Punti di vista da un altro pianeta

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mercoledì 21 gennaio 2015

Una cosa o due sul finale di True Detective

Non starò certo qui ad accodarmi (con colpevole ritardo) al coro pressoché unanime dei magnificanti di questa splendida serie TV, una serie notevolissima per intensità, scrittura, interpretazioni, messa in scena, musiche ecc. ecc. Voglio soltanto dire qualcosa circa il finale che, invero da più parti, è stato l'unico aspetto criticato della serie come un insopportabile tradimento rispetto a tutto quanto s'era visto prima.

Insomma, che il cinico e nichilista Cohle alla fine salvi la pelle, che quando sta rischiando di morire abbia la visione della figlia morta quasi fosse una specie di risposta (divina o inconscia) al suo meraviglioso e sprezzante monologo a margine della tenda della Chiesa Evangelica (nell'episodio 3), che alla fine i due protagonisti – nonostante i loro trascorsi anche parecchio burrascosi – se ne vadano via insieme (abbracciati) dall'ospedale, che proprio all'ultimo lo stesso Cohle affermi che una volta c'era solo il buio, ma adesso "Secondo me, la luce sta vincendo", sono tutti segni inequivocabili di un happy end che effettivamente ribalta, e di molto, la visione espressa da Nic Pizzolatto, autore della serie, fino a quel momento. Tutti noi spettatori eravamo convinti che Cohle, a caccia del killer con quella camicia impeccabilmente bianca, icona perfetta per essere inzuppata di sangue, ci avrebbe lasciato la pelle, laggiù negli oscuri meandri di Carcosa. E invece no. Secondo me invece il finale funziona, anzi, è perfetto che True Detective termini così.

Dove sta infatti il problema della mancanza di coerenza? Che fastidio dà il finale così com'è? Ebbene, il pregio di questo finale è la sua realtà e la sua umanità, perché per sua natura l'uomo (e anche il marziano) difetta di coerenza e non è detto che questo sia un male, tutt'altro. Perché la vita è un'esperienza vera solo se porta a una mancanza di coerenza, nella misura in cui l'esperienza modifica la visione delle persone, la evolve e (si spera) la migliora. Forse è questo il suo stesso scopo, della vita intendo, se avete proprio bisogno di cercarne uno. E di certo costituisce uno dei cardini della scrittura cinematografica: il percorso del personaggio che, alla fine della vicenda narrata, non è uguale a come lo avevamo visto all'inizio. E in tutto questo acquista molto senso il fatto che, passato indenne attraverso sofferenze come quelle che Nic Pizzolatto ci ha raccontato, Cohle sia progredito e abbia trovato una scintilla, proprio come la luce di una stella nel buio, qualcosa che lo aiuti a dire che, comunque sia, comunque vada a finire, vale la pena provarci perché le nostre azioni non sono (del tutto) inutili. In fondo è quello di cui tutti abbiamo (disperatamente) bisogno. Si chiama speranza.

mercoledì 9 ottobre 2013

Il piacere di un bambino morto

Prendete una strage. Una qualunque, purché con un bel numero di vittime innocenti. Più sono i corpi, nel fango, sul mare, o sotto le macerie, meglio è. Come la sciagura di Lampedusa di qualche giorno fa, o come l'ecatombe del Vajont, di cui proprio oggi, 9 ottobre 2013, ricorre il cinquantesimo anniversario. Dopodiché prestate bene orecchio a come i media, telegiornali su tutti, riportano la notizia delle vittime. Sempre e comunque verrà evidenziato il numero di donne e, soprattutto, bambini. Nel caso del disastro del Vajont, per dire, il numero di morti stimati fu 1918, di cui 487 bambini. E vedrete che i telegiornali non mancheranno mai di rimarcarlo. Perché?

Forse il valore della vita di un essere umano viene contabilizzato in base a quanti anni ha potenzialmente ancora davanti a sé? O non è invece vero che tutte le vite, di fronte a una tragedia di simili proporzioni, sono uguali? Se nel Vajont i bambini fossero stati solo 3, o se anche non ce ne fosse stato nessuno, la tragedia sarebbe stata meno tragica?

Invece i media non mancano mai di porre l'accento sul fatto che tra le vittime c'erano "donne e bambini", snocciolando i numeri, possibilmente, se impressionanti. Altrimenti restano sul vago, ma non rinunciano mai all'occasione di solleticare l'emozione dello spettatore, l'empatia, la compassione. Anche senza la necessità di spingerlo alla lacrima, beninteso. Anche perché spesso lo spettatore è comunque troppo distante per commuoversi.

Ma quel piccolo tic interiore causato dall'essere costretti (inutilmente) a porre l'attenzione al numero di bambini morti, crea nello spettatore una reazione emotiva che, in quanto tale, e per quanto piccola (non importa se collegata a un evento negativo), viene istintivamente percepita dallo spettatore come una cosa buona (illude lo spettatore alla partecipazione e alla non-indifferenza, quando in realtà allo spettatore non frega un accidente di quelle vittime) e crea così una connessione di solidarietà e fiducia con chi l'ha catalizzata, rinsaldando il legame dello spettatore con il media stesso, che è proprio lo scopo (ultimo) che il media vuole.

venerdì 4 ottobre 2013

Breaking Bad, un po’ Delitto e un po’ Castigo (no spoiler)

La serie TV Breaking Bad, almeno negli USA, è giunta al capolinea qualche giorno fa, accompagnata nelle settimane precedenti alle ultime puntate da un'eco crescente che ha fatto emergere una serie cominciata e proseguita in sordina (a dispetto di premi su premi raccolti nelle varie stagioni), in quello che di fatto è: un vero e proprio fenomeno clamoroso che l'ha portata a essere unanimemente considerata una delle migliori serie TV mai prodotte, qualcosa in grado di influenzare sia l'immaginario popolare che il modo di fare narrazione televisiva.

La vicenda umana di Walter White è un'epica al contrario, una cristallina discesa all'inferno senza ritorno, alimentata prima dalla prospettiva della buona azione, poi confessata dalla realtà di uno sfrenato, velenoso, imbattibile orgoglio. Nel mezzo, cinque stagioni di lento apprendistato al male, prima semplicemente rimbalzato come conseguenza passiva delle proprie azioni, poi meditato e pianificato con attiva consapevolezza. Ma in fondo la vita non sono tanto le azioni, quanto le loro conseguenze. E dunque Breaking Bag trova la sua cifra nel drammatico confronto continuo delle scelte di W.W. con le ripercussioni (spesso - sempre? - dolorose) che esse hanno non tanto su di lui, quanto piuttosto su coloro che lo circondano, moglie, figli, parenti, complici, amici e nemici.

Sorretto da una continuity fenomenale e da una scrittura solidissima, da personaggi dalle caratterizzazioni magistrali (tutti quanti, non solo i protagonisti), con pochissime e irrilevanti sbavature, per non parlare delle straordinarie prove attoriali, Breaking Bad racconta il viaggio in un tunnel in cui tutti potremmo entrare e, una volta dentro, in cui tutti potremmo essere W.W., segno che in fondo il male, quello vero, quello che implica il Dolore impartito con il massimo del cinismo agli altri, è solo un passo avanti a noi, dietro l'angolo più vicino, nel panorama della nostra coda dell'occhio, a volte anche solo come una non-azione (e qui chi ha visto la serie sa perfettamente di cosa parlo: l'azione peggiore commessa del protagonista è proprio una non-azione).

Ma più di ogni altra cosa, Breaking Bad è un capolavoro assoluto. Non bisogna avere paura di usare queste parole per una serie TV. Perché Breaking Bad non ha niente da invidiare alla forza di Delitto e Castigo di Dostoevskij. Non ha niente di meno. E non si deve pensare che solo il fatto di essere un prodotto per il piccolo schermo (con gli stacchi pubblicitari e tutto quanto il resto), piuttosto che letterario, ne sminuisca il valore. Anzi, piuttosto lo aumenta. Perché in un'epoca dominata dal glamour e dal glitter, dall'apparenza e dall'effetto speciale, Breaking Bad (un telefilm dove non c'è nemmeno una gnocca protagonista) pianta i suoi denti nell'animo dell'Uomo e ce lo rovescia sul tavolo della cucina all'ora di cena, mostrandoci tutta la sua capacità di ferocia e implacabilità e facendoci inorridire come di fronte ai miasmi della nostra stessa autopsia. Gente, se non è un capolavoro questo...

mercoledì 7 marzo 2012

La prerogativa della vongola

Ogni cosa ci cambia, ogni cosa ci manipola. Perché la nostra esistenza, la nostra intelligenza, le nostre esperienze, i nostri ricordi, le nostre opinioni si nutrono degli stimoli che ci arrivano da tutto il resto del mondo. Quello che le vongole fanno con la sabbia, noi lo facciamo con le informazioni. Siamo dei filtri. Le cose, eventi, immagini, idee, ci passano attraverso, qualcuna resta impigliata nella trama del nostro cervello, e lì mette radici, altre ci superano senza nemmeno sfiorarci, altre ancora passano oltre, ma solo in apparenza, perché nel loro transito modificano qualcosa, anche solo impercettibilmente, nella struttura della nostra mente, come un colpo di sponda tra le biglie di un biliardo. Non possiamo prescindere da questo, perché la nostra individualità nasce e si sviluppa dal rapporto e dal confronto continuato e istantaneo con una realtà relativa in cui trovano posto e interagiscono altri come noi.

Tutti ci cambiano, tutti ci manipolano. Non è detto che sia loro proposito farlo, ma l'intenzione, o la mancanza di essa, non cambiano di molto il risultato: lo fanno e basta. Lo fanno coloro che ci sono vicini, come i genitori, i parenti, gli amici, gli insegnanti, i fidanzati, i coniugi, i colleghi, e lo fanno coloro che ci sono lontani, come il barbiere, il fruttivendolo, ma anche (soprattutto) i libri, i giornali, la televisione, Internet. Per cui, giacché molte cose (tutte?) che si mettono in relazione con noi ci fanno uscire da quella relazione in qualche misura diversi rispetto a come eravamo prima di entrarci, non esiste un valore etico assoluto della cosiddetta manipolazione. La manipolazione è tanto necessaria, quanto inevitabile. Del resto, noi stessi facciamo ogni giorno la medesima cosa con gli altri, anche solo quando vogliamo affermare le nostre idee. Dunque la manipolazione, intesa in senso lato, non è un universale negativo. La manipolazione è, semplicemente, una regola del gioco, o forse addirittura il gioco stesso, la conseguenza più diretta e inevitabile del nostro relazionarci con il mondo, ovvero la causa primordiale il cui effetto è, né più né meno, tutto ciò che siamo.

Ed è proprio questo stesso paradigma, quasi paradossale, che contiene in sé i germi del pericolo, in quanto configura una situazione in cui la libertà individuale di valutare, scegliere, pensare, viene messa in discussione in linea teorica a ogni occasione di scambio di informazioni, o almeno - più propriamente - tutte le volte in cui un (eventuale) atteggiamento passivo lascia alla manipolazione la facoltà di andare a scrivere nella nostra mente tutto ciò che le pare, a prescindere dalla sua consapevolezza di volerlo fare oppure no. D'altro canto è pur vero che nemmeno il contrario è possibile. Vale a dire non ci si può chiudere a riccio, tagliandosi così fuori da tutti gli stimoli, al fine di proteggersi dalle ingerenze esterne e pensare di mantenere così il primato dell'autonomia di pensiero. Barricarsi dentro una boccia di cristallo è semplicemente inconcepibile.

La manipolazione assume dunque connotati potenzialmente nocivi non tanto a causa delle (perniciose) intenzioni del mittente, quanto piuttosto dalla (scarsa) consapevolezza del destinatario. Perché non potendo smettere di relazionarci col mondo, tutto quello che si può fare è innanzitutto conoscere i meccanismi che la manipolazione usa e gli interruttori mentali su cui essa agisce, cercando nello stesso tempo di evitare di cadere nel (troppo) facile tranello opposto, ovvero quello di pensare che la manipolazione sia sempre lì a tendere dei tranelli a ogni angolo. Atteggiamento conservativo, questo, ma pericoloso almeno tanto quanto quello di fidarsi ciecamente di ogni cosa che ci viene detta. Secondariamente ci si deve allenare alla disponibilità a cambiare opinione, ad abbandonare i sentimentalismi, le presunzioni e gli appiccicosissimi rigurgiti di orgoglio che tendono a tenerci gelosamente arroccati sulle nostre posizioni, e concedere sempre la possibilità a un confronto reale e leale (e ragionevole) nei confronti della diversità.

In terzo luogo è necessario rinunciare alla comodità della pigrizia della ricetta a senso unico e dell'informazione cotta-mangiata-e-digerita, dunque uscire dai territori familiari e gratificanti dentro i quali le nostre idee vengono riconosciute e appoggiate, ed esplorare la realtà nella variabilità delle sue innumerevoli sfaccettature di pensiero, anche quelle scomode, anche quelle che non ci piacciono. Il tutto nella spiacevole consapevolezza che dubitare costa sempre molta, molta più fatica di credere. Eppure solo così potremo avere, se non la certezza, almeno la confidenza, che quella visione, alla quale noi siamo pervenuti magari anche dopo molto tempo, premesso che non potrà mai essere la Verità, sarà stata almeno una nostra (libera) scelta. Il tutto nella spiacevole consapevolezza che essere liberi costa sempre molta, molta più fatica che essere vongole.

giovedì 1 marzo 2012

mercoledì 1 febbraio 2012

Emanuele Filiberto, ovvero del lavoro come trasgressione

Se, in accordo al paradigma "dimmi cosa guardi e ti dirò chi sei", le trasmissioni TV possono dirci qualcosa sul tipo di pubblico di cui possono catalizzare l'attenzione, ovvero i suoi gusti, il modo col quale si diverte, la sua stessa psiche, che cosa ci dice la nuova trasmissione di Emanuele Filiberto partita ieri sera su Cielo? Se non avete visto che cosa si è messo a fare il principino, ve lo spiego subito. La trasmissione si intitola "Il principiante", con geniale (?) gioco di parole col termine "principe". Sottotitolo: "Il lavoro nobilita", con secondo geniale (?) gioco di parole con il termine "nobiltà". Nel programma, nato pare da un'idea dello stesso Emanuele Filiberto (e tutto sommato ci possiamo anche credere), di volta in volta il principino viene mandato (ufficialmente in seguito a sondaggi effettuati tra i telespettatori) a svolgere per qualche giorno i lavori più diversi (muratore, pizzaiolo, spurgatore di fogne, contadino, toelettatore di cani ecc.). Difatti il programma viene presentato con questa frase:
"AAA Principe volenteroso, versatile e di bella presenza, disposto a rimboccarsi le maniche, cerca un lavoro per provare la vita vera.
Vuoi offrigli un'opportunità?"
D'accordo, è facile comprendere che, dal punto di vista puramente giornalistico, questa trasmissione è la messa in pratica della più classica tra le regole di che cosa fa notizia. In altre parole il principino che si mette a lavorare è l'equivalente dell'uomo che morde il cane. Bene. Ma è anche vero che il giornalismo dovrebbe partire da fatti reali (ancorché raccontandoli poi a modo suo), ovvero l'uomo dovrebbe aver morso il cane in circostanze autentiche, non al puro scopo di farci sopra la notizia. Al contrario qui - ovviamente - il contesto lavorativo viene costruito ad arte intorno al principino solo per qualche giorno, giusto per il gusto di vedere l'effetto che fa un ossimoro vivente in azione, con tutto quello che questo comporta. In altre parole ci troviamo di fronte a un programma nato per costruire delle situazioni che vengono vissute dai telespettatori come surreali (e per questo divertenti) solo e soltanto grazie allo status iniziale connaturato del protagonista, in una sorta di My Fair Lady al contrario in salsa reality.

Ora, il fatto che un network possa prendere in considerazione di produrre un programma di questo genere, ovvero che pensi di guadagnarci - perché è questo ciò che normalmente fanno i network - ovvero ancora che ci sia un bel numero di telespettatori che possa accettare (o avere voglia) di vedere una siffatta trasmissione, dà la misura di come la stessa platea di telespettatori venga considerata dai produttori e dagli ideatori del programma, ovvero di come questi ultimi pensano che una larga fetta di telespettatori si porranno (essi sperano) nei confronti del programma stesso. Il punto cruciale da cui partire è l'immedesimazione. Durante la fruizione di un programma televisivo, infatti, lo spettatore non pensa mai di trovarsi di fronte a una fiction anche quando è palesemente una fiction (e con fiction intendo un qualsivoglia programma che sia dichiaratamente costruito e non girato in presa diretta da una realtà spontanea - anche se l'inevitabile arbitrarietà del montaggio fictionizza anche una realtà spontanea). Lasciato a briglia sciolta, il cervello dell'uomo, insomma, tende sempre a pensare che ciò che vede sullo schermo corrisponde al vero in senso lato, ovvero che è qualcosa che ha le stesse caratteristiche della realtà, ovvero che ha i medesimi contorni della verità e dunque è indisintiguibile da essa. E questa sorta di avallo inconsapevole avviene ancora più facilmente quando si tratta di qualcosa che viene fatta per assomigliare alla realtà.

Nella fattispecie, non c'è bisogno di dire che in realtà al principino non gliene frega un emerito cazzo di provare la vita vera, visto che lui ha già la vita reale. Anche se non li vedete, intorno a sé il principino ha cameraman, addetti luci, tecnici del suono, segretarie di redazione, produttori ecc. Perché tutto ciò che al principino televisivo importa, è di mostrarsi in situazioni che destino curiosità e meraviglia negli spettatori. Tutto il resto è, anche in questo caso, fiction e gli spettatori stessi ne sono parte attiva. Perché non è certo quella un'esperienza di "vita vera", essendo in tutto e per tutto costruita, assolutamente limitata nel tempo, e retribuita in tutt'altro modo rispetto al lavoro che di volta in volta mette in scena (come se il principino ne avesse bisogno!). Per tutti questi motivi, la cosa peggiore di questa trasmissione è il suo essere un autentico insulto ai lavoratori, quelli veri, coloro che si nobilitano alzandosi alle 5, alle 6, alle 7, tutti i giorni della loro vita, fino a una pensione che ha sempre più la silhouette di un biglietto della lotteria.

Eppure i produttori, che conoscono (o sperano di conoscere) il pubblico medio, sono convinti che quegli stessi lavoratori che si nobilitano tutti i giorni alle 5, alle 6 o alle 7 saranno disposti a divertirsi seguendo le gesta di questo tizio che li prende per il culo, nella certezza che la gratificazione del divertimento sur-reale vincerà rispetto all'indignazione che dovrebbero suscitare in loro le tristi gesta fintolavorative di un rampollo viziato incapace anche di guidare (per sua stessa ammissione il principino ha detto di non avere la patente, in quanto ha sempre avuto l'autista), per il quale il concetto di lavoro diventa - di fatto - il sinonimo dell'irritante esibizionismo di una trasgressione. Ma può anche darsi che il suo programma faccia parte di un disegno più ampio. Se la crisi andrà avanti di questo passo, infatti, ben presto il lavoro sarà una trasgressione per tutti.

lunedì 18 aprile 2011

martedì 22 marzo 2011

Sì, dai, telecomandami tutto... (finalmente un nuovo post sul sesso)

Che cos'è che fa sì che un individuo preferisca rinunciare a un mese di sesso col proprio partner (o dice di essere disposto a farlo in linea teorica), pur di restare depositario del telecomando di casa? Il succo della notizia di alcuni giorni fa è questo, premesso che la situazione varrebbe per circa il 25% degli intervistati e che non è detto che l'articolo di Repubblica non abbia semplificato un po' troppo, giusto per poter rientrare nel paradigma della notizia perfetta, ovvero del cane che morde l'uomo. Ma supponiamo, per amor di post, che le cose stiano così e proviamo a fare qualche considerazione a ruota libera.

La prima cosa che viene da pensare è che la televisione sia ormai diventata più desiderabile del sesso, ovvero che la televisione dia maggiori soddisfazioni psicologiche (fisiche non mi risulta che ne dia) rispetto all'attività sessuale, per lo meno dunque in termini di capacità di "intrattenimento". La seconda (che sembra la stessa cosa, ma non lo è) è che in generale il sesso sembrerebbe aver perso la sua attrattiva e quello che il sesso dava alle persone, può essere surrogato più facilmente dalla scatola magica, eliminando in un colpo la fatica, il sudore, il problema della posizione, dei peli nelle gambe e delle ascelle pezzate, l'ansia da prestazione e il rischio della delusione. Tuttavia a ben vedere il punto nodale della questione non coinvolge la televisione, bensì il telecomando. Dunque non si parla qui tanto della visione dei programmi televisivi (dunque non ci si riferisce a cosa si guarda), bensì esclusivamente dell'esercizio di un potere assoluto in merito a che cosa far mostrare alla televisione. E pertanto i discorsi cambiano un poco.

Se infatti consideriamo la faccenda, come fa lo studio, nell'ambito di una coppia, c'è un aspetto vagamente vessatorio in tutto questo, oserei dire sadomaso, giusto per mantenere il parallelo sessuale. Io (sia lui o lei, non importa) dispongo del telecomando e ti costringo a vedere quello che io voglio. E tu subisci (e soffri). Non c'è richiesta, non c'è compromesso, non c'è discussione, non c'è: «Preferisci vedere questo, o vedere quello?» e nemmeno «Oggi vediamo quello che voglio io, domani quello che vuoi tu». È la tirannia del palinsesto casalingo. E al godimento di vedere il programma desiderato, si aggiunge quello che nasce dalla sofferenza altrui. «Vuoi vedere la Champions? E invece ti cucchi Desperate Housewives! Tiè». O viceversa, naturalmente. Qui però il parallelo sadomaso in realtà si infrange, perché se da un lato si può concedere la possibilità all'esistenza di un sadismo televisivo, la controparte masochista è dura da immaginare (almeno per me).

Da questo punto di vista in effetti il quadro sembra difettare di realismo. Del resto lo studio (o per lo meno l'articolo di Repubblica) non specifica se c'è una prevalenza maschile o femminile in quel 25% di potenziali videodittatori, o da quanto stanno insieme le coppie in questione, ragion per cui per costoro il sesso potrebbe già essere entrato nel dimenticatoio per conto suo e il telecomando non costituire più un elemento competitivo, ma l'ultima (e unica) spiaggia. Naturalmente lo studio non considera la possibilità che nella casa esista più di una televisione, né che la coppia abbia la possibilità di registrare i programmi per poi vederli in differita. Dunque, in ultima analisi, se si applica la regola di Holmes (non John, quell'altro...) in base alla quale "Una volta eliminato l'impossibile, quello che resta, per improbabile che sia, deve essere la verità", esiste una sola spiegazione che lo studio non dice, ma che risulta evidente.

Un intervistato su quattro ha l'amante.

lunedì 14 marzo 2011

giovedì 3 marzo 2011

lunedì 21 febbraio 2011

lunedì 31 gennaio 2011

martedì 18 gennaio 2011

Ridateci i cerchi nel grano, per favore!

L'ultima parte della puntata di Voyager di ieri sera è stata istruttiva come poche altre. Prima di vederla, infatti, non avevo ancora ben chiara in testa l'idea del punto che si può osare raggiungere nel prendere per i fondelli i telespettatori e non solo non pagare dazio, ma avere anche successo (e un congruo stipendio). E questo non è certo un complimento nei confronti dei telespettatori. In fondo il furbacchione è lui, Roberto Giacobbo, che da anni e anni a questa parte sguazza nel millantare misteri dove pur qualche legittimo interrogativo esiste, ma soprattutto a inventarne di nuovi, del tutto inesistenti, con servizi imbarazzanti, per farcire di fuffa il palinsesto di una trasmissione che può essere apprezzata sul serio solo da encefalogrammi piatti.

Il servizio di chiusura della serata di ieri è dedicato a Stephen King, lo scrittore, proprio lui, e la prima cosa che viene da chiedersi è: che cosa diavolo c'entra King con Voyager?! È stato recentemente rapito dagli alieni? I suoi libri sono dettati in scrittura automatica da spiriti di trapassati? O è lui stesso un extraterrestre? No, è assai più probabile che sia solo un discendente dei templari. O che il suo potere - vai a vedere - sia dovuto al fatto che in realtà è il custode del Graal o dell'Arca dell'Alleanza o di entrambi. E per questo lui è immortale, onnisciente e dotato di poteri che neanche ci sogniamo.

Invece no, niente di tutto questo. Cioè, magari... Giacobbo parte mostrando la residenza vittoriana di King a Bangor nel Maine, una villa tutto sommato sobria per uno del conto in banca di King. La telecamera indugia sul cancello di ferro battuto ornato con demoni e pipistrelli e le iniziali S e K e, strisciando di fronte alla villa, il presentatore comincia a domandarsi qual è il segreto di un uomo di successo come King, che ha raggiunto la popolarità planetaria grazie a storie dell'orrore, insinuando che ci sia qualche elemento misterioso nella capacità creativa di King. Forse esoterico o soprannaturale? Del resto siamo su Voyager, no? Magari un bel patto col diavolo, vergato col sangue in una notte di luna piena! Giacobbo, serpentello, non lo dice mica, certo, ma quel sibilo con cui pronuncia le "s" qualcosa deve pur significare. «Perché King», spiraleggia, «nonostante tutti i soldi che ha fatto, e che potrebbero consentirgli di vivere ovunque nel mondo, è rimasto a Bangor, una cittadina così dimessa del Maine?» allude Giacobbo lucidando la mela. Come se Bangor avesse il potere di trasmettere allo scrittore qualche tipo di potere o energia nascosta, come se It fosse ben più di qualcosa di immaginario.

Quindi il servizio prosegue alternando immagini di questa graziosissima cittadina della provincia americana, con i suoi parchi, le sue cisterne, le sue lapidi e i suoi cittadini (tutti sovrappeso), con le interviste di un paio di individui del luogo: un libraio, che ci rivela - bontà sua! - che King è un grande e le sue storie sono fortemente legate a Bangor e a quei luoghi, e un altro scrittore locale, che afferma di aver riconosciuto almeno dieci posti di Bangor e dintorni (addirittura dieci? Su oltre trenta romanzi e racconti?! That's really cool!) riportati nei libri di King e che il Maine è un luogo impervio con lunghi inverni oscuri, freddi e inospitali, dove non è difficile immaginare di restare isolati o non soccorsi dopo un incidente. E questo, manco a dirlo, scatena l'immaginazione. Figuriamoci la nebbia in val padana.

Infine Giacobbo arrotola il suo corpo sinuoso intorno a due aneddoti come frutto di rivelazioni esclusive, suggerendo che da queste esperienze - ohibò - King possa essere stato influenzato nella sua professione. La prima è legata all'infanzia dello scrittore che "viene colpita, oltre che dalla scomparsa del padre, dalla morte di un suo amico. All'età di quattro anni, i due sono impegnati a giocare vicino ad una ferrovia, quando l'amico del futuro scrittore cade sulle rotaie e viene travolto da un treno. King, in stato confusionale, torna a casa senza ricordare quanto successo." (fonte: Wikipedia.it) La seconda è quella dell'incidente (di dominio pubblico) che King subì il 19 giugno 1999 quando venne investito da un minivan che lo lasciò in fin di vita sul selciato. Per fortuna lo scrittore si riprese, ma nella trasmissione viene detto che merito della guarigione sarebbe in gran parte dell'immaginazione di King che lo avrebbe aiutato a superare il dolore. Niente male questa, no? Senza contare la singolare coincidenza che secondo Giacobbo l'investitore, Bryan Smith, sarebbe morto entro poche settimane dall'incidente, guarda caso proprio il giorno del compleanno di King. Anche qui, la lingua biforcuta non aggiunge niente se non sibili e sinistri fruscii. Le sue insinuazioni stanno nelle omissioni, nei toni melliflui, negli sguardi ammiccanti, nei toni cupi della musica. In realtà Smith è morto sì, il 21 settembre, ma dell'anno successivo. Nel mondo esistono anche queste cose qui. Hanno coniato un termine apposta: coincidenze.

Ora c'è bisogno di dire che è ovvio che ogni esperienza fa lo scrittore? C'è bisogno di dire che è ovvio che un luogo e le sue suggestioni fanno lo scrittore? C'è bisogno di dire che è ovvio che uno scrittore metterà in qualche modo dentro le sue storie il suo vissuto, i suoi luoghi, i suoi personaggi, in generale le sue conoscenze ed esperienze filtrate ed elaborate dalla sua immaginazione e dalla sua sensibilità? Che cosa c'è di strano in tutto questo? Nulla. Qual è il segreto? Nessuno. Che cosa rende tutto questo in tema con una trasmissione di misteri? Niente, se non Giacobbo stesso e il fatto che l'unico vero voyager qui è proprio lui che, in compagnia di almeno un operatore, si è fatto una bella vacanza nel Maine a spese dei contribuenti solo per inanellare una serie di idiozie vuote e pretestuose, come un jackpot di disonestà intellettuali, che suonano come una truffa giornalistica e un vero e proprio insulto all'intelligenza dello spettatore medio. Bè, su quest'ultima però non ci giurerei.

venerdì 10 dicembre 2010

Costumi catodici

Leggendo un post dell'amico Ubi Minor, mi è venuto da riflettere su quella sconsiderata e ricorrente abitudine che ho notato in voi terrestri, di tenere la TV accesa, ma col volume a zero, o tipo bisbiglio devozionale, o mentre siete intenti a fare altro, o quando vi trovate addirittura in un'altra stanza, per cui non c'è modo che stiate seguendo sul serio quello che stanno blaterando lì dentro. Dunque la prima cosa che m'è venuto da domandarmi, la più banale, è come diavolo fate a essere così atterriti dalle grinfie della solitudine (o del silenzio, per coloro cui piace comunque tenere il volume alto) da prediligere questi surrogati di luce di cui - è evidente - non vi importa alcunché, tranne dell'animazione delle vostre pareti con bagliori di pseudoumanità.

Del resto, il fatto che, in un modo o nell'altro, voi non seguiate i suoi discorsi, è indice di quanto in realtà quello che si dice lì dentro abbia una qualche reale importanza per voi. E questo, andando in parte a vostro merito, forse dice qualcosa anche sulla qualità media di ciò che accende gli schermi. Poi non si può negare che ci sia di mezzo anche quella triste faccenda di volervi costruire un comodo alibi all'attenzione, per evitare di dovervi confrontare con le persone, quelle reali, che gironzolano intorno a voi. Ma qui non scopriamo niente di nuovo. In ultima analisi c'è da considerarne la sua equivalenza alcolica, quella distrazione permanente del pensiero, ma senza gli effetti collaterali della cirrosi.

Forse è venuto il momento che qualcuno istituisca la "Telespettatori Anonimi".

lunedì 6 dicembre 2010

lunedì 29 novembre 2010

sabato 20 novembre 2010

sabato 13 novembre 2010

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