Punti di vista da un altro pianeta

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giovedì 21 aprile 2016

L'amore ai tempi del referendum

Non illudetevi. Non è stato l'appello di Renzi. Magari fosse stato così. Renzi si è appropriato di qualcosa su cui lui faceva conto: la pigrizia (fisica e morale), l'indolenza civica, la scarsità di senso dello Stato, la mancanza di consapevolezza dell'essere cittadini, l'oblio di tutto quello che è stato necessario pagare alla Storia per poter avere il diritto di tracciare una X su un foglio di carta. E non è certo questo referendum a far emergere questa triste realtà. Sapete qual è il punto, quello vero? È che la gente (per lo più) se ne sbatte. È tutto qui. Alla gente frega solo di quello che la tocca direttamente, sulla pelle, sulla carne, dentro il sangue e i suoi nervi. Mentre il concetto di voto e - soprattutto - di referendum presuppone una visione più ampia di se stessi all'interno di una comunità di persone che, anche solo per questo motivo, condividono un "bene comune". C’è un senso di solidarietà nel votare a un referendum, un senso che questo paese non ha. Tutto questo non c'è. Non so se è stato perduto o se non c'è mai stato. So che vige il paradigma dell'ognuno per sé, della mia auto in doppia fila, delle tasse che riesco a evadere, delle raccomandazioni che riesco ad avere, dei favori che riesco a ottenere, delle persone in coda che riesco a saltare. Fa tutto parte dello stesso, triste quadro, di quello che siamo diventati o - forse meglio - di quello che non siamo mai stati e (forse) non saremo mai. Italiani.

martedì 23 febbraio 2016

Il problema della genitorialità omosessuale (come un corto circuito)

La cosa più intelligente e razionale (e condivisibile) che ho sentito dire in questi giorni sulla questione della stepchild adoption e, più in generale, sulla questione dei figli cresciuti in famiglie omosessuali, proviene dall'Ordine degli Psicologi del Piemonte che la scorsa settimana ha emesso un comunicato nel quale, attraverso il suo presidente Alessandro Lombardo, ha espresso la propria posizione ufficiale sull'argomento, peraltro in linea con il dossier consegnato il 9 febbraio scorso dagli psicologi italiani ai senatori che si apprestano a votare il ddl Cirinnà (e che, raccogliendo oltre 70 lavori sparsi su oltre quarant'anni, dimostra come non sussista alcuna evidente "connessione tra genere sessuale dei genitori e specifici disagi del minore"). E se da una parte quello che esprime è, a ben vedere, quasi ovvio, dall'altra configura una situazione tristemente paradossale.

In breve il concetto è il seguente. Secondo gli psicologi l'unico vero problema peculiare cui possono andare incontro i figli di coppie omosessuali, un problema dunque cui possono essere esposti questi individui proprio a causa della loro condizione di figli di coppie omosessuali (perché tutti gli altri tipi di problemi ce li possono avere tutte quante le tipologie di famiglie esistenti), è semplicemente quello di essere potenzialmente esposti a contesti omofobici. Il problema dunque non è insito nel tipo di famiglia in cui si vive, il problema è la discriminazione cui questa famiglia potrà andare incontro nelle sue relazioni all'interno della comunità.

In buona sostanza questo significa che, tutti coloro che si scagliano (almeno) contro questa parte del ddl Cirinnà – esprimendo in questo modo una riserva di matrice omofobica – sono di fatto essi stessi la causa di quei problemi da cui dicono di voler proteggere i figli di coppie omosessuali, ragione per cui si scagliano (almeno) contro questa parte del ddl Cirinnà. In altre parole, un problema effettivamente esiste, ma sono loro stessi a crearlo proprio nel momento in cui pretenderebbero di trovare la sua soluzione. Insomma, casomai ce ne fosse stato ancora bisogno, questa è l'ennesima conferma che il vero (e unico) grave problema è l'omofobia. E su questo non dovrebbe esserci bisogno di dire altro.

venerdì 19 febbraio 2016

Quel che sarà delle unioni (in)civili

Quando ho letto del rinvio del ddl Cirinnà sono stato a un passo dal correre in bagno a vomitare. Nauseato di come questa classe politica ipocrita e opportunista stia facendo il minuetto dei veti incrociati e della propaganda politica sulla pelle dei diritti fondamentali di una parte di nazione (tutti quanti, compresi i duri e puri del M5S, che proprio per la loro ostentata durezza e purezza in questo frangente hanno fatto la figura più meschina, ormai perfettamente integrati e lubrificati nell'ingranaggio che dicevano di voler scardinare come una scatoletta di tonno).

Quanto ancora l'Italia dovrà farsi riconoscere nel mondo per la sua ipocrisia religiosa (o la sua sudditanza vaticana), per la sua mentalità retrograda, per la sua drammatica mancanza di senso di civiltà, per la sua triste incapacità di entrare nella modernità? Per quanto ancora dovremo vergognarci con il resto dell'Europa per quanto un popolo di stronzi (altro che poeti, santi e navigatori) noi siamo?

Perché a parte i diretti interessati, sono davvero pochi coloro cui importa di questo ddl. Eppure la politica e i media si comportano come se fregasse a tutti, fanno credere che freghi davvero a tutti e finisce che adesso tutti credono che importi davvero loro qualcosa. Invece non è così. Come è già successo per altri scontri epocali combattuti per altre conquiste di civiltà come il divorzio o l'aborto, in cui come sempre succede in questi casi la gente si straccia le vesti, lancia anatemi, sentinella in piedi, ulula e giovanarda, quando questo ddl - o uno molto simile a esso - entrerà in vigore, improvvisamente la gente che si stracciava le vesti, che lanciava anatemi, che sentinellava in piedi, che ululava e che giovanardava, tutta questa gente - puf - sparirà. Succederà che tutta questa gente improvvisamente si renderà conto che a loro il ddl Cirinnà non avrà cambiato nulla, ma proprio nulla di nulla, che nulla sarà loro tolto e che potranno fare la loro vita esattamente come facevano prima. Dunque tempo una puntata di C'è posta per te e se ne saranno dimenticati. Certo, magari nel frattempo i loro vicini (o le loro vicine) di casa - che loro continueranno a guardare un po' di traverso - saranno più felici. Ma non è detto che dovranno esserne per forza invidiosi.

lunedì 14 settembre 2015

Il vampiro di successi (sicuri)

Renzi, si vede, è uno ambizioso. Uno perennemente con l'acquolina in bocca. Non sarebbe arrivato dove è ora, nel modo in cui l'ha fatto, se non fosse così. Uno che, dietro quello sguardo da pesce lesso alla Mr. Bean, mostra i denti e azzanna duro. Un coccodrillo, con tutto l'armamentario completo, comprese le lacrime. Ma soprattutto è uno che ha fame di vittorie, uno cui non bastano le proprie (quali?), uno che non vede l'ora di fregiarsi anche di quelle altrui. Così, in quella che è stata una perfetta mossa berlusconica, non ha perso l'occasione di volare a New York per appropriarsi della vittoria italiana, qualunque fosse, agli US Open, tra Flavia Pennetta e Roberta Vinci. Dunque l'ha fatto in veste ufficiale, con tanto di volo di Stato, sostenuto dall'arroganza di chi ha ritenuto risibile curarsi delle polemiche che, ovviamente, un gesto come questo avrebbe scatenato rispetto ai costi della trasferta che sarebbero gravati sul bilancio dello Stato, ovvero sui contribuenti. Voleva fare come Pertini al Mundial, Renzi, con la sola differenza che Pertini dal Mundial avrebbe potuto uscire sconfitto, mentre dagli US Open l'Italia ne sarebbe uscita vincitrice comunque. Se in finale ci fosse stata solo una delle due italiane, pensate che Renzi ci sarebbe andato a New York, col rischio di vederla perdere?

Ma c'è anche un secondo, importante, dato da considerare, ovvero che Renzi evidentemente non ci capisce un accidente di tennis, difatti bisognerebbe insegnargli la differenza tra torneo del Grande Slam e Coppa Davis. Perché quest'ultima è effettivamente una gara tra squadre nazionali, gestita dalla Federazione Italiana Tennis, quindi un'istituzione strutturata all'interno dell'apparato dello Stato, mentre i tornei del Grande Slam (come tutti quelli dell'ATP Tour) sono confronti tra privati cittadini del mondo. Quindi sul centrale di Flushing Meadows, Roberta Vinci e Flavia Pennetta NON rappresentavano l'Italia. Non in maniera ufficiale. Hanno semplicemente rappresentato se stesse come individui, solo accidentalmente italiane. E la loro vittoria, quella di cui Renzi si è voluto appropriare facendosi ritrarre con loro per alimentare subliminalmente l'immagine vincente sua e della "sua" Italia, NON è affatto una vittoria dell'Italia. Per questo Renzi a New York poteva certo andarci, ma non in veste ufficiale, perché quella non era una manifestazione di una squadra nazionale come lo sarebbe stato se fosse stata, per restare appunto in ambito tennistico, la Coppa Davis, per la quale dunque sarebbe invece stato giustificato, persino andarci con un volo di Stato.

Così, anche in quest'occasione Renzi ha dimostrato la sua migliore attitudine, quella di vincere con le vittorie altrui. Non l'ha forse fatto anche con le elezioni?

Per la cronaca, ieri la squadra nazionale di ginnastica ritmica ha vinto il mondiale, ma a Stoccarda Renzi non l'ha visto nessuno.

martedì 8 settembre 2015

Perché i rifugiati potrebbero venire in Europa in aereo (in piena sicurezza)

Perché un rifugiato non può prendersi un comodo aereo e venire in Europa? Se ha i soldi (e li ha) per mettersi nelle mani rapaci di criminali senza scrupoli per assicurarsi una corsa su un barcone del destino e andare incontro al rischio di lasciare la pelle sul fondale di un mediterraneo qualsiasi, perché dunque non usarli per comprarsi un biglietto aereo e giungere comodamente in Europa in Economic Class, sorseggiando una Coca Cola e leccandosi le dita salate dopo aver sgranocchiato le noccioline gentilmente offerte dalla compagnia? Di certo (1) costa molto meno delle cifre che si dice chiedano gli scafisti e (2) il rischio è senza dubbio molto minore anche nel caso di compagnie aeree non proprio in testa alla lista delle migliori del mondo. La domanda sembra stupida e la risposta sembrerebbe scontata: se nessuno lo fa, evidentemente non si può fare. Tant'è che nessuno si pone la domanda. Eppure è un interrogativo molto meno ozioso di quello che può sembrare. Permettetemi di fare a riguardo qualche ragionamento documentato.

Lo stato di "rifugiato" è disciplinato in primis dalla Convenzione di Ginevra del 1951 che indica chiaramente le sue caratteristiche. Il rifugiato è "Chiunque nel giustificato timore d’essere perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori dei suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi." Esistono poi altre definizioni giuridiche posteriori e maggiormente obiettive o funzionali. Ma per ora questa è sufficiente per i nostri scopi, anche perché è quella di riferimento di tutte le altre.

A proposito poi del fatto che i rifugiati non possono prendere l'aereo, c'è la posizione della UE regolata dalla Direttiva Europea 2001/51/EC, della quale vi invito a leggere almeno i primi paragrafi che vi riporto qui sotto:

(1) Per lottare efficacemente contro l'immigrazione clandestina è fondamentale che tutti gli Stati membri adottino un dispositivo che fissi gli obblighi per i vettori che trasportano cittadini stranieri nel territorio degli Stati membri. Ai fini di una maggiore efficacia di tale obiettivo, occorrerebbe altresì armonizzare, per quanto possibile, le sanzioni pecuniarie attualmente previste dagli Stati membri in caso di violazione degli obblighi di controllo cui sono soggetti i vettori, tenendo conto delle differenze esistenti tra gli ordinamenti giuridici e le prassi degli Stati membri.

(2) La presente misura rientra in un dispositivo globale di controllo dei flussi migratori e di lotta contro l'immigrazione clandestina.


In altre parole, questa direttiva demanda specificatamente ai vettori (quindi aerei e altri mezzi di trasporto deputati al trasferimento di persone verso paesi terzi) il divieto di procedere a dare ospitalità sui loro mezzi a persone che non abbiano i requisiti necessari. In altre parole, per essere in regola il passeggero ha bisogno di un visto, rilasciato da un organo delegato dallo Stato di destinazione (tipicamente un'ambasciata). E se il vettore lascia salire sul suo mezzo un passeggero senza visto, i costi del suo rimpatrio saranno a carico del vettore stesso.

Ora vi invito a porre la vostra attenzione sul terzo capoverso della medesima direttiva.

(3) L'applicazione della presente direttiva non pregiudica gli impegni derivanti dalla convenzione di Ginevra, del 28 luglio 1951, relativa allo status dei rifugiati, quale modificata dal protocollo di New York del 31 gennaio 1967.

Quindi, se interpreto correttamente (se non lo faccio, ditemelo), questa direttiva non può comunque annullare quanto disposto dalla Convenzione di Ginevra del 1951, emendata dal Protocollo di New York del 1967, il quale semplicemente estende la definizione del 1951, in quanto la "Convenzione sullo statuto dei rifugiati, firmata a Ginevra il 28 luglio 1951 [...] è applicabile soltanto alle persone rifugiatesi a cagione di avvenimenti anteriori al 1° gennaio 1951, considerando che dopo l’approvazione della Convenzione sono apparse nuove categorie di rifugiati, le quali pertanto possono essere escluse dalla Convenzione, considerando l’opportunità di applicare il medesimo statuto a tutti i rifugiati compresi nella definizione espressa dalla Convenzione, senza tener conto della data limite del 1° gennaio 1951".

Pertanto (a) chi ha diritto di essere considerato un rifugiato politico per i criteri della Convenzione di Ginevra, potrebbe prendersi un aereo e venire in Europa con un visto adeguato senza alcun tipo di ulteriore restrizione; (b) i vettori non si prenderanno mai autonomamente la responsabilità della decisione di fare salire sui propri mezzi passeggeri che potrebbero risultare mancanti dei criteri per essere definiti "rifugiati" e dunque avere il diritto di salire.

Ma chi è che decide chi può fregiarsi del titolo di "rifugiato" e dunque avvalersi dei diritti e delle protezioni conseguenti? Esiste un organismo internazionale? Qualcosa tipo l'Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite? No. Sono i singoli Stati. Nel caso dell'Italia, per esempio, c'è il Decreto Legislativo n. 25 del 28 gennaio 2008 che riprende la direttiva comunitaria 2005/85/CE e che all'Articolo 2, capoverso (d), dà la seguente definizione:

«rifugiato»: cittadino di un Paese non appartenente all'Unione europea il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trova fuori dal territorio del Paese di cui ha la cittadinanza e non può o, a causa di tale timore, non vuole avvalersi della protezione di tale Paese, oppure se apolide si trova fuori dal territorio nel quale aveva precedentemente la dimora abituale e per lo stesso timore sopra indicato non può o, a causa di siffatto timore, non vuole farvi ritorno, ferme le cause di esclusione previste dall'articolo 10 del decreto legislativo 19 novembre 2007, n. 251; (ovviamente, banalizzando, le "cause di esclusione" sono, in linea generale, i precedenti criminosi o atti contrari ai principi delle Nazioni Unite).

Inoltre il decreto stabilisce ulteriori categorie di persone che hanno diritto a protezione e asilo, ma i "rifugiati" sono quelli che godono dei massimi diritti.

Quindi, insomma, è demandata a ogni Stato, in quanto Sovrano, la decisione dell'applicabilità dello status di "rifugiati" e dunque l'attribuzione del diritto alla protezione, all'asilo e al movimento all'interno dell'Area Schengen a ciascun richiedente. Nel caso dell'Italia ci sono dieci Commissioni Territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale, composte ciascuna da 4 membri di cui due appartenenti al ministero dell’Interno, un rappresentante del sistema delle autonomie e un rappresentante dell’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite.

Tuttavia, il punto chiave è che invece di farsi spillare quattrini sulle spiagge e rischiare la vita sui barconi, coloro che hanno i requisiti per lo stato di rifugiati - secondo la legge - dovrebbero poter mettersi tranquillamente in coda alle ambasciate dei paesi UE, farsi rilasciare un visto e poi comprare un biglietto aereo per la destinazione UE che ha rilasciato quel visto. Ma se da un lato, di certo non tutte le migliaia di persone che stanno arrivando in Europa in questi giorni ne avrebbero diritto, in quanto non è detto che tutti godano dei requisiti per essere considerati "rifugiati", dall'altro non credo neanche che coloro che effettivamente quel diritto lo hanno, non lo facciano per colpa loro.

[PS Non essendo un esperto di Diritto internazionale potrebbe esserci qualche inesattezza. Pertanto se qualcuno ha osservazioni, puntualizzazioni o correzioni da fare, non solo è benvenuto, ma è invitato a farlo. Grazie.]

mercoledì 15 luglio 2015

Nutrire la democrazia

La democrazia non potrà mai essere portatrice di grandi cambiamenti. I grandi cambiamenti (come le vere rivoluzioni) sono traumatici per il popolo, mentre - per converso - la democrazia ha bisogno di compiacere il popolo, perché è di questa compiacenza che si alimenta.

sabato 11 luglio 2015

Quel retrogusto amaro di sconfitta della democrazia

Come si concilierebbe il risultato della consultazione di domenica scorsa con la vittoria del NO, con l'accordo che Tsipras potrebbe firmare dopo il via libera del suo parlamento? Tecnicamente si concilierebbe nella misura in cui il quesito referendario si riferiva esclusivamente all'accettazione o meno del piano proposto dalla Troika a fine giugno. Questo significa che votare NO semplicemente voleva dire: "Questo accordo non l'accetto!", ma non implicava esplicitamente: "Non accetterò mai nessun altro tipo di accordo". Eppure per tutto il resto, si ha l'impressione che non si concili affatto.

Non si può negare che la vittoria del NO al referendum ha avuto soprattutto il suono di un sonoro schiaffo alla Troika, ovvero la vittoria di un principio in base al quale non doveva essere accettato solo quel particolare accordo, ma nessun tipo di accordo. È così che in maniera piuttosto diffusa e trasversale è stato inteso (interpretato) quel risultato, altrimenti non avrebbero avuto senso tutti quegli entusiasmi, al punto che moltissimi erano ormai portati a pensare che non ci sarebbe stato spazio per altro se non per l'uscita della Grecia dall'Euro. Adesso però, colpo di scena!, a meno di una settimana Tsipras ha un accordo, lo fa approvare dal suo parlamento (invero con più di qualche mal di pancia anche nel suo partito) e sarebbe in procinto di andarlo a ratificare a Bruxelles (sempre che Berlino non si metta di traverso, come sembra stia facendo in queste ultime ore).

Ora, a parte il fatto che la situazione è fluida e ancora in evoluzione, le condizioni di questo accordo sono davvero migliori di quelle della precedente proposta sottoposta al referendum, al punto che si può ragionevolmente pensare che se si facesse un nuovo referendum in questo caso vincerebbe il SI? Forse sono migliori solo per il fatto che stavolta Tsipras e il suo (nuovo) Ministro delle Finanze affermano che l'accordo va bene, perché stavolta, dicono, è una proposta che proviene da loro, dalla Grecia? Ebbene, questa ha tutto l'aspetto di una questione di lana caprina piuttosto infantile. In fondo, con tutti i compromessi del caso di cui peraltro non abbiamo (né avremo mai) i dettagli, se c'è un accordo tra due parti, significa che – a prescindere da come si giunge al suo perfezionamento (e non crediate che in queste cose sia una sola parte che lavora) – entrambe le parti devono essere d'accordo nell'accettarlo. Quindi, nel momento in cui venisse definitivamente accettato anche dalla Troika tanto osteggiata, sarebbe difficile credere che i sostenitori del NO referendario concorderebbero con questo scenario.

Insomma, per come si sta sviluppando la vicenda, e mettendosi dalla parte del popolo, si ha l'impressione che il referendum di domenica scorsa sia stato per lo più l'equivalente sociale di un'iniezione di morfina, giusto per ubriacarsi e prendere un po' di tempo, ma almeno rispetto alla maggioranza che ha votato NO, è impossibile non venire colti da un retrogusto amaro di sconfitta della democrazia.

giovedì 9 luglio 2015

Demitizzando la Grecia (quasi un paradosso)

È un errore politico, una mistificazione mediatica, un abbaglio sociale, un lapsus ideologico, un equivoco narrativo dire che i greci abbiano fatto qualcosa di straordinario o, addirittura, eroico domenica scorsa. Non c'è nulla di tutto questo nel risultato del referendum greco. Molti in queste ore si sono ingioiellati la bocca con le parole eroismo, dignità, stima, rispetto, quando in realtà si è precipitati dentro una mitizzazione globale alimentata da un transfert rivoluzionario.

L'errore, innanzitutto, è considerare "il popolo" greco. Il popolo in quanto tale non esiste o per lo meno non esiste come essere senziente. Esistono semmai gli individui che lo compongono, con la multiformità che li contraddistingue, ognuno col suo modo di pensare, i suoi umori, le sue attitudini, le sue esperienze, le sue condizioni, le sue convinzioni politiche, le sue capacità intellettuali eccetera. Dunque, in un certo senso, se proprio dobbiamo dargli una connotazione, il popolo è un individuo statistico. E gli individui si sono espressi statisticamente. Il risultato, lo abbiamo visto tutti, è stato un 61%-39%, a favore del NO, con un'affluenza del 62,50%. Ciò significa che hanno votato NO il 38,1% dei greci e SI il 24,4%. Gli altri, ovvero il 37,5% dei greci aventi diritto, non hanno votato.

E qui credo sia necessaria una considerazione: i votanti sono stati pochi. Date le circostanze, mi sarei aspettato un referendum molto più partecipato. Invece il referendum greco ha visto un'affluenza discreta, ma non eccezionale. Questo significa che il 37,5% dei greci non ha ritenuto che fosse importante votare, o che avesse senso farlo, o non aveva un'idea in proposito tale da spingerlo a mettere una croce di qua o di là, oppure non è colpito dalla crisi greca e dunque non gliene frega un accidente. Magari un po' di tutte queste cose insieme. Però data la congiuntura particolarmente complessa e difficile, o per lo meno per come ce la dipingono i media italiani, quel numero a mio avviso non può essere lasciato passare inosservato.

Dopodiché prendiamo in considerazione quel 38,1% dei greci che ha votato NO. Perché credete che l'abbia fatto? Con quale cognizione di causa? A fronte di qualche tipo di informazione o di consapevolezza economica o finanziaria? E se sì, quale? Premettendo che dal punto di vista tecnico è molto difficile avere un quadro della situazione chiaro e comprensibile e dunque valutabile, che probabilmente neanche la Merkel e Tsipras ce l'hanno, e chissà forse nemmeno Varoufakis e Tsakalatos e Draghi eccetera (però di certo meglio di Nikolaos Konstantopoulos, pescatore di Mykonos), è ragionevole ritenere che la stragrande maggioranza di quel 38,1% avrà votato secondo due criteri di massima, peraltro entrambi incuranti delle conseguenze: (1) κοιλία, la pancia: ovvero ma vaffanculo Europa; ma vaffanculo poteri forti; ma vaffanculo BCE; ma vaffanculo Angela, Mario e Jean-Claude; ma vaffanculo tutti, ma proprio tutti vaffanculo!; (2) στόμαχος, lo stomaco: stiamo così mal messi da cinque anni, che peggio di così...; con l'austerity ci avevano promesso miglioramenti, invece la situazione è peggiorata, quindi inutile continuare per la stessa strada; ormai non manca molto a toccare il fondo, già lo vediamo, pertanto solo un colpo di coda può restituirci almeno la speranza; non abbiamo davvero più niente da perdere ormai, dunque tanto vale votare NO.

In mezzo ci sono naturalmente tutte le sfumature possibili modulate dalla propaganda, dalla demagogia, dagli umori, da Facebook e da Twitter e dalle discussioni davanti a un bicchiere di Ouzo (il tutto relativo a entrambe le posizioni, ovviamente), come pure – ma, ne sono certo, in misura minore – dall'informazione seria, precisa e circostanziata, soprattutto rispetto a una questione che, come dicevo prima, ha bisogno di un background tecnico rilevante per essere affrontata e soprattutto analizzata, e a proposito della quale davvero si sente dire tutto e il contrario di tutto, visto che il mondo pare essersi improvvisamente popolato di un esercito di esperti economisti.

Eppure, a prescindere dalla categoria di appartenenza, (1) o (2), non c'è alcuna virtù speciale, perché non c'è la presupposizione di alcun sacrificio e di certo non "del popolo greco" (se sofferenza dev'esserci, i greci – o per lo meno una quota parte di essi – la sperimentano ormai da anni), e non a fronte del risultato di un referendum le cui conseguenze sono di difficile previsione in entrambi i casi. L'eroismo, la dignità e il resto di questa retorica di opposizione, sono solo il frutto di un racconto, una mitologia affascinante e suggestiva, quella di Davide che sfida Golia, del povero che si ribella al ricco, della ghigliottina che cala sul morbido e profumato collo dell'odiata regina. Non sono i greci a essere eroi, Achille lo è.

sabato 17 gennaio 2015

Greta, Vanessa, i media e noi

In tutta questa storia Greta e Vanessa hanno due difetti terribili. Il primo è la loro giovanissima età. E su questo non ci sono dubbi, visto che hanno rispettivamente 20 e 21 anni. Il secondo, peraltro in parte diretta conseguenza dal primo, è la faccia. Proprio lei. Quella cosa che, a noi che siamo totalmente al di fuori della loro vicenda e ce ne facciamo un'idea solo attraverso i più svariati mezzi di comunicazione, ci trasmette due espressioni che, in fatto di volontariato, te le immagineresti più dietro il banco della lotteria di beneficienza della Festa Parrocchiale di Sant'Agata, che in Siria a un tiro di kalashnikov da un manipolo di mujaheddin con le barbe cespugliose e le cartucciere incrociate sul petto.

Mi riferisco alle loro immagini prima della prigionia, quelle che i media ci stanno propinando a sottolineare retoricamente il pauroso divario rispetto a come le stiamo vedendo in queste ore, dopo la prigionia, devastate nell'anima e nel corpo dai mesi di un terrore consumato nella terribile incertezza dell'esito finale. Ma di questo loro non hanno nessuna colpa. Sono giovani e forse, sì, anche un po' naïf. Sono così, Greta e Vanessa. O meglio, ce le stanno facendo vedere così. Ed è un attimo costruirsi l'immagine di due idealiste (forse) un po' sprovvedute, o (forse) un po' incoscienti, o (forse, chissà) nessuna delle due cose, perché nessuno di noi le conosce sul serio. I media costruiscono l'immagine mentale che noi abbiamo di loro.

Ed è da qui, da questa immagine irreale e dalla nostra percezione derivata, che è partita la polemica piuttosto spiacevole che ruota per lo più intorno al vociferato riscatto (12.000.000€?) sborsato per la loro liberazione. Del resto la cifra non importa, in quanto in certi frangenti la libertà non è (mai) gratis, non può esserlo, né è quasi mai come nei film, quando si finisce con il classico scambio di prigionieri e tutti a casa felici e contenti. Insomma, potete stare certi che non le hanno rimandate a casa perché puzzavano. Detto questo, perché a molti questa cosa non va bene? Perché quei soldi sono nostri soldi? Nell'ipotesi (ragionevole) dei 12.000.000€, se gli italiani sono 60.000.000, significa che ciascuno di noi avrebbe sborsato 10 cent per ciascuna di loro. È da molto ormai che con 10 cent non ci compri neanche un rotolo di carta igienica. Non li vale forse 10 cent una vita?

Poi però c'è la storia di quanta gente verrà ammazzata con le armi che i terroristi si compreranno con quei soldi. Vero. E poi c'è anche la faccenda della sicurezza degli altri italiani in giro per il mondo, visto che adesso lo Stato italiano si sarà fatto la reputazione di ottimo finanziatore di terroristi. Vero anche questo. È per questo che ci sono nazioni che non pagano mai, in nessun caso (o almeno così dicono). Ma queste sono scelte, badate bene, politiche. Non c'entrano alcunché con la solidarietà, né con l'umanità. Il punto, semmai, è che forse non doveva essere loro consentito di andare. Forse, meglio, non dovrebbe essere consentito a ONG prive di adeguate strutture locali (anche di sicurezza) di operare in posti così esplicitamente a rischio. Ma anche di questo, noi da qui sappiamo ben poco e non è facile farsi un’idea che si avvicini al vero. Quindi è facile sputare sentenze a vanvera. C'è però un'altra cosa che mi tormenta, a proposito di tutto il bailamme che ne sta venendo fuori in queste ore, come una specie di linciaggio mediatico.

Se invece di Greta e Vanessa si fossero chiamate Mario e Giuseppe, sarebbe successo lo stesso?

venerdì 9 gennaio 2015

Il complotto come mitologia del male

Quando accadono cose troppo brutte per essere vere, è allora che scatta puntuale l'ipotesi di complotto. Perché il complotto consola, il complotto giustifica, la natura maligna e perversa del complotto riesce in qualche modo a darci ragione di cose che altrimenti faremmo fatica a disciplinare. Perché il complotto è prima di tutto un antidoto a una realtà che stordisce da quanto è brutta, una realtà che fa schifo, che fa vomitare, che fa orrore, che avvelena. Per questo c'è il complotto, perché non si può credere di fare parte di quella stessa realtà. Dunque si genera una finzione, il complotto, uno spazio cognitivo consolatorio in cui l'orrore sta su un piano diverso, più credibile, in qualche modo più accettabile, forse anche perché inevitabile. Ma soprattutto, il complotto conferisce una giustificazione e una complessità al male che nello stesso tempo ci allontana e ci separa da esso. Invece il male è stupido, il male è noioso, il male è molto più banale e prosaico di quanto si possa immaginare. Proprio come la vita di tutti noi.

giovedì 10 ottobre 2013

Bara (bianca) con orsetto

E poi ci sono gli orsetti. Quelli che sono spuntati sulle bare bianche dei bambini morti nella tragedia di Lampedusa. Ma cosa cazzo se ne fanno adesso quei bambini, chiusi dentro una bara inchiodata, di un orsetto? Con quegli orsetti di pezza, sinonimo mondiale di cucciolosa tenerezza, quei bambini avrebbero voluto giocarci, inventarsi delle storie, dormirci abbracciati la notte per cercare un conforto, un salvagente (è il caso di dirlo) alle cose brutte (incomprensibili) del mondo. Invece tocca loro guardarli dal lato sbagliato del coperchio. Dunque qual è il messaggio che chi ha deciso di mettere lì quegli orsetti tutti uguali, ha voluto mandare?

È tradizione antica e di tutte le culture che la bara del morto venga ornata di fiori o di testimonianze di affetto di coloro che restano da questa parte. E non si può escludere che nel caso dei bimbi di Lampedusa la cosa non sia stata fatta con lo stesso (nobile) intento. Ma nel caso avrei almeno voluto vedere una processione di superstiti posare gli orsetti su quelle bare. Invece gli orsetti sono spuntati come funghi sulle bare nell'hangar dell'aeroporto dell'isola, quindi non credo che i superstiti abbiano avuto qualcosa a che vedere con questa comparsa, ma piuttosto ritengo sia stata una qualche decisione delle autorità incaricate di allestire la camera ardente.

E proprio quell'omologazione dei quattro orsetti tutti uguali, nuovi di zecca, magari comprati col 3x2 al più vicino discount da qualche addetto del Comune in fretta e furia a beneficio dei media, dunque non un giocattolo che quei bambini si erano portati da casa, magari come unico bagaglio verso un orizzonte incognito, che probabilmente non erano nemmeno in grado di comprendere, anzi probabilmente faceva paura, mi dà la netta sensazione di un odioso (e schifoso nella sua zuccherosa retorica) spettacolo allestito dall'Italia a beneficio del mondo.

Come se adesso all'Italia di quei bambini importasse qualcosa. Se non importava niente di loro prima che annegassero (e le leggi in vigore stanno lì a dimostrarlo), perché dovrebbe importare qualcosa adesso?

mercoledì 4 settembre 2013

La fisica della feta

La Grecia è un paese fortunato. Già, perché è l'unico paese al mondo, almeno per ora, dove vigono diverse leggi della fisica, ovvero della chimica e della biologia, ovvero della biochimica. Ma è qualcosa di sottile, di misterioso, di esotico. Infatti il fenomeno è stato scoperto solo pochi giorni fa, per uno di quei casi di cosiddetta serendipity, quella sorta di casualità favorevole che mentre stai cercando una cosa, ne scopri un'altra che si rivela più importante. Insomma, è successo che una famiglia stava morendo di fame e, per evitare l'irreparabile, si è spartita l'ultima confezione di feta che teneva in frigorifero e che era scaduta da due giorni. Ebbene, a distanza di ore, stavano ancora tutti benissimo! Nessuno aveva accusato neanche una scorreggina un po' più sonora (o un po' più puzzolente, o un po' più lunga) del solito. Niente.

Grazie alla rete, la voce si è sparsa nel giro di un clic e altri, spinti dalla disperazione, come in una reazione a catena, hanno tentato l'inosabile, con biscotti, riso, crackers, tonno ecc., taluni addirittura con scadenze molto più trascorse, perfino di alcune settimane, e (miracolo!) sono tutti sopravvissuti! Subito la comunità scientifica ellenica si è mobilitata per cercare di spiegare il misterioso fenomeno, ma con scarsi risultati. Nessuno finora è riuscito di preciso a individuarne le cause e se, in effetti, ciò sia in atto da più tempo, magari da mesi, anni o perfino decenni, giacché era qualcosa che non era mai stato osservato prima.

La notizia ha, ovviamente, fatto il giro del mondo e molti sono stati gli incauti che hanno deciso di sperimentare a loro volta la teoria anche altrove, finendo purtroppo non di rado al Pronto Soccorso. Sì, perché ogni volta è stato un fiasco: dalla più semplice ancorché fastidiosa diarrea, al temibile e terribile botulismo. Tutti coloro che, nel resto dell'Europa (ma anche oltreoceano), hanno consumato cibi scaduti anche di poco (quelli con la dicitura "da consumare preferibilmente entro", in accordo alla sindrome greca), in qualche modo hanno accusato malesseri fisici, talvolta anche gravissimi, finché tutti hanno capito che davvero la Grecia ha qualcosa di speciale, come una bolla energetica, una cupola quantica, o un'anomalia eurica, qualcosa, insomma, che in qualche modo vi mantiene all'interno condizioni diverse rispetto al resto dell'Universo. Adesso tutti l'hanno capito e se ne sono dovuti fare una ragione: la Grecia è un paese fortunato.

giovedì 13 dicembre 2012

A volte ritornano (quasi un avvertimento)

Normalmente si fanno strada tra le assi inchiodate delle bare, spingono le loro mani artigliate attraverso la terra smossa delle tombe, dopodiché sollevano le ginocchia secche sui bordi delle lapidi e cominciano ad aggirarsi in cerca di cibo cibo cibo, illuminati da una falce di luna (non necessariamente piena), barcollanti come burattini sgangherati, ma animati da una famelica ostinazione ultraterrena.

A volte però capita che si risollevino a sorpresa ancor prima di raggiungere le fosse. Ma non è che per questo, a dispetto delle apparenze, la loro carne appesa alle ossa sia meno in decomposizione o meno maleodorante, non è che siano meno egoisti, meno affamati di carne umana, o meno determinati ad affondare la loro bocca affilata e macilenta nel primo collo fresco disponibile.

Sono i più pericolosi, questi. Quelli che in qualche modo, nonostante la putrefazione incipiente e qualche verme che comincia timidamente a farsi strada tra le fibre accoglienti, riescono ancora a sorriderti, a simulare la loro normalità con l'aiuto della formaldeide. A loro non basta azzannarti. Perché sono degli esteti della morsicata e a loro piace che tu, il collo, glielo offra. Spontaneamente.

Ne hanno bisogno perché anche il loro orgoglio, la loro presunzione, la loro arroganza, la loro folle smania di potere e denaro sono insaziabili almeno tanto quanto il loro stomaco. Per questo fanno di tutto per accattivarsi le tue simpatie, cercare di farti abbassare la guardia e conquistare la tua fiducia (e il tuo collo).

Ma forse c'è di mezzo anche la paura. Il terrore che tu possa finirli. E dunque sanno di dover essere loro a finire te, prima che possa accadere il contrario. Qualcuno (anche per essi) lo chiama "istinto di sopravvivenza", forse l'unica cosa che è davvero loro rimasta. Ma non lo è forse anche il tuo?

martedì 4 dicembre 2012

Le Primarie conservatrici dei progressisti

Dunque alla fine ha vinto Bersani. Ha vinto la (tiepida) sinistra. Ma, a dispetto dei (doverosi) proclami sul rinnovamento, ha vinto anche la Vecchia Guardia. Hanno vinto D'Alema e la Bindi e Veltroni e tutta quella generazione lì. In altre parole, il popolo dei progressisti ha tradito se stesso, decidendo a grande maggioranza per il progresso minore, e molti di coloro che (forse) chiedevano rivoluzione e rottura, hanno invece finito per scegliere conservazione e continuità.

Ma è stata solo l'incapacità del Renzi-candidato a far frenare (o franare?) il cambiamento tanto atteso? La rottamazione? E' stato il suo aspetto troppo patinato, troppo americano, troppo "da destra", non tanto nei temi, quanto nelle atmosfere, nei modi di porsi agli elettori, nelle convention con troppi lustrini, più oppositivo che propositivo, nelle sue giacche sempre troppo blu scure? Renzi è stato così l'uomo sbagliato al momento sbagliato?

Oppure alla fine gli elettori hanno avuto paura di affrontare l'ignoto-Renzi, e hanno deciso di optare per un (tutto sommato) consolatorio-Bersani? Dunque, come spesso accade nella vita, l'individuo (nella fattispecie il votante-pagante) non è riuscito a superare la pesante inerzia del (vero) cambiamento e ha optato per ciò che lascia le cose il più simili possibili a come già sono? Il cambiamento minimo. Niente ribaltoni. Niente stravolgimenti. Una rivoluzione (troppo) dolce. Ovvero una non-rivoluzione.

Dunque, ditemi, al popolo della sinistra è mancato più il coraggio o più il candidato?

mercoledì 28 novembre 2012

La pasticceria delle Primarie

Ancor più della faccenda (prevedibile) del ballottaggio, c'è una considerazione che emerge dalle Primarie di domenica scorsa su cui voglio soffermarmi. Perché se quasi quattro milioni di persone - ovvero quasi il 10% degli aventi diritto al voto della popolazione italiana (e dunque quasi il 20% dei votanti a sinistra, se si considerano i due schieramenti più o meno divisi in parti uguali) - decidono di partecipare a una simile consultazione popolare, per certi aspetti del tutto inutile, per altri non proprio del tutto trascurabile, sborsando pure 2€, significa che il popolo della sinistra ha ancora (nonostante tutto) voglia di partecipare, pensa che si possa ancora fare qualcosa, ovvero di sentirsi parte di un corpo unico, come la condivisione di un orizzonte, l'appartenenza popolare a un medesimo ideale, la coltivazione di un progetto comune.

Tutto ciò fa parte della capacità di avere ancora (nonostante tutto) la visione di un futuro migliore del presente e questo è davvero bellissimo, perché dà in qualche modo la misura della vitalità di un paese, o almeno di una parte di esso, ovvero delle singole persone che, tutte insieme, lo animano. Persone che, dentro un mondo che ha una percezione del domani proporzionata ai dividendi del prossimo trimestre, hanno voglia di pensare al futuro loro e delle generazioni che verranno e dunque vogliono una politica lungimirante e interessata (anche) ai loro problemi. Ma il punto è: saprà la politica fare suo questo messaggio (davvero) forte che viene dal basso, abdicando agli orgogli dei personalismi e agli scambismi clientelari di soffici poltrone imbottite di bigliettoni? Finora, a dispetto di molte Primarie, quasi sempre sfociate in altrettante manifestazioni di (notevole) successo popolare, la Politica non ha mai dimostrato di poterci riuscire, per lo meno quella a livello nazionale, al punto che viene il sospetto che non sia nella sua Natura avere le capacità di farlo.

Forse, dunque, alle persone è sufficiente somministrare l'Illusione di tutte queste (belle) cose. Servirgli un solo, ottimo, ma piccolissimo pasticcino di democrazia, per promettergli (ma senza farlo veramente) che poi avrà tutta la pasticceria. Fargli credere di poter scegliere qualcosa che, in seguito, alla prova dei fatti, si rivelerà del tutto irrilevante, come un segno della croce all'uscita della chiesa, o la bustina di dolcificante nel caffè di un obeso. Sono (solo) queste le Primarie? Più una sorta di rito collettivo autocelebrativo, di rosario politico per le coscienze, di training autogeno di massa, di riunione globale di Comunisti Anonimi («Mi chiamo Enrico e ho un problema». «Ciao Enrico!».) per gratificare e consolidare così il Pensiero-a-Sinistra, piuttosto che esprimere qualcosa di veramente utile nell'ambito di una prospettiva politica di Governo? Forse è per tutti questi motivi che, in realtà, la gente invoca le Primarie. Perché sa che in fondo l'Illusione è tutto ciò che ha e vuole che qualcuno (nonostante tutto) continui a soffiare col mantice per evitare che quella piccola brace si spenga sotto questa pioggia battente. Perché la gente sa che una volta spenta quella brace, tutto ciò che resterà sarà solo buio pesto, umidità e freddo cane.

mercoledì 21 novembre 2012

Chi è choosy alzi la mano

Basta col dare addosso alla Fornero! Avrà anche la lacrima (rettilea) facile e i modi presuntuosi e indisponenti da Signorina Rottermaier, ma stavolta aveva ragione. Almeno in parte, s'intende. C'è pieno, in giro, di giovani choosy. Come c'è pieno di fannulloni. Come c'è pieno di evasori fiscali. Come c'è pieno di elettori di Berlusconi. E ce ne fosse uno che ammette (mai) di esserlo! Quando invece sentono il fischio, tutti allargano le braccia e guardano l'arbitro con l'espressione scandalizzata: «Stai dicendo a me? Ma come ti permetti, io non ho fatto niente!» Mentre l'altro è a terra che si contorce, la gamba spaccata e le ossa di fuori, scomposte come i resti di una partita a shanghai. Del resto è facile (e psicologicamente gratificante) scagliarsi contro il rappresentante del potere di turno, tutti insieme come una testuggine di categoria, di duri e di puri, colombe bianche, irriducibili stakanovisti, col cipiglio di quelli feriti nell'orgoglio e nell'amor proprio. «Stai dicendo a me? Ma come ti permetti? Tu non sai niente di me, del culo che mi faccio o di quello che sarei disposto a farmi, pur di trovare uno straccio di lavoro!».

Invece la realtà è assai più policroma, distante dalle regole digitali dei media e della comunicazione (e della politica), diversificata dalle monografie cinguettanti a 140 caratteri o dagli stati adulativi a caccia di clic, diversa dalla retorica da microfono e podio-odio-odio, discorde dagli slogan scanditi e dalle voci gridate al cielo sulle ali della rabbia e dell'identità di gruppo, difforme dai pugni alzati e dalle bandiere e gli striscioni, tutti figli - a modo loro - della retorica (di potere o di opposizione che sia) e, soprattutto, dell'ipocrisia che tutto glassa, come un'abbondante nevicata acida sempre fuori stagione. Così, se la Fornero parla per assiomi generalizzanti da un lato, chi si sente in qualche modo chiamato in causa risponde per assiomi generalizzanti dall'altro, in un ping-pong surreale e inutile, se non a titolo di psico-punching-ball per le persone e di farcitura grassa e ricca per i media. Insomma, non illudetevi, non vi basterà fare gli struzzi, dire di non essere choosy per non esserlo: c'è pieno di choosy in giro, nascosti, chiusi nelle loro stanzette a tenersi in forma con la Wii-Fit, a dondolarsi nelle Poäng, a sgranocchiare barrette energetiche davanti al blog preferito, io lo so che ci sono e lo sapete anche voi, e mica solo tra i giovani, individui troppo choosy, discendenti diretti di un mondo troppo easy.

giovedì 15 novembre 2012

Se Ben Affleck è più bello dietro (la macchina da presa)

Argo è un gran bel film. Potrebbe bastare questo. E dovreste fidarvi. Ma voglio dirvi qualcosa di più, senza però svelarvi niente e consentirvi così di gustare al massimo questo ottimo film. Allora la storia è quella della crisi degli ostaggi americani che accadde a Teheran a cavallo tra il 1979 e il 1980 in seguito alla reazione all'appoggio degli Stati Uniti allo Scià Rezha Pahlavi. Dunque il 4 novembre del 1979 un gruppo di iraniani fedeli alla Rivoluzione fece irruzione nell'ambasciata degli USA e prese 52 ostaggi che tenne prigionieri per ben 444 giorni. In quell'occasione, però, 6 addetti dell'ambasciata riuscirono a fuggire prima dell'invasione dei rivoluzionari e trovarono rifugio presso l'Ambasciata del Canada. Il problema, per questi 6 americani, era così di riuscire a uscire dal paese sani e salvi. Quello che successe è ormai storia (ed è facile da trovare su Internet), ancorché sulle prime secondo una "versione pubblica ufficiale" decisamente addomesticata, la quale ruotava intorno al ruolo cruciale dell'ambasciatore canadese. Ciò che invece accadde veramente, e che venne rivelato solo molti anni dopo, sotto la Presidenza Clinton, il quale tolse il segreto alla vicenda, è quello che viene raccontato in questo film.

Insomma, le cose andarono assai diversamente rispetto alla versione ufficiale. L'ambasciatore canadese infatti non fece molto più che ospitare i sei nell'ambasciata, ma non ebbe alcun ruolo determinante, se non quello di metterci la faccia, con tutto ciò che questo comportava. La realtà vide invece l'azione occulta di un "esfiltratore" della CIA, ovvero di un esperto in fughe (Ben Affleck nel film), il quale ideò e mise in pratica un escamotage pazzesco, davvero ai confini dell'assurdo, ma che forse proprio grazie a questa sua intrinseca follia, finì in qualche modo per assumere paradossalmente i contorni della credibilità. Dunque per cercare di uscire dall'impasse, gli americani approvarono la costruzione di una duplice finzione, ovvero di una finzione in una finzione, dimostrando così per certi aspetti la loro supremazia nel settore, perché solo loro - con la loro mentalità e il loro background culturale, ma anche grazie a tutto l'immaginario di cui hanno saputo circondarsi - avrebbero potuto anche solo pensare di escogitare una pazzia del genere, per non dire trovare il coraggio di metterla addirittura in pratica, ponendo a rischio in una simile missione sette vite umane.

Del film (e del suo finale) non vi dico di più, se non che la realizzazione è davvero pregevole. Le ricostruzioni, le scenografie e i costumi, suggestivi e accurati, distintivi di un'epoca la cui atmosfera peculiare viene accentuata dalle luci e dall'azzeccata patina retrò delle immagini. C'è pure il pulmino Volkswagen. Quanto al buon Affleck, visto altrove come poco più di una maschera di pesce lesso, va detto che qui regge benissimo il passo della propria creatura davanti alla macchina da presa, ma soprattutto dietro tiene saldamente le briglie della narrazione in un'efficace gestione della trama e, soprattutto, della tensione, fino al (geniale) scioglimento finale.

Insomma, andatelo a vedere e fatemi sapere.

[NB: Non potete capire lo sforzo che ho fatto per evitare di darvi indizi su cosa succede o su come va a finire il film. Apprezzatemi!]

martedì 13 novembre 2012

L'antipolitica allo specchio

C'è un cattivo gusto denigratorio nell'attribuire al Movimento 5 Stelle la qualità dell'"antipolitica". Comunque li si voglia considerare, piacciano o non piacciano i modi, si condividano o non si condividano le proposte e le strategie, Grillo e i suoi fanno politica, a tutti gli effetti, come la fanno i cittadini che prendono in mano una bandiera e vanno in piazza, come la fanno i cittadini che si arrampicano in cima a una gru per rivendicare i loro diritti, come la fanno i cittadini che scivolano in una cabina elettorale ed esprimono il loro voto su una scheda. Tutto è politica (democratica) nel momento in cui si lotta - nell'ambito della legalità e di quanto sancito dalla Costituzione, naturalmente - per rivendicare il proprio diritto ad avere voce in capitolo nell'amministrazione dello Stato, ovvero di noi stessi, cittadini che ne facciamo parte e nel nostro esserne parte lo rendiamo possibile.

Dunque c'è anche un pessimo retrogusto sottilmente (e astutamente) manipolatorio nell'ostinarsi ad attribuire al Movimento 5 Stelle la qualità dell'"antipolitica" (e di convincere così la popolazione di questo). Come a voler sottolineare implicitamente (e l'implicità è fondamentale nella manipolazione) una contrapposizione negativa e battezzarla così di fronte all'opinione pubblica con qualcosa di maligno, come un verme pronto ad avvelenare dall'interno la mela del sistema-paese. Ma se dunque esiste davvero un'"antipolitica", quale dovrebbe essere la parte sana della mela, quella chiamata "politica", quella che si arroga il diritto di giudicare l'altra? Forse quella dei soldi pubblici intascati? Quella dei nepotismi? Quella delle mazzette? Quella degli evasori? Quella dei festini priapici e delle speculazioni sismiche?

Grillo e i suoi possono piacere o meno (e chi mi segue, sa che non godono di particolare simpatia da queste parti). Ma non credete alla balla dell'"antipolitica". Tutto è politica. Tutto. Anche questo post.

giovedì 6 settembre 2012

Grillo: quando il potere logora (chi non lo vuole?)

Non ho mai creduto a chi mi dipingeva Grillo come uno pseudo-fascista. Sebbene i suoi metodi ultrademagogici scuotessero le mie antenne alla radice, mi è anche capitato di pensare che il suo movimento avesse, almeno in linea di principio, delle radici sensate e, conseguentemente, una partecipazione sincera da parte di persone che dell'interesse per la cosa pubblica (e per nient'altro) facevano il motore del loro impegno. Il problema, semmai, dunque, alla fine è sempre stato solo lui.

Perché lui si professa leader del M5S, ma non si candida. A che titolo dunque, rispetto al Movimento, parla dal suo palco? Come semplice uomo-marketing? Come maître-à-penser? Come colui che decide cosa devono dire/fare i suoi, come tanti bei cloni di lui stesso? Questa è una sfumatura tutt'altro che trascurabile per un uomo che, a mano a mano che si avvicinano le elezioni, sembra abbia sempre più paura di ottenere una percentuale che potrebbe poterlo catapultare dall'altra parte della barricata.

Perché se l'Opposizione di fatto non ha regole e può essere svolta (spesso con un discreto successo) coi rutti e le scoregge, il Governo è (dovrebbe essere) fatto di tovaglioli bianchi e parole misurate. Perché se l'Opposizione può tirare mazzate senza dover rendere conto a nessuno, il Governo deve prendere decisioni su una base collegiale e, dunque, sempre compromissoria. Perché se l'Opposizione può andare in piazza a tirare dei vaffanculo a Destra e a Sinistra (letteralmente), il Governo deve poter andare a Bruxelles con un bagaglio linguistico e culturale di mediazione e credibilità.

E adesso, che Grillo alza il tiro (lui ha sempre bisogno di alzare il tiro), paventando chissà quali minacce alla sua persona, estremizza ulteriormente (e pericolosamente) lo scontro, allontanandosi ancora di più dalla possibilità di diventare un interlocutore politico credibile. Ma se lui non si candida, ripeto, come fa a essere un qualsivoglia interlocutore politico? E che senso ha che attragga lo scontro su di sé? Insomma, se non si candida, perché ci dovrebbe importare di lui? A nome di Chi, parla, giacché anche il suo "popolo" professa con orgoglio (più o meno sempre) una inopinata indipendenza - vera o presunta - dal suo leader? È solo questo dunque, al di là di qualsiasi altra considerazione sui "buffoni" al potere che piacciono alle folle, la vera Anomalia di Grillo, ed è solo questo che, alla fine, di Grillo (mi) fa paura.

Non sapere Chi ho davanti.

venerdì 10 agosto 2012

A proposito di Londra (non proprio olimpica)

Non c'è luogo più odioso, a Londra, del British Museum. Esibizione orgogliosa di secoli di scorribande sanguinose, imperialismo matricolato, assoggettamento impunito di popoli e depredamento di culture altrui.

E intanto Elisabetta se ne va in giro a salutare la folla coi cappellini color canarino.

Bye bye baby.

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