Punti di vista da un altro pianeta

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martedì 27 marzo 2012

Fornero's Tunes!

Ora, voglio dire, anche un idiota lo capisce, che dire alle imprese di non abusare della flessibilità (ovvero del licenziamento per motivi economici), dopo avergli dato in mano una simile riforma dell'articolo 18, è come dare a Bugs Bunny una carota e chiedergli ("Per favore!") di non sgranocchiarla.

giovedì 23 febbraio 2012

La soluzione Marcegaglia al problema fannulloni

Liberare le Risorse Umane dal problema di capire quali sono i dipendenti fannulloni? Evitare spiacevoli contenziosi sindacali dovuti alla discrezionalità e alla soggettività del giudizio? Mettersi al riparo dal rischio di abusi di potere e di discriminazioni? Oggi, col Fannullometro X18 by Marcegaglia, puoi!

Effettuando la sua misura rigorosamente sulla Scala Fornero approvata dal Ministero del Lavoro, dove a 0 c'è quello che non fa un cazzo e rimbalza tra il distributore automatico di bevande e il solitario di Windows, e a 100 c'è invece colui che si sbatte col sorriso scolpito per dodici ore al giorno (con straordinario non pagato), il Fannullometro X18 by Marcegaglia risolverà in un colpo solo tutti i tuoi problemi di produttività ed esuberi, fungendo altresì da potente strumento incentivante.

L'unico in commercio dotato di funzione di Soglia di Licenziamento Personalizzabile (con semplici passi guidati in base alle disposizioni ministeriali vigenti downloadabili dal sito), il Fannullometro X18 by Marcegaglia è portatile, ricaricabile, è dotato di un display 3D da 5" e un'impugnatura ergonomica, pesa solo 380 g e puoi sceglierlo tra ben ventiquattro colori moda (metallizzato su richiesta). Viene fornito completo di adattatore per la rete, custodia rigida in pelle scamosciata e manuale di istruzioni in inglese, francese, tedesco, spagnolo, portoghese, rumeno, russo, finlandese, svedese, catalano, fiammingo, giapponese e coreano.

Il Fannullometro X18 by Marcegaglia è certificato, semplice da usare, assolutamente ecologico e anallergico nel suo rivestimento in gomma naturale, ed è disponibile nelle taglie S, M, L, XL e XXL, nelle versioni Uomo, Donna e LGBT. La recessione incalza, che cosa aspetti? Approfitta dell'imperdibile Offerta Crisi: se scegli adesso la versione De Luxe troverai inclusi nella confezione diecimila cappucci anali monouso e l'esclusivo inginocchiatoio portatile.

Fannullometro X18 by Marcegaglia, la via rettale alle Risorse Umane!

[Pubblicità Regresso]

giovedì 1 dicembre 2011

Pensioni: l'ufficio come casa di riposo

Innanzitutto potete scommetterci che, prima di arrivare a settant'anni, chi oggi ne ha quaranta si ritroverà allontanato il traguardo-pensione ancora di un bel po’. Così è sempre più probabile che chi oggi ha quarant'anni dovrà lavorare più o meno fino al 2050, ovvero fino a quasi allo spegnimento delle ottanta candeline. D'altro canto c'è di mezzo la faccenda dell'aspettativa di vita, ovvero al fatto che se statisticamente si vive (sempre) più a lungo, pare conseguenza più che logica - almeno ai coccodrilli del capitalismo - che si debba in proporzione lavorare (sempre) più a lungo. Quindi se lavori più a lungo, significa che vivi più a lungo. E non sei contento di vivere più a lungo?!

Nel contempo questo però significa anche una tra due cose possibili: o l'azienda per cui lavori-lavori-lavori riuscirà a incrementare con successo la sua produttività, ovvero a crescere (pertanto riuscendo anche a stare sul mercato con tutto quello che questo significa) al punto da avere necessità, o almeno la possibilità, di assumere dei giovani e quindi - nell'ipotesi in cui ogni dipendente over 60 abbia in media un figlio in età lavorativa - riuscire a espandersi raddoppiando più o meno i suoi impiegati (= 1 nuovo junior x 1 vecchio senior), oppure non ci riuscirà e con questi accorgimenti va da sé che le difficoltà per le nuove generazioni di costruirsi in qualche modo una vita dignitosa saranno destinate a scavalcare i disperati steccati dell'utopia.

Poi può anche darsi che abbia fatto qualche errore di ragionamento, o non abbia tenuto conto di qualche fattore determinante (in entrambi i casi vi prego di segnalarmelo). Ma se così non è, mi pare evidente che l'annosa faccenda delle pensioni da riformare inevitabilmente sempre al rialzo, come un'asta arbitraria in cui sono messe in vendita le vite di milioni di persone, sia un'altra, l'ennesima cartina al tornasole della palese insostenibilità del sistema nel medio/lungo periodo. E non crogiolatevi nell'illusione che sia un problema (tutto) italiano, per la faccenda della casta, degli sprechi, della disonestà eccetera eccetera. Tutti questi aspetti senza dubbio accentuano le carenze e peggiorano la situazione, ma il problema sussiste anche per gli altri paesi europei certo più virtuosi dell'Italia, e per questo assume la fisionomia di un'epidemia intrinseca, propria dunque del sistema.

Quindi fatevene una ragione: la coperta è molto corta, ma la soluzione è molto semplice. Dovete solo scegliere che cosa lasciare scoperto.
E amputarlo.

giovedì 3 novembre 2011

Tossicodipendenza da tassi

Nella puntata scorsa si parlava da un lato della perversa equazione desiderio = consumo = soldi = lavoro che implica la necessità da parte dei cittadini di adeguarsi a una società iperlavorativa che ha svilito il termine ozio connotandolo negativamente quando invece il suo significato vero
"(derivato dal latino otium) indica un'occupazione principalmente votata alla ricerca intellettuale, attività di fatto riservata alle classi dominanti, ed è contrapposto al concetto di negotium, occuparsi (più per necessità che per scelta) dei propri affari."
(da Wikipedia);
dall'altro della dipendenza dal profitto (ovvero dall'accumulo parossistico di ricchezza) che l'economia di mercato ultraliberista ha sviluppato e consolidato nella prospettiva di chi fa impresa a tutti i livelli, dal piccolo commerciante al grande industriale. Ebbene, sulle prime i due aspetti possono sembrare questioni diverse e separate, almeno nella misura in cui da un lato gli impiegati e gli operai, dall'altro gli imprenditori, si trovano in effetti su sponde opposte di un confine sociale marcato con l'inchiostro delle buste paga. Eppure per come la vedo io, la radice filosofica e psicologica individuale dei due approcci è esattamente la stessa. L'istinto che porta la popolazione a picchiarsi per entrare per prima all'inaugurazione di un nuovo Centro Commerciale, ovvero a sentirsi felice nella soddisfazione di desideri inoculati dalla pubblicità soddisfatti acquistando cose, possibilmente battezzate dall'incentivo di un'offerta speciale, è semplicemente la gratificazione del possesso, ovvero in pratica, ancorché su scale diverse, lo stesso imperativo morale che porta la casta politica e quella imprenditoriale a voler arricchirsi senza misura e a non voler rinunciare ai propri privilegi.

Perché dunque si dovrebbe pretendere da loro quello che non vogliamo fare neanche noi? Lo so, lo sento fin da quassù lo scricchiolio dei vostri nasi che si storcono. Loro (prendiamo in questo caso i politici) sono dei ricchi privilegiati del cazzo, che vanno in pensione dopo pochi anni di lavoro (lavoro per modo di dire) e vivono da nababbi a spese dei contribuenti. Per non parlare di uno come Marchionne il cui stipendio annuale vale lo stipendio annuale di qualche migliaio di operai (dunque se Marchionne rinunciasse al 90% del suo stipendio resterebbe comunque molto ricco e nel contempo potrebbe evitare la cassa integrazione a un'intera fabbrica per un anno). Perché, direte voi (lo sapete che percepisco i vostri pensieri), non cominciano loro a ridursi i loro privilegi, visto che siamo noi quelli che se lo prendono sempre sotto la coda? Vi capisco, il vostro ragionamento non fa una piega. Quello che però mi interessa evidenziare qui, è che la molla psicologica che anima loro e voi è la stessa, perché se voi foste al posto loro (o comunque la maggioranza di coloro che non sono al posto loro) vi comportereste né più né meno come loro. Un po' come ritrovarsi nel bel mezzo di una sorta di intifada della cupidigia.

Per questo nell'ambito della filosofia della decrescita, che poi non è solo una dottrina teorica, bensì anche un programma sociale e politico molto pratico, quello che viene richiesto ai singoli individui a tutti i livelli (sociale, politico, economico) è un salto generale di visione, che deve partire innanzitutto dalla comprensione e dalla consapevolezza che questo non è l'unico mondo possibile, che questo non è il migliore mondo possibile. Ed è proprio questo che intende Serge Latouche quando parla di "decolonizzazione dell'immaginario", ovvero la disintossicazione mentale da quel sistema consolidato (e autorafforzativo e autocelebrativo) di credenze in base alle quali gli individui della società occidentale vengono educati, crescono, vivono e muoiono all'interno di un modello di esistenza non inevitabile, né invero più auspicabile di altri. È dunque una rivoluzione culturale generale quella che prima di ogni altra cosa deve diffondersi come una mutazione positiva, affinché la decrescita possa davvero avere qualche possibilità, una rivoluzione che può partire solo dal diffondersi di una coscienza sociale critica verso se stessa e conduca così le persone innanzitutto al riconoscimento che si può (anche) vivere diversamente da così, senza che questo debba significare per forza peggio di così.

/continua

lunedì 31 ottobre 2011

Figli di noia

Poi è facile che in questo periodo ti capiti di parlare della crisi. Tipo qualche giorno fa, al lavoro, con alcuni colleghi (ci sono testimoni pronti a giurarlo). Parte tutto da una trattativa in corso per dei nuovi contratti collettivi. I sindacati ti hanno anche dato il classico volantino con le tabelle. Si parla di una proposta di aumenti di una manciata di decine di euro spalmati su tre anni. E mentre - manco a dirlo - commentate disincantati la sostanziale irrisorietà dell'incremento degli stipendi, tu butti lì (apposta) un piccolo sasso nello stagno: «Invece di aumentarci lo stipendio, potrebbero diminuirci le ore di lavoro». Al che tutti smettono di parlare e tu vieni guardato dai colleghi come se fossi un marziano, cosa che, date le circostanze, potrebbe anche essere considerato un complimento.

La statistica suggerisce la probabilità che in quel frangente di colleghi ce ne fossero un po' di tutte le età, vicino a te, giovanissimi neolaureati, di quelli che magari vivono ancora coi genitori, meno giovani, sposati da poco, alcuni con figli piccoli che la notte li fanno andare fuori di zucca, e impiegati - chiamiamoli - "maturi", di quelli che non vedono ancora il traguardo della pensione, ma che sono ormai fuori dalle logiche dei pannolini o della discoteca, uomini potenzialmente tranquilli, insomma. Eppure tutti, giovani, vecchi, uomini, donne, invariabilmente tutti quanti, ti guardano e fanno segno di no con la testa. «Figurati!» dice uno. Lo sguardo al marziano di poco fa è diventato l'espressione che si riserva a uno che non capisce un cazzo, la qual cosa in effetti non esclude la prima. «No, no!» esclama un'altra, quasi con il terrore che le tue parole possano essere prese sul serio da qualcuno. «E poi cosa cazzo faccio se rimango a casa?» aggiunge un terzo, sgomento. «Spendo!» si risponde da solo un istante dopo, dando voce al traguardo di un ragionamento tutto suo. «Eh sì» annuisce quella di prima. «Se stai a casa, cosa fai?» alza le spalle, «finisce che vai a farti un giro al Centro Commerciale...» e da lì a tirare fuori il bancomat per portarti a casa qualcosa che non ti serve, anzi, di cui fino a mezzo minuto fa non sapevi neanche l'esistenza, non è niente di più di un battito di farfalla che vola di fronte alla borsa di Hong Kong.

Dice eloquentemente Paolo Cacciari nel suo Pensare la decrescita:
"[il lavoratore si riduce a essere un] biodigestore che metabolizza il salario con le merci e le merci con il salario, transitando dalla fabbrica all'ipermercato e dall'ipermercato alla fabbrica."
E non è forse questa l'altra faccia dello stesso perverso circuito di (dis)valori responsabile, nei contesti finanziari, della dipendenza dal profitto a tutti i costi come (unica) virtù da perseguire, e tutto il resto intorno a fare da semplice accidente collaterale, quando non ostacolo da cercare di rimuovere a qualunque prezzo? Vivere-per-essere-ricchi e vivere-per-comprare sono due aspetti complementari di realizzazione individuale nell'avere. Solo che in questo caso la spirale è - se possibile - tremendamente più triste e prosaica e, per questo, tragica, perché testimoniata da individui che, pur subendola in toto, l'hanno fatta propria come normale (anzi ovvio) stile di vita, abituale modo di essere e di vedere le cose, anzi addirittura l'unico possibile, in quanto nella loro prospettiva non ha alcun senso prendere in considerazione alcunché di diverso, tipo sedersi e provare piacere dal leggere un libro, realizzare un lavoro a maglia, dipingere in riva al mare, fare del bricolage, giardinaggio, trekking, piuttosto che dal sentire il brivido del rumore della strisciata di una carta di credito o dall'accarezzare con lo sguardo la pendenza positiva del grafico dei guadagni dell'ultima speculazione in borsa che hai fatto.

La percezione del tempo libero dunque non è (più) vista come un'inestimabile ricchezza a credito dell'individuo in quanto fonte di arricchimento e di potenziale realizzazione sociale, culturale, familiare, personale, bensì come una voce a debito nel bilancio dell'esistenza personale in quanto portatrice di spese (per lo più inutili, ma - ahimè - inevitabili!), meglio ancora se in comode rate mensili a un tasso speciale* fatto apposta per te (prima rata a partire da gennaio 2012).

/continua
(*offerta valida solo fino al 31 ottobre 2011)

lunedì 29 agosto 2011

Quelli che lo sciopero...

Invece di incrociare le braccia (anzi le gambe) ieri, se i calciatori non erano d'accordo con la storia del versamento del Contributo di Solidarietà avrebbero potuto scioperare il 6 settembre insieme con la CGIL contro la Manovra del Governo. Essendo uno sciopero "generale" avrebbe potuto essere fatto proprio anche dalla loro categoria, no? Sarebbe stato bello vedere Totti e Del Piero in prima fila, dietro lo striscione grande, a chiedere più giustizia insieme a Francesco di Mirafiori e ad Alessandro della ThyssenKrupp di Terni, Tommasi mano nella mano con la Camusso, sotto lo sventolio di una bandiera arcobaleno. Sarebbe saltata anche la partita della nazionale. Sarebbe stato clamoroso. Sarebbe stato bellissimo. Quello sì che sarebbe stato uno sciopero vero. Ma non sarebbe servito a niente.

sabato 1 maggio 2010

7 Note dal Concertone

1. DOminazione
La schiavitù umana ha toccato il punto culminante alla nostra epoca sotto forma di lavoro liberamente salariato.
(George Bernard Shaw)


2. REalizzazione
Il lavoro non mi piace – non piace a nessuno – ma mi piace quello che c'è nel lavoro: la possibilità di trovare se stessi.
(Joseph Conrad)

3. MInistero
La democrazia divide gli uomini in lavoratori e fannulloni. Non è attrezzata per quelli che non hanno il tempo per lavorare.
(Karl Kraus)

4. FAtalità
Lo Stato si fonda sulla schiavitù del lavoro. Se il lavoro diventerà libero, lo Stato sarà perduto.
(Max Stirner)

5. SOLlazzo
Una società fondata sul lavoro non sogna che il riposo.
(Leo Longanesi)

6. LAstrico
È evidente che più la società si fa tecnologica, più si riducono i posti di lavoro. E paradossalmente quello che è sempre stato il sogno più antico dell'uomo: la liberazione dal lavoro si sta trasformando in un incubo.
(Umberto Galimberti)

7. SI veda l'immagine
(attr. Rudolf Hoess)

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