Punti di vista da un altro pianeta

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lunedì 20 luglio 2015

Quasi come un Test di Rorschach

In questi giorni sono stato colpito da qualcosa che voglio sottoporvi, un po' come una specie di gioco estivo. Si tratta dei manifesti della pubblicità di uno smartphone, il nuovo Huawei P8 che raffigurano un angelo con le ali di fuoco, realizzazione di Benjamin Von Wong, fotografo e artista visivo piuttosto noto nel settore, che dovrebbe testimoniare le elevatissime prestazioni della camera dello smartphone anche in condizioni di luce particolarmente difficili. Ecco, l'immagine è questa qui sotto:


Ebbene, ora allontanatevi un po' dallo schermo e cercate di osservare la fotografia nel suo insieme, per qualche secondo, senza mettere a fuoco nessun dettaglio particolare. A che cosa vi fa pensare? Secondo me l'immagine è quasi esplicita nella sua esattezza subliminale, al punto che mi pare quasi impossibile che sia frutto di una semplice casualità. Ora, se suggerisce solo a me una prospettiva frontale di gambe aperte con tanto di vagina nel mezzo, okay, vorrà dire che il maniaco sono io e Rorschach avrà avuto ragione ancora una volta.

giovedì 3 ottobre 2013

La sindrome dell'autoscrittore

Se, come da sempre sostengo, l'introduzione delle tecnologie di wordprocessing, dagli antidiluviani WordStar su MS-DOS, agli avanzatissimi Word e OpenOffice, è stata l'introduzione del Male nel mondo letterario, avendo favorito la moltiplicazione del numero di (pseudo)scrittori in circolazione - provate a scrivere un romanzo a mano o con una Lettera 22, poi ne riparliamo -, l'arrivo dei Social Network, coniugato alla diffusione dell'ebook (e dunque alla sciagurata possibilità dell'autopubblicazione indiscriminata), è stato l'equivalente dell'evocazione della Bestia e di tutte le sue legioni di diavoli.

Perché ormai, se siete connessi a Twitter, Facebook, gruppi, pagine fan, ma anche a forum, blog eccetera, e vi interessate in qualche modo di letteratura ad ampio spettro, difficilmente riuscirete a scansare le legioni di sconosciuti autoscrittori cavalletta che, come l'ottava piaga d'Egitto, ti inseguono brandendo la segnalazione delle loro (imperdibili!) opere come asce. Seguono recensioni (sempre entusiastiche!), statistiche di vendita di Amazon (sempre ai primi posti!), estratti (mozzafiato!) e offerte speciali (presto, presto che scadono!). E lasciamo perdere i (penosi) booktrailer, grazie.

Ora, premessa l'odiosità di questo comportamento, invito tutti costoro - ma anche coloro che pensassero di seguirne le antipatiche orme - i quali avessero la (smisurata) fortuna di leggere questo post, di riflettere per un momento su cosa spinge un lettore (vero) a comprare un libro (vero). Esercizio tutt'altro che peregrino. Innanzitutto credo sia necessario distinguere tra diverse categorie di autori. Per esigenze di brevità, mi limiterò a tre significative: (1) gli autori famosi ai più (e affermati), (2) gli autori sconosciuti ai più (ma affermati), (3) gli autori sconosciuti ai più (ma esordienti, o comunque non affermati).

A tutti i lettori capita di leggere molti libri della categoria (1), da Wallace a Auster, da Dostoevskij a Melville ecc. ecc. ce ne sono a bizzeffe. Del resto, se sei un lettore (vero), serio e appassionato, e dunque ti informi, parli, discuti, cerchi, sei curioso, ami sperimentare, nel labirinto dell'editoria scoprirai anche scrittori della categoria (2) meno conosciuti, ma ugualmente validissimi, ancorché non illuminati dai riflettori della ribalta. In fondo queste due categorie coincidono nel fatto che si tratta comunque di scrittori che hanno raggiunto una legittimazione del pubblico a stare lì in base alla qualità del loro lavoro. Se però tu sei uno scrittore della categoria (3) - e non sei nemmeno mio amico - perché io dovrei acquistare un libro tuo, piuttosto che di uno dei milioni di altri sconosciuti come te, e dedicarti tempo prezioso (e insostituibile) della mia vita?

Comprare un libro, ancorché un ebook da pochi centesimi, significa comunque sborsare dei soldi, e nel caso dei libri i soldi si tirano fuori perché possiedono un qualche tipo di garanzia. Una garanzia che (parlo soprattutto della narrativa), se non è data dall'autore stesso in quanto sconosciuto, può anche essere solo sottoscritta implicitamente dalla casa editrice, di cui abbiamo imparato a fidarci perché sappiamo essere garante di scelte editoriali di qualità, o dalla collana, o dal curatore (se si è lettori così sofisticati da tenere d'occhio queste cose). Difficile che, in mancanza di uno di questi aspetti, si prenda in mano un libro di narrativa. Figuriamoci dunque quando c'è di mezzo l'autopubblicazione, in cui i tre suddetti aspetti sono del tutto assenti.

E allora? Allora, cari autoscrittori, che raramente perdete l'occasione di proclamarvi tali, considerate che si legge chi piace come scrive, chi piace cosa scrive, temi, stili, prospettive. Si legge chi in qualche modo si è imparato a stimare, direttamente, o perché qualcuno di cui ci fidiamo ci ha assicurato che in qualche modo può valerne la pena. Una specie di sponsor, insomma. Ma autorevole. Vi piaccia o no è così che in qualche modo funziona. Tutto il resto, fidatevi, è sollecitazione all'indisponenza (dunque controproducente) e un'illusione di possibilità di successo che invece è tempo prezioso buttato nel cesso.

lunedì 3 settembre 2012

Profumi e balocchi (e duty free)

Gli aeroporti sono tra i luoghi più surreali del (vostro) pianeta. Perché in realtà sono dei non-luoghi, come bolle al di fuori dello spazio normale, dove non sei né qui, né là. Sei in un limbo, sei "in transito". Stormi di passaporti con corpi allegati come marche da bollo, branchi di trolley che si trascinano davanti individui sconvolti, carte d'imbarco che tengono per mano viaggiatori stralunati a caccia dell'ennesimo gate o dell'ennesimo bagno o dell'ennesimo Starbucks.

Ma tra tutto ciò che di surreale si può sperimentare negli aeroporti, ciò che più mi colpisce (e sorprende) ogni volta, è quello che mi si para davanti nel momento in cui varco quel confine - anche lui invero molto surreale - tra i due mondi, quello di qua e quello di là, quello delimitato dalla cortina berlinese della sicurezza (e togliti le cintura e togliti le scarpe e tira fuori il laptop e butta nel cesto chiavi e spiccioli e metti lo shampoo nella busta trasparente e butta via il tagliaunghie e le forbicine e beviti tutta l'acqua che hai ORA, altrimenti lascia qui la bottiglia ecc.), per cui finalmente passi dall'altra parte e, puf, il mondo cambia e tutto quello che conta, quello che agli umani importa di più, ciò che dà un senso alla loro vita sono cognac e whisky, cioccolata e sigarette e - più d'ogni altra cosa - profumi profumi profumi profumi.

E se posso anche concedere che le sigarette, ancorché (gravemente) nocive, possano sottendere un consumo importante, dunque degno di siffatte pantagrueliche esposizioni, e tanto più non ho alcuna difficoltà a immaginare che gli individui possano frantumarsi gli organi interni con un uso smodato di cioccolata e (soprattutto) alcolici, al punto da giustificare un simile luccicante mercimonio, non riesco proprio a capire come possa essere così mostruosamente rigoglioso il mercato dei profumi.

Di sicuro c'entrano le capacità seduttive che la gradevole sensazione olfattiva è in grado di esercitare sui recettori del piacere altrui, per cui da sempre il profumo funge (o illude di fungere) da relativo surrogato e/o da integratore a favore di un'autostima estetica (più bella/o), professionale (più brava/o), relazionale (più sicura/o). Eppure, anche così, da alieno quale sono, continuo a chiedermi perplesso come sia possibile che consumiate Tutto Questo (cazzo di) Profumo. A meno che non vi serva per coprire il tanfo, ovviamente.

lunedì 5 settembre 2011

La mutanda e i suoi attributi

Dopo decenni di lotta per l'emancipazione, di foreste di pugni alzati a favore della parità dei sessi, di inviti all'autogestione degli uteri, di disposizioni ministeriali a promozione delle "pari opportunità", di apologie dell'autoerotismo digitale, e di proclami sulle quote rosa, tutto ciò (se ce ne fosse bisogno) è stato dimostrato vano da una semplice pubblicità, a testimonianza del potere della réclame, che spesso da sola può rivelare sulla società ben più di cento articoli di saggistica.

L'avrete vista anche voi, giacché tappezza con una certa pervicacia i muri delle città. Una (manco a dirlo) bellissima e molto giovane ragazza è ritratta mentre indossa un paio di boxer maschili di una superlativa marca di intimo. Nient'altro. Nessuno slogan. Solo lei, i boxer e la dicitura che fa riferimento alla linea di intimo da uomo. E sta proprio qui l'apparente contraddizione o, se volete, la trovata per certi aspetti "geniale". Un indiscutibile gran "pezzo di gnocca" che fa la pubblicità a un paio di mutande da uomo. Dunque per una volta niente pettorali da vertigine, bicipiti bronzo-riacei, addominali carapaciosi, rigonfiamenti chimerici, nessuna comunicazione subliminale da identificazione con una star del pallone, nessuna insinuazione a un'incredibile (ancorché improbabile) magia mutandifera.

Il messaggio stavolta va in una direzione diversa. E' lei a indossare le tue mutande e - manco a dirlo - le stanno benissimo. E' lei, con la sua espressione divisa tra sfida e malizia, a giocare con il tuo intimo, caro il mio uomo, come a dire: «Se le rivuoi indietro, me le devi togliere!», immaginando che tu sia tornato da una molto prosaica puntatina in bagno e te la sia trovata sul letto, vestita con i tuoi boxer, a provocarti. E allora prova a immaginarla, la tua lei, con le tue mutande indosso. Se sono di questa marca, la tua (bellissima) lei sarà invogliata a scherzare con te, perché non riuscirà a trattenersi dal provarli anche lei, questi meravigliosi boxer. Il punto di vista dunque è spostato. Le mutande (attillate) non servono più - come una volta - a rendere più invitante il tuo culo e audace il tuo pacco. Non sono più incentrate su di te, sul tuo comfort, sul tuo benessere fisico, ma anche (soprattutto?) psicologico.

La mutanda cambia così gli attributi, non solo fisici, ma anche metafisici. Da oggetto contraddistinto innanzitutto da un potere di comfort e seduzione, si carica invece soprattutto di un valore puramente relazionale. E fin qui potrebbe andare tutto bene. Potrebbe infatti essere solo un'originale evoluzione della creatività applicata al marketing, nel qual caso ci sarebbe solo da rallegrarsene, se solo la relazione in questione fosse paritaria. Ma paritaria non è. Provate a pensare la stessa pubblicità al negativo, ovvero a parti invertite, con un lui stra-fico, stra-modellato, stra-atletico, stra-prestante, e provate a buttarlo dentro un perizoma di pizzo nero.

Ma se una relazione non può essere paritaria, non diventa forse discriminatoria?

martedì 15 marzo 2011

Un inganno di rango

Questo che vedete è un esempio di pubblicità maliziosamente manipolatrice. Da qualche anno a questa parte, infatti, i produttori hanno trovato evidentemente molto vantaggioso dal punto di vista del marketing far doppiare i personaggi dei film di animazione ad attori famosi, in maniera da spacciarli per i protagonisti dei film e guadagnare un sacco in termini di pubblicità, tant'è che su IMDB e altrove, quelli che sono soltanto i doppiatori, sono ormai indicati come protagonisti, che non è esattamente la stessa cosa. I distributori ovviamente ci vanno a nozze, ma per lo meno per chi vede i film in lingua originale corrisponde in qualche modo al vero.

In Italia invece, patria del doppiaggio (non di rado disdicevole), naturalmente è quanto di più falso. Nella versione italiana di Rango, ovviamente di Johnny Depp non c'è neanche un pelo del suo bel pizzetto. Il doppiatore italiano di Rango si chiama Nanni Baldini, il quale - se andiamo a scavare - non è nemmeno il doppiatore tradizionale di Johnny Depp, che si chiama Fabio Boccanera. Quindi per certi versi la fregatura è duplice. Resta dunque l'intento - davvero ai limiti della legalità - di attirare l'attenzione dei potenziali spettatori con un nome noto, e l'insulto alla loro intelligenza che può pensare ci sia veramente Johnny Depp dietro quei begli occhioni verdi a palla.

Però almeno una consolazione c'è: non l'hanno fatto doppiare né a Checco Zalone, né a Roberto Benigni.

venerdì 4 marzo 2011

Che cosa volete che sia, un culo...

Non lasciatevi ingannare dalle apparenze. Sapete che non sono come gli altri. E questa non è la solita furbata messa in atto solo per mostrare un culo acchiappacontatti. Perché da qualche giorno a questa parte col mio telescopio ho visto popolarsi le vostre città di questi manifesti pubblicitari del marchio di abbigliamento Silvian Heach, che peraltro ora stanno anche scomparendo con altrettanta solerzia, sotto la pressione di un'indignazione diffusa. Siccome la pubblicità non è solo la anima cinica e bieca del commercio, ma anche lo specchio di una società in perenne mutamento, vorrei provare ad analizzare brevemente la faccenda dalle due prospettive più ovvie: quella morale (ovvero è lecito mostrare pubblicamente una roba del genere?) e quella tecnica (ovvero a cosa/chi giova una pubblicità di questo tipo?), tenendo peraltro conto del fatto che i due aspetti sono facce di una medesima medaglia. Vediamo.

Quello più eclatante è senza dubbio l'aspetto morale, difatti il manifesto ha sollevato un po' ovunque cori di proteste. Perciò è da qui che voglio partire, perché limitarsi a liquidare la faccenda con: «Il manifesto è osceno» mi pare semplificare troppo. Se dunque consideriamo l'aspetto etico ci troviamo subito di fronte al dilemma di dover stabilire un confine tra quello che si può fare e quello che non si può fare, quello che offende e quello che non offende, quello che si può mostrare e quello che non si può mostrare. Il famoso "senso del pudore". In altre parole dovremmo chiederci se l'immagine è volgare o no nel 2011 e, se lo è, soprattutto perché lo è. Allora guardiamola e analizziamola senza farci condizionare dalle chiappe al vento. Dunque... la ragazza è all'aperto, in piedi contro il parapetto di quello che sembra un ponte, è sola, voltata di schiena, si tira su la gonna mostrando il fondoschiena e ammicca senza esitazioni verso l'obiettivo del fotografo, ovvero verso lo sguardo di chi la sta osservando.

E questo già ci fa notare almeno due cose: 1) che l'immagine, nonostante il contesto reale, è del tutto inverosimile e 2) che c'è una specie di compiacimento esibizionista e provocatorio nell'atteggiamento della ragazza. Ora, la considerazione (1) dovrebbe portarci alla conclusione che l'immagine contenga una specie di messaggio che va oltre quello che si vede, come un sottotesto subliminale, mentre la (2) dovrebbe portarci a chiederci a chi pensiamo si stia rivolgendo la ragazza. Inutile dire che la mancanza delle mutande è un'informazione precisa che porta istintivamente a pensare che la tipa si stia rivolgendo a un maschio, e non a una femmina. E questo a ben vedere appare curioso, perché non dimentichiamo che si tratta di una pubblicità di una linea di abbigliamento femminile e dunque dovrebbe essere indirizzata innanzitutto a donne. Eppure la superficie dell'immagine ha una connotazione fortemente maschilista e questo sembrerebbe andare contro quello che dovrebbe essere lo scopo dell'immagine stessa.

Proviamo allora ad andare più in profondità e vediamo se ne esce un'interpretazione diversa. In fondo l'immagine non sta pubblicizzando l'indumento che la ragazza indossa. Fatta eccezione la scollatura sulla schiena, il resto del vestito potrebbe essere fatto in qualsiasi modo. Se vi capitasse di vederlo appeso in un negozio dubito che riuscireste a riconoscerlo. Dunque, viene da pensare che non sia questo lo scopo principale della foto. L'immagine infatti concentra l'attenzione sulla carica erotica della ragazza che prescinde dalla qualità del taglio o del modello che indossa. Della ragazza si vedono le gambe e il culo nudi, dunque il vestito non esalta, né migliora in alcun modo le sue forme, né, più in generale, valorizza il suo look. Tutto il messaggio della rappresentazione visiva è connaturato esclusivamente a quello che la ragazza fa, non a quello che indossa.

Quindi a questo punto gli elementi distintivi sembrano rovesciarsi, perché sembra che il messaggio del manifesto non sia il più logico, ovvero: "Mettiti il nostro vestito, e sarai una gran fica!", ma piuttosto "Sei un'esibizionista come lei? Allora mettiti il nostro vestito!". In altre parole l'atteggiamento della ragazza non sollecita il desiderio e la risoluzione di esso attraverso l'acquisto, ma semplicemente fissa il target del prodotto. Quelle lì sono le donne cui il marchio Silvian Heach si rivolge. Donne che non hanno paura a mostrarsi. Donne fiere del loro corpo. Donne che sanno (e sono disposte a) prendere in mano la situazione.
Donne pronte a dare il culo.

Visto da questa prospettiva il manifesto parla proprio a quel tipo di donna contro cui le donne hanno idealmente manifestato il 13 febbraio scorso. Per questo motivo, e non tanto per il culo in sé, è volgare e svilente nei confronti della donna. Per questo sarebbe naturale che finisse per essere controproducente per chi l'ha realizzato. E se così non sarà, potete stare certi che la colpa non sarà di quella esigua minoranza di uomini (idioti) che avranno deciso di scegliere Silvian Heach per il prossimo regalo alle loro compagne, solo per crogiolarsi non tanto nell'illusione dell'estetica, quanto piuttosto in quella della disponibilità.

lunedì 14 giugno 2010

Controspot

Ogni tanto accade. Sono come invasioni silenziose. Un giorno niente. Il giorno dopo, bum, la città ne è piena. Nessuno sa di preciso che cosa mai succeda durante la notte, perché testimoni che assistono alla conquista capillare dei punti strategici non ce ne sono mai, un po' come per i cerchi nel grano o gli elettori di Berlusconi. Eppure all'alba del giorno dopo ogni angolo è tappezzato con nuovi manifesti pubblicitari pronti a succhiarti la mente come si fa con le chele dei granchi. Ebbene, ultimamente (li ho visti col telescopio) è il caso di questi:


Il nome non mi diceva niente. Allora ho fatto una breve ricerca su Internet e ho scoperto che si tratta della campagna pubblicitaria di un marchio genovese di alimenti per animali domestici, campagna firmata nientePOPÒdimeno che da Oliviero Toscani.

Questo che segue è il comunicato con cui il fotografo descrive il senso della sua campagna:
«Gli animali sono molto più pazienti con noi di quanto noi siamo con loro e, se vedessimo il mondo attraverso i loro occhi, forse vedremmo un mondo migliore. Creando un'immagine per questo nuovo progetto ho cercato di pensare soprattutto agli animali e alla filosofia di Almo Nature che cerca di essere come i cani e i gatti che nutre.
Oliviero Toscani»


Ora, vabbè l'immagine, vabbè l'arte, vabbè la modernità, vabbè l'originalità, vabbè il messaggio, vabbè l'impatto, vabbè tutto quello che volete (che cosa volete?), ma a quanto ne so io dei vostri animali domestici, ci sono anche cani e gatti brutti e vecchi e spelacchiati e strabici e storti e... imperfetti. E non per questo non sono degni dell'amore di cui parla l'amico Oliviero. Per cui, tirando le somme, a me sembra il solito modo astuto per far vedere il solito paio di belle.
Tette.

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