essere domani e di tutto quello che passerà per la testa a noi e a voi del pubblico. Nella tappa di Genova ci siamo divertiti tutti parecchio.

Se siete di Milano e dintorni, veniteci a trovare, che la libreria è bellissima e merita la visita e a me farà piacere incontrarvi.

Vi anticipo che le prossime tappe del Real Mars Tour 2016, saranno La Spezia, venerdì 10 giugno prossimo e Torino, domenica 12 giugno. Seguiranno ulteriori dettagli.

lunedì 2 maggio 2016

Real Mars Tour 2016 - GENOVA

Ci siamo, si parte! A un paio di settimane dall'uscita di Real Mars, cominciamo finalmente il tour di presentazioni che ci porterà in giro per l'Italia nei prossimi mesi. La partenza è - doverosamente - da casa. L'appuntamento è dunque per Sabato 7 Maggio, ore 18:30 presso la Libreria Bookowski - Vico Valoria 40 - Genova.

A fare da padrone di casa ci sarò io, insieme con Giorgio Raffaelli di Zona 42 e insieme parleremo del libro, dei sogni (perduti?) dell'esplorazione spaziale, di media, di quello che siamo noi oggi e di quello che speriamo di essere domani.

Vi anticipo che la prossima tappa del Real Mars Tour 2016, sarà Milano, sabato 28 maggio prossimo. Seguiranno dettagli.

mercoledì 20 aprile 2016

Real Mars, ovvero se Il grande marziano diventa un libro

Cinema e letteratura ci hanno spesso raccontato come potrebbe essere la conquista di Marte da parte dell'uomo, ma nessuno ci ha mai detto come potrebbe essere realmente, ovvero a che cosa potremmo assistere, noi, se questo accadesse solo tra qualche anno. Se mai un giorno non troppo distante andremo davvero su Marte, è dunque probabile che la nostra esperienza non sarà molto diversa da quella raccontata in Real Mars: quattro astronauti in viaggio e miliardi di persone a guardarli e a commentare, a meravigliarsi e a disprezzare, e a modificare il palinsesto della propria vita in funzione di un programma TV che li seguirà in ogni momento della loro missione.

Prima ancora che il racconto della più grande impresa dell'umanità, Real Mars è così anche uno specchio feroce in cui ognuno di noi rivede se stesso nel proprio rapporto coi mezzi di comunicazione, nel proprio ruolo ormai ininterrotto e istintivo di spettatore, nella propria percezione di una realtà che nel racconto della cronaca diventa fiction, perdendo la possibilità di qualsiasi contatto umano.

Tra la cronaca dell'epica impresa e i riflessi del suo racconto su chi resta sulla Terra a guardare, Real Mars mostra con irriverenza quanta umanità abbiamo perduto abbracciando la comodità dell'emozione televisiva, ma ci rivela anche quanta umanità c'è ancora là fuori, anche se magari per trovarla bisogna percorrere qualche centinaio di milioni di chilometri e arrivare al termine dell'avventura più estrema ed emozionante della Storia dell'Uomo.

Da lunedì scorso "Il grande marziano" è anche un libro. Questo.

Real Mars, di Alessandro Vietti; 320 pagine; formati: cartaceo - 13,90€; ebook (Kindle, ePub) - 3,99€ - Edizioni Zona 42 (Modena)

giovedì 28 gennaio 2016

Raccontare Universi (marziani in tour)

Mi è capitato di parlarne (molto bene) qui. A un anno esatto di distanza dalla sua uscita, domenica prossima 31 gennaio avrò il privilegio di fare gli onori di casa per festeggiarlo. Parlo di Dimenticami Trovami Sognami di Andrea Viscusi, uno dei più bei libri del 2015, edito da Zona 42, che celebreremo qui a Genova, insieme con l'autore e l'editore, Giorgio Raffaelli. Sarà un'occasione ghiotta per parlare del romanzo e dei suoi temi, ma anche di letteratura fantastica, editoria e tutto quello che verrà in mente a noi e a chi avrà voglia di venire a incontrarci. L'appuntamento è dunque domenica 31 gennaio alle ore 17, presso la Libreria Bookowski - Vico Valoria 40 - Genova (in pieno centro, a un minuto a piedi dalla cattedrale di San Lorenzo). Fatevi riconoscere!

lunedì 7 settembre 2015

La vita come mosaico secondo Jenny Offill

Viviamo in un flusso ininterrotto, analogico, di accadimenti, pensieri, azioni. Eppure se potessimo osservare dall'alto questo coacervo di eventi ci accorgeremmo che in realtà le nostre vite sono significativamente digitali, ovvero hanno una sorta di risoluzione che è quella data dalla densità degli episodi, piccoli o grandi, ma comunque rilevanti, che incidono in qualche modo sulla nostra esistenza. Possono essere frasi, pensieri, viaggi, incontri, considerazioni, agnizioni, paesaggi, esperienze di ogni genere, ma cose piccole, per lo più, e spesso (solo) apparentemente insignificanti. Certo, ci sono anche i Grandi Momenti e le Grandi Scelte a determinare il nostro percorso (lo sposo o non lo sposo?, faccio filosofia o medicina?, lascio tutto e vado dall'altra parte del mondo o resto qui?), ma sono soprattutto certe cose di tutti i giorni, discrete, puntuali come capocchie di spillo, piccole tessere di un mosaico senza un'immagine di riferimento, a concorrere a fare di noi quello che siamo.

Mi piace pensare che sia stato basandosi su un concetto simile che Jenny Offill abbia deciso di scrivere Sembrava una felicità nel modo in cui l'ha fatto. Perché questo suo romanzo, in realtà non è un romanzo. Ma non è nemmeno un diario. E neppure una raccolta epistolare. Inutile dire che non si tratta nemmeno di un poema lirico. Sembrava una felicità è un oggetto narrativo non identificato in quanto racconta, sì, una storia, come qualunque romanzo - che nella fattispecie è la storia di un momento della vita di una donna assai tormentata, una donna preda delle contraddizioni nel rapporto con la figlia (che sta crescendo), in quello col marito (traditore), in quello col lavoro (complicato) - ma non lo fa secondo i canoni del romanzo, ovvero in accordo a un flusso narrativo strutturato, per quanto articolato e personalizzato dallo stile espresso dall'autore. No. La Offill destruttura completamente la narrazione e racconta la storia della sua protagonista secondo brevi, a volte brevissimi, "quadri di testo" di tutti i generi (dal racconto di un episodio, a un'osservazione, a un pensiero, a una citazione ecc.), in maniera non consecutiva né dal punto di vista logico, né da quello cronologico, come tessere sparse di un mosaico che si compone piano piano nella mente del lettore a mano a mano che procede nella lettura.

Ma ciò che è più straordinario, è che il risultato finale non restituisce una storia compiuta dall'inizio alla fine - non pensate insomma di ricostruire per filo e per segno la vicenda della protagonista come se l'aveste letta secondo i canoni consueti del romanzo - bensì rimanda alla conoscenza di quella persona e della sua esperienza a livello quasi inconsapevole. In altre parole, il modus operandi della Offill riesce a simulare nella mente del lettore la conoscenza della sua protagonista prima ancora della consapevolezza della sua storia. È un processo curioso, quello di cui si è partecipi leggendo il libro. Ma Sembrava una felicità non si limita a essere un interessante esperimento letterario, perché la Offill avvolte e permea il suo racconto di maternità, di relazioni e di realizzazione con una sensibilità, un'arguzia, una leggerezza e un'intensità davvero straordinarie, rendendolo vivo come raramente capita di leggere. Insomma, forse non sarà il migliore romanzo di questo 2015, ma per ora sta certamente sul podio. E per questo, mannaggia a lui!, devo ancora una volta ringraziare la segnalazione del buon Michele Orti Manara del blog Nepente, anche in questo caso (come in quello dello straordinario Nel mondo a venire di Ben Lerner), che ormai mi toccherà eleggere a mio pusher letterario privilegiato.

L'incipit:

Le antilopi vedono dieci volte meglio di noi, avevi detto. Era l'inizio o quasi. Significa che in una notte tersa riescono a vedere gli anelli di Saturno.

Accadeva mesi prima che ci raccontassimo tutte le nostre storie, e anche all'epoca qualcuna sembrava troppo piccola per darle importanza. Ma allora perché mi sono tornate in mente proprio adesso? Adesso che sono così consapevole di tutto.

I ricordi sono microscopici. Minuscole particelle che sciamano in gruppo e da sole. Folletti operai, li chiamava Edison. Entità. Lui aveva una teoria sulla loro provenienza e quella teoria era lo spazio cosmico.


Sembrava una felicità (Dept. of Speculation, 2014), di Jenny Offill - NNEditore

mercoledì 5 agosto 2015

Un libro per l'estate (2015)

Mi piacciono le liste di libri. Mi incuriosiscono. Mi piace imbattermici, cercarle, spulciarle, sgranarle, smentirle, deriderle, osannarle. Siccome di libri in Italia se ne pubblicano quasi duecento al giorno, va da sé che non è sempre semplice districarsi nell'infinito maelström di titoli che affollano gli scaffali delle librerie, figuriamoci on-line dove gli scaffali nemmeno esistono e il titolo, se lo vuoi, devi già saperlo tu.

Dunque, soprattutto visto che spesso (non sempre, ma spesso), i titoli più meritevoli sono quelli meno pubblicizzati, ogni modo per trovarli è benvenuto. E, giacché per me ogni occasione è buona per recuperare suggestioni e suggerimenti di lettura, ho deciso di fare una mini lista anch'io, per voi. Poche cose che spaziano un po' in tutti i generi, ma meno conosciute, che però mi sono piaciute tanto tanto.

Magari ci trovate dentro qualche spunto interessante per i vostri momenti di pausa estiva e non solo. Insomma, ecco qui, prendete nota e poi fate un po' come vi pare. (L'ordine di apparizione è del tutto casuale)

NEL MONDO A VENIRE, di Ben Lerner (Ed. Sellerio - 16,00€ - ebook disponibile)
Il più bel romanzo che ho letto negli ultimi mesi. Poetico, intenso, arguto, emozionante. Un'autentica goduria letteraria come se ne trovano in giro poche. E questo vi dovrebbe bastare. Se non vi basta, potete andare (qui), dove ne ho parlato diffusamente.

CHIUDI GLI OCCHI E GUARDA, di Nicola Pezzoli (Ed. NEO - 12,00€ - ebook disponibile)
Emozionante, tenero, ironico, sfrontato, nostalgico come possono esserlo solo una magica vacanza al mare in Liguria di un dodicenne alla fine degli anni '70 combinata all'inesauribile verve di Nicola Pezzoli. Di questo ne ho parlato (qui).

SKIPPY MUORE, di Paul Murray (Ed. ISBN - 10,00€ - ebook disponibile)
Un romanzo di formazione, originale, commovente, misterioso, tragico ed esilarante. Un libro buono come una ciambella appena sfornata. In una parola imperdibile. Di questo non ho parlato, anche se mi rendo conto che avrei dovuto. Se ne sentite il bisogno, potete saperne un po' di più se andate a cliccare qui.

DIMENTICAMI TROVAMI SOGNAMI, di Andrea Viscusi (Ed. Zona 42 - 12,90€ - ebook disponibile)
Un viaggio originale, un'esplorazione quasi metafisica, alle radici dell'universo e di noi stessi. Dovrebbe essere fantascienza, ma è qualcosa di diverso, qualcosa di più. C'è dentro perfino una storia d'amore. Anche di questo ne ho parlato (qui).

L'ENIGMA DEI NUMERI PRIMI, di Marcus Du Sautoy (Ed. Rizzoli – 10,00€ - ebook disponibile)
Un saggio nella mia lista doveva esserci e la mia scelta è caduta su questo. Ma non si deve essere necessariamente appassionati di scienza e matematica per apprezzarlo (anche se certamente aiuta). Questo innanzitutto perché c'è più storia, dentro, che matematica, e poi perché si tratta di un libro straordinario e trascinante, scritto (e tradotto) paurosamente bene, che ti porta per mano negli affascinanti meandri del mistero dei numeri primi, come se fosse Il nome della rosa. E non è mica poco. Quando l'ho letto forse il marziano non c'era nemmeno: non sapevo dove parlarne.

IO TI TROVERO', di Shane Stevens (Ed. Fazi – 12,00€ - ebook disponibile)
Uscito nel 1979, questo romanzo racconta una delle prime cacce a un serial killer della storia della letteratura. Un thriller/noir preciso ed affilato, vivido e crudo, una discesa all'origine del male senza sbavature e senza moralismi. E Stevens ci aggiunge, per buon peso, anche un bell'affresco dell'America tra gli anni '50 e i '70, tanto dura la caccia. Imperdibile davvero per tutti gli amanti del genere e non solo. Anche di questo non ne ho parlato, spero che questo basti per rimediare.

A questo punto non mi resta che augurarvi: buona lettura!

martedì 31 marzo 2015

Un libro che è una goduria per la (mia) mente

Ci sono libri che ti ipnotizzano e ti portano via con loro e tu sai bene perché. Una storia appassionante. Un mistero da risolvere. Colpi di scena a ripetizione. Roba che non ti staccheresti mai e, quando sei in pausa dalla lettura, continui a ripensarci e non vedi l'ora di poter rimettere mano alle pagine. Gli inglesi li chiamano page-turner, quelli che ti fanno girare le pagine a un ritmo forsennato. E poi ci sono libri che ti ipnotizzano e ti portano via con loro e tu non capisci come fanno, perché delle caratteristiche di cui sopra non c'è traccia. Eppure ci riescono ugualmente. E il fatto che lo facciano misteriosamente li rende quanto di più affascinante ti possa capitare in ambito letterario. Credo sia una sorta di corrispondenza (o risonanza) intellettuale, una goduria letteraria a prescindere. Ebbene, questo è il caso di Nel mondo a venire, di Ben Lerner.

Caldeggiato dall'amico Michele del blog Nepente, Nel mondo a venire è un libro difficile da riassumere. Parla di oggi. Parla della vita. Parla del mondo in cui viviamo e (forse) del mondo in cui vivremo, anche solo tra cinque minuti, un mese, un anno, dieci anni. Parla di come le nostre esistenze si rapportano e si costruiscono attraverso lo scorrere di un tempo di fatto illusorio e rispetto al quale noi siamo padroni solo del presente (non a caso il titolo originale è proprio 10:40, ovvero un momento di tempo ben preciso), ma di come la letteratura è capace di integrare queste esistenze in un flusso unico che è nello stesso tempo, memoria, narrazione, invenzione e possibilità.

Leggendo questo libro ho avuto la sensazione di trovarmi di fronte a un'opera (non spaventatevi) di "narrativa quantistica", come se l'autore volesse dare la percezione letteraria di un universo in cui tutti i tempi, passati, presenti e futuri delle nostre esistenze, comprese tutte le possibilità del multiverso, coesistono. Se poi mi chiedeste di incasellare in qualche modo il romanzo, vi direi che siamo di fronte a una sorta di post modernismo (o addirittura di post-post modernismo – ma, vi prego, troviamo un altro termine!) alla David Foster Wallace o Dave Eggers. Per il resto non voglio (o forse non riesco) dirvi di più. Solo che questo è uno dei libri più suggestivi e affascinanti che mi sia capitato di leggere ultimamente. A tratti mi ha riportato a quell'esaltazione della lettura che è una goduria per la mente, e che è merce davvero rara.

Da segnalare: il pezzo in cui Lerner parla della tragedia del Challenger a una classe. Su-bli-me! Mentre la parte più debole è forse la quarta, quella in cui l'autore si ritrova autoesiliato a Marfa per (cercare di) scrivere il suo libro. Ma è giusto una piccola flessione, come una breve vertigine, niente che guasti la lettura di un libro eccezionale. Insomma, grazie a Ben Lerner e grazie a Michele.

Il risvolto di copertina:

Un uomo di poco più di trent’anni vede la propria vita cambiare improvvisamente direzione. La sua migliore amica gli ha chiesto di aiutarla a concepire un figlio, ma senza diventare una coppia. La carriera di scrittore ha incontrato finalmente un insperato successo, e in modo altrettanto imprevisto è giunta la diagnosi di una malattia cardiaca, potenzialmente fatale. Questi eventi, questi improvvisi stravolgimenti, felici, drammatici, curiosamente esilaranti, sembrano riflettersi nel mondo che lo circonda. New York è scossa da tifoni, uragani e tempeste, come fosse una città tropicale. La crisi rende tutti ansiosi e aggressivi, niente sembra più funzionare, a livello personale, collettivo, intellettuale, sentimentale. Non è certo il momento migliore per fronteggiare lo spettro della propria mortalità, o pensare a diventare padre.

L'incipit:

Il comune aveva riconvertito un tratto sopraelevato di ferrovia metropolitana abbandonata in un giardino pensile con un percorso pedonale, e io e l'agente stavamo passeggiando verso sud in una giornata insolitamente calda per quella stagione dopo un pranzo di festeggiamento a Chelsea dal prezzo esorbitante, a base fra l'altro di polipetti che lo chef aveva letteralmente massaggiato fino alla morte. Esserini di una morbidezza incredibile che avevamo mandato giù interi, ed era la prima volta che consumavo una testa tutta d'un pezzo, specie poi di un animale che decora la propria tana, che è stato osservato giocare in maniera complessa.

Nel mondo a venire, di Ben Lerner (2015, Sellerio - trad. Martina Testa - 290 pagg. - 16,00€)

venerdì 20 marzo 2015

Conosci le dieci regole del Campo 14?

La realtà della vita in Corea del Nord è molto più terrificante di quello che sembra, ovvero dell'immagine che ci propinano i media, concentrati sulle dichiarazioni o le stravaganti apparizioni in pubblico del giovane del leader Kim Jong-un (o del padre Kim Jong-il prima di lui), sulle esercitazioni militari o sui test missilistici verso la Corea del Sud o il Giappone. Quando poi si sente parlare di violazioni sistematiche dei Diritti Umani, la formula asettica non dice davvero granché su quello che succede, là, alle persone. Bisogna esserci dentro, ai meccanismi politici, sociali e culturali della Corea del Nord, per provare a capire l'immane tragedia umanitaria che viene perpetrata da oltre quarant'anni, un tempo ben più lungo dei lager nazisti o dei gulag comunisti, e che avviene ancora oggi, in questo esatto momento in cui tu stai leggendo.

Shin Dong-hyuk è l’unico uomo nato (nel 1982) in un campo di prigionia della Corea del Nord a essere riuscito a scappare (nel 2005). Il suo crimine, che l'ha costretto a vivere fin dalla nascita dentro il Campo 14 (un campo grande come Los Angeles) è stato avere uno zio che negli anni Cinquanta fuggì in Corea del Sud. E durante i 23 anni dentro il campo ha dovuto subire una vita di schiavitù, privazioni, percosse e pesanti condizionamenti psicologici che l'hanno portato a tradire - senza provare alcun senso di colpa - la madre e il fratello, mandandoli all'impiccagione (cui lui fu costretto ad assistere, ma durante la quale non provò alcun dolore nei loro confronti, bensì solo rabbia).

Quella raccontata in questo libro è la storia di Shin una storia necessaria non solo per capire che cosa è la Corea del Nord, ma anche per comprendere a che cosa può arrivare l'animo umano, sia nelle vittime, che nei carnefici e che sono ben sintetizzate nelle Regole del Campo che vengono applicate alla lettera e che tutti quanti all'interno del campo sono costretti a memorizzare e a recitarle ogni volta che viene richiesto dalle guardie.

1. Non provare a scappare
chiunque venga sorpreso a tentare una fuga verrà fucilato all’istante.
Ogni testimone che non denunci un tentativo di fuga verrà fucilato all’istante.
Chiunque assista a un tentativo di fuga deve avvisare immediatamente una guardia.
È vietato formare gruppi di due o più persone per escogitare un piano o provare a scappare.

2. È vietato formare gruppi di più di due prigionieri
chiunque venga sorpreso in compagnia di uno o più prigionieri senza il permesso di una guardia verrà fucilato all’istante.
Chiunque si introduca nel villaggio delle guardie o danneggi la proprietà pubblica verrà fucilato all’istante.
È vietato superare in uno stesso gruppo il numero di prigionieri stabilito dalla guardia al comando.
Fuori dal lavoro, i prigionieri non possono formare alcun tipo di gruppo senza permesso.
Durante la notte tre o più prigionieri non possono spostarsi insieme senza l’autorizzazione della guardia al comando.

3. Non rubare
chiunque venga sorpreso a rubare o in possesso di armi verrà fucilato all’istante.
Chiunque non denunci o aiuti un prigioniero che abbia rubato o possieda armi verrà fucilato all’istante.
Chiunque venga sorpreso a rubare o a nascondere cibo verrà fucilato all’istante.
Chiunque danneggi di proposito il materiale utilizzato nel campo verrà fucilato all’istante.+

4. Agli ordini delle guardie bisogna obbedire incondizionatamente
chiunque si comporti in modo astioso nei confronti di una guardia o la aggredisca fisicamente verrà fucilato all’istante.
Chiunque non dimostri di attenersi totalmente alle istruzioni delle guardie verrà fucilato all’istante.
Non è permesso rispondere o lamentarsi con le guardie.
Di fronte alle guardie bisogna inchinarsi in segno di rispetto.

5. Chiunque avvisti un fuggitivo o una figura sospetta è tenuto a denunciarlo immediatamente
Chiunque offra copertura o protegga un fuggitivo verrà fucilato all’istante.
Chiunque conservi o nasconda gli averi di un fuggitivo, cospiri con lui oppure ometta di denunciarlo verrà fucilato all’istante.

6. I prigionieri devono tenersi sotto controllo a vicenda e denunciare immediatamente qualsiasi comportamento sospetto
ogni prigioniero è tenuto a controllare gli altri ed essere sempre vigile.
Bisogna controllare da vicino le parole e la condotta degli altri prigionieri. Se qualcosa desta sospetti, è necessario avvisare immediatamente una guardia.
I prigionieri devono partecipare con convinzione agli incontri di lotta ideologica e censurare sé e gli altri.

7. Ogni prigioniero deve portare a termine tutto il lavoro che gli viene assegnato quotidianamente
se i prigionieri trascurano il lavoro quotidiano o non riescono a raggiungere la quota di produzione desiderata, si penserà che nutrano del risentimento e per questo verranno fucilati all’istante.
Ogni prigioniero è unicamente responsabile della propria quota di produzione.
Raggiungere la propria quota di produzione equivale a purgarsi dei propri peccati e ricompensare lo stato per la clemenza mostrata.
La quota di produzione stabilita da una guardia non può essere discussa.

8. Fuori dal luogo di lavoro non è ammessa interazione tra persone di sesso diverso per motivi personali
in caso di contatto fisico di tipo sessuale non preventivamente approvato, i responsabili verranno fucilati all’istante.
Fuori dal luogo di lavoro, prigionieri di sesso diverso possono comunicare solo se autorizzati.
È vietato introdursi nei bagni destinati all’altro sesso se non autorizzati.
Senza una ragione speciale, due persone di sesso opposto non possono tenersi per mano o dormire una di fianco all’altra.
I prigionieri possono recarsi negli alloggiamenti per membri del sesso opposto solo se autorizzati.

9. I prigionieri devono pentirsi sinceramente dei propri errori
chi non ammette i propri crimini e anzi li nega o li interpreta in maniera deviante verrà fucilato all’istante.
È necessario riflettere profondamente sui crimini commessi contro il proprio paese e la propria società, e sforzarsi di purgarsene.
Solo dopo aver riconosciuto i propri peccati e averci riflettuto a lungo un prigioniero può ricominciare da capo.

10. I prigionieri che violano le regole e i regolamenti del campo verranno fucilati all’istante
ogni prigioniero deve vedere in ogni guardia un maestro, e attenendosi alle dieci regole del campo piegarsi al duro lavoro e alla disciplina per potersi ripulire degli errori passati.

Fuga dal campo 14, di Harold Blaine (2014, Codice Edizioni) - 290 pagg. - 16,90€

[Immagine della penisola coreana presa dallo spazio. La Corea del Nord si distingue solo come un'impressionante zona di buio frapposta tra la Corea del Sud e la Cina. L'unica area illuminata è - di fatto - quella della capitale Pyongyang]

martedì 10 marzo 2015

Il nuovo romanzo di Nicola Pezzoli (ovvero siamo tutti Corradino!)

Quando prendi in mano Chiudi gli occhi e guarda, ci sono due cose che ti si aggrappano subito alle funi dell'attenzione. La prima è la splendida copertina (come sempre lo sono quelle di Neo Edizioni). I colori roventi dell'estate, la fantasia di un orecchio che ascolta il mare dentro una conchiglia, un bambino dall'espressione lieve e spensierata. La seconda è l'epigrafe in francese che scopri subito all'apertura del volume e che recita:

Quand nous ne sommes plus
des enfants, nous sommes déjà morts.

Constantin Brancusi

e per la quale non credo ci sia bisogno di traduzione. Ebbene, questi due indizi sono sufficienti a tratteggiare esaurientemente i contorni di questo nuovo romanzo di Nicola Pezzoli che, come nel precedente bellissimo Quattro soli a motore, vede protagonista il "mitico" Corradino, alle prese con un altro momento della sua crescita, (forse) quello definitivo, quello che segna (forse) il passaggio finale dall'infanzia all'età adulta, se mai ci può essere un unico passaggio a scandire questa evoluzione personale.

Siamo sempre d'estate, in base a quel tipico panorama letterario e invero un po' paradossale per cui i ragazzini crescono solo quando le scuole sono chiuse. Ma questa volta è la prima vacanza estiva di Corradino al Mare (non un mare qualunque, quello con la emme maiuscola) a fungere da catalizzatore della sua crescita, con una serie di primi incontri unici, e in questo senso avventurosi, che a loro modo contribuiranno a cambiarlo per sempre, forse dandogli qualcosa, ma forse anche togliendoglielo. Perché, come in ogni cosa, anche ogni maturazione ha il suo prezzo: si acquista qualcosa, ma al prezzo di qualcos'altro.

Nel momento in cui si sta vivendo quella fase della propria vita, si è convinti di conquistare qualcosa di prezioso, addirittura di essere dei miracolati o comunque dei prescelti, toccati da una grazia tutta particolare, come se fosse successo solo a noi, nel bene e nel male, il tutto nell'inconsapevolezza della crescita che si sta subendo, dell'onda che ci sta travolgendo. Dunque è solo a posteriori che possiamo riconoscere anche il prezzo che abbiamo pagato, quello che finisce per essere il corrispettivo del valore della nostalgia che ci è rimasta per quell'epoca unica e irripetibile della nostra vita.

Pezzoli costruisce così questo piccolo nuovo romanzo animandolo innanzitutto di quella grazia, di quella sensibilità e di quello stupore infantili, che a tratti commuovono, a tratti fanno sorridere, sempre lievi anche quando sono amari, sempre soffici anche quando fanno male, perché è così che normalmente si vivono le cose a quell'età. Dopodiché, come in uno shaker, Pezzoli pezzolizza la sua materia con l'umorismo e, non di rado, con quella franchezza del disincanto dell'adulto al confine col cinismo (ma che resta sempre un piccolo passo indietro rispetto al cinismo vero e proprio, ed è questa la sua abilità) che costituiscono la cifra stilistica più cristallina della sua narrativa.

Quello che ne viene fuori è una storia dolce, amara, dolorosa e divertente, non immune a quelle piccole impertinenti sconcerie di un bambino che sta per diventare adolescente (ah, il pìrulo!) e che ci restituisce quello sguardo lì, che avevamo tutti noi a quell'età (Corradino ha 12 anni), ma che asciuga la nostra nostalgia col sorriso dell'ironia. L'unico autentico difetto del libro, è che è troppo maledettamente corto! Ma del resto non lo sono forse sempre, le vacanze al Mare?

L'incipit:

Il gatto reputa di cagarsi addosso quando è troppo tardi per tornare indietro, e tragicamente presto per arrivare a destinazione.
Trauma da automobile, piccola Ciopy, ma quanto a trasporti felini su gomma è la prima volta anche per noi , e a lasciarti digiuna non ci abbiamo pensato. Dall'espressione del casellante è chiaro che all'abbassarsi del finestrino ha usmato l'afrore ma non ne individua la fonte Con quella faccia da piciorla ammaestrato sarà dura intuirla. Sarebbe il caso di indicargli la gabbietta con la micia imboscata giù al buio fra il sedile anteriore e il cruscotto, di modo che quello, mentre conta le lire da dare alla mamma, la smetta di fissare con disgusto il sedie di dietro della 127, la smetta di guardare
me.

Chiudi gli occhi e guarda, di Nicola Pezzoli (2015, Neo Edizioni), 129 pag., 12€.

lunedì 16 febbraio 2015

10 sorsi per una vita (più) sobria

«Ãˆ un dato di fatto: molti scrittori abilissimi nel maneggiare le parole non lo sono stati da meno col bicchiere». Esordisce così, Graziano Dell'Anna, nella prefazione di La vita sobria, antologia da lui curata per Neo Edizioni, di cui voglio parlarvi oggi. Ma se nei casi da lui citati (Bukowski, Faulkner, Hemingway, Carver, Cheever ecc.), forse la narrazione finì più spesso per derivare dalla degustazione, o almeno per essere da essa catalizzata, più che il viceversa, nel caso de La vita sobria è proprio l'inverso quello che succede. Dall'Anna infatti non è andato a cercare autori proverbialmente ed esplicitamente amanti della bottiglia e dei suoi effetti, bensì ha invitato un manipolo tra gli autori più interessanti della scena italiana contemporanea a cimentarsi con racconti nei quali la bottiglia, il vino, la birra, l'alcool in generale fungesse da catalizzatore del racconto, dunque una stimolazione etilica dall'interno del racconto stesso, piuttosto che dall'esterno.

Nasce così questa interessante antologia che declina dunque in dieci modi diversi il rapporto tra vita e alcool. Dieci modi in cui l'alcool può intervenire all'interno di un'esistenza o solo di una situazione di essa e segnarle comunque per sempre. Quello che ne esce - manco a dirlo - non è un panorama consolante. La bottiglia figura quasi sempre come il profilo vetroso di un terzo incomodo all'interno di una coppia (Gli eroi perfetti, Il guscio vuoto), di un fantasma ostinato difficile da esorcizzare (Jet Lag), o ancora come un tapis-roulant con il quale ci si può soltanto illudere di correre via dalle brutture della vita (Sogni andati a male, L'amore reclinato). A volte accadono tutte le cose insieme. Comunque sia, l'alcool risulta distruttivo anche quando non viene bevuto, ma soltanto venduto (Limoncello). Ma ci sono anche altri casi contemplabili, come quello in cui l'alcool può essere il catalizzatore di storie alternative (Bere una bottiglia nel multiverso), come pure di ricordi di amori perduti (Caduta. Libera) o il simbolo di un festeggiamento difficile da realizzare (Tulipani), o infine l'oggetto di una privazione che nemmeno il suo essere a fin di bene, alla fine trova un'adeguata ragione d'essere (Una questione d'orgoglio o di estetica).

Complessivamente i racconti dell'antologia, ciascuno con i propri stili e le proprie modalità espressive, riescono nel loro intento di mettere in scena con un'alta qualità letteraria la difficoltà della sobrietà della vita di cui l'alcool è a volte testimone e a volte complice. Citerò qui solo i tre che mi hanno colpito più di tutti, in ordine rigorosamente di apparizione. Jet Lag, di Claudia Durastanti. Una scrittura briosa, sempre mantenuta su un equilibrio quasi miracoloso tra commedia e tragedia, sulla difficile esistenza di una rockstar tra questioni familiari irrisolte e l'impossibilità di trovare un rapporto stabile. Gli eroi perfetti, di Fabio Viola. La relazione quasi surreale (ma terribilmente reale) di una coppia moderna, che non riesce mai a incontrarsi veramente, e nemmeno a comunicare davvero, se non nel sesso o quanto meno nella prospettiva di esso. L'amore reclinato, di Paolo Zardi. Tristissima discesa negli abissi di un uomo abbandonato, come un reduce di una guerra perduta, che ha smarrito la bussola e l'unico antidoto che trova sul suo orizzonte è quello dell'abbruttimento di se stesso. Perché, come dice lo stesso Zardi nel suo racconto, in una perfetta sintesi del volume: «L’unità di misura del dolore degli esseri umani è il litro».

La vita sobria, AA.VV. a cura di Graziano Dell'Anna (Neo Edizioni, 2014)

lunedì 9 febbraio 2015

Dimenticami Trovami Sognami. Leggimi.

I libri migliori sono quelli che fanno centro essendo animati da sconsideratezza e ambizione. E questo è uno di quelli. Sconsideratezza, perché ci vuole una certa dose d'irragionevole coraggio pensare di scrivere una storia di fantascienza, possiamo definirla metafisica?, e pensare di uscirne in qualche modo vivi. Ambizione perché pensare di scrivere una storia di fantascienza, possiamo definirla cosmologica?, è qualcosa per cui si sta scommettendo molto forte sulle proprie capacità. Ebbene, Dimenticami Trovami Sognami di Andrea Viscusi, ancora fresco dell'inchiostro dei tipi di Zona 42, riesce nel suo intento e restituisce una storia decisamente atipica per la fantascienza in generale e, ancor di più, per il panorama italiano. Ed è proprio qui (ovviamente) il bello.

Dimenticami Trovami Sognami racconta la storia di Dorian, candidato prescelto per un progetto dell'ESA, non proprio un astronauta, ma qualcosa del genere (non vi svelo di più), il quale si trova a doversi separare da Simona, il suo amore, di fatto abbandonandolo, per imbarcarsi in una missione di esplorazione storica, ma dalla durata incerta. Al suo ritorno, che avverrà ben dodici anni più tardi, Dorian troverà il mondo irrimediabilmente cambiato, al contrario lui non sarà invecchiato di un giorno, ma in compenso il suo viaggio lo avrà trasformato per sempre, restituendogli una conoscenza così profonda della struttura più intima dell'Universo che lo renderà capace dell'impossibile.

Con una ricercata scarsezza di descrizioni, che conferisce al romanzo una perfetta aura onirica, come dev'essere dato il contesto, il romanzo di Viscusi si suddivide in tre parti. La prima, Dimenticami, è la storia di Dorian, prima e dopo la missione, dell'abbandono necessario di Simona e del suo ritorno a fronte del quale le sue percezioni risultano alterate. La seconda, Trovami, stravolge lo scenario e sulle prime si presenta come un lungo (e letterariamente pericolosissimo) infodump, una specie di manuale di filosofia cosmologica, in quanto Viscusi ci introduce, attraverso il racconto di un antefatto, ai segreti di una (possibile?) cosmologia dell'universo. Ma lo stratagemma narrativo che l'autore usa - un dialogo inframmezzato alle pagine di un diario - riesce a rendere questa parte comunque godibile e interessante, ancorché non sempre di immediata comprensione. Ma ci sta. In fondo Viscusi si imbarca nel compito non semplice di spiegare la complessa natura della realtà e vuole un lettore attento che ragioni e si sorprenda con lui. La terza, Sognami, mescola con sapienza le carte delle due parti precedenti, trovando una quadratura sorprendente alla vicenda di Dorian.

Sorretto da una scrittura non banale e sempre sicura, Viscusi conduce il lettore con mano ferma dentro i suggestivi meandri di un'ipotesi circa la trama più nascosta della realtà, mostrandoci che è l'intelligenza pura ad avere il primato dell'esistenza e che i sogni potrebbero dire molto più di quanto vogliano rivelarci del nostro inconscio. Dimenticami Trovami Sognami, distante anni luce dalla fantascienza come si è per lo più abituati a intenderla (siamo più dalle parti de La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo della Niffenegger con influenze dickiane, che dalle parti di Scalzi, Stross, Sawyer o Silverberg), finisce così per rivelarsi un romanzo sulla (onni)potenza della narrazione, dunque quasi una metanarrazione, ove le citazioni letterarie esplicite, che vi invito a scoprire (già Dorian è una), stanno li a dimostrare che se una singola idea può cambiare il mondo, può farlo anche un libro.

Insomma, Viscusi si dimostra autore da tenere d'occhio. E se volete leggere altro di lui, vi rimando a Quattro apocalissi (antologia di quattro racconti di cui si è parlato bene, scaricabile gratuitamente qui) o a Spore, altra antologia acquistabile qui.

Dimenticami Trovami Sognami, di Andrea Viscusi (Zona 42, 2015)

venerdì 30 gennaio 2015

Un poliziesco senza poliziotti

Nelle librerie non sai mai quello che ti capita, generalmente in positivo (a meno che uno non venga travolto dal crollo della pila di copie dell'ultima fatica di Fabio Volo). È per questo che sono una delle cose belle della vita. Ed è questo che rende la loro esistenza (sopravvivenza) necessaria. Così capita che entri pensando di comprare qualcosa e ne esci comprando tutt'altro. Mi è capitato non molto tempo fa con il libro che vedete qui a fianco. I diabolici. Un edizione Adelphi dalla consueta eleganza. Bella copertina nera, che ben si addice al titolo e che, da sola, è bastata ad attirare la mia attenzione. E il nome di un autore, tal Boileau-Narcejac, che non avevo mai visto, né sentito prima (e io sono uno che le librerie le bazzica parecchio, sia quelle reali, che quelle online).

Ovviamente gli ho subito dato un'occhiata più da vicino per scoprire che il romanzo è del 1952 e che Boileau-Narcejac non è un autore dallo strano nome, bensì una coppia di scrittori francesi, Pierre Boileau e Thomas Narcejac, autori in coppia di numerosi romanzi gialli/noir tra il 1951 e il 1991 tra cui anche La donna che visse due volte (1954), reso celeberrimo dalla trasposizione cinematografica di Alfred Hitchcock. I diabolici è solo la loro seconda prova narrativa e dimostra una vivacità e un intensità non comuni. Insomma, alla fine mi è rimasto attaccato alle mani e me lo sono portato a casa.

Tecnicamente siamo più nella zona del noir che del giallo, giacché non c'è di mezzo un'indagine vera e propria e il punto di vista della storia è quello di chi il delitto lo compie, non di chi cerca di individuarne il responsabile, e questo lo rende forse uno tra gli esempi capostipiti del genere, per lo meno in ambito europeo. Il soggetto è quello del classico triangolo amoroso: lui, lei, l'altra, con annesso delitto e relative complicazioni, ma gli autori riescono a sviluppare il racconto in un modo che ancora oggi, benché ormai assai avvezzi a situazioni del genere, risulta interessante e dunque non soffre degli abbondanti sessant'anni che ha sulle spalle.

La cosa migliore è l'atmosfera, sospesa e rarefatta come un'ombra nella nebbia di un porto francese, capace di creare una rete di tensione fin dalle prime righe e mantenerla, serrata, fino al termine, grazie anche a un bel colpo di scena centrale la cui miccia resta ben celata fino alla sua esplosione e che stravolge completamente la prospettiva della seconda parte del libro facendolo in questo modo correre verso l'epilogo. Chi, come il sottoscritto, conosce piuttosto bene la narrativa di Simenon, vi ritroverà echi precisi. La semplicità della scrittura e del soggetto, l'ambientazione della Francia provinciale, la storia di un uomo improvvisamente travolto (quasi) suo malgrado dagli eventi e dalle scelte della vita, al punto che solo le biografie fanno pensare che siano stati più Boileau e Narcejac ad avere un debito nei confronti di Simenon che non il viceversa.

Eppure, almeno in questo caso, Boileau e Narcejac a mio avviso riescono a spingersi leggermente oltre rispetto al loro più illustre collega, in una storia ormai classica, ma che resta modernissima ed esemplare, per efferatezza, torbidità e passione.

L'incipit è un gioiellino:

«Fernand, ti supplico, smettila di camminare!»
Ravinel si fermò davanti alla finestra e scostò la tenda. La nebbia s'infittiva. Virava al giallo attorno ai lampioni che rischiaravano il molo, al verdastro sotto quelli a gas della strada. Ora si addensava in grosse volute, in pesanti masse di vapore, ora si trasformava in un pulviscolo acquoso, una pioggerellina sottile, fatta di minuscole gocce che brillavano come sospese. Attraverso i pohi squarci limpidi si intravedeva il castello di prua dello
Smoelen con i suoi oblò illuminati. Quando Ravinel non si muoveva, sentiva arrivare, a ondate, la musica di un grammofono. Si capiva che era un grammofono perché ogni brano durava circa tre minuti. Poi c'era un breve momento di silenzio. Il tempo di girare il disco. E la musica ricominciava. Veniva dal cargo.

I diabolici, di Boileau-Narcejac (Celle qui n'était plus, 1952) - Adelphi, 2014 - 173 pagg. - 16,00€

lunedì 26 novembre 2012

Quattro soli a motore, un solo Pezzoli a tutta birra

Trovo molto affascinante quell'immaginario letterario nell'ambito del quale le iniziazioni, i riti di passaggio, le maturazioni, le esperienze di formazione che spingono tipicamente i ragazzini verso l'età adulta, avvengono d'estate. Immerse nel sole. Tra le spighe che frusciano nel vento. Condite dagli odori di ginestre e salsedine. Quando la scuola è chiusa. Quando si è liberi dalle catene dei banchi, dalle camicie di forza dei grembiuli, dalle dittature dei maestri. Come se in qualche modo la scuola, con le sue sbarre di compiti e interrogazioni, rigore e imposizioni, costituisse un freno, una barriera, un peso nelle tasche della maturazione dei ragazzini, i quali hanno bisogno di libertà e leggerezza per prendere (finalmente) coraggio e volare oltre gli steccati di lecca-lecca dell'infanzia.

Sono (sempre) estati di misteri da svelare, quelle, estati di cadaveri da ritrovare, dove si impara a dare del tu al dolore e a scherzare con i vermi della morte, dove pur nella nebbia della paura si cerca il coraggio di mandare in porto un primo bacio d'amore, dove ci si stupisce di scoprire che, nella realtà, il bene e il male non corrispondono mai agli assoluti di Tex Willer e Mefisto. Stagioni dove scopriamo cose su noi stessi e su chi ci sta vicino, che non avremmo mai immaginato e che - forse - non avremmo mai voluto. Penso per esempio al celebre Stand by me di Stephen King, come pure a Io non ho paura di Niccolò Ammaniti. Ma anche Quattro soli a motore di Nicola Pezzoli (Neo Edizioni) rientra alla perfezione dentro questa categoria.

In questo caso l'estate è quella del '78. L'Argentina ha appena rubato il titolo mondiale all'Olanda e lo sfondo è l'immaginario paese (Cuviago) di una Lombardia rurale che vede all'orizzonte l'approssimarsi di una industrializzazione pronta a stravolgerlo per sempre. Per Corradino, undicenne al confine tra elementari e medie, è l'estate cruciale, quella che contribuirà più d'ogni altra a farlo diventare quello che è oggi. Perché la maturazione nasce sempre dal confronto con la paura, dalla difficoltà del suo superamento e dalla consapevolezza di avercela fatta, nonostante tutto.

Così Corradino vive la sua estate assediato dalle solite vessazioni (familiari, scolastiche e sociali) che cerca di esorcizzare affidandosi a un taccuino che, come una bambolina voo-doo, sembra possedere poteri magici, parole come spilli, o addirittura come proiettili, nell'illusione (reale?) che la scrittura possa far girare il mondo a suo favore, in bilico tra religiosità e blasfemia, e dall'altro nell'attraente investigazione sul ruolo del vecchio Kestenholz che sta nella casa dell'orrore al di là del campo di granturco e che si dice abbia ucciso (e forse pure mangiato!) i suoi tre figli.

La quarta di copertina definisce Quattro soli a motore "l'archetipo del romanzo di formazione a tinte noir", ma i registri con cui Nicola Pezzoli colora il suo libro sono assai più numerosi, perché Pezzoli usa con la personalità stilistica che lo contraddistingue (e chi segue il suo blog sa bene di cosa parlo) tutti i registri letterari disponibili: il noir, l'horror, la fantascienza, il surreale, la satira, il comico e il tragico, al fine di comporre un personalissimo affresco vivido e sferzante, ma anche tenero e delicato, di una gioventù perduta che potrebbe essere quella dell'autore o di tutti voi, la gioventù del riso e del pianto, dei sogni e dell'immaginazione, dell'amicizia e dell'amore, della paura e del sesso, del tradimento e della scoperta, il tutto sorretto da una scrittura che conferma il talento e la solidità di un autore che in Quattro soli a motore ha davvero messo tutto se stesso, che merita tutta l'attenzione possibile e che - potete scommetterci - farà ancora (molto) parlare di sé.

Quattro soli a motore, di Nicola Pezzoli (Neo Edizioni)

[Le immagini sono momenti della bellissima presentazione genovese di venerdì scorso presso la Libreria BooksIn di Vico del Fieno 40R, dove - se siete di Genova - potete trovare il libro a botta sicura].

Quattro estratti:

"Un carro decrepito, col pianale smangiucchiato dai tarli, sostava sul retro della fattoria, a ridosso del noce e dei meli, subito prima del prato che dolcemente inclinava a diventar montagnetta. Poco più in là della porta posteriore della stalla e prima del noce e dei meli c'era una specie di piscina rialzata però piena di merda. Era una vasca in muratura che gli Stevanato riempivano di stronzini di pollame (detti sghitti, anzi: "i sghiti") e boasse di mucca impastate con fili di paglia, che poi stando lì diventavano letame e ci si concimavano i campi. Tutto questo non dava colore alla scena, in compenso gli conferiva odore. La signora Beatrice decantava le magnificenze della sua piscina: "Tuta bèa merda! No come quei che vende el letame, che xe tuto pieno de smergasse! Vardi che merda! Tuta bèa merda!"

"Da tanto che rideva la Cristina le uscivano le lacrime dagli occhi. Erano belle quelle lacrime, mi piacevano, m'ingolosivano, avrei voluto berle, e avrei voluto fossimo più grandi e già sposati per abbracciarla e metterglielo dentro lì per strada e fare un altro figlio dei magari quindici moribondi di fame che avevamo già."

"La religione non è l'oppio dei popoli" aveva sentenziato una delle prime volte, come seguendo il filo di un ragionamento tutto suo. "Magari, lo fosse! La religione è l'odio, fra i popoli. Poiché non c'è un solo Dio che non sia stato creato cacciabombardiere, criminale genocida, portafortuna dei carnefici nella mattanza".

"Ma non era solo la quantità, non era solo la sorpresa per aver trovato la Biblioteca di Babele al posto di un salotto. C'era qualcos'altro, Quancosa di sconcertante. Di strano e spaventoso. Una diabolica follia presiedeva alla composizione di quegli scaffali! Non lo capii subito, per via della semioscurità che lasciava solo intuire le forme e i colori. Mi avviccinai alla parete alla mia destra, e infine vidi. Vidi cos'avevo davanti, e trattenni a stento un grido di terrore. Di fronte a me c'era qualcosa di mostruoso. La mia curiosità mi ci aveva fatto cozzare contro, e adesso mi guardavo attorno smartrito, senza saper più cosa fare, che cosa pensare... Tutti uguali! Quelle migliaia di libri avevano tutti lo stesso colore. Le stesse dimensioni."

sabato 3 novembre 2012

Appuntamento con un alieno, anzi con due

Tra poco meno di tre settimane, Il grande marziano farà la sua prima apparizione pubblica (annunciata) sulla Terra in occasione di un evento del tutto eccezionale. Non si tratterà di un workshop di cerchi nel grano, né di un seminario di rapimenti notturni, né di un flash mob ufologico. Sarà invece molto più interessante come un Incontro Ravvicinato del Quarto Tipo.

Venerdì 23 novembre 2012, alle ore 18, presso la Libreria BooksIn di Vico del Fieno 40R a Genova, avrò infatti l'onore di presentare Quattro soli a motore, il nuovo romanzo di Nicola "Zio Scriba" Pezzoli, il quale sarà - ovviamente - presente, insieme con l'editore (Neo Edizioni), per parlare del romanzo, di scrittura, di letteratura, di blog e di tutto quello che ci passerà per la mente.

La serata poi continuerà al ristorante. Chi vuole partecipare è pregato però di avvertirmi della sua presenza per la prenotazione entro il 20 novembre prossimo, mandandomi una mail a: ilgrandemarziano(at)gmail.com.

Insomma, quando li trovate Zio Scriba e Il grande marziano di nuovo insieme in un colpo solo? Se avete la fortuna di essere nei paraggi, non potete mancare a una serata così.

Vi aspettiamo.

venerdì 12 ottobre 2012

Infinite Jest, ovvero sulla dipendenza (da David Foster Wallace) (2 di 2)

Appare dunque chiaro che l'approccio stilistico di IJ con cui vi ho lasciato ieri, ovvero non-lineare, così per certi versi estremo e radicale, è un po' un'arma a doppio taglio: ci si sorprende sempre per situazioni che non ci si può (quasi mai) neanche lontanamente aspettare, ma per lo stesso motivo non si è mai colti (per lo meno a me è successo così) dalla voglia di sapere come va a finire (perché in genere il desiderio di sapere come va a finire è, di fatto, nutrito dalla conferma - o smentita - di un'aspettativa che deriva da ipotesi che il lettore fa sullo svolgimento della storia stessa e con DFW è impossibile farlo). Sotto questo punto di vista DFW è letteratura allo stato puro, perché sono i passaggi che fai - e che magari ti costano fatica fisica e psichica - e i paesaggi che vedi - e che ti lasciano a bocca aperta - di quel lungo trekking che contano, non la meta cui arriverai alla fine, contano le singole tessere (alcune devastantemente belle, divertentissime o tristissime o, spesso, entrambe le cose insieme, come nell'allucinante storia ipersurreale di Eric Clipperton - parliamo della vicenda di un tennista che, non sopportando l'idea di perdere, gioca sempre con una pistola alla tempia, minacciando così di farsi saltare la testa nel caso di sconfitta... - o nel racconto che Hal fa allo psicologo circa la scoperta della morte di suo padre - questa non ve la dico -, ma ce ne sono moltissime sparse lungo tutta la narrazione) e molto, molto meno il mosaico finale.

Forse perché il mosaico finale è davvero molto, molto complesso da risolvere nella sua interezza e probabilmente una lettura non basta e forse nemmeno due, anche perché soprattutto tutta la prima parte serve per familiarizzare con nomi, soprannomi (certi personaggi ne hanno addirittura più d'uno, come per esempio il padre di Hal), luoghi, situazioni e costruirsi le coordinate base della vicenda non è cosa di poche pagine. E questo, devo dire alla fine nel mio caso ha portato un po' di delusione (ma i finali di DFW non sono mai scoppiettanti perché non si assiste mai un vero e proprio climax nella narrazione), come pure, a tratti, ho trovato difficilmente sopportabili alcuni lunghi passaggi scritti in flusso-di-coscienza (quello, molto lungo, sul finale, a tratti è davvero pesante e lo penalizza ancora di più il fatto di trovarsi in prossimità della coda del romanzo, quando per forza di cose in qualche modo ti aspetti eventi/rivelazioni che però non arrivano, o almeno non come penseresti tu - ma questo succede con ogni cosa di DFW). D'altro canto, se si pensa che nella stesura che DFW presentò inizialmente all'editore il romanzo era lungo circa il doppio, obiettivamente aver auspicato ulteriori tagli - sebbene forse avrebbero potuto giovare alla lettura - è di difficile ragionevolezza.

Per i medesimi motivi risulta anche molto arduo parlare dei temi del romanzo, senza semplificarli troppo o senza dimenticarsene qualcuno. D'altro canto c'è in giro una smisurata saggistica sul romanzo, e non ho certo la presunzione di poter aggiungervi qualcosa di notevole qui, in poche righe e avendo letto il romanzo una sola volta, qualcosa insomma che non sia già stato detto. Mi mantengo dunque a livello pseudoinformativo, dicendo - a beneficio di chi non ne sa un accidente - che i poli tematici forti del libro sono due: la dipendenza, realizzata attraverso differenti agenti, come la droga, l'alcool, le medicine, ma anche attraverso l'intrattenimento, di cui Infinite Jest rappresenta la punta suprema (chi si imbatte nella visione di questo film, ne trae talmente piacere da non potersene staccare più in alcun modo, fatto increscioso che ne causa la morte e la trama - peraltro non molto marcata - ruota proprio attorno al recupero del master della cartuccia di questo film realizzato dal padre di uno dei protagonisti) e la competizione estrema che la società occidentale richiede agli individui che la popolano per emergere e realizzarsi, metaforizzata attraverso le vicende dei giovani tennisti della Enfield Tennis Academy (lo stesso DFW praticò il tennis ad alto livello per tutta l'adolescenza, dunque non è un caso che sia uno dei suoi argomenti feticcio).

Ma la cosa davvero notevole del romanzo è la miriade di storie, aneddoti, memorie, testi teatrali, interviste, saggi, persino un gioco di ruolo - l'Eschaton - che coniuga tennis e guerra termonucleare (DFW usa ogni tecnica letteraria disponibile), in cui ci si imbatte di volta in volta, come un cielo stellato per uno che è appena uscito per la prima volta da una caverna, e lo stile di DFW sempre in bilico tra tragedia e commedia, tra il riso (a volte a crepapelle, sul serio) e il dolore più disperato, in un surrealismo che possiede un'originalità di ordine superiore e, nel contempo, una lucidità e una profondità di analisi degli individui e della società davvero fuori del comune. E se, ammetto, alla fine - come opera nel suo complesso - ho apprezzato un filo di più La scopa del sistema (nel senso che alla fine della Scopa ero entusiasta, mentre alla fine di IJ mi sono ritrovato annichilito), ma forse anche perché ho chiuso IJ davvero provato, anche per colpa dell'ultima parte non sempre agevole, non posso non rendermi conto che IJ è qualcosa di unico e (forse) irripetibile nel panorama letterario (post?)moderno e che la sua complessità ha bisogno di essere decantata per essere apprezzata, come un bellissimo viaggio che nella consapevolezza distillante della memoria acquisisce maggiore bellezza nel riconoscimento via via maggiore dell'esperienza fatta.

Così, chi ha voglia e riesce ad arrivare in fondo a IJ, non può non rendersi conto di trovarsi di fronte, ancora prima che a un'opera letteraria unica, a un autore straordinariamente unico, uno che ti ipnotizza con l'obliquità del pensiero, uno capace di sovrapporre il paradosso supremo della vita, la tragedia e la commedia, nella medesima narrativa, come non mi è mai capitato di sperimentare prima in letteratura, uno in grado di evidenziare la filigrana della realtà e delle sue conseguenze (non dimentichiamo che IJ è del 1996) e prendersi gioco di essa con una lucidità impressionante (cosa dire di uno che, per esempio, si inventa l'abbandono del Calendario Gregoriano - e ti spiega anche per filo e per segno come e perché - a beneficio dell'introduzione dell'Anno Sponsorizzato, cosicché - per dire - invece del 2012, tu ti trovi nell'Anno del Pannolone per Adulti Depend?) uno - l'unico? - che ha tirato fuori forse qualcosa davvero di nuovo dalla narrativa negli ultimi quindici anni, uno che, come dice Zadie Smith in una introduzione a uno dei suoi libri, ha un cervello che viene voglia di frequentare.


Alcune citazioni sparse:

Le mattine peggiori, coi pavimenti freddi e le finestre calde e la luce senza pietà - la certezza dell'anima che il giorno non dovrà essere traversato ma scalato verticalmente, e andare a dormire alla fine della giornata sarà come cadere da un punto molto in alto, a strapiombo.

Se una donna appena attraente fa tanto di sorridere a Don Gately quando gli passa accanto in una strada affollata, Don Gately, come quasi tutti i tossicodipendenti eterosessuali, nello spazio di un paio di isolati le ha già confessato eterno amore nella sua mente, l'ha scopata, si è sposato e ha avuto figli da quella donna, tutto nel futuro, tutto nella sua testa, e sta coccolando un piccolo Gately sulle ginocchia mentre questa Sig.ra G. mentale spolvera in giro con un grembiule addosso che certe notti indossa senza niente sotto. Quando arriva dove doveva andare, il tossicodipendente ha già divorziato dalla donna e si sta battendo come un leone per la custodia dei figlio oppure è ancora mentalmente felice insieme a lei negli anni del tramonto, seduti insieme in mezzo ai nipotini con le teste grosse sotto il portico su un dondolo speciale modificato per sostenere la mole di Gately, lei con le calze elastiche e le scarpe ortopediche, ancora maledettamente bellissima, e non hanno bisogno di parlare per capirsi, e si chiamano 'Mamma' e 'Papà', sapendo che tireranno il calzino a poche settimane l'uno dall'altra perché nessuno dei due può assolutamente vivere senza l'altro, e questo è il legame che li unisce dopo tutti questi anni.

Ogni palla che atterra nella vostra parte di campo ma non siete sicuri se è dentro o fuori: datela buona. Ecco come rendervi invulnerabili da chi usa mezzucci. Come non perdere mai la concentrazione. Ecco come ripetersi, quando l'avversario ruba punti, che una volta corre il cane e una volta la lepre. Che la punizione di un gioco poco sportivo è sempre autoinflitta. Provate a imparare dalle ingiustizie.

La vita è come il tennis. Vince chi serve meglio.

Infinite Jest, di David Foster Wallace (Einaudi Stile Libero)

[Credit: il ritratto in alto è di Tommaso Pincio, preso qui]

giovedì 11 ottobre 2012

Infinite Jest, ovvero sulla dipendenza (da David Foster Wallace) (1 di 2)

La lettura di David Foster Wallace è (sempre) un'esperienza la cui unicità, trova la misura in quella dello scrittore, ma a maggior ragione vale forse più il viceversa. Coloro che non l'hanno mai letto a questo punto potrebbero storcere il naso e pensare che un'affermazione del genere potrebbe essere frutto dell'adeguamento ingenuo a una moda imperante, della conversione ovina a un culto letterario, della volontà supina di adesione a una nicchia di appassionati come autorealizzazione identitaria. Mi spiace, ma con DFW non funziona così.

E se ne hai subito sentore leggendo i suoi saggi, che parlano di temi in qualche modo familiari e in qualche modo popolari (crociere, tennis, bovini, cinema, media ecc.), figurati che cosa può succedere nella narrativa quando DFW non è vincolato da steccati o da binari di alcun genere, ma può lasciare sciolte le briglie della sua creatività. E, rincarando la dose, se te ne accorgi subito leggendo i suoi racconti brevi, e non puoi fare a meno di notarlo nel suo (a mio avviso splendido) La scopa del sistema, figurati che cosa può succedere a valle di una lettura spaziosa, articolata e complessa come quella di Infinite Jest, che ho da poco terminato dopo oltre due mesi di lettura, un po' come un trekking lungo un percorso pieno di sorprese, non privo di difficoltà, ma anche gratificante di paesaggi unici e indimenticabili.

È sbagliato pensare, infatti, che IJ sia un classico page-turner. Chi cerca romanzi di questo genere, di quelli tutti in discesa, è meglio che lasci perdere. IJ è (anche) una fatica, in primis fisica. Il libro infatti, nell'edizione Einaudi (io ho la IV del 2008), pesa 1005 gr (per 1179 pagine di romanzo + 100 pagine di note che, malgrado il corpicino del loro carattere, non potete pensare di evitare: non sono accessorie e non di rado sono cruciali per la comprensione e aggiungono dettagli a volte fondamentali, spesso rilevanti, alla storia) e questo di certo non è una goduria per le spalle, quando te lo devi scorrazzare in giro in una borsa. È come portarsi dietro uno di quei piccoli ferri da stiro da viaggio. Per non parlare di quando devi tenerlo in mano per leggerlo, mettendo alla prova i tuoi polsi, benché questo possa anche farti bene come esercizio fisico (i tennisti, almeno loro, ringrazieranno e, va detto, non soltanto per questo). Una buona alternativa è dotarsi della versione e-book, benché ammetta che non sia legale (infatti non mi risulta che esista a oggi una versione elettronica "ufficiale" in commercio in lingua italiana, e va inoltre aggiunto che quella che ho trovato io, e che si trova in giro, ha pure qualche problema nella gestione delle note da un certo punto in avanti), ma a mia discolpa posso dire che ho anche la versione cartacea (v. foto in alto) e ho letto entrambi a seconda della convenienza delle situazioni. Quindi nei confronti dell'editore (e dei miei avambracci) la mia coscienza è a posto.

Ma la fatica che IJ richiede, è anche (soprattutto) intellettuale. Perché IJ è romanzo complesso e multiforme, fitto di personaggi, di storie, di intrecci, di situazioni che si sfiorano o si traguardano da lontano, di cose che scoprirai centinaia di pagine più avanti, di cose che capirai centinaia di pagina più avanti, è romanzo dove DFW non risparmia divagazioni, aneddoti, storie nelle storie, avanti-e-indietro temporali, ma dove DFW non ti spiega mai niente in maniera gratuita. Basti pensare che per illustrare una delle parti più complesse del libro, ovvero la surreale situazione geopolitica dell'ONAN (!) che fa da sfondo al romanzo, DFW escogita uno spettacolo di marionette. Così, se per cominciare a capirci qualcosa devi stringere i denti e arrivare più o meno a pagina duecento (praticamente un intero romanzo solo di introduzione), mi rendo conto che qualcuno possa alzare bandiera bianca ben prima.

Ed è forse proprio qui che escono allo scoperto gli Wallaciani, perché IJ funge da filtro, da setaccio: se decidi di andare avanti, significa che sei animato da motivazioni che possono sorgere soltanto dalla (pazzesca) autorevolezza dell'autore (e, va detto, tutta meritata), del suo pensiero e del suo stile, e dalla fiducia che il lettore vi deve per forza riporre. Per questo credo che prima di affrontare IJ sia necessario intavolare (e coagulare) un "rapporto" con lui, con il suo modo di ragionare e il suo modo di scrivere, partendo senza dubbio da qualche saggio e passando per la narrativa più breve. Se vi garba, vi prende, entrate in sintonia, proseguite, altrimenti significa che non fa per voi. Perché, se in qualche modo proviamo a distillare (banalizzare?) la complessità della narrativa di DFW, un dato a mio avviso spicca su tutti gli altri, ed è una notazione a ben vedere tutt'altro che banale perché finisce per influenzare l'intero impianto stilistico di DFW e l'aspetto primordiale in cui il suo lettore si imbatte. La estrema, assoluta, sorprendente, spietata non-linearità.

/continua (domani)

domenica 27 maggio 2012

E noi che siamo gente di riviera

Non hai ancora cominciato a leggere e c'è già una cosa che ti colpisce come un (apparente) ossimoro. Perché se il titolo è Uomini di riviera, sulla copertina c'è (solo) il profilo di una donna, forse una ragazza, seduta sul muretto di un lungomare. E questa osservazione da già per certi aspetti la cifra del romanzo, ovvero la misura di quanto le vite di questi uomini, un gruppo di amici sui quarant'anni della riviera adriatica alle prese con i labirinti di una generazione che cerca in qualche modo di trovare la realizzazione di se stessa (ma che forse ha anche paura di farlo, come di diventare adulta), siano crucialmente condizionate dalle loro controparti femminili, unico faro possibile delle loro esistenze. Perché il tema fondante di questo bel libro di Roberto Sturm è proprio la complessità, la variegatezza, la difficoltà, l'importanza dei rapporti umani, e in particolare di quelli di coppia, rispetto al ruolo che giocano nella realizzazione di ognuno di noi, e che a sua volta il destino gioca nell'esito di ognuno essi.

Sotto questa prospettiva gli uomini di riviera emergono dal minimalismo del loro ambiente solo apparentemente provinciale (la riviera del titolo), dai loro treni, dai loro aperitivi, dalle loro relazioni clandestine e non, dalle loro passioni letterarie, musicali e cinematografiche, dalla monotonia abitudinaria, quasi rituale - e da questo punto di vista consolatoria - delle loro giornate, per costruire una sorta di mitologia generazionale che finisce per dare una rappresentazione di tutti gli uomini di questi tempi, o per lo meno di una bella fetta di essi. E per fare questo Sturm ha adottato uno stile narrativo interessante e anche molto coraggioso, quasi sperimentale, che restituisce al romanzo la freschezza di un'originalità inaspettata rispetto a un tema invece così apparentemente ordinario e minimale, ovvero quella di descrivere i rapporti tra i personaggi e quindi anche le loro storie, quasi interamente attraverso il discorso diretto, un discorso diretto nudo e crudo, molto realistico, frammentario, pieno di frasi tronche, reticenze, salti di palo in frasca, equivoci, passaggi a volte non perfettamente chiari, esattamente com'è (imperfetta) la comunicazione tra umani.

Interessante perché la scelta è già una suggestione forte rispetto a quanto la comunicazione tra le persone, ma in questo caso ancora di più nell'ambito delle relazioni di coppia, sia capace, da sola, a determinare a tutti gli effetti la qualità dei rapporti stessi e dunque anche i loro esiti e le modalità di riverbero nelle vite dei protagonisti. In altre parole in questo modo Sturm ci dice che in fondo nelle relazioni la comunicazione è tutto e, conseguentemente, che la sua intrinseca difettosità le rende a volte difficili e complicate, se non addirittura impossibili, oltre ogni capacità di risoluzione. Coraggioso perché tecnicamente non è sempre semplice mantenere alta l'efficacia e il realismo di un discorso diretto e, nel contempo, dare la giusta comprensione degli eventi e dei contesti. Ed è da questo punto di vista che il libro chiede molta attenzione al lettore, perché non sempre è facile orientarsi in questo nutrito campionario di voci che cambiano di volta in volta. Cambiano i nomi, cambiano le storie, cambiano le circostanze e a volte si rischia di perdere un po' la bussola, probabilmente anche a causa proprio della deliberata riduzione all'osso del discorso indiretto che nella narrativa è quello che spiega e fissa nella mente del lettore i punti di riferimento, assai più di quanto possa fare quello diretto.

Eppure, questo effetto, che in prima battuta può suonare come un piccolo difetto che forse poteva essere in parte aggirato adottando nomi meno comuni per i personaggi, alla fine contribuisce a dare un'interessante sensazione di coralità all'opera, come se le storie di tutti questi uomini, peraltro qua e là sapientemente intrecciate, siano in realtà davvero un'unica storia, la storia di una generazione complicata, forse non a caso piccolo borghese, forse non a caso tendenzialmente schierata a sinistra, forse non a caso qui descritta in una sonnacchiosa atmosfera di provincia, che nel suo non sapersi perdonare, nel suo non sapere ballere, nel suo sapere troppo aspettare, sembra uscita dritta da una canzone di Fossati per andare a farsi il solito martini nei bar davanti al mare.

Un estratto:
E' da poco passata mezzanotte quando arrivano i dessert. Sesamini con la Malvasia. Il locale si è svuotato. Oltre a loro due c'è rimasto solo un altro tavolo.
- Non li avevo mai assaggiati questi biscottini.
- Sono fatti per la Malvasia. Devo ricordarmi di portarne un po' ai miei amici.
- Sei curioso. Parli sempre al plurale. Tu e i tuoi amici. Sembra che siete una cosa sola.
- Siamo molto uniti. Condividiamo gli stessi interessi, gli stessi gusti.
- Le stesse abitudini, mi pare. I tuoi amici non vengono mai con te?
- Qualche volta sono venuti. Ma sai, qualcuno è sposato o ha la donna. Qualcuno è anche più pigro di me. Se li conoscessi potresti sorprenderti della mia vitalità.
- Gli intellettuali sono sempre pigri e di sinistra. Letteratura, cinema, musica. Ma non vivete mai?
- Cos'è vivere? Io non l'ho ancora scoperto.
Uomini di riviera, di Roberto Sturm (Edizioni Italic Pequod)

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