Punti di vista da un altro pianeta

lunedì 11 ottobre 2010

Matrioska freudiana in salsa Bond

Questo post è per coloro che hanno (già) visto Inception, oppure non l'hanno visto, ma non intendono andarlo a vedere, oppure intendono andarlo a vedere, ma se ne fregano se inciampano qua e là in qualche particolare del film. Insomma, a qualsiasi categoria di lettori apparteniate, sapete di cosa parla questo post e siete avvisati. Ma sappiate di poter leggere senza temere granché, a patto di saltare il paragrafo tre.

1.
Cominciate col leggervi per favore questa breve poesia.
Questo mio bacio accogli sulla fronte!
E, da te ora separandomi,
lascia che io ti dica
che non sbagli se pensi
che furono un sogno i miei giorni;
e, tuttavia, se la speranza volò via
in una notte o in un giorno,
in una visione o in nient'altro,
è forse per questo meno svanita?
Tutto quello che vediamo, quel che sembriamo
non è che un sogno dentro un sogno.

Sto nel fragore
di un lido tormentato dalla risacca,
stringo in una mano
granelli di sabbia dorata.
Soltanto pochi! E pur come scivolano via,
per le mie dita, e ricadono sul mare!
Ed io piango - io piango!
O Dio! Non potrò trattenerli con una stretta più salda?
O Dio! Mai potrò salvarne
almeno uno, dall'onda spietata?
Tutto quel che vediamo, quel che sembriamo
non è che un sogno dentro un sogno?
2.
La composizione è A dream within a dream di Edgar Allan Poe (1849), e dimostra come in Inception, Christopher Nolan non abbia tirato fuori qualcosa di davvero nuovo. La fascinazione ipnotica del sogno dentro al sogno è roba che arriva da lontano, insomma, ma senza dubbio Nolan gli ha conferito una veste cinematografica tale, sia dal punto di vista del soggetto, che della sceneggiatura, che della regia, da riuscire a coniugare in un'unica pellicola il thriller, la fantascienza, l'avventura, la storia d'amore, la filosofia e il film d'azione, in maniera coerente (al 90%), piacevole e accattivante. E di questi tempi, va detto, non è poco. Però... ci sono almeno due grossi però, che mi sono emersi non solo dalla visione del film, ma anche dalla lettura di recensioni, commenti e dibattiti in giro, e che voglio tentare di argomentare qui.

3.
Il primo però è: come si interpreta il finale del film?
Se vi aggirate per la rete, troverete i forum intasati dai thread sul film e suprattutto sul significato del finale, tra la ricerca spasmodica del riconoscimento di indizi sottili che il regista avrebbe sparso per la pellicola al fine di agevolarne - si fa per dire - la comprensione, e la formulazione di interpretazioni complicatissime che in confronto la Fenomenologia dello spirito di Hegel è Novella 2000. Ho addirittura letto di gente "disperata", perché non ha capito (inizio spoiler) se alla fine Cobb i suoi figli li rivede nella realtà o nel sogno, e se la trottola finale, la cui scena è appositamente tagliata anzitempo da Nolan, si fermerà oppure no, dipanando così il dubbio se quella sia la realtà, oppure il sogno.

Questo è piuttosto sintomatico di come si pongono le persone, ma per lo più i giovani, nei confronti dell'incertezza e del ragionamento. Da un lato, l'incertezza, l'ambiguità, il dubbio, benché facciano parte integrante dell'esistenza di ogni individuo, sono cose insopportabili, difficili da digerire. E se si pensa che tali concetti sono fortemente legati all'idea di futuro, questo ci fa capire quanto i giovani abbiano difficoltà a relazionarsi con esso. Ma questa è altra faccenda. Dall'altro, basta un po' di osservazione e di ragionamento per capire che non c'è proprio un accidente da capire. Non c'è bisogno di scomodare alcuna teoria metafisica più o meno strampalata. Il finale è chiaro e lineare.


Ed è che a Cobb non frega niente della trottola. A lui interessa che - finalmente! - i suoi figli si voltino, lo vedano e lo abbraccino. Difatti lo spettatore lo vede girarsi verso di loro, mentre la trottola ancora ruota su se stessa, e come non guarda lui, se la trottola si ferma o no, non la guarda neanche lo spettatore. Punto. Fine. Perché in fondo tra realtà e sogno non c'è alcuna differenza, se quella del sogno è una realtà talmente perfetta e condivisibile, da risultare sensorialmente indistinguibile dall'altra, come viene presentata nel film. In fondo nel film Cobb ha vissuto cinquant'anni nel sogno con la moglie e quindi lui stesso afferma che comunque quel tempo lo ha vissuto ed è quindi come se quel tempo lo avesse trascorso sul serio con lei, no? Come se fosse stato ugualmente concessa loro una "vita insieme". Quindi sul finale non c'è niente da discutere. O voi la pensate diversamente? (fine spoiler)

4.
Il secondo però è: Inception è davvero l'opera migliore di Nolan, il capolavoro che aspettavamo, il film del decennio, il nuovo Matrix, quella che lo consacra come il nuovo Kubrick, come ho letto da più parti, quasi unanimemente?
La mia personale risposta è NO. Inception è un buon film, sotto certi aspetti è un ottimo film di azione, merce rarissima di questi tempi, ma non persegue una "rottura" con quanto si vede al cinema di questi tempi. Tutt'altro. Ed è proprio l'eccessività dell'azione a penalizzare la pellicola su questo fronte, da cui il titolo del post. E questo, a mio avviso era un po' lo stesso difetto de Il cavaliere oscuro, insieme alla lunghezza esagerata. Senza contare l'inflazione di personaggi monodimensionali e del tutto inutili ai fini dell'intreccio e dell'emozione.

Per questo sono stato colto dalla sensazione - anche se non è ancora una convinzione, ma di questo avrò eventualmente conferma al suo prossimo film - che Nolan si stia via via sempre più blockbusterizzando e per questo si veda costretto (?) ad abdicare, almeno in parte, alla sua autorialità, per soddisfare le esigenze di sbanco dei botteghini dettate dalle grandi case di produzione hollywoodiane. Del resto chi conosce la filmografia di Nolan, si sarà accorto che pellicole come Memento e The Prestige sono cinematograficamente superiori di almeno una spanna a Inception, che nei loro confronti può vantare giusto il primato della spettacolarità.

5.
Così, leggere in giro tutta questa esagerata esaltazione per questo film, mi ha fatto chiedere una cosa: gli ultimi dieci (venti?) anni di cinema e televisione sono forse riusciti ad abbassare drasticamente e inconsapevolmente le aspettative cinematografiche (e le soglie critiche) degli spettatori?

venerdì 8 ottobre 2010

Lapidazione semantica

In base ai risultati di un recente sondaggio, agli esseri umani le cose che piacciono di più sono: il calcio, la cioccolata, le spiagge esotiche, le auto di lusso, le patate fritte e, naturalmente, linciare la gente. Una volta lo si faceva all'aperto. Ci si armava di forconi, bastoni, rastrelli e qualche fiaccola, si prendeva senza troppi complimenti la persona in questione, la si legava, la si trascinava alle porte della città, vicino a un albero abbastanza alto. Poi una corda lanciata intorno a un ramo nodoso come uno scheletro, un cappio, un nodo scorsoio e quando lo sgabello si ribalta o il cavallo prende a galoppare, giustizia è fatta. Una bella giustizia: efficace, rapida, con certezza della pena.

In queste ore dalle vostre parti si sta consumando qualcosa di simile, ancorché con mezzi diversi, ma forse soltanto più moderni. Media, blog, forum, TV, Facebook si scagliano contro quest'uomo che ha compiuto un'azione efferata e spaventosa, agghiacciante e vomitevole. E gli appellativi vengono lanciati come pietre aguzze: bastardo, orco, mostro, bestia. Quando va bene, pazzo. Come un sasso un po' più arrotondato. Eppure questa che parla è tutta gente che non c'entra alcunché con la faccenda. Non mi riferisco dunque ai professionisti delle notizie, quelli la cui penna è gravata del peso della vendita e dell'audience e per questo hanno una giustificazione (per quanto condivisibile o meno), bensì studenti, impiegati, medici, avvocati, commessi, manager, aspiranti scrittori, idraulici, ingegneri, programmatori, aspiranti cantanti, bancari, camionisti e baristi. Costoro una giustificazione non ce l'hanno. Tuttavia se ne stanno tutti lì, a volte quasi come fosse un dovere, e gridano al bastardo, orco, mostro, bestia! E lo fanno come se questo facesse stare meglio loro, sfogasse una specie di rabbia empatica, perché di certo al bastardo, orco, mostro, bestia non gliene frega proprio niente, in questo momento, degli indici puntati su di lui e delle grida e delle smorfie e degli sputi. Senza dubbio ha ben altro cui pensare. Come non può importare a quella madre che ha perso la figlia in quel modo, né alla figlia dell'assassino, che in pochi istante si è ritrovata un genitore trasfigurato in un'anima nera come il fondo di quel pozzo. Anche loro hanno certamente altri pensieri per la testa.

Invece questo assassino è solo un uomo. Un disgraziato, se volete. O un folle. Uno sciagurato. Un miserabile. Un infame. Di attributi e sinonimi ce ne sono in quantità, ma non sono di utilità a nessuno, se non a illudere chi li lancia di aver esercitato un surrogato del linciaggio. Costui è un uomo che ha commesso un gravissimo delitto. E se esiste uno Stato e dunque una Legge che prescrive quale deve essere la pena in questi casi, ebbene è il momento di lasciare fare. È il momento del silenzio e del rispetto nei confronti di tutti, anche soltanto perché, che piaccia o no, come la vittima anche l'assassino è un "essere umano" e basta questo a conferirgli il privilegio di avere dei "diritti". Per lo stesso motivo per cui non bisogna mai smettere di rifiutare di appendere un uomo a un ramo o di prendere a pietrate una donna, per quanto la vocina dell'istinto a volte da qualche parte sussurri (o gridi) il contrario. Perché non ha alcun senso cercare di arginare il compimento di un delitto, con la perpetrazione dello stesso identico delitto. Anche se a volte è difficile applicarlo, il principio del rispetto per la vita vale sempre, che siano cappi, pietre o aggettivi.

giovedì 7 ottobre 2010

Minotauro part-time

Oltre 700 km di autostrade e una via crucis di cantieri monumentali che sembra debbano ricostruirci le piramidi (ma grosse il doppio) mi separano da Brema a quella che è una tappa un po' speciale del mio lungo viaggio teutonico, essendo l'ultima prima del rientro sul mio pianeta. Così mi pregusto una dolce e tranquilla giornata per distendere le mie antenne nella natura della Foresta Nera di cui Friburgo (in Brisgovia), mia méta finale, è la capitale regionale. E mentre l'automobile corre (mica tanto) verso sud, mi è facile fantasticare di boschi incontaminati, montagne selvagge, un'accogliente cittadina caratteristica e dei bei menù a base di piatti tradizionali. Ci potrebbe essere modo migliore per mettere il sigillo a un viaggio bello, ma - ammettiamolo - per nulla rilassante come questo? Tuttavia non è andata proprio così. Del resto, quando mai va così?

Innanzitutto Friburgo (in Brisgovia) non è l'accogliente cittadina caratteristica che mi aspettavo, bensì è di giorno una teoria infinita di negozi e centri commerciali degni della più selvaggia globalizzazione, mentre di notte diventa (inaspettatamente) l'anticamera di un'alcova, con locali notturni da imbarazzo della scelta, professioniste in attesa di clienti e dilettanti a caccia in supertiro. A onor del vero, va detto che l'aspetto che forse maggiormente caratterizza Friburgo (in Brisgovia) è la fitta rete di bächle, piccoli ruscelletti di acqua limpida proveniente dalla Foresta Nera che, incanalati nelle strade parallelamente ai marciapiedi, solcano tutto il centro, come piccole e singolari arterie di freschezza. Un tempo erano utilizzati contro i frequenti incendi, oggi sono un refrigerio per i residenti d'estate, un motivo di gioco per i bambini, e una terribile doppia minaccia per i turisti. Doppia perché innanzitutto il rischio di finirci a mollo è a ogni passo, in secondo luogo perché la tradizione vuole che se ci metti il piede dentro ti sposerai un/una del posto e ti fermerai a Friburgo per sempre. Va da sé che a camminare nel centro di Friburgo (in Brisgovia) si finisce con lo stare sempre un po' col cuore in gola. Insomma, per farla breve, nel complesso ci sono sì belle strade, una grande piazza con la cattedrale e un'accogliente zona pedonale. Ma dalla capitale della Foresta Nera mi aspettavo - chissà perché - qualcosa di più "montano", ovvero di meno "metropolitano". E si sa, avere aspettative nella vita è cosa assai pericolosa.

Ma - e qui veniamo alla nota dolente - se andiamo a vedere, Friburgo (in Brisgovia) non è neanche una città. Nossignore. È un labirinto. Complice infatti anche un (altro!) cantiere che devasta un'intera arteria cittadina principale rendendola quindi di fatto inservibile in entrambi i sensi di marcia, e costringendo così a una gimcana di vie, viuzze, inversioni e svolte obbligatorie, mi è risultata impresa impossibile, dopo la serata trascorsa in centro, ritornare all'hotel, essendo la stessa via dell'andata perduta per sempre. Vicoli ciechi. Altre svolte obbligatorie. Indicazioni mancanti. Zone a traffico limitato. Sensi unici a tradimento. Mappa inservibile. Nomi delle strade (quando si degnano di esserci) scritti ostinatamente con quel tipico carattere gotico che sembra ci voglia una macchina Enigma per comprenderli.

Dunque ormai sono le dieci di sera e qualcuno avrà avvistato un marziano che vaga per la città come un autentico idiota. Io che mai mi sono perso in vita mia, nemmeno quando sono andato fin su Alpha Centauri, in quel momento mi si rievoca lo spettro della mentalità tedesca, quella che non ha bisogno di indicazioni, di istruzioni o di regole. E che se ne frega bellamente delle esigenze o delle difficoltà di chi arriva da fuori. Me ne accorgo una volta di più quando d'improvviso un flash mi illumina a giorno, al punto che le mie antenne rattrappiscono impaurite (non potete capire i brividi). In un millisecondo ho mangiato la foglia. Guardo il cruscotto. La lancetta del tachimetro balla intorno ai 45 km/h. «Ma che cazzo di limite c'è qui per far scattare l'autovelox?» Lo scopro dieci metri dopo: 30 km/h. Dico trentachilometriallora! Se questo non bastasse, scopro che il divieto vale solo dalle 22 alle 6 del mattino. E, manco a dirlo, le 22 sono passate da soli dieci minuti. Nonostante ciò non ho neanche il tempo di svalvolare in pace, perché ho sempre il problema di ritrovare la maledetta strada per l'hotel. E intorno a me è un oceano di nulla in una notte di nuvole. Punti di riferimento manco l'ombra. Palazzi tutti uguali. Strade tutte uguali. Incroci tutti uguali. E pensare di provare a chiedere informazioni in inglese in questo momento mi pare roba da fuori di testa. Sono costretto - extrema-ratio - a seguire l'indicazione per l'autostrada, uscire alla medesima ausfahrt con cui sono giunto qui, e rifare la stessa strada del pomeriggio.

Ci impiego solo un'ora, in tutto, per tornare all'hotel. E dire che saranno stati sì e no quattro chilometri. L'indomani mi aspetta l'escursione alla Foresta Nera vera e propria, che scoprirò labirintica pure lei. Arrivare dove mi ero ripromesso di andare, ovvero sullo Schauinsland il monte alto 1284 m che domina Friburgo (in Brisgovia) e da cui si gode una visuale incantevole di tutta la pianura del Reno, sarà solo un puro accidente del caso (leggi: botta-di-culo-spaziale), giacché anche lì le indicazioni sono totalmente assenti, per lo meno in uscita dalla città. La Foresta (Nera) poi disattende le aspettative, benché mantenga promesse di estetica e natura. Non trovo infatti una montagna aspra, incombente su di me, bensì una collinona verde smeraldo, prati ondulati e boschi di pini molto tedeschi. E un ininterrotto tapis-roulant di frutti di bosco che farebbe la goduria di un orso. Bello ugualmente. E alla fine riesco a stemperare la tensione della serata precedente, pregustando, stavolta davvero, il ritorno sul mio pianeta. In fondo è anche questo il bello di un viaggio, no? Che ti faccia venire una voglia matta di tornare a casa.

/fine

martedì 5 ottobre 2010

Per una democrazia cellulare

Vorrei che qualcuno mi usasse la gentilezza di spiegarmi per quale dannato motivo la scienza è nobilis et pulcherrima quando riesce a mantenere in vita un essere umano, anche se è ormai meno vitale di un cactus del deserto, ed è invece diabolica et ignobilissima quando dà la vita a milioni di bambini in grado di ridere, abbracciare, nuotare e contare le stelle del cielo.

So che c'è di mezzo la faccenda della selezione e della soppressione degli embrioni, ma nell'applicazione del principio del primato della vita, e nell'incertezza insolubile del confine tra materia animata e materia inanimata, non dovrebbe essere preminente il principio della vita evoluta e formata, nella certezza che quella è vita? Se dunque deve essere tutelato a oltranza un ben determinato gruppo di cellule del corpo, perché anche non tutte le altre? Allora, sarà peccato sputare, soffiarsi il naso, piangere e tagliarsi i capelli. Quanto a fare cacca e pipì, quello sarà concesso, naturalmente, purché dietro la recita di tre ave-pater-gloria.

(Scusate la parentesi, cui non ho potuto resistere. Vi do appuntamento a dopodomani per la conclusione del resoconto del viaggio in Germania.)

lunedì 4 ottobre 2010

Nel posto giusto (ma al momento sbagliato?)

È sempre capace di sorprendermi l'Effetto Folla. Quell'inquietante fenomeno di manzoniana memoria, per cui le persone, quando si ritrovano riunite in un gruppo più o meno ampio, smarriscono i loro connotati individuali (e quel poco di ragione che - forse - avevano) per trasformarsi in qualcosa di diverso e genericamente maligno, come in una specie di Dr. Jeckyll e Mr. Hyde sociale. Una sorta di meccanismo di smarrimento soggettivo a favore dell'instaurazione di un regime di personalizzazione collettiva che annulla le singole individualità, verso la manifestazione di una creatura globale, come l'espressione di un formicaio, di un alveare, o di un branco in cui sono gli istinti comuni - quelli riconoscibili e riconosciuti da tutti i componenti del gruppo - a prevalere. Ed è proprio su questo che, ci crediate o no, mi ha portato a riflettere la mia visita a Brema.

Sì, perché - oramai incamminato sulla rapida via del ritorno - non sono capitato a Brema in un giorno qualunque. O meglio, che cosa fa di un giorno qualunque un giorno davvero qualunque? Insomma io pensavo che lo fosse, un giorno qualunque, ma quando ho attraversato il ponte sul Weser, avevo già capito dalle sciarpe che qualcosa non andava. Poi ho svoltato a sinistra bordeggiando il fiume, finché ho attraversato la strada e mi sono infilato nella celebre Böttcherstraße. E le magliette hanno alimentato il mio sospetto. Infine sono approdato nella meravigliosa Piazza del Mercato e i cori hanno confermato i presentimenti e seppellito tutte le speranze che si trattasse di un abbaglio. Di tutti i giorni qualunque in cui potevo capitare a Brema, sono capitato proprio nel giorno qualunque in cui il Werder Brema giocava in casa un preliminare di Champions League. E naturalmente non con una squadra qualunque. No. Con una squadra italiana.

Mi sono dunque ritrovato a passeggiare per il centro profumato di storia, per le vie coronate dalle mirabili architetture anseatiche, per il meraviglioso Schnoor, il quartiere originariamente abitato dei pescatori e oggi gioiellino di viuzze e piccoli, antichi edifici colorati e caratteristici (sebbene invero un po' souvenirizzati), senza poter evitare di essere scortato da questa specie di esercito disordinato, eterogeneo nell'aspetto, ma uniformemente colorato e chiassoso nei fatti che, tra una pinta e l'altra, scandiva coretti a tutto volume a favore della propria squadra, o a detrazione non tanto dell'avversario della serata, bensì dell'altra squadra della città di provenienza, di cui peraltro ovviamente non c'erano tifosi in giro. Dunque a chi diamine si rivolgevano costoro? E che gusto poteva mai esserci nel comportarsi così? Per non parlare degli autobus trasformati in gradinate, e quindi praticabili solo a rischio e pericolo di lasciarci il sistema nervoso, con i poveri abitanti locali per lo più a guardarsi intorno smarriti. E allora ho riflettuto pseudoantropologicamente sull'animale-tifosi, quest'essere simbiotico che trova la sua definizione (realizzazione?) nel gruppo, nella Folla di quelli-come-lui, i duri e puri, quelli che ci sono sempre, quelli che si fanno migliaia di chilometri con una bandiera in mano nella speranza di vedere una sfera rotolare nella rete giusta, quelli che magari ci bruciano pure lo stipendio da operaio, che si sentono di esistere solo in funzione della curva, con addosso quella maglietta lì, che quella sciarpa è più di una carta d'identità e quei colori sono più di un certificato di nascita. E allora mi sono chiesto: perché? È il bisogno dell'autosomministrazione di un'emozione preconfezionata, nell'impossibilità (per incapacità, pigrizia, mancanza di coraggio...) di poterla provare in proprio, la ricerca di una catarsi collettiva alle nevrosi ricorrenti del lato oscuro dell'essere umano, o il bisogno di raggiungere un'agnizione identitaria mai trovata altrove?

Eppure, malgrado il casino generalizzato e la difficoltà un po' irritante di scattare fotografie senza tifosi fuori giri sullo sfondo, tutto questo non è riuscito a infrangermi la bellezza di una città ricca di fascino e di calore, come non mi era capitato finora di trovare durante questo lungo percorso. In poche ore di permanenza, vi ho respirato un'atmosfera di maggior apertura, creatività, multiformità, cosmopolitismo, che altrove in Germania - persino più che a Berlino -, e questo l'ho attribuito forse al suo importante porto fluviale (il secondo della Germania dopo Amburgo, che però non ho visitato), che nel corso dei secoli ha senza dubbio favorito lo scambio di merci, ma anche l'incontro di pelli, gesti, colori, abiti, lingue e pensieri. Oppure no. Magari è stato solo merito dei tifosi.

/continua

giovedì 30 settembre 2010

Rügen degli spiriti

Le suggestioni sono parenti delle mitologie. Entrambe sono scintille nell'oscurità e scaturiscono dall'incomprensibilità del cielo notturno, dal buio della caverna, dalle profondità degli abissi e dal mistero che fa parte di noi e di ciò che ci circonda. E per entrambe vale il paradigma in base al quale non sempre è chiaro da dove nascano. Ce ne sono di vario genere, ma quelle legate ai luoghi possono essere potentissime. Soprattutto se hanno a che fare (e spesso ce l'hanno) con la paura. Per esempio non so se hai mai provato, in una tarda sera di agosto, ad addentrarti nella boscosa periferia di Edimburgo, lungo viali immersi in una nebbia filamentosa, ectoplasmatica, con i fanali dell'auto che rimbalzano su di essa come contro un muro di latte e che - a tratti - inquadrano qualcosa (di peloso?) che in un istante schizza via oltre i cespugli. E poi, mentre il cielo comincia a tuonare, trovarti dentro una grande casa vittoriana deserta, l'edera e i mattoni rossi lambiti dal biancore, i muri ricoperti da grandi ritratti degli antenati con gli sguardi mobili, il bagno comune in fondo al corridoio, una doccia con la tenda e la tua fidanzata lasciata dietro la porta della camera. Sola...

E mentre ti fai la doccia, vedi sangue colare dalle pareti, lame che affondano nelle carni indifese, brandelli di corpi strappati, organi esposti come in una macelleria disordinata, lenzuola gocciolanti di rosso... Del resto la tua ragione sa benissimo che non c'è proprio niente di cui avere paura. Eppure ugualmente l'ambiente ha la meglio su di te. Prende la tua immaginazione per le briglie e la porta a farsi un giro dove vuole lei, trascinando con sé anche le tue emozioni, senza che tu possa opporre alcuna resistenza. Non è un caso che il fantasy, l'horror, il gotico e il mistery siano nati - e lì vi abbiano dato i frutti migliori - proprio nella terra di Albione, patria di piogge che sferzano umori e di maghi chiaroveggenti, di mostri lacustri e di spade fatate, di nebbie che celano coltelli e di paurose creature della notte.

A volte però non è altrettanto facile. Altre volte la suggestione è capace di prenderti a tradimento e non è uno scherzo capire quali sono gli elementi da cui è scaturita, su che cosa ha fatto presa. E questo è quello che mi è successo a Rügen, grande isola baltica della costa settentrionale della Germania, celebre per le sue Stubbenkammer, le sue bianche scogliere, la mia tappa successiva a Berlino. Ebbene, Rügen è molto grande e ha delle zone molto frequentate dai turisti, praticamente delle Rimini condite coi crauti, da cui quando scopri che dovevi starne alla larga è troppo tardi. Però ha anche delle zone residenziali defilate, rispetto alle rotte battute dai vacanzieri. E per fortuna - mi viene da dire - sono capitato proprio in una di queste. Il posto di chiama Lauterbach. Un piccolo hotel accogliente che, attraverso un giardino, si affaccia su quel mare così bianco, perlaceo, come geloso dei suoi segreti e sempre sull'orlo di una crisi di nervi. Un piccolo golfo. Un molo non molto lungo. Alcune barche, la maggior parte da pesca. Un paio di ristoranti. L'odore di carne alla brace spazzato dal vento teso, di una burrasca che non smette mai di essere imminente.

E così mi sono ritrovato, la sera, con questo tramonto più lungo del normale dietro le nuvole scure poco meno che perenni, mentre passeggio lungo le case per lo più deserte e magari ho avuto l'impressione che da quella lì abbiano scostato le tendine appena appena, per sbirciare e guardare di chi è questo rumore di passi sul selciato, a immaginare che ci sia qualcos'altro oltre questa superficie troppo piatta, troppo tranquilla, troppo ferma, in un certo senso troppo bella per essere vera. Dev'essere per forza qualcosa di oscuro. Come un prezzo da pagare. Un prezzo che deriva dalle ipocrisie della gente, dalla paura del futuro, dal mistero del dolore, dall'inquietante rebus della vita e della morte. O forse solo dalla morsa della noia. Così è un attimo trasformare un omone che, vestito da clown, pubblicizza il suo chiosco di pesce galleggiante («Lecker lecker lecker(1)!») in uno zombie affamato di carne umana e gli affumicatoi di pesce in bare per ignari turisti, un ridente hotel per coppiette in una casa infestata da spiriti di cani morti e un mare bianco e silenzioso in un cimitero di bambini defunti anzitempo.

(1) "Lecker" in tedesco significa "gustoso, appetitoso".

/continua

lunedì 27 settembre 2010

Paese che vai, crostaceo che trovi

Altro mini-post berlinese in tema di ristorazione, giusto per chiedere nuovamente delucidazioni a voi. Dunque, passeggiando per la zona di Postdamer Platz, mi sono imbattuto in un ristorante italiano (scusate, ma non mi sono segnato il nome), invero piuttosto chic, a giudicare sia dai prezzi che dall'aspetto dei tavoli e della sala, che nel menù affisso in vetrina sfoggiava la seguente pietanza:



Ora, mi sono documentato su Boccadasse, antico piccolo borgo marinaro assai suggestivo nel cuore di Genova, e così facendo sono stato colto da qualche dubbio a riguardo. Quindi vorrei sapere da chi ci fosse tra voi che conosce bene il posto: ma siamo proprio sicuri sicuri che lì ci peschino le aragoste?

/continua

venerdì 24 settembre 2010

Goldrake era un pivello

Se dico «licenza d'uccidere», sono sicuro che a voi verrà da pensare a un tipo in smoking, sguardo penetrante, un vodka martini in una mano e una Walther PPK nell'altra. Eppure Ian Fleming non è stato il primo ad avere l'idea, che in effetti proviene da molto lontano. Se infatti da un lato l'assassinio è sempre stato universalmente considerato come l'atto criminale per eccellenza, qualcosa di massimamente deplorevole nei confronti della comunità e di distruttivo per la propria coscienza, dall'altro c'è chi si è prodigato (e si prodiga tutt'oggi) per licenziarlo, e dunque - per lo meno in determinate condizioni sociali che lo renderebbero pratica «necessaria» - autorizzarlo.

Ebbene, la storia tedesca è senza dubbio molto interessante e travagliata, ma se c'è un periodo di cui la Germania è stata storicamente protagonista e che ha cambiato profondamente il volto dell'intera Europa e che - forse - ha contribuito a renderci quello che siamo oggi, è il XVI secolo. Quello che iniziò con il problema del commercio delle indulgenze, l'affissione delle 95 tesi da parte di Lutero sul portale della Cattedrale di Wittenberg e tutto il pandemonio che ne conseguì, soprattutto in termini di rivolte, insurrezioni, uccisioni e autentici massacri indiscriminati.

A tale proposito non posso togliermi dalla testa una cosa che ho visto nella sezione dedicata al XVI secolo del Deutsche Historische Museum (sì, sempre lui, quello del famigerato caffè). Si tratta del reperto di un'arma ad asta. Non conosco il nome tecnico, potrebbe essere una picca o una volgia, ma quello che mi ha lasciato senza fiato è quello che ha inciso sulla lama. Naturalmente sono (ed ero) perfettamente consapevole di come nella Storia la religione cristiana sia stata soggetto e oggetto utile alla giustificazione di conquiste, soprusi e uccisioni. Ma vedere la licenza di uccidere (ovvero un'indulgenza automatica per la propria anima) incisa sulla lama e immaginare quel simbolo di purezza e di nobili virtù, qual era l'uomo chiamato Gesù Cristo, sporco del sangue di un uomo e dei brandelli dei suoi intestini, mi ha atterrito.

E allora non ho potuto fare a meno di pensare a tutte le alabarde contrassegnate di simboli sacri che vengono brandite oggi. Ce ne sono più modelli di quanti possiate immaginare. Si chiamano eutanasia, fecondazione assistita, coppie di fatto...

/continua

martedì 21 settembre 2010

Dare a Cesare quel che è di Cesare

Questo è un post imprevisto e urgente. Imprevisto perché fino a pochi minuti fa, nemmeno mi sognavo di scriverlo. Ma questo succede con molti post, figli delle lampadine che ti si accendono in testa. A patto di avercele, beninteso, le lampadine da accendere. Ma questo post non è figlio di una lampadina, bensì di una email che ho ricevuto poco fa. Per questo credo sia un dovere, da parte mia, mettere on-line con urgenza quello che segue. Soprattutto a seguito del post di ieri.

Dunque siamo sempre in zona Berlino, e giriamo ancora intorno al famigerato caffè di Cosa Nostra. Come ho accennato in risposta ai commenti di qualcuno, ieri, dopo aver pubblicato il post, ho segnalato la faccenda a quelli del Deutsches Historisches Museum, alla Disaronno, maggior produttrice mondiale di amaretto, ingrediente distintivo dell'Espresso Mafioso, e infine alla Kofler Kompanie. Nella fattispecie ai signori della società di ristorazione che gestisce la caffetteria del museo ho fatto rilevare di essermi sentito offeso dalla loro scelta di chiamare in quel modo la loro specialità di caffè e che la loro mi pareva una grave caduta di stile per un luogo prestigioso come il Museo della Storia Tedesca.

Ebbene, stamane apro la mail, ed ecco la risposta:

Per chi non sapesse l'inglese, la traduzione suona più o meno così:
"Porgiamo le nostre sincere scuse e ci dispiace che lei si sia sentito offeso dal nome della specialità di caffè. Abbiamo già deciso di cambiare il suo nome per il nostro prossimo menù. Ancora, non abbiamo mai avuto intenzione di dare appellativi agli italiani e speriamo che lei ritorni a Berlino e ci venga a visitare per vedere che abbiamo preso la sua lamentela in seria considerazione. Le auguriamo una buona giornata e la ringraziamo per il suo onesto commento."
Tutti fanno scelte sbagliate, in buona o cattiva fede che sia, nel bene e nel male fa parte della caducità della natura umana (ma anche marziana). Eppure penso che sia proprio in quei momenti, ovvero nel concetto di assunzione di responsabilità, che stia la superiorità di un modello culturale radicato nella mente delle persone di una determinata nazione. Così, se si è capaci di accusare un popolo se non di razzismo, almeno di superiorità per un singolo episodio, allora per un singolo episodio bisogna essere anche capaci di rendergli onore.

/continua

lunedì 20 settembre 2010

Un buon caffè di pessimo gusto

Si parlava qualche giorno fa, nei commenti a un altro post, della sensazione di superiorità che i tedeschi sembrano intenzionati - forse per una tradizione connaturata alla loro indole o alla loro storia - a voler esprimere al mondo a tutti i costi, con la conseguenza di ritrovarsi a oscillare tra il concetto di superiorità e quello di razzismo, e la considerazione che certi atteggiamenti non sono certo propri di un determinato popolo, ma comuni a tutti coloro che vedono nell'altro, uno sconosciuto, un diverso, un inferiore o un potenziale invasore sia esso territoriale, affaristico o sentimentale. E lì si toccava anche l'interessante tema della italofobia. Ebbene, da marziano non so come catalogare l'esperienza che sto per raccontarvi. Aspetto perciò il vostro contributo di italiani.

Dunque, dovete sapere che anche ai marziani succede di finire nella trappola delle caffetterie dei musei. È quello che è successo a me al Deutschen Historischen Museum di Berlino che, dopo quattro ore di reperti, dipinti, teche, pannelli e letture, dai Cimbri e i Teutoni, alla Volkswagen e alla Caduta del Muro, passando per Augusto, Martin Lutero e Otto Von Bismarck, non ho potuto niente alle recriminazioni dello stomaco e mi sono dovuto arrendere. Così mi sono ritrovato a spingere un portone grosso e pesante come quello di un tempio romano, e mi sono tuffato nel delirio di una sala gremita come un raduno della Lega a Pontida, ma molto più silenziosa. Per fortuna il mio stomaco mi ha trovato una rampa di scale, scoprendo così l'esistenza di un primo piano con alcuni posti liberi e l'atmosfera più morbida, come una festa del PD a Genova, ma molto più affollato.

Così, una volta preso posto al tavolo, ho aperto il pieghevole del menù e mi sono messo d'impegno a cercare di capire che cosa poteva fare al caso mio, senza compromettere troppo il mio gpotres'jh, ovvero l'equivalente marziano del fegato. Tuttavia, ben prima che capissi dove dovevo leggere, avevo già messo a tacere lo stomaco ed ero già stato preso dall'impulso di alzarmi e andarmene. Il motivo è semplice e incredibile al tempo stesso. Tra le Heisse Getränke, ovvero le bevande calde proposte della caffetteria gestita dalla catena Kofler Kompanie, faceva bella mostra di sé una esclusiva leccornia di caffè, amaretto e panna montata. La vedete qui sotto, in un estratto dell'edizione originale del menù.

(Qui, se volete, potete scaricare il menù originale in pdf a conferma di quanto sopra)

Ora, sottolineando il fatto la proposta dell'Espresso Mafioso viene fatta nell'ambito di un luogo pubblico prestigiosissimo per la cultura tedesca (è forse il più importante e grande Museo di Berlino), e considerando che qualche riga più sotto c'era anche il gustosissimo Schokolade Mafioso, più che altro vorrei capire due cose. La prima: cosa c'entra l'amaretto con la mafia? La seconda: come la prenderebbe un tedesco se capitasse nella caffetteria dei Musei Capitolini a Roma e si ritrovasse nel menù un bel Würstel Nazista? Se qualcuno qui conosce qualcuno che ha un ristorante, potrebbe proporgli di inserirlo nella lista. Anzi, forse è meglio di no. Un simile piatto rischierebbe di avere troppo successo.

/continua

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