Punti di vista da un altro pianeta

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martedì 1 ottobre 2013

Quell'ultima fetta della torta Barilla

Supponiamo per un momento che Mr. Barilla non sia l'idiota che è apparso a molti (ma non tutti). Dopodiché proviamo a fare quest'esercizio. Immaginiamo che Barilla l'altro giorno non abbia parlato a vanvera ai microfoni della Zanzara, ma lo abbia fatto in seguito a una ben precisa strategia, pianificata con il suo Direttore Marketing e approvata dal CDA, in quanto risultato inequivocabile di approfonditi (e costosi, dunque veri) studi di settore, ricerche di mercato, sondaggi di opinione e analisi psicosociologiche comparate, in base ai quali sarebbe redditizio dal punto di vista del mercato schierarsi dalla parte di quella fetta della torta dei consumatori costituita dagli omofobi.

Però quando si entra in territori del genere non è il caso di esagerare. Dunque magari non proprio coloro che gli omosessuali li prenderebbero a sprangate, li brucerebbero in piazza o si augurerebbero per loro la castrazione chimica obbligatoria, che peraltro (si spera) sono pochi e quindi poco rilevanti dal punto di vista delle quote di mercato di Macine e Galletti. Allora però nemmeno quelli che dicono che "l'AIDS è la giusta punizione divina" oppure "sì, vabbè, però devi ammettere che sono contro natura, perché la natura è per la riproduzione". Costoro saranno un po' di più naturalmente, ma di certo ancora non abbastanza da influenzare Farfalle e Rigatoni. A 'sto punto, pertanto, neanche coloro cui gli LGBT fanno schifo o che "però dovrebbero fare qualcosa perché, è inutile girarci intorno, questi sono ma-la-ti". Sebbene il loro numero sarà ancora un tantino più elevato, non ci sarà da preoccuparsi per Pasta Voiello e Pavesini (sì, pure loro). E dunque, infine, neppure coloro che li chiamano ricchioni/ossi buchi/culi sfranti/ecc. ecc., o che si danno di gomito alle spalle del collega che lo sanno tutti che "gli piace prenderlo in culo", i quali, benché saranno decisamente molti di più, di certo non è gente che mangia pasta o prodotti da forno.

Ora, a parte gli LGBT, chi c'è rimasto sulla glassa della torta laggiù?

venerdì 21 ottobre 2011

Apologia dell'astronave rigata

Ho un'astronave rigata, embè? Che avete da guardare (e - soprattutto - da giudicare)? Vorrei vedere voi, a svolazzare avanti e indietro in mezzo a campi di asteroidi che manco il traffico del GRA alla vigilia di Natale, o a fare l'Alberto Tomba tra detriti spaziali assortiti, rottami di vecchi Shuttle esplosi e satelliti in fin di vita pronti a precipitare su luoghi densamente popolati. Per non parlare di mettersi lì, a disegnare cerchi nel grano la notte, al buio, senza vederci un accidente (la mia vecchia astronave non ha l'optional della visione infrarossa e non posso certo accendere i fanali e farmi sgamare). È matematico che, per quanta attenzione ci possa mettere, una riga qua e un colpetto là, prima o poi li fai. Senza contare quei pirati di Sirio B che girano per i parcheggi dell'Area 51 e ti bollano i paraurti come niente, quando va bene senza neanche lasciarti un biglietto attaccato all'oblò, quando va male invece denunciandoti, bastardi!, che sei stato tu lo stronzo a danneggiarli, ma figurati se c'è un testimone in giro. Insomma, ho un'astronave rigata e bozzoluta, permettetemi di chiamarla "vissuta", ma me la tengo così.

Già, perché non sono come quei marziani sempre lì a strigliare e lucidare, che appena scorgono una righetta in controluce, diventano blu, gli si gonfiano le antenne perché non sopportano di vedere la loro astronave meno che scintillante e vellutata come metallo liquido, a prescindere da quello che si deve sborsare per metterla a posto. Per loro l'astronave non è un mezzo di trasporto, è un fine di trasporto, che peraltro quando sei a bordo nemmeno puoi vederla, come è fuori. Però evidentemente costoro si sono convinti che, dal di fuori, gli altri si facciano qualche idea (sbagliata) su di loro a prescindere. Quindi non ci pensano due volte e al primo difettuccio optano sempre per una seduta dal carrozziere, come una sorta di chirurgia estetica per interposta lamiera.

Ebbene, questi proprio io non riesco a capirli. Non riesco a comprendere quale giovamento si possa trarre nel privarsi di palate di quattrini solo per rendere l'astronave lucida e scintillante fino al prossimo incidente di percorso che, potete scommetterci (e vincerete), presto o tardi comunque si verificherà. Insomma, dal momento che non si tratta di una questione di sicurezza ovvero di funzionalità, ma si rimane all'interno dei confini della pura estetica, non capisco proprio che soddisfazione si possa ricavare dal buttare via le proprie risorse in questo modo, se non quella di ritrovare così carrozzata non solo la lamiera, ma anche un fragile ego sempre in debito di una bella smaltata.

Insomma, se in una notte di autunno, di quelle magari con un velo di foschia che aleggia basso e pesante sui campi deserti e incolti, e le nuvole che giocano con uno spicchio di luna sottile come la falce del destino, vi capita di alzare gli occhi al cielo e di scorgere un'astronave tutta rigata e bozzoluta, ebbene sappiate che a bordo ci sono io.
E me la tiro, pure.

lunedì 5 settembre 2011

La mutanda e i suoi attributi

Dopo decenni di lotta per l'emancipazione, di foreste di pugni alzati a favore della parità dei sessi, di inviti all'autogestione degli uteri, di disposizioni ministeriali a promozione delle "pari opportunità", di apologie dell'autoerotismo digitale, e di proclami sulle quote rosa, tutto ciò (se ce ne fosse bisogno) è stato dimostrato vano da una semplice pubblicità, a testimonianza del potere della réclame, che spesso da sola può rivelare sulla società ben più di cento articoli di saggistica.

L'avrete vista anche voi, giacché tappezza con una certa pervicacia i muri delle città. Una (manco a dirlo) bellissima e molto giovane ragazza è ritratta mentre indossa un paio di boxer maschili di una superlativa marca di intimo. Nient'altro. Nessuno slogan. Solo lei, i boxer e la dicitura che fa riferimento alla linea di intimo da uomo. E sta proprio qui l'apparente contraddizione o, se volete, la trovata per certi aspetti "geniale". Un indiscutibile gran "pezzo di gnocca" che fa la pubblicità a un paio di mutande da uomo. Dunque per una volta niente pettorali da vertigine, bicipiti bronzo-riacei, addominali carapaciosi, rigonfiamenti chimerici, nessuna comunicazione subliminale da identificazione con una star del pallone, nessuna insinuazione a un'incredibile (ancorché improbabile) magia mutandifera.

Il messaggio stavolta va in una direzione diversa. E' lei a indossare le tue mutande e - manco a dirlo - le stanno benissimo. E' lei, con la sua espressione divisa tra sfida e malizia, a giocare con il tuo intimo, caro il mio uomo, come a dire: «Se le rivuoi indietro, me le devi togliere!», immaginando che tu sia tornato da una molto prosaica puntatina in bagno e te la sia trovata sul letto, vestita con i tuoi boxer, a provocarti. E allora prova a immaginarla, la tua lei, con le tue mutande indosso. Se sono di questa marca, la tua (bellissima) lei sarà invogliata a scherzare con te, perché non riuscirà a trattenersi dal provarli anche lei, questi meravigliosi boxer. Il punto di vista dunque è spostato. Le mutande (attillate) non servono più - come una volta - a rendere più invitante il tuo culo e audace il tuo pacco. Non sono più incentrate su di te, sul tuo comfort, sul tuo benessere fisico, ma anche (soprattutto?) psicologico.

La mutanda cambia così gli attributi, non solo fisici, ma anche metafisici. Da oggetto contraddistinto innanzitutto da un potere di comfort e seduzione, si carica invece soprattutto di un valore puramente relazionale. E fin qui potrebbe andare tutto bene. Potrebbe infatti essere solo un'originale evoluzione della creatività applicata al marketing, nel qual caso ci sarebbe solo da rallegrarsene, se solo la relazione in questione fosse paritaria. Ma paritaria non è. Provate a pensare la stessa pubblicità al negativo, ovvero a parti invertite, con un lui stra-fico, stra-modellato, stra-atletico, stra-prestante, e provate a buttarlo dentro un perizoma di pizzo nero.

Ma se una relazione non può essere paritaria, non diventa forse discriminatoria?

giovedì 23 dicembre 2010

Il cinema ai tempi dell'iPad

Non credo sia il caso di spingersi troppo indietro, prendendo ad esempio - che so - Via col vento. Mi basta fermarmi al 1977 (che siano esattamente 100 anni dopo l'invenzione del fonografo di ieri è solo un caso, o forse no?), ma solo perché è un periodo che ho vissuto in un'età che già consente di avere dei ricordi precisi e che quindi mi è familiare. Ma senza dubbio il concetto è applicabile a maggior ragione andando più a ritroso. Insomma, nel 1977 il VHS era ai suoi albori (ci sarebbe voluto ancora qualche anno per vederne la diffusione capillare a livello domestico) e la TV era da poco uscita dal purgatorio del b/n. Dunque, come succedeva già dai tempi dei Fratelli Lumière, i film si potevano vedere solo al cinema, per cui c'erano tutte le categorie, dalla poltroncina di velluto, alla seggiolina di legno: Prima Visione, Seconda Visione, delegazioni, cinema parrocchiali eccetera. Dal vivo, insomma, se il proiezionista era assimilabile a un direttore e un proiettore a un'orchestra, esattamente come la faccenda della musica di ieri. Così, anche in questo caso, una volta uscito dalla sala, tutto ciò che ti poteva rimanere erano l'eco delle immagini e il riverbero della musica, nella rappresentazione onirica dello schermo della memoria. Per questo ho maturato la convinzione che il non poter rivedere una pellicola a proprio piacimento, se non dopo molti anni, sia stato un ingrediente determinante nella creazione della mitologia cinematografica di molte pellicole.

Una leggenda infatti si sviluppa per accrescimento successivo di fantasie e immaginazioni intorno a un nucleo originario reale, gran parte del quale è però protetto da una fitta cortina di mistero. In altre parole, intorno a un mito, di qualsiasi natura esso sia, c'è sempre una grande mancanza di informazioni. È il fascino dell'ignoto che stuzzica la fantasia ed è l'esercizio della fantasia che conduce alla leggenda. Il 1977 per esempio, fu l'anno di Guerre stellari, e in quegli anni, quelli della prima trilogia, tra il 1977 e il 1983, il merchandising intorno a quell'universo era irrilevante se confrontato a quello che c'è stato a vent'anni di distanza, in occasione della seconda trilogia. I ragazzini facevano Darth Fener (all'epoca era ancora Fener, mica Vader) con una torcia elettrica e la scatola del pandoro in testa. Non c'erano siti Internet che ti facevano vedere il dietro-le-quinte in real time. E nemmeno esistevano pupazzetti, collane di libri e videogiochi 3D in cui immergersi. La primissima versione in VHS uscì negli USA nel 1982, ovvero cinque anni dopo il primo film (ora ci impiegano anche meno di due mesi a finire in Home Video), senza naturalmente neanche un grammo di quegli extra di cui oggi sono farciti i DVD e i Blue-Ray, come ketch-up negli hamburger di McDondald's. E la prima apparizione televisiva di Episodio IV avvenne parecchio tempo dopo la prima uscita cinematografica del film, non dico una decina d'anni dopo la sua apparizione al cinema, ma almeno sette. In pratica di Guerre stellari (come pure di Incontri ravvicinati del terzo tipo, di Via col vento, di Casablanca, di Ben Hur o di Blade Runner) si sapeva praticamente solo quello che si era visto sullo schermo e ci si ricordava. Il resto (ed era molto) lo faceva la fantasia.

Così è questo meccanismo che, catalizzato dalla visionarietà delle immagini, più d'ogni altro ha contribuito in larga misura a creare mitologie di celluloide per intere generazioni di spettatori, ed è la mancanza di questo che, allo stesso modo, rende anche i film più potenzialmente cult di oggi (Pulp Fiction? Titanic? Matrix?) solo dei prodotti cinematografici molto riusciti, emozionanti, spesso anche originali, ma comunque solo prodotti di largo, anzi larghissimo, consumo, ovvero senza quell'aura di autentico mito popolare che ha contraddistinto tante pellicole del passato.

Insomma, film cult rip. Amen.

mercoledì 22 dicembre 2010

La musica ai tempi dell'iPod

Immaginate di ascoltare per la prima volta la Marcia Trionfale dell'Aida con la sua gloriosità, il Va' pensiero del Nabucco con i suoi brividi o la Quinta Sinfonia di Beethoven in tutto il suo possente dramma interiore e di essere consapevoli che molto probabilmente quella sarà l'unica volta della vostra vita. Quando l'orchestra avrà fatto vibrare nell'aria l'ultima nota, il direttore abbasserà la bacchetta e l'eco nel teatro si sarà smorzata del tutto, quella melodia potrà vivere solo nell'immaginazione del vostro ricordo. Niente grammofoni con i tromboni dorati, nessun magnetofono Geloso dal nastro delicato come il petalo d'un fiore, nessun mangiadischi dalla digestione lenta e nemmeno un walkman plasticoso succhiapile da gita scolastica. Figuriamoci diavolerie acronimiche come CD, mp3, winamp o iPod. In tal caso è naturale che sarete propensi ad attribuire a un'esperienza come questa una valenza molto diversa, sia partecipativa che soprattutto emotiva.

Del resto è altrettanto prevedibile che in un mondo completamente archiviabile, riproducibile e auricolarizzato com'è quello di oggi, si sia perso del tutto il sapore dell'esecuzione unica con tutte le sue conseguenze. Con i supporti a disposizione si possono ascoltare canzoni un numero di volte virtualmente infinito, avendo superato per sempre anche i problemi di cagionevolezza del vinile o di stress del nastro (fatto salvo l'annosa questione della persistenza nel tempo dei vari formati digitali). Ma fino al 1877, anno dell'invenzione del fonografo, non esisteva niente del genere sulla faccia della Terra e, tranne coi carillon più o meno sofisticati, che peraltro non avevano niente a che vedere con un'orchestra, l'unico modo che i vostri antenati avevano per ascoltare della musica era di farlo dal vivo. Così, anche avendo la possibilità di andare a teatro ad assistere alla rappresentazione di un'opera o all'esecuzione di una sinfonia (cosa peraltro preclusa a molti), quando il sipario si apriva lo spettatore sapeva che quello che stava per ascoltare difficilmente avrebbe avuto repliche in tutta la sua esistenza. Pensate a che razza di effetto amplificante per l'esperienza questa consapevolezza poteva rappresentare... Insomma, è più quello che abbiamo guadagnato o quello che abbiamo perso?

Ma non finisce qui.

/continua (domani)

venerdì 10 dicembre 2010

Costumi catodici

Leggendo un post dell'amico Ubi Minor, mi è venuto da riflettere su quella sconsiderata e ricorrente abitudine che ho notato in voi terrestri, di tenere la TV accesa, ma col volume a zero, o tipo bisbiglio devozionale, o mentre siete intenti a fare altro, o quando vi trovate addirittura in un'altra stanza, per cui non c'è modo che stiate seguendo sul serio quello che stanno blaterando lì dentro. Dunque la prima cosa che m'è venuto da domandarmi, la più banale, è come diavolo fate a essere così atterriti dalle grinfie della solitudine (o del silenzio, per coloro cui piace comunque tenere il volume alto) da prediligere questi surrogati di luce di cui - è evidente - non vi importa alcunché, tranne dell'animazione delle vostre pareti con bagliori di pseudoumanità.

Del resto, il fatto che, in un modo o nell'altro, voi non seguiate i suoi discorsi, è indice di quanto in realtà quello che si dice lì dentro abbia una qualche reale importanza per voi. E questo, andando in parte a vostro merito, forse dice qualcosa anche sulla qualità media di ciò che accende gli schermi. Poi non si può negare che ci sia di mezzo anche quella triste faccenda di volervi costruire un comodo alibi all'attenzione, per evitare di dovervi confrontare con le persone, quelle reali, che gironzolano intorno a voi. Ma qui non scopriamo niente di nuovo. In ultima analisi c'è da considerarne la sua equivalenza alcolica, quella distrazione permanente del pensiero, ma senza gli effetti collaterali della cirrosi.

Forse è venuto il momento che qualcuno istituisca la "Telespettatori Anonimi".

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