Punti di vista da un altro pianeta

giovedì 24 dicembre 2015

Tanti auguri, a modo mio

Cinica, irriverente, divertente, ma anche - per molti versi - autentica, perché capace di lasciarci nudi di fronte a molte delle ipocrisie che girano intorno alle festività di questi giorni. Vi lascio dunque con la hit del momento di Spazio Bianco, augurandovi che le cose vi vadano come voi volete. Dunque cercate innanzitutto di volere bene.

martedì 10 novembre 2015

Incontro ravvicinato col marziano

Venerdì 13 novembre prossimo, a partire dalle ore 21:00 a Genova, presso la sede dell'Associazione Ligure Astrofili Polaris, farò una chiacchierata parlando di letteratura fantascientifica, della sua storia, dei suoi mondi, dei suoi protagonisti. E anche per giocare con i suoi film (ci saranno dei premi)! L'ingresso è libero. Se siete in zona, venite e fatevi riconoscere!

Tutti i mondi della fantascienza: dalla A di Asimov alla... V di Vietti!
presso Associazione Ligure Astrofili Polaris, Salita Superiore della Noce 27 (cancello, parcheggio disponibile), 16131 Genova (vicino all'ingresso principale dell'Ospedale San Martino).

venerdì 23 ottobre 2015

Ritorno al futuro e noi, 30 anni dopo

È bello avere un'occasione come il Back to the Future Day, per organizzarsi una serata un po' nerd, insomma alla Big Bang Theory, per chi sa di cosa parlo, mangiare sul divano e farsi una maratona di film, di fronte a una birra per chi piace la birra, o di fronte a un chinotto per chi piace il chinotto. Ed è bello rivedere, ogni tanto (ma non troppo spesso), film che in qualche modo hanno segnato la nostra adolescenza. Nel mio sentirmi figlio degli anni '80, non perché sono nato in quel decennio, ma perché in quel decennio sono passato dagli undici ai vent'anni, e nel mio essere da sempre appassionato di cinema, Ritorno al futuro occupa un posto particolare, come lo occupano la trilogia di Indiana Jones (non scherzate, non esiste un Indiana Jones 4), i vari Alien, Terminator e, ovviamente, la prima trilogia di Star Wars. Ed è senza dubbio qualcosa che ormai ha (molto) a che fare con la nostalgia.

Per noi, nati a cavallo tra gli anni '60 e i '70, questi film irripetibili, appassionanti ed emozionanti sono le nostre madeleine proustiane e non si può escludere di inciamparsi per sbaglio in una lacrima quando ci si ritrova (di nuovo) al Ballo Incanto Sotto Il Mare e si sente Marvin Berry intonare Earth Angel. Perché se per puro caso a me capitò di vedere Ritorno al futuro al cinema (giuro) proprio il 26 ottobre 1985, all'epoca tutti noi avevamo più o meno l'età di Marty McFly, quell'età in cui il futuro era ancora tutto lì, davanti a noi. Quello era un momento in cui stavamo imparando a guidarla, la DeLorean, a partire dalle manovre più semplici s'intende, il resto ce lo avrebbe insegnato l'esperienza, la strada, i chilometri sotto le ruote, le gomme bucate, gli incidenti e i traguardi tagliati. Era un momento in cui avevamo la consapevolezza di approssimarci all'incerto confine a partire dal quale si cominciava a fare sul serio, o almeno a intravedere che ci sarebbe stato un momento, da lì a poco, in cui la vita avrebbe lasciato quel volante completamente nelle nostre mani. Ma, grande Giove, all'epoca tutte le strade erano nostre!

Così rivedere Ritorno al futuro a trent'anni di distanza ci fa ritornare a come, nel passato, guardavamo al nostro futuro, con il mistero e la curiosità di scoprirlo, con la passione e forse anche con un po' di paura, ma anche con la voglia pazza di entrarci dentro con tutti i capelli, le scarpe e magari un giubbotto di salvataggio, bruciare le tappe, inzupparci di possibilità, e a come adesso guardiamo invece il nostro passato, alle generazioni che si susseguono, a quello che siamo diventati noi, un giorno alla volta, una piccola decisione dietro l'altra, senza quasi accorgercene, senza salti temporali, senza almanacchi, senza fughe a 88 miglia all'ora, e a quello che abbiamo lasciato per strada, alle occasioni perdute, ai pugni che avremmo dovuto dare e non abbiamo dato, ai fulmini che abbiamo schivato e a quelli che invece ci hanno preso in pieno, alle cose che abbiamo rimandato troppo a lungo, ai volti che non vediamo più e la colpa è solo nostra, ai baci che avremmo dovuto dare e invece non abbiamo dato, alle canzoni che avremmo dovuto suonare e a quelle che abbiamo effettivamente suonato.

Ritorno al futuro non è solo un film perfetto come può esserlo un film, ma come purtroppo sempre più di rado lo sono i film. Un film con una sceneggiatura da manuale, piena di gag (per dire, quella dello zio Joey è fantastica), rimandi, trovate, ritmo e naturalezza, una colonna sonora eccezionale (lunga vita ad Alan Silvestri!) e un casting impeccabile. Ritorno al futuro ci dice anche (o soprattutto) che tutte le possibilità ci sono aperte, ma che dobbiamo fare le scelte giuste fin dall'inizio, che dobbiamo avere coraggio, che dobbiamo mettere da parte il nostro orgoglio, che non possiamo barare e che non tutti i bivi sono uguali. Sta a noi capire quelli che sono veramente cruciali per determinare quello che saremo o, meglio, quello che vorremo essere. Ma la sua bellezza assurda è che lo si può guardare con soddisfazione da tutte le prospettive, ovvero a seconda di come ci posizioniamo sull'ascissa temporale della nostra vita. Solo l'effetto-madaleine cambierà. Il divertimento e la sorpresa lasceranno un po' di spazio alla nostalgia e (forse) a qualche rimpianto, ma quello che resterà fermo, inossidabile, sarà che per quanto futuro ci resterà davanti, quello sarà sempre e comunque il nostro futuro e dovremo essere noi a farci in quattro per fare in modo che sia come noi vogliamo che sia.

mercoledì 21 ottobre 2015

Se il futuro non ritorna mai

Non è la prima volta in cui ci troviamo faccia a faccia con un futuro immaginato dal cinema e dalla televisione. La prima data che, ricordo, scatenò l'immaginario fu il 13 settembre 1999, che ventisei anni prima, era il 1973, venne posta da Gerry e Sylvia Anderson come momento fatidico per l'uscita dall'orbita della Luna che scandiva l'inizio della celeberrima serie Spazio 1999. Dal 13 settembre 1999 sono trascorsi più di sedici anni e sulla Luna non c'è ancora nessuno. Poi giunse il 2001 e noi non potemmo fare a meno di pensare all'Odissea nello Spazio. Nel 1968, in pieno programma Apollo, Stanley Kubrick e Arthur C. Clarke avevano immaginato che trent'anni sarebbero bastati all'umanità per impiantare colonie stabili sul nostro satellite e voli regolari da e verso di esso, senza contare una stazione spaziale orbitante che, sebbene nel film figuri ancora in parte in costruzione, fa impallidire per grandezza, e complessità la nostra ISS. Comunque sia, varcata la soglia del XXI secolo, nessuna base lunare, nessun monolito, nessuna missione umana oltre la Luna. Tutto quello che abbiamo è Samantha Cristoforetti, che è già una gran cosa, certo, ma rispetto a quel futuro lì...

Invero il 2002 è trascorso senza che ci dessimo troppo la pena di confrontarlo rispetto all'apocrifo seguito di 2001 di Douglas Trumbull, 2002: la seconda odissea, passato senza lasciare molto il segno nel nostro immaginario. Anche il 2010 di 2010: l'anno del contatto, autentico seguito di 2001, è trascorso senza nessun accidente di contatto. Mentre il 2012 dell'ultima trasposizione di Io sono leggenda, quella con Will Smith per intendersi, era troppo cupo per poter essere credibile a distanza di così pochi anni dalla sua realizzazione (il film è del 2007). Non ricordo poi nessun'altro riferimento cinematografico fino a oggi, 21 ottobre 2015, giorno in cui Marty McFly va nel futuro nel secondo film della serie di Ritorno al futuro. Anche in questo caso, il futuro immaginato dal duo Zemeckis/Gale è molto diverso da quello che vediamo oggi intorno a noi. Niente automobili volanti, niente skateboard senza rotelle, niente macchine del tempo. Okay, pare che la Nike abbia in effetti realizzato le scarpe autoallaccianti proprio in tributo del film, ma non sono certo che oltrepasseranno lo stadio di prototipo.
Va detto che probabilmente, trattandosi di film (di fantascienza), non interessa mai granché l'aderenza della proiezione a quelli che potranno essere gli scenari reali di qualche decina d'anni più avanti, quanto piuttosto tutta la serie di idee e trovate sceniche che funzionano al meglio narrativamente e cinematograficamente. Eppure non riusciamo a esimerci dal fare i confronti tra la realtà e i film e, soprattutto nel caso di film positivi, quasi rimanerci male per tutti questi futuri che non si sono avverati in nessuno degli aspetti immaginati, come se nel frattempo avessimo sbagliato qualcosa o avessimo mancato un appuntamento fatidico. Evidentemente il libero arbitrio globale, ovvero l'imprevedibilità di ciascun essere umano moltiplicata per tutti gli abitanti del pianeta, è più forte di qualsiasi previsione. La realtà finisce così per essere più prosaica e banale (e lenta a modificarsi) di quello che i registi e gli sceneggiatori immaginano e hanno bisogno per le spettacolari mitologie visive che cercano di costruire. Ma in fondo questa non è poi una gran disdetta. Al cinema i prossimi appuntamenti che mi sovvengono sono Blade Runner (Novembre 2019) e 2022: I sopravvissuti. Nel frattempo sono abbastanza certo che saremo capaci di trovare da soli nuovi e imprevedibili modi di farci del male. L'unica speranza è che non siano abbastanza spettacolari da valere la pena di farci un film (storico).

martedì 20 ottobre 2015

Su stelle misteriose, alieni e sfere di Dyson

Su KIC 8462852 s'è già detto abbastanza: che presenta anomalie nell'emissione della sua luce; che tali anomalie non sembrano essere riconducibili a fenomeni noti o comunque immediatamente ipotizzabili; che gli astronomi, nel loro studio, non hanno avanzato alcuna ipotesi aliena, che evidentemente è stata fatta uscire sui media per altre vie, forse anche per cercare di attirare l'attenzione su un fenomeno che ha bisogno di ulteriori fondi per essere investigato (a partire dal progetto SETI che dovrebbe puntare le sue antenne verso quella stella entro qualche mese); che l'ipotesi aliena è, appunto, solo un'ipotesi, ma decisamente bizzarra, in quanto la semplice applicazione del Rasoio di Occam (quel principio logico che afferma che, a parità di fattori, tra due spiegazioni è da preferire quella più semplice) ci impone di optare per un fenomeno naturale, ancorché insolito. A tale riguardo va detto che, anche solo nella vastità della nostra galassia - e dunque senza contare gli altri milioni di galassie - e considerando che noi possiamo esplorare in maniera molto approssimativa una limitatissima porzione di spazio, il concetto di "insolito" nell'esperienza umana potrebbe applicarsi con una frequenza decisamente più alta del necessario.

Quello su cui vorrei soffermarmi, invece, è quello che è venuto subito dopo, ovvero l'ipotesi della costruzione aliena, nella fattispecie la cosiddetta Sfera di Dyson, che è stata sventolata un po' ovunque. Da dove nasce questa storia? È piuttosto semplice. Nel 1959, un fisico e matematico britannico, Freeman Dyson, nell'ambito di un articolo pubblicato sulla rivista Science e intitolato Search for Artificial Stellar Sources of Infrared Radiation ("Ricerca di sorgenti stellari artificiali di radiazione infrarossa"), ipotizzò che una civiltà tecnologicamente molto avanzata, avrebbe avuto un fabbisogno di energia talmente elevato da dover utilizzare tutta l'energia emessa dalla propria stella. A tale proposito, Dyson scrisse che tale ipotetica civiltà avrebbe potuto costruire intorno alla stella una sfera artificiale di raggio pari a quello di un'orbita planetaria, con una quantità enorme di collettori solari in grado di immagazzinare l'energia emanata dalla stella. In realtà non si deve pensare che Dyson avesse in mente un guscio continuo, cioè una sfera solida, bensì una serie di strutture orbitali indipendenti in quantità nell'ordine delle decine di migliaia.

In realtà all'epoca Dyson non aveva avuto un'idea totalmente originale, in quanto già nel 1937, lo scrittore e filosofo britannico Olaf Stapledon nel suo romanzo Il costruttore di stelle (Star Maker) aveva già avanzato la possibilità che una civiltà molto avanzata potesse costruire qualcosa di simile. E a sua volta Stapledon potrebbe aver preso ispirazione da The World, the Flesh and The Devil di J.D. Bernal del 1929 dove vengono descritte delle colonie spaziali sferiche. E qui sta il punto. L'ipotesi di Dyson, ancorché pubblicata su Science, non ha maggior peso, né basi scientifiche di quella espressa nel suo romanzo di fantascienza da Stapledon. Non c'è niente che possa fare pensare che una tecnologia sufficientemente avanzata possa trovarsi a costruire qualcosa di simile. Insomma, la Sfera di Dyson è un'emerita, ancorché molto suggestiva, fantasia, che deriva da una serie di assunti tutti quanti assolutamente arbitrari. Ovvero, (come minimo) i seguenti:

1) Che esista nella galassia almeno una civiltà tecnologicamente molto avanzata (oltre alla nostra);

2) Che una civiltà tecnologicamente molto avanzata non abbia altro modo di produrre l'energia che le serve se non attraverso l'impiego di migliaia e migliaia di collettori solari;

3) Che una civiltà tecnologicamente molto avanzata abbia le risorse politiche, sociali ed economiche per costruire un'opera così mastodontica, al cui confronto le piramidi sono castelli di sabbia costruiti da un paio di bambini in un ozioso pomeriggio d'estate.

La cosa curiosa è che dal tono degli articoli che ho letto in questi giorni su KIC 8462852, la Sfera di Dyson ipotizzata per spiegare il fenomeno osservato viene trattata quasi alla stregua di ipotesi fisiche teoriche tipo la Fascia di Kuiper o il bosone di Higgs che, teorizzate all'inizio degli anni '50 la prima, verso la metà degli anni '60 il secondo, sono state poi confermate dalle osservazioni e dagli esperimenti a distanza di molti anni. Al contrario, la Sfera di Dyson non può essere annoverata nello stesso tipo di ipotesi scientifica. La Sfera di Dyson è un'altra cosa. La Sfera di Dyson è un'ipotesi, certo, ma definirla scientifica è essere decisamente di manica larga. Insomma, vi piaccia o no, la Sfera di Dyson è fantascienza pura.

A tale riguardo, se vi intriga l'idea della Sfera di Dyson e volete leggere qualcosa, è dunque proprio alla fantascienza che vi dovete rivolgere. Ecco allora alcuni suggerimenti: La civiltà degli eccelsi (Across a Billion Years, 1969) di Robert Silverberg, La sfera di Dyson (The Starless World, 1978) di Gordon Eklund, La sfera spezzata (Shattered Sphere, 1994) di Roger MacBride Allen, seguito de L'anello di Caronte (The Ring of Charon, 1990), o l'eccellente Il Sole dei soli di Karl Schroeder (Sun of Suns, 2006) edito da Zona 42 e appartenente al Ciclo di Virga di cui è appena uscito il seguito Regina del Sole (Queen of Candesce, 2007) e di cui sono in via di pubblicazione gli altri volumi sempre a cura di Zona 42.

venerdì 16 ottobre 2015

The Martian, ovvero perché il film è (molto) migliore del libro

L'avete già capito dal titolo. A Sopravvissuto - The Martian riesce il raro miracolo di essere un film decisamente migliore del libro da cui è tratto. Così su due piedi mi vengono in mente solo alcuni film che riescono a tenere testa al libro ispiratore (quasi tutti di Kubrick), ma nessuno che lo stacchi in maniera così prepotente. Del libro ne ho già parlato diffusamente qui e l'impressione che ho avuto guardando il film è che Drew Goddard, lo sceneggiatore, abbia prima di ogni altra cosa pulito la storia di Andy Weir da quelle caratteristiche che la rendono di fatto mediocre.

Non crediate che si nasca geni della scrittura. Weir è un esordiente che ha trovato per terra un cappello a cilindro e, infilandoci la mano, se l'è trovata intorno a due pelose orecchie da coniglio. Ma è pur sempre un esordiente dunque con poca esperienza e nel suo libro a mio avviso questo si vede. Goddard no. Goddard è uno che si è fatto le ossa su alcune serie TV, che ha scritto la sceneggiatura di Cloverfield (2008) e di Quella casa nel bosco (2011) di cui è stato anche regista, e che nel 2013 è stato lo show-runner di una della prima stagione di una delle serie più acclamate di Netflix: Daredevil. Insomma è un professionista in ascesa. E anche in The Martian ha fatto un egregio lavoro spogliando la narrazione originale di Weir dagli elementi posticci. In primis il tono. Insopportabilmente brillante quello di Weir, misurato e realistico quello di Goddard. Okay, mi direte, ma in qualche punto del film Watney si lascia comunque andare alla commedia, come con il tormentone della disco music o la gag di Fonzie. Certo, avete ragione. Però, diamine, è un film, non un documentario e qualche licenza al divertimento bisogna pur concederglielo. Inoltre, attenzione, non è una storia vera. Non siamo nei territori di Apollo 13, per intenderci. Dunque non bisogna lasciarsi andare alla tentazione di paragonarlo al film di Ron Howard. Quella era una ricostruzione cinematografica di eventi realmente accaduti. The Martian no. E questa differenza non è trascurabile. D'altro canto quei momenti leggeri alleviano la tensione, sono simpatici, tutto sommato equilibrati e, soprattutto, sono inseriti dallo sceneggiatore nei momenti giusti, ovvero per lo più quando a Watney le cose vanno bene e dunque è giustificato che lui faccia un po' il guascone. Mentre nel libro Watney è eccessivamente brillante anche quando le cose gli vanno di merda e questo proprio io non l'ho digerito.

La seconda cosa è la struttura dei punti di vista. Il libro, come il film, sono raccontati sostanzialmente attraverso tre prospettive. Un punto di vista in prima persona, il diario di Watney; un punto di vista in terza persona, quello che succede sulla Terra; un altro punto di vista, sempre in terza persona, quello che succede sulla Hermes. La cosa equilibrata che ha fatto Goddard è stato di montare questi piani con sapienza (ovvero senza dare troppo spazio all'uno o all'altro) fin dall'inizio del film. Weir no. Weir inizia il suo romanzo come diario e come diario prosegue per parecchi capitoli (fino a pag. 60) tanto che ci si convince che sarà un diario fino alla fine. Invece al capitolo 6 cambia tutto. Come in una sterzata brusca in cui ci si viene a trovare con la faccia schiacciata contro il finestrino freddo, ci si ritrova il diario di Watney inframmezzato agli altri racconti narrati in una terza persona e questo, nell'economia della narrazione e rispetto allo stile e alla struttura del libro, a me ha dato molto fastidio. Come uscire di casa con una scarpa e una ciabatta.

Poi c'è la faccenda dell'effetto McGyver. Una degli aspetti più deteriori del libro, a mio avviso, è l'eccessiva ripetitività dei tecnicismi e delle situazioni. Per quanto riguarda Watney è tutto un susseguirsi di problema>soluzione, problema>soluzione ecc. che alla lunga, passato l'effetto curiosità (per me intorno a pagina 100), diventa stucchevole. Il Watney cinematografico invece diluisce questo aspetto che, pur presente, non è assillante e risulta più variegato, forse anche grazie al maggior peso che hanno, nel film, le vicende che si svolgono sulla Terra e sulla Hermes. Non escludo nemmeno che le differenti modalità di fruizione possano avere un peso determinante. D'accordo, però non si può mettere tutto a posto col nastro Gaffa, avete ragione. Soprattutto un portello di telo di nylon che dovrebbe resistere a una differenza di pressione di quasi un'atmosfera. E avete ragione anche circa il fatto che difficilmente su Marte una tempesta di sabbia, per quanto violenta, possa inclinare e rischiare di far ribaltare un veicolo della massa di un modulo di ritorno. L'atmosfera è molto più rarefatta, meno di un centesimo di quella terrestre, dunque che questo possa verificarsi mi pare ipotesi davvero azzardata. Come non è affatto plausibile che la tempesta duri poche ore o si scateni senza preavviso. Le dinamiche delle tempeste di sabbia marziane sono ben diverse. E in qualche modo al cinema questo aspetto salta maggiormente all'occhio che nel libro.

La quarta cosa è la retorica. Come ho già scritto nella recensione del libro, le ultime pagine di The Martian meriterebbero un lancio contro il primo muro disponibile, intrise di un politically correct sulla solidarietà umana da carie nei denti all'ultimo stadio. Invero, il film non è del tutto immune da questo aspetto: l'intervento dei cinesi che forse avrebbero più da perderci che da guadagnarci (ma che di fatto barattano l'aiuto con la presenza dell'astronauta cinese nella missione successiva), le piazze gremite di gente entusiasta, le bandierine americane che sventolano, il "siamo troppo forti" eccetera, eccetera. Però Goddard lo diluisce un po' lungo tutta la pellicola, mentre Weir lo concentra in fondo al libro in un discorso ingenuo e buonista del tutto fuori tono. Nel film resta il peso non trascurabile dello spottone a favore della NASA e, come al solito, degli americani. Ma Hollywood è roba loro. Invece di biasimarli per questo, perché non lo facciamo anche noi italiani? Perché dovremmo ritenere credibili loro e non credibili noi? Ma questa è materia per un altro post.

Insomma, tirando le somme a mio avviso il film funziona egregiamente, molto meglio di quanto mi ero aspettato. Non è un capolavoro, non siamo dunque dalle parti di Alien o Blade Runner per intenderci, tanto per restare nelle pertinenze di Mr. Ridley Scott, ma il suo sporco lavoro lo fa, a differenza del libro. Al punto che, la mia impressione è che questo film sia addirittura di almeno una spanna superiore a Gravity, nel quale forse era lo straordinario aspetto visuale a predominare, ma che complessivamente, a livello di storia lasciava alquanto a desiderare.

venerdì 9 ottobre 2015

Sinodo Mon Amour

«Il Sinodo non è un senato», ha dichiarato il Papa qualche giorno fa riferendosi al fatto che il Sinodo non è un posto da compromessi. E ha ragione. Il Sinodo non è nemmeno un consiglio di amministrazione e neppure un'assemblea condominiale, se è per questo, perché il Sinodo non è espressione di democrazia. Il Sinodo è un luogo dove delle persone si arrogano il diritto di dire come altre persone dovrebbero vivere, senza che le altre persone siano state interpellate a riguardo, naturalmente, né che abbiano attribuito loro alcun mandato a decidere. Il Sinodo è l'equivalente (moderno?) dello sciamano che puntava il dito al cielo, si dimenava nella polvere davanti al fuoco, tirava indietro la testa e poi strabuzzava le pupille dilatate lanciando i suoi anatemi sullo sfondo dei tamburi. Quale maggior autorità ci può essere se non quella che proviene dal Grande Spirito? Quale maggior legittimazione a dire che cosa si deve fare e come ci si deve comportare, che cosa è lecito e che cosa non lo è? Qualcuno, particolarmente ottimista, potrebbe sostenere che il Sinodo è semplicemente un esercizio di ordine. "Mettere ordine" è ciò che in qualche modo agevola, o dovrebbe agevolare, la convivenza civile tra gli individui e fa in modo che la società esista e sopravviva a se stessa in "pace e armonia", ovvero contribuisce a minimizzare i conflitti all'interno di essa. In realtà il Sinodo è (solo) un esercizio di potere e di controllo sulle coscienze delle persone e, dunque, sulle loro esistenze.

Insomma, di cosa stiamo parlando? Stiamo parlando di un nutrito gruppo di personaggi col vestito nero lungo e il berrettino fucsia che, per esempio, stabiliscono se una coppia di divorziati può o no prendere la Comunione. A parte il fatto che il marziano è noto per il suo agnosticismo e quindi non ci vuole nemmeno entrare nel merito della transustanziazione, vi rendete conto di quello che fanno? Cioè, questi discutono (e si prendono dannatamente sul serio) se una persona che non sta più con un'altra persona può fare la Comunione, solo perché sono stati uniti da un legame sancito dalla divinità (ritenuto dunque indissolubile). Pensano dunque costoro che la minaccia di vietare l'Eucaristia sia un deterrente alle coppie a restare insieme, ancorché a bagno nell'infelicità? Oppure è una punizione? Visto che ti eri sposato davanti alla divinità, adesso che divorzi, tiè, la Comunione non te la do più. Ma cosa pensate che gliene possa fregare alla divinità di tutto questo? Voi, che ci credete, alla divinità, me lo volete spiegare?

E vogliamo parlare (ancora) delle coppie omosessuali? Dicono che ci vuole misericordia. Misericordia? La misericordia è una concessione, un favore, un'elemosina! Dicono che ci vuole tolleranza. Tolleranza?! Ma sapete qual è il primo significato di "tollerare"? Significa "sopportare cose spiacevoli". Dunque tollerare implica un giudizio (negativo). Pensate sia una cosa che va bene, tollerare? Ok, allora se proprio voi omosessuali volete stare insieme, almeno fatelo nella castità. Ah! Quindi, insomma, costoro, col vestito nero lungo e il berrettino fucsia, si arrogano il diritto di dire alle persone come essere felici, qui sulla Terra, nella libertà della loro vita, anche se le loro libere scelte in questi ambiti non implicherebbero abusi, dolori, violenze o ripercussioni di alcun genere verso qualcuno che non siano solo e soltanto loro stessi. E magari li minacciano pure medievalmente con lo spettro del peccato mortale e del castigo eterno! Ma le cose non si fermano qui. Perché non solo questo è rivolto a coloro che credono, persone che quindi si sentono chiamate in causa direttamente da una dottrina che può contraddire il loro modo di sentire la vita, ma per la quale sentono l'affinità suscitata dalla loro Fede, ma anche a coloro che non credono. Che è quello che sta tentando (disperatamente) di fare in tutti i modi la politica di matrice conservatrice all'interno della società civile: imporre un modello arbitrario a chi non crede in quel modello arbitrario, imporre una morale arbitraria a chi non condivide quella morale arbitraria. Come se voi vi batteste affinché sia negata la torta a tutti, soltanto perché voi avete deciso di stare a dieta (celebre e perfetto esempio). Ma perché lo fate? Perché vi arrogate questo diritto di dire agli altri come devono vivere, gettando in questo modo benzina sul fuoco del conflitto sociale e negando così di fatto le basi stesse della vostra Fede (Gv 13, 34-35)? Ma cosa pensate che gliene possa fregare alla divinità di tutto questo? Voi, che ci credete, alla divinità, me lo volete spiegare?

mercoledì 7 ottobre 2015

Ci vediamo a Stranimondi?

Non c’è dubbio che Marte sia uno strano mondo, forse il più strano di tutti. Re dell'immaginario, principe di fantasie, catalizzatore di terrori e fascinazioni fin dal secolo scorso, uno dei tòpos letterari e cinematografici per eccellenza, Marte è il luogo in cui l'immaginazione prende forma. È dunque con molto piacere, e una certa emozione, che vi segnalo questa splendida iniziativa.

STRANIMONDI è il Festival del libro fantastico che si terrà a Milano il prossimo weekend, ovvero il 10 e 11 ottobre, presso la Università Europea Sport della Mente (UESM) Casa dei Giochi - via Sant'Uguzzone 8 – Milano. Due giorni per incontrare autori e editori, vedere, ascoltare, discutere di libri (strani) e letteratura. Sarà presente una nutrita schiera di editori specializzati nel settore come Delos Books, Zona 42, Hypnos e alcuni ospiti davvero d'eccezione, in primis il mitico Bruce Sterling, fondatore del movimento cyberpunk, ma anche – in ordine sparso – Aliette De Bodard, Leonardo Patrignani, Alessandro Manzetti, Laird Barron e Paolo di Orazio.

Si apre sabato alle 10:30 e si chiude domenica sera alle 19:00. Il programma è troppo lungo, ricco e variegato per essere elencato qui. Per dettagli e curiosità vi rimando dunque al sito ufficiale. Io ci sarò sabato, mi riconoscerete dal marziano.

lunedì 5 ottobre 2015

Dalla Polonia con amore

Ci sono due importanti aspetti da considerare nella vicenda di monsignor Krzysztof Charamsa, il prelato polacco che ha confessato di essere omosessuale e di avere una relazione (con un uomo), che sembra stiano passando un po' sotto traccia e che mi pare necessario sottolineare.

Il primo è quello della castità e del celibato previsto dal sacerdozio della Chiesa Cattolica romana. Secondo i voti che ha preso quando è stato ordinato sacerdote, Monsignor Charamsa avrebbe dovuto tenere una condotta casta e celibe, quindi non avere relazioni "sentimentali" con chiunque, uomini o donne. Quindi, da questo punto di vista, il suo comportamento è assolutamente assimilabile a quello di un sacerdote con una relazione eterosessuale. Pertanto non ha alcun senso che il medesimo monsignore abbia dichiarato, come hanno riportato l'edizione polacca di Newsweek, che "l'amore omosessuale è un amore familiare, che ha bisogno di una famiglia". Questo è vero in linea di principio, d'accordo, ma è un diritto che egli non può rivendicare per se stesso in qualità di sacerdote, perché non può rivendicare nemmeno quello eterosessuale.

Il secondo, naturalmente legato al primo, è il seguente. Se monsignor Krzysztof Charamsa avesse fatto le stesse rivelazioni e dichiarazioni pubbliche, ma nell'ambito di una relazione eterosessuale, la reazione del Vaticano sarebbe stata la stessa? Certamente no. Come non sarebbe stata la stessa la reazione dei media.

Infine va detto anche che le dichiarazioni di monsignor Krzysztof Charamsa devono essere inserite in un contesto ben più ampio, essendo state rese pubbliche a ridosso dell'inizio del Sinodo sulla Famiglia e quindi vanno intese come qualcosa che va ben oltre la sua situazione personale, e che hanno - come lui stesso ha dichiarato - l'intento di "scuotere un po' la coscienza di questa mia Chiesa". Quel che è certo, purtroppo, è che non serviranno a nulla. Probabilmente la Chiesa sarebbe maggiormente disposta a concedere la rinuncia al celibato e alla castità dei preti, che ad ammettere la possibilità di un amore omosessuale. In fondo siamo ancora ai tempi di Sodoma e Gomorra.

venerdì 2 ottobre 2015

Il senso dello schermo per l'omosessualità

Può anche darsi che sia indotto in errore dalle circostanze del caso, ma mi è parso di notare negli ultimi tempi una piccola impennata dell'omosessualità mostrata in tv e al cinema, senza pregiudizi, veli, retorica o perbenismi. Parlo di qualcosa di più dell'ormai classico Almodovar. Serie cult come Sense8, Orphan Black, Penny Dreadful, Vicious ma anche un film – in questo caso italiano – come Io e Lei, ci parlano finalmente dell'omosessualità maschile e femminile con la stessa naturalità con cui il cinema ci ha mostrato l'eterosessualità a partire dal 1896 (data del primo bacio cinematografico - invero assai casto, ma che allora destò comunque scandalo - tra May Irwin e John C. Rice in un video di pochi secondi). E ce la mostrano, senza tabù, censure, malizie o altri artifici narrativi volti a zuccherare una pillola che per taluni spettatori potrebbe essere altrimenti troppo amara da mandare giù.

E questo a mio avviso è un segno. Un segno molto importante. Perché significa contemporaneamente due cose: una causa e un effetto, dove l'effetto può essere causa, ma anche il viceversa. Innanzitutto l'apertura esplicita della narrativa filmica (quindi sia il cinema che la televisione, ma forse soprattutto la televisione che ha una diffusione maggiore) all'omosessualità intesa come condizione naturale dell'essere umano e come tale rappresentata, è segno che i tempi sono davvero maturi per un deciso salto in avanti della civiltà, per lo meno di quella occidentale, verso il riconoscimento e il rispetto totale di tutti i tipi di relazioni affettive, un percorso ormai inevitabile che nessuna sentinella in piedi, partito politico, teoria (del gender), movimento o associazione potranno mai arrestare.

In secondo luogo l'assistere sugli schermi allo svolgersi di queste storie secondo queste modalità di racconto, educa più di quanto si possa pensare lo spettatore alla normalità. Così, dopo aver visto sullo schermo i personaggi omosessuali abbracciarsi, punzecchiarsi, lasciarsi, baciarsi, litigare, consolarsi, piangere, riconciliarsi e anche, perché no?, scopare e andare a fare la spesa, con la normalità di tutte le coppie di questo mondo, quando li vedremo al parco far scorrazzare il loro cane, sul corso per mano a guardare le vetrine o sul lungomare abbracciati ad ammirare il tramonto sull'orizzonte, nessuno farà più caso a loro, come è giusto che sia, perché grazie (anche) a quello che abbiamo visto sugli schermi, saranno entrati a far parte della normalità di tutti, come già lo sono tutti quanti gli altri. Così finalmente non ci sarà più nessuno a darsi di gomito, sussurrare nelle orecchie («Guarda quelli...»), sollevare i sopraccigli, e fare risate o battutine. In fondo l'omofobia comincia da lì ed è da lì che deve cominciare a finire.

mercoledì 30 settembre 2015

Facebook e la (triste) condanna alla felicità

Togliete i gattini, le scie chimiche, le scaramucce politiche, candy crush soda e qualche stupidaggine assortita, e la gran parte di quello che vi resta in mano dei Social Network è un'irritante gara alla felicità. Su Facebook sembra che l'emozione prevalente sia la gioia e i vostri amici non vedono l'ora di farvi sapere e di condividere con voi tutti questi momenti magici della loro splendide vite, in cui riescono a fare questo e quello, che sono così capaci e belli, belli, anzi bellissimi, con quelle loro boccucce rosse a forma di cuore (le donne) e gli sguardi da machi incorreggibili (gli uomini), che hanno avuto sì questo colpo di fortuna, ma che se la sono sudata, che ce l'hanno finalmente fatta e sono al settimo cielo, che sono in vacanza e stanno da dio in un posto della madonna [v. foto dei piedi contro l'orizzonte marino], che stanno mangiando questa cosa buonissima [v. foto orrenda del piatto], che si stanno sparando questo fantastico spritz in riva al lago con gli amici di sempre ecc. ecc. ecc., in quella che in questo modo diventa ben presto una specie di assurda competizione a dimostrare chi è più felice.

Perché tutti vorremmo essere felici, è naturale. Ma questo mondo preda (vittima?) del capitalismo, delle celebrità nullafacenti, della bellezza liofilizzata, della pancia piatta, dell'iPhone da 800€ a rate mensili, dello yogurt che ti spazzola via le arterie dal colesterolo, dei riflettori un tanto al chilo, che cosa ci ha insegnato a riguardo? Che la felicità è un diritto, qualcosa che nella migliore delle ipotesi ci è dovuto dalla costituzione dell'esistenza, e nella peggiore si compra, a prescindere dagli sforzi, dalle circostanze e dal portafoglio, in quella perpetua confusione in cui siamo immersi, sballottati in continuazione, alla deriva, tra l'Avere e l'Essere. Così Facebook ci viene in soccorso, come un filtro per le brutterie della vita, a mostrarci (almeno in questo mondo virtuale) felici e vincenti, con buona pace dei nostri "amici" che, spesso neanche conosciamo, ma che non possono far altro che vedere quanto bene ci vanno le cose e, in questo modo, ro-si-ca-re!

Perché la felicità accende la nostra invidia, come un peso sul piatto sbagliato della bilancia di una giustizia divina cui ci appelliamo perché prima o poi – cazzo! – dovrà toccare anche a noi. Perché tu, che sei felice su Facebook, non sperare che i tuoi "amici" siano davvero felici per te. Non contare sulla sincerità di faccine e cuoricini. Quelle non sono faccine e cuoricini veri. In realtà non si è (quasi) mai davvero felici per qualcuno, almeno se non si è felici noi stessi per primi, ma anche in questo caso permettetemi un po' di scetticismo. Quindi quando qualcuno dice di essere felice per te, diffida. Al massimo, se va bene, gli sei indifferente. Provare davvero gioia per la felicità di qualcun altro è una delle cose più difficili da provare al mondo e che possiamo riservare solo a poche, pochissime persone della nostra vita, solo a quelle che amiamo davvero, con tutto il nostro cuore, il nostro corpo e la nostra anima. Per il resto, dunque, l'unico modo di sopportare la felicità altrui, è essere felici anche noi. Almeno su Facebook.

martedì 22 settembre 2015

Fate tacere le Miss!

Perché vi ostinate a farle parlare? Sono lì perché sono belle. Non è obbligatorio che dimostrino di essere intelligenti. Non devono dimostrare di essere colte. Non devono dimostrare di saper risolvere le equazioni differenziali. Devono dimostrare di avere un sorriso luminoso, delle cosce lisce e affusolate, un sedere degno di questo nome, un viso simpatico, un décolleté come si deve, degli occhi intensi ed espressivi, ma non vogliamo sapere nulla del loro cervello. Non vogliamo scoprire se sono potenziali aspiranti al Nobel per la chimica, né se potrebbero arrivare un giorno a condurre la redazione di Limes. Questo, badate bene, non significa che non possano averne i numeri. Semplicemente non ci interessa. Non è questa la ribalta giusta. Questa è la ribalta della bellezza e noi vogliamo la loro bellezza. Punto. È così difficile da capire? Perché la bellezza non ha bisogno di parole. E noi non vogliamo le loro parole. Dite la verità, per una volta. Non siate ipocriti, per cortesia, almeno questa volta. Siamo nel 2015, le abbiamo ben capite come vanno queste cose, ormai.

Quelle sono lì perché sono alte, magre e mediamente, chi più chi meno, dei gran pezzi di gnocca. Quindi smettiamola, vi prego, di indugiare con la stucchevole finta perbenista dell'emancipazione femminile. Non ci crede più nessuno a queste cose. Tanto la vincitrice la metterete lì, a fare plin plin, non a dare ripetizioni di meccanica quantistica, per la maggior gloria degli sponsor che tirano fuori i quattrini. Se poi le andrà bene, finirà in qualche televendita, magari di vasche da bagno o di materassi, o se le andrà benissimo in qualche sceneggiato di infimo livello. Quindi, perché diamine non possiamo dire come stanno davvero le cose, che male c'è?, che sono lì perché vogliamo tutti la bellezza, perché ci piace da matti la bellezza, perché siamo soggiogati dalla bellezza, perché la bellezza, quella vera, non si discute, non è un'opinione, mette d'accordo tutti, compresi gli sponsor - ancora loro - milionari? Perché, okay, la miss può anche non piacere, si sa, i gusti sono gusti, le bionde e le brune, capelli ricci e lisci, lunghi e corti, eccetera, ma non si può mai dire che sia davvero brutta. E noi abbiamo sempre fame di bellezza, più che di intelligenza, perché l'intelligenza è opinabile, la bellezza no, l'intelligenza è faticosa, la bellezza no. Quindi fatele sfilare, riprendetele in 3D, inquadratele davanti e di dietro, di sopra e di sotto, ma per favore, una buona volta, non chiedete loro di parlare.

lunedì 21 settembre 2015

Lettera aperta a Umberto Eco sulla faccenda del Tu, del Lei e del Voi

Caro Umberto,

ho letto con molto interesse il tuo intervento apparso su Repubblica la settimana scorsa in merito all'uso del Tu, del Lei e del Voi, ma devo dire che ho trovato le tue argomentazioni lacunose e superficiali, insomma, per nulla convincenti. Per esempio non ho visto alcun cenno alla naturale evoluzione che ogni lingua ha, sia nello scritto che nel parlato, in funzione di come si modifica lo scenario sociale e culturale entro il quale quella lingua vive attraverso la popolazione che la usa. E non ho visto alcun riferimento alle influenze che gli stili e le abitudini di vita, che non sono sempre uguali a se stessi e anzi negli ultimi anni sono cambiati e vediamo cambiare con una velocità sempre maggiore, si trasferiscono al modo con cui ci relazioniamo e, dunque, per forza di cose, anche con cui comunichiamo. Infine non ho visto alcuna traccia nemmeno dell'influenza dei media né, soprattutto, del fatto che una modifica dell'uso lingua non può implicare un giudizio morale, in quanto è soltanto un riferimento convenzionale di comunicazione, ancorché avallato da una tradizione che però non ha alcun valore se non quello, appunto, di essere consolidato nel passato e tramandato da esso e quindi essere legato all'eventuale nostalgia o attaccamento (legittimi) che possiamo provare nei suoi confronti, ma che non essendoci niente che lo definisca come regola immutabile, può essere soltanto preso a titolo di pregiudizio.

Ho l'impressione, avallata anche per esempio da un altro tuo recente intervento sui Social Network e sui suoi fruitori (da te definiti "legioni di imbecilli") che forse tu non abbia digerito fino in fondo i cambiamenti che stiamo vedendo in atto nella società a partire dagli anni duemila. Contrariamente a quel medioevo da te ben conosciuto, in cui la visione del futuro era legata solo, in prima battuta alla speranza di non essere travolti dai barbari, spazzati via dalla peste, vessati dal Signore di turno, avere un buon raccolto eccetera, e in ultima analisi all'incertezza tra la ricompensa divina e il castigo eterno, un tempo in cui la società si riteneva sempre immobile e uguale a se stessa per lo meno all'interno dell'orizzonte di alcune generazioni, ora le società si modificano rapidamente e i cambiamenti sociali influenzano i modi di vita e di pensare delle persone e quindi, anche, come si esprimono e come si mettono in relazione tra loro. In particolare, le nuove tecnologie di comunicazione, nella fattispecie i Social Network da te tanto osteggiati, hanno una parte non trascurabile nell'evoluzione di questo nuovo universo relazionale. Perché oltre alla velocità e all'immediatezza, che presuppongono una comunicazione snella ed essenziale (quindi bando alle inutili sovrastrutture ossequiose), danno soprattutto la possibilità di conoscere persone anche solo virtualmente e, nella democrazia della rete, esiste un'uguaglianza di fondo che nella realtà non c'è. Ed è anche questo il bello. Nei Social Network sei giudicato per quello che dici e, semmai, per come lo dici, non per l'età che hai, se hai la barba bianca, la pelle nera, se sei transgender, se sei ebreo, o se sei professore universitario. E personalmente sono convinto che questo modello relazionale si stia lentamente trasferendo anche nella società reale, pur con le dovute cautele e distinguo, necessari sempre quando non ci sono i presupposti per generalizzare.

Tuttavia, non vedo come questo possa essere automaticamente contraddistinto dalla connotazione negativa su cui tu punti il dito, senza che possa essere considerato un tuo preconcetto. Il Tu e soltanto il Tu, se rivolto a uno sconosciuto, ma anche a un conoscente con il quale non si ha molta confidenza, non implica necessariamente un insulto o una mancanza di rispetto. Niente di stigmatizzabile, insomma. L'arroganza, l'abuso, la mancanza di gentilezza o il difetto di garbo, l'insulto vero, quelli sì sono comportamenti biasimevoli, che feriscono le relazioni. Ma l'uso del Lei o del Voi non mettono certo al riparo da queste mancanze di rispetto, come l'uso del Tu non configura automaticamente una situazione da condannare. Pensare che il Tu sia già un insulto a prescindere, sminuisce gli insulti veri. Del resto mi riesce difficile capire il motivo di tanta acrimonia o preoccupazione, se non quello – più generale – della paura innata che tutti abbiamo del cambiamento, la modifica di uno status quo o del superamento di una tradizione che, per quanto possa dispiacerci e spiazzarci, non sottintende necessariamente l'instaurarsi di qualcosa di maligno contro il quale dobbiamo per forza combattere. Al contrario potrebbe configurare un mondo dove, per esempio, i soloni scendano giù dal prezioso arrocco dei loro scranni; i vecchi siano un po' più rispettosi (ebbene sì) e abbiano un po' più di fiducia nei confronti dei giovani coi capelli lunghi, il piercing al naso e il tatuaggio sul collo, senza voler sempre impartire loro lezioni e morali a ogni costo; i grandi medici la smettano di guardarti come divinità che lumano un pezzo di carne di cui disporre a proprio piacimento, portafoglio compreso; i vicini di casa siano degli esseri umani cui poter bussare per chiedere un uovo e un po' di zucchero per la torta, senza temere sbirciate in tralice o grugniti dietro lo spioncino, ma con la confidenza di avere la risposta di un sorriso e ricambiarlo con una fetta di dolce appena sfornato. Perché il Tu non insulta le persone, semmai le avvicina, anche soltanto di un po’. Magari, chissà, potrebbe anche essere un mondo migliore.

Con immutata stima e rispetto (nonostante il Tu),
Alessandro Vietti

giovedì 17 settembre 2015

David Gilmour dentro lo smartphone

L'altro giorno, al concerto di David Gilmour, sembrava di stare dentro un saggio di Walter Benjamin. Di fronte a quelle persone (parecchie) intente a guardare lo spettacolo attraverso lo schermo del loro smartphone che, intanto riprendeva ogni istante dell'esperienza, mentre il grande chitarrista snocciolava uno dopo l'altro capolavori come Time, Money, Us and Them e Shine on You Crazy Diamond, era come essere dentro un'opera d'arte al tempo della sua riproducibilità tecnica. Anzi no. Dentro una vita al tempo della sua registrabilità tecnica.

In un'occasione del genere, naturalmente, qualche foto è d'obbligo, a testimoniare, quando l'adrenalina sarà passata e l'eco della chitarra si sarà spento nelle orecchie emozionate, che quell'evento epocale ha inciso davvero qualche lastra del nostro passato, e non ci siamo solo crogiolati nell'inventarcelo, come un desiderio reso quasi palpabile da un sogno. In fondo è questo che in genere fanno foto e souvenir: conferire materia ai ricordi, dimostrandoci in ogni momento che ciò che è passato e non è più, in una qualche coordinata della matrice dell'esistenza dell'universo è - effettivamente - stato. Però, stare lì, tutto il tempo col telefono in mano e godersi il concerto attraverso lo schermo è qualcosa di più che surreale. Cioè, tu paghi profumatamente un biglietto anche non facile da trovare e poi vieni qui e buona parte dello show te lo passi con lo smartphone in mano a riprendere un video normalmente di pessima qualità sia vedersi che ad ascoltarsi?

Questo porta a osservare che oggi (per molti) sembra divenuta decisamente più importante la registrazione dell'evento, piuttosto che l'evento stesso, ovvero il file da riprodurre, piuttosto che la memoria biologica della costellazione di sensazioni che l'evento ha scatenato. È come se il semplice ricordo (ancorché vissuto fino in fondo) non bastasse più, o fosse addirittura un accessorio trascurabile, e la vera soddisfazione (la vera vita?) trovasse ormai compimento nel portarsi a casa un brutto video che, dopo averlo mostrato [CONDIVIDI] con orgoglio agli amici reali e virtuali (che non erano riusciti a recuperare il biglietto o che nemmeno sanno chi diavolo sia questo Gilmour, però bravo, eh), probabilmente nemmeno guarderanno più e del quale addirittura dopo qualche giorno si dimenticheranno, ma che magari addirittura riuscirà a sopravvivergli dentro qualche recesso di memoria a stato solido, come una specie di trofeo illusorio rubato alle grinfie dell'oblio.

Costoro, tuttavia, probabilmente non si renderanno mai conto che quel video qualcosa ha finito per costargli, mentre le loro mani erano impegnate a tenere l'inquadratura e il loro sguardo, come la loro attenzione, nella migliore delle ipotesi si divideva, un po' qua e un po' là, tra lo schermo HD e il palco. Si ha quasi l'impressione che la conquista della digitalizzazione del mondo (e con esso della vita) abbia fatto perdere ad alcuni (molti?) il gusto se non addirittura il senso del concetto di esperienza, ovvero il piacere e l'emozione di vivere uno straordinario accadimento dell'esistenza con la focalizzazione e la sintonizzazione di tutti i sensi, e la concentrazione e la consapevolezza di tutto l'essere. Invece, anche se sono lì, presenti dal vivo, questi spettatori scelgono di ridursi a guardare lo spettacolo dentro lo schermo, senza rendersi conto che, non solo è una drastica riduzione dell'esperienza, ma anche una sua anonimizzazione, perché la mediazione del display toglie vita ed energia alla performance e depotenzia l'attenzione della sua fruizione, decapitandola delle impareggiabili vibrazioni dell'esistenza. E non credere che sia poco.

lunedì 14 settembre 2015

Il vampiro di successi (sicuri)

Renzi, si vede, è uno ambizioso. Uno perennemente con l'acquolina in bocca. Non sarebbe arrivato dove è ora, nel modo in cui l'ha fatto, se non fosse così. Uno che, dietro quello sguardo da pesce lesso alla Mr. Bean, mostra i denti e azzanna duro. Un coccodrillo, con tutto l'armamentario completo, comprese le lacrime. Ma soprattutto è uno che ha fame di vittorie, uno cui non bastano le proprie (quali?), uno che non vede l'ora di fregiarsi anche di quelle altrui. Così, in quella che è stata una perfetta mossa berlusconica, non ha perso l'occasione di volare a New York per appropriarsi della vittoria italiana, qualunque fosse, agli US Open, tra Flavia Pennetta e Roberta Vinci. Dunque l'ha fatto in veste ufficiale, con tanto di volo di Stato, sostenuto dall'arroganza di chi ha ritenuto risibile curarsi delle polemiche che, ovviamente, un gesto come questo avrebbe scatenato rispetto ai costi della trasferta che sarebbero gravati sul bilancio dello Stato, ovvero sui contribuenti. Voleva fare come Pertini al Mundial, Renzi, con la sola differenza che Pertini dal Mundial avrebbe potuto uscire sconfitto, mentre dagli US Open l'Italia ne sarebbe uscita vincitrice comunque. Se in finale ci fosse stata solo una delle due italiane, pensate che Renzi ci sarebbe andato a New York, col rischio di vederla perdere?

Ma c'è anche un secondo, importante, dato da considerare, ovvero che Renzi evidentemente non ci capisce un accidente di tennis, difatti bisognerebbe insegnargli la differenza tra torneo del Grande Slam e Coppa Davis. Perché quest'ultima è effettivamente una gara tra squadre nazionali, gestita dalla Federazione Italiana Tennis, quindi un'istituzione strutturata all'interno dell'apparato dello Stato, mentre i tornei del Grande Slam (come tutti quelli dell'ATP Tour) sono confronti tra privati cittadini del mondo. Quindi sul centrale di Flushing Meadows, Roberta Vinci e Flavia Pennetta NON rappresentavano l'Italia. Non in maniera ufficiale. Hanno semplicemente rappresentato se stesse come individui, solo accidentalmente italiane. E la loro vittoria, quella di cui Renzi si è voluto appropriare facendosi ritrarre con loro per alimentare subliminalmente l'immagine vincente sua e della "sua" Italia, NON è affatto una vittoria dell'Italia. Per questo Renzi a New York poteva certo andarci, ma non in veste ufficiale, perché quella non era una manifestazione di una squadra nazionale come lo sarebbe stato se fosse stata, per restare appunto in ambito tennistico, la Coppa Davis, per la quale dunque sarebbe invece stato giustificato, persino andarci con un volo di Stato.

Così, anche in quest'occasione Renzi ha dimostrato la sua migliore attitudine, quella di vincere con le vittorie altrui. Non l'ha forse fatto anche con le elezioni?

Per la cronaca, ieri la squadra nazionale di ginnastica ritmica ha vinto il mondiale, ma a Stoccarda Renzi non l'ha visto nessuno.

venerdì 11 settembre 2015

Il dolce, caldo conforto dell'Asocial Network

Smettiamola di nasconderci dietro un mouse e ammettiamolo: siamo presuntuosi, molto presuntuosi. Di più. Siamo pensatori tracotanti, superbi, saccenti. Siamo convinti di avere (sempre) ragione. Anzi, l'abbiamo, che diamine, non c'è discussione! E uno dei nostri massimi desideri, forse addirittura il più grande, è quello che il mondo si conformi al nostro pensiero, che dunque – avendo noi sempre ragione – corrisponde al massimo bene per l'intera umanità. Siamo dei benefattori, insomma, e c'è soltanto da esserci grati per la generosità disinteressata con cui dispensiamo la nostra magniloquente Verità.

E per questo dobbiamo essere grati (anche) al Social Network per eccellenza, Mr. Facebook, nel quale il suo algoritmo (EdgeRank) fa' sì che i post degli amici visualizzati sul nostro newsfeed tendano a conformarsi ai nostri gusti. Facebook insomma non fa che aiutarci a mettere in pratica il principio consolatore del Daily Me già ipotizzato da Nicholas Negroponte nel 1995, ovvero quello di creare un quotidiano virtuale personalizzato sulle preferenze individuali. Il passo successivo è quello, praticato da molti di noi, di eliminare (bannare o togliere l'amicizia) i contatti che hanno idee politiche o sociali diametralmente opposte dalle nostre. Così succede che coloro che tenderanno a sinistra elimineranno i contatti che postano i busti di Mussolini, che inneggiano ai marò eroi, che condividono le foto delle felpe di Salvini, che non fanno altro che ripetere come dischi rotti che i migranti devono restarsene a casa loro e altrimenti bisogna rispedirli indietro, quando non addirittura sparagli; gli atei tenderanno a eliminare i contatti che postano le icone dei Santi, il pensiero del giorno di Papa Francesco, citazioni della Bibbia; gli omosessuali elimineranno gli omofobi; i creduloni di scie chimiche e vaccini autistici faranno fuori gli scettici e i cicappini oltranzisti; eccetera eccetera eccetera.

In questo modo avremo vinto la nostra personale battaglia perché vivremo (finalmente) nel mondo migliore che avevamo sempre desiderato, quel mondo intonato e accordato sulle nostre personali opinioni, un mondo privo di scontri, di discussioni, di diversità, di scomode diatribe e di pericolosi contrasti difficili da mediare. Un mondo omologato sul pensiero unico, il nostro, perché la dittatura è sempre un male terribile a meno che non sia la nostra, un mondo in cui potremo illuderci che sia il mondo a essersi conformato a noi e non il viceversa. Sarà addirittura un mondo in cui il compromesso non avrà più alcuna ragione d'essere e dunque nemmeno la democrazia, visto che mancherà completamente l'opposizione. Dovremo solo stare attenti a non mettere il naso fuori di casa.

martedì 8 settembre 2015

Perché i rifugiati potrebbero venire in Europa in aereo (in piena sicurezza)

Perché un rifugiato non può prendersi un comodo aereo e venire in Europa? Se ha i soldi (e li ha) per mettersi nelle mani rapaci di criminali senza scrupoli per assicurarsi una corsa su un barcone del destino e andare incontro al rischio di lasciare la pelle sul fondale di un mediterraneo qualsiasi, perché dunque non usarli per comprarsi un biglietto aereo e giungere comodamente in Europa in Economic Class, sorseggiando una Coca Cola e leccandosi le dita salate dopo aver sgranocchiato le noccioline gentilmente offerte dalla compagnia? Di certo (1) costa molto meno delle cifre che si dice chiedano gli scafisti e (2) il rischio è senza dubbio molto minore anche nel caso di compagnie aeree non proprio in testa alla lista delle migliori del mondo. La domanda sembra stupida e la risposta sembrerebbe scontata: se nessuno lo fa, evidentemente non si può fare. Tant'è che nessuno si pone la domanda. Eppure è un interrogativo molto meno ozioso di quello che può sembrare. Permettetemi di fare a riguardo qualche ragionamento documentato.

Lo stato di "rifugiato" è disciplinato in primis dalla Convenzione di Ginevra del 1951 che indica chiaramente le sue caratteristiche. Il rifugiato è "Chiunque nel giustificato timore d’essere perseguitato per ragioni di razza, religione, cittadinanza, appartenenza a un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori dei suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi." Esistono poi altre definizioni giuridiche posteriori e maggiormente obiettive o funzionali. Ma per ora questa è sufficiente per i nostri scopi, anche perché è quella di riferimento di tutte le altre.

A proposito poi del fatto che i rifugiati non possono prendere l'aereo, c'è la posizione della UE regolata dalla Direttiva Europea 2001/51/EC, della quale vi invito a leggere almeno i primi paragrafi che vi riporto qui sotto:

(1) Per lottare efficacemente contro l'immigrazione clandestina è fondamentale che tutti gli Stati membri adottino un dispositivo che fissi gli obblighi per i vettori che trasportano cittadini stranieri nel territorio degli Stati membri. Ai fini di una maggiore efficacia di tale obiettivo, occorrerebbe altresì armonizzare, per quanto possibile, le sanzioni pecuniarie attualmente previste dagli Stati membri in caso di violazione degli obblighi di controllo cui sono soggetti i vettori, tenendo conto delle differenze esistenti tra gli ordinamenti giuridici e le prassi degli Stati membri.

(2) La presente misura rientra in un dispositivo globale di controllo dei flussi migratori e di lotta contro l'immigrazione clandestina.


In altre parole, questa direttiva demanda specificatamente ai vettori (quindi aerei e altri mezzi di trasporto deputati al trasferimento di persone verso paesi terzi) il divieto di procedere a dare ospitalità sui loro mezzi a persone che non abbiano i requisiti necessari. In altre parole, per essere in regola il passeggero ha bisogno di un visto, rilasciato da un organo delegato dallo Stato di destinazione (tipicamente un'ambasciata). E se il vettore lascia salire sul suo mezzo un passeggero senza visto, i costi del suo rimpatrio saranno a carico del vettore stesso.

Ora vi invito a porre la vostra attenzione sul terzo capoverso della medesima direttiva.

(3) L'applicazione della presente direttiva non pregiudica gli impegni derivanti dalla convenzione di Ginevra, del 28 luglio 1951, relativa allo status dei rifugiati, quale modificata dal protocollo di New York del 31 gennaio 1967.

Quindi, se interpreto correttamente (se non lo faccio, ditemelo), questa direttiva non può comunque annullare quanto disposto dalla Convenzione di Ginevra del 1951, emendata dal Protocollo di New York del 1967, il quale semplicemente estende la definizione del 1951, in quanto la "Convenzione sullo statuto dei rifugiati, firmata a Ginevra il 28 luglio 1951 [...] è applicabile soltanto alle persone rifugiatesi a cagione di avvenimenti anteriori al 1° gennaio 1951, considerando che dopo l’approvazione della Convenzione sono apparse nuove categorie di rifugiati, le quali pertanto possono essere escluse dalla Convenzione, considerando l’opportunità di applicare il medesimo statuto a tutti i rifugiati compresi nella definizione espressa dalla Convenzione, senza tener conto della data limite del 1° gennaio 1951".

Pertanto (a) chi ha diritto di essere considerato un rifugiato politico per i criteri della Convenzione di Ginevra, potrebbe prendersi un aereo e venire in Europa con un visto adeguato senza alcun tipo di ulteriore restrizione; (b) i vettori non si prenderanno mai autonomamente la responsabilità della decisione di fare salire sui propri mezzi passeggeri che potrebbero risultare mancanti dei criteri per essere definiti "rifugiati" e dunque avere il diritto di salire.

Ma chi è che decide chi può fregiarsi del titolo di "rifugiato" e dunque avvalersi dei diritti e delle protezioni conseguenti? Esiste un organismo internazionale? Qualcosa tipo l'Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite? No. Sono i singoli Stati. Nel caso dell'Italia, per esempio, c'è il Decreto Legislativo n. 25 del 28 gennaio 2008 che riprende la direttiva comunitaria 2005/85/CE e che all'Articolo 2, capoverso (d), dà la seguente definizione:

«rifugiato»: cittadino di un Paese non appartenente all'Unione europea il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trova fuori dal territorio del Paese di cui ha la cittadinanza e non può o, a causa di tale timore, non vuole avvalersi della protezione di tale Paese, oppure se apolide si trova fuori dal territorio nel quale aveva precedentemente la dimora abituale e per lo stesso timore sopra indicato non può o, a causa di siffatto timore, non vuole farvi ritorno, ferme le cause di esclusione previste dall'articolo 10 del decreto legislativo 19 novembre 2007, n. 251; (ovviamente, banalizzando, le "cause di esclusione" sono, in linea generale, i precedenti criminosi o atti contrari ai principi delle Nazioni Unite).

Inoltre il decreto stabilisce ulteriori categorie di persone che hanno diritto a protezione e asilo, ma i "rifugiati" sono quelli che godono dei massimi diritti.

Quindi, insomma, è demandata a ogni Stato, in quanto Sovrano, la decisione dell'applicabilità dello status di "rifugiati" e dunque l'attribuzione del diritto alla protezione, all'asilo e al movimento all'interno dell'Area Schengen a ciascun richiedente. Nel caso dell'Italia ci sono dieci Commissioni Territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale, composte ciascuna da 4 membri di cui due appartenenti al ministero dell’Interno, un rappresentante del sistema delle autonomie e un rappresentante dell’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite.

Tuttavia, il punto chiave è che invece di farsi spillare quattrini sulle spiagge e rischiare la vita sui barconi, coloro che hanno i requisiti per lo stato di rifugiati - secondo la legge - dovrebbero poter mettersi tranquillamente in coda alle ambasciate dei paesi UE, farsi rilasciare un visto e poi comprare un biglietto aereo per la destinazione UE che ha rilasciato quel visto. Ma se da un lato, di certo non tutte le migliaia di persone che stanno arrivando in Europa in questi giorni ne avrebbero diritto, in quanto non è detto che tutti godano dei requisiti per essere considerati "rifugiati", dall'altro non credo neanche che coloro che effettivamente quel diritto lo hanno, non lo facciano per colpa loro.

[PS Non essendo un esperto di Diritto internazionale potrebbe esserci qualche inesattezza. Pertanto se qualcuno ha osservazioni, puntualizzazioni o correzioni da fare, non solo è benvenuto, ma è invitato a farlo. Grazie.]

lunedì 7 settembre 2015

La vita come mosaico secondo Jenny Offill

Viviamo in un flusso ininterrotto, analogico, di accadimenti, pensieri, azioni. Eppure se potessimo osservare dall'alto questo coacervo di eventi ci accorgeremmo che in realtà le nostre vite sono significativamente digitali, ovvero hanno una sorta di risoluzione che è quella data dalla densità degli episodi, piccoli o grandi, ma comunque rilevanti, che incidono in qualche modo sulla nostra esistenza. Possono essere frasi, pensieri, viaggi, incontri, considerazioni, agnizioni, paesaggi, esperienze di ogni genere, ma cose piccole, per lo più, e spesso (solo) apparentemente insignificanti. Certo, ci sono anche i Grandi Momenti e le Grandi Scelte a determinare il nostro percorso (lo sposo o non lo sposo?, faccio filosofia o medicina?, lascio tutto e vado dall'altra parte del mondo o resto qui?), ma sono soprattutto certe cose di tutti i giorni, discrete, puntuali come capocchie di spillo, piccole tessere di un mosaico senza un'immagine di riferimento, a concorrere a fare di noi quello che siamo.

Mi piace pensare che sia stato basandosi su un concetto simile che Jenny Offill abbia deciso di scrivere Sembrava una felicità nel modo in cui l'ha fatto. Perché questo suo romanzo, in realtà non è un romanzo. Ma non è nemmeno un diario. E neppure una raccolta epistolare. Inutile dire che non si tratta nemmeno di un poema lirico. Sembrava una felicità è un oggetto narrativo non identificato in quanto racconta, sì, una storia, come qualunque romanzo - che nella fattispecie è la storia di un momento della vita di una donna assai tormentata, una donna preda delle contraddizioni nel rapporto con la figlia (che sta crescendo), in quello col marito (traditore), in quello col lavoro (complicato) - ma non lo fa secondo i canoni del romanzo, ovvero in accordo a un flusso narrativo strutturato, per quanto articolato e personalizzato dallo stile espresso dall'autore. No. La Offill destruttura completamente la narrazione e racconta la storia della sua protagonista secondo brevi, a volte brevissimi, "quadri di testo" di tutti i generi (dal racconto di un episodio, a un'osservazione, a un pensiero, a una citazione ecc.), in maniera non consecutiva né dal punto di vista logico, né da quello cronologico, come tessere sparse di un mosaico che si compone piano piano nella mente del lettore a mano a mano che procede nella lettura.

Ma ciò che è più straordinario, è che il risultato finale non restituisce una storia compiuta dall'inizio alla fine - non pensate insomma di ricostruire per filo e per segno la vicenda della protagonista come se l'aveste letta secondo i canoni consueti del romanzo - bensì rimanda alla conoscenza di quella persona e della sua esperienza a livello quasi inconsapevole. In altre parole, il modus operandi della Offill riesce a simulare nella mente del lettore la conoscenza della sua protagonista prima ancora della consapevolezza della sua storia. È un processo curioso, quello di cui si è partecipi leggendo il libro. Ma Sembrava una felicità non si limita a essere un interessante esperimento letterario, perché la Offill avvolte e permea il suo racconto di maternità, di relazioni e di realizzazione con una sensibilità, un'arguzia, una leggerezza e un'intensità davvero straordinarie, rendendolo vivo come raramente capita di leggere. Insomma, forse non sarà il migliore romanzo di questo 2015, ma per ora sta certamente sul podio. E per questo, mannaggia a lui!, devo ancora una volta ringraziare la segnalazione del buon Michele Orti Manara del blog Nepente, anche in questo caso (come in quello dello straordinario Nel mondo a venire di Ben Lerner), che ormai mi toccherà eleggere a mio pusher letterario privilegiato.

L'incipit:

Le antilopi vedono dieci volte meglio di noi, avevi detto. Era l'inizio o quasi. Significa che in una notte tersa riescono a vedere gli anelli di Saturno.

Accadeva mesi prima che ci raccontassimo tutte le nostre storie, e anche all'epoca qualcuna sembrava troppo piccola per darle importanza. Ma allora perché mi sono tornate in mente proprio adesso? Adesso che sono così consapevole di tutto.

I ricordi sono microscopici. Minuscole particelle che sciamano in gruppo e da sole. Folletti operai, li chiamava Edison. Entità. Lui aveva una teoria sulla loro provenienza e quella teoria era lo spazio cosmico.


Sembrava una felicità (Dept. of Speculation, 2014), di Jenny Offill - NNEditore

giovedì 3 settembre 2015

L'ineffabile attrazione per il Granchio

E' bello vivere di sineddoche, perché la sineddoche ci dà certezze e avere certezze è quanto di meglio si possa chiedere a un'esistenza che, invece, di certezze in fondo ce ne dà una soltanto e non è che sia proprio una consolazione. Ma per tutto il resto abbiamo la sineddoche e la sineddoche è la nostra migliore amica, perché è colei che ci permette di avere opinioni definitive, facilmente e con pochissimo sforzo. E siccome farsi idee è la cosa più importante, in un mondo così complesso e articolato come quello in cui viviamo, ecco che la sineddoche ci viene in soccorso, ci risparmia fatica, ci sostiene nella nostra comprensione della realtà e nell'idea che ci facciamo di essa, di quello che contiene e di quello che vi succede. Da un evento particolare, di cui abbiamo sentito parlare sul web, sui giornali o in televisione, la sineddoche ci permette di indurre un principio generale. Cosa vogliamo di più?

Così, se a Genova, su un autobus di notte, un gruppo di adolescenti teste di cazzo, pestano a (quasi) morte un uomo perché credono che sia omosessuale, e l'autista codardo infila la testa sotto la sabbia dicendo che suo nonno gli ha sempre insegnato a farsi i fatti suoi, la sineddoche ci informa che il problema è la città degradata, l'omofobia dilagante, il razzismo, l'intolleranza. Se a Tunisi, alcuni militanti dell'Isis fanno strage di turisti in una spiaggia di Sousse, la sineddoche ci sussurra all'orecchio che i musulmani sono un branco di pazzi, incivili, arretrati, disposti a tutto, e la loro religione medioevale equivale al culto del male. Se un extracomunitario ubriaco investa una vecchietta sulle strisce, la sineddoche ci rivela che è tutta colpa dell'immigrazione clandestina, dei barconi, e che gli africani (anzi, i negri!) sono delinquenti e puzzano.

Insomma, la sineddoche è (molto) pericolosa, perché la sineddoche ci facilita la vita, ci risparmia l'impegno di pensare, di informarci, di verificare e - a un prezzo stracciato - ci mette in tasca una fresca e rassicurante verità assoluta, di quelle che poi possiamo sfoggiare sui social network, come un bel vestito su un red carpet, sputando sentenze e dando degli idioti a quelli che non la pensano come noi. Ma a noi che cosa importa, se quella opinione non corrisponde alla realtà, ma anzi la distorce e fa pescare granchi colossali come mostri di film di serie B? L'importante è che siamo convinti noi e che ci siamo arrivati da soli, a quelle conclusioni, dandoci così l'illusione di averla in pugno quella verità, che sia nostra e nostra soltanto. In questo modo non solo avremo la verità, ma potremo anche tirarcela con gli amici (reali e virtuali) di esserne i depositari, esserne orgogliosi, noi e tutti gli altri membri dell'affollato Club del Granchio. In fondo è solo questo che importa, mica la verità.

lunedì 31 agosto 2015

Le regole della scrittura #7 - Ernest Hemingway

E chiudiamo questa carrellata con l'autore di Addio alle armi, Il vecchio e il mare, Per chi suona la campana ecc., forse l'autore americano del XX secolo che più di ogni altro ha avuto un successo commerciale e popolare mondiale mentre era ancora in vita. Come per Faulkner, le regole di Ernest Hemingway sono 7 e sono stringatissime, come del resto era la prerogativa della sua scrittura:

1. Per iniziare, comincia con una frase vera.

2. Ogni giorno fermati sempre di lavorare sapendo già cosa succederà dopo.

3. Non pensare mai alla storia quando non stai lavorando.

4. Quando è il momento di ricominciare, inizia sempre rileggendo che cosa hai già scritto.

5. Non descrivere un'emozione, falla.

6. Usa una matita.

7. Sii breve.

giovedì 27 agosto 2015

Le regole della scrittura #6 - William Faulkner

C'è forse bisogno di spiegare chi è William Faulkner, anche lui, come Steinbeck, Premio Nobel per la Letteratura, ma nel 1949? Le sue 7 regole sono essenziali, ma non meno importanti:

1. Prendi ciò che hai bisogno dagli altri scrittori.

2. Non preoccuparti dello stile.

3. Scrivi dall'esperienza, ma mantieni un'ampia definizione di "esperienza".

4. Conosci bene i tuoi personaggi, e la storia si scriverà da sola.

5. Usa il dialetto con parsimonia.

6. Non esaurire la tua immaginazione.

7. Non cercare scuse.

lunedì 24 agosto 2015

Le regole della scrittura #5 - Henry Miller

Scrittore, pittore, saggista, reporter, Henry Miller è stato molte cose e viene ricordato oggi, almeno dalle nostre parti, soprattutto per i suoi celebri "tropici", Tropico del Cancro e Tropico del Capricorno. Queste sono le sue 11 regole, enunciate quasi rivolgendosi a se stesso, come si evince dalla regola n. 2.

1. Lavora a una cosa alla volta, finché non è finita.

2. Non iniziare più nuovi libri, non aggiungere nuovo materiale a Primavera Nera (un suo romanzo).

3. Non essere nervoso. Lavora con calma, con gioia e in maniera spericolata con qualsiasi cosa tu abbia per le mani.

4. Lavora in accordo al Programma e non in base all'umore. Fermati all'ora prestabilita!

5. Quando non riesci a creare, puoi lavorare.

6. Consolida un po' ogni giorno, piuttosto che aggiungere sempre nuovi fertilizzanti.

7. Resta umano! Incontra persone, va in giro, bevi se ti va.

8. Non fare il cavallo da tiro! Lavora solo con piacere.

9. Lascia perdere il Programma, quando hai voglia di farlo, ma torna a esso il giorno dopo. Stai concentrato. Determinato. Isolato.

10. Dimentica i libri che vorresti scrivere. Pensa solo a quello che stai scrivendo.

11. Sempre e prima scrivi. La pittura, la musica, gli amici, il cinema, tutte queste cose vengono dopo.

giovedì 20 agosto 2015

La regole della scrittura #4 - John Steinbeck

John Steinbeck è un classico. John Steinbeck nel 1962 ottenne il Premio Nobel per la Letteratura. John Steinbeck è quello di Furore, Uomini e topi e La valle dell'Eden tanto per citare tre titoli entrati nella Storia della letteratura del XX Secolo. Per lui le regole da seguire sono soltanto 6:

1. Lascia perdere l'idea che non arriverai mai alla fine. Scordati il traguardo delle 400 pagine e scrivi soltanto una pagina al giorno. Questo aiuta. Così, quando avrai finito, rimarrai sempre sorpreso.

2. Scrivi liberamente e il più rapidamente possibile e butta tutto sulla carta. Non correggere o riscrivere mai finché non è tutto buttato giù. Riscrivere mentre stai ancora scrivendo solitamente è una scusa per non andare avanti. Interferisce anche con il flusso e il ritmo che può scaturire solo da una specie di associazione inconscia con il materiale che stai scrivendo.

3. Dimenticati il pubblico. Innanzitutto il pubblico senza nome e senza faccia ti terrorizzerà da morire e in secondo luogo, al contrario del teatro, quel pubblico non esiste. Nella scrittura, il tuo pubblico è un singolo lettore. Ho trovato che talvolta aiuti pensare a una persona, una persona reale che conosci, o a una persona immaginaria e scrivere a quella.

4. Se pensi che una scena o una sezione abbia bisogno di miglioramenti e la vuoi ancora mantenere, lasciala da parte e prosegui. Quando avrai finito l'intero lavoro, potrai tornarci su e potresti scoprire che la ragione per cui ti dava problemi è che non c'entra niente.

5. Attento alle scene cui ti affezioni troppo, più del resto. Normalmente scoprirai che non fanno parte dell'insieme.

6. Se stai utilizzando un dialogo, pronuncialo ad alta voce mentre lo scrivi. Solo così avrà il suono del parlato.

lunedì 17 agosto 2015

Le regole della scrittura #3 - Zadie Smith

Zadie Smith, britannica, è scrittrice e saggista. Ha scritto quattro romanzi, di cui il primo - Denti bianchi (2000) - fu oggetto di un'aspra contesa per i diritti alla pubblicazione addirittura quando non era ancora finito e l'autrice stava terminando gli studi al King's College di Londra. Per definire il genere di questo suo libro fu coniato dal critico letterario James Wood il termine realismo isterico, una sorta di variante del post-modernismo, che poi è stato applicato anche ad altri importantissimi autori come David Foster Wallace, Dave Eggers, Thomas Pynchon, Joyce Carol Oates, Don DeLillo, Jonathan Franzen. Altri suoi libri tradotti in italiano sono L'uomo autografo (2002) e Della bellezza (2005). Per lei le regole sono 10, eccole:

1. Già da bambino cerca di leggere molti libri. Passa più tempo a fare questo che qualsiasi altra cosa.

2. Da adulto, cerca di leggere il tuo lavoro come lo farebbe uno sconosciuto o, meglio ancora, un nemico.

3. Non romanticizzare la tua "vocazione". O sai scrivere buone frasi o no. Non esiste lo "stile di vita dello scrittore". Tutto ciò che importa è quello che metti sulla pagina.

4. Evita le tue debolezze. Ma fallo senza dirti che le cose che non sai fare non vale la pena farle. Non mascherare le tue insicurezze col disprezzo.

5. Lascia passare un po' di tempo tra la scrittura di qualcosa e la sua revisione.

6. Evita le cricche, le bande e i gruppi. La presenza di una folla di personaggi non renderà la tua scrittura migliore.

7. Lavora su un computer disconnesso da Internet.

8. Proteggi il tempo e lo spazio nel quale scrivi. Mantieni tutti a distanza, perfino coloro che sono più importanti per te.

9. Non confondere gli onori con la realizzazione.

10. Di' la verità, anche se velata, ma dilla. Arrenditi all'eterna tristezza che viene dal non essere mai soddisfatti.

giovedì 13 agosto 2015

Le regole della scrittura #2 - Kurt Vonnegut

Dopo Neil Gaiman, oggi è la volta del grande Kurt Vonnegut, saggista e autore, tra gli altri di Le sirene di Titano, Mattatoio n. 5, La colazione dei campioni ecc. Chi non lo conosce? Ecco le sue 8 regole da seguire.

1. Fa' in modo che il tuo lettore non pensi di aver sprecato tempo a leggerti.

2. Da' al lettore almeno un personaggio per cui possa fare il tifo.

3. Ogni personaggio dovrebbe volere qualcosa, anche solo un bicchiere d'acqua.

4. Ogni frase deve fare una di queste due cose: rivelare il carattere di un personaggio o far progredire l'azione.

5. Inizia il più vicino possibile alla fine.

6. Sii sadico. Non importa quanto dolci e innocenti siano i tuoi protagonisti: fagli accadere cose terribili, in modo che il lettore possa vedere di che pasta sono fatti.

7. Scrivi per piacere a un solo lettore. Se spalanchi la finestra e fai l'amore con il mondo, per così dire, alla vostra storia verrà la polmonite.

8. Da' ai lettori più informazioni possibili, il più presto possibile. Al diavolo la suspense. I lettori dovrebbero avere una completa comprensione di ciò che sta accadendo, di dove e di perché, al punto che potrebbero terminare da soli la storia, se gli scarafaggi si mangiassero le ultime pagine.

lunedì 10 agosto 2015

Le regole della scrittura #1 - Neil Gaiman

Inauguro oggi una serie di sette post dedicati alle cosiddette "regole della scrittura" – se regole ci possono davvero essere – dal punto di vista di diversi scrittori famosi, che ci terranno compagnia fino a fine agosto. Non sono affatto regole inedite e qualcuno - specie chi si diletta nella scrittura - avrà già avuto modo di imbattercisi, almeno in parte di esse. Ma mi piace raccoglierle qui perché, un po' come le liste, trovo sempre molto curiose queste specie di "ricette", in quanto paradossalmente le trovo allo stesso tempo vere e false, un po' come il gatto di Schrödinger. Inoltre, confrontandole a distanza ravvicinata, sarà curioso notare certe ricorrenze, perché sono quelle che, se rilevate da molti (se non da tutti), evidentemente dovranno avere qualche cosa di profondamente vero e irrinunciabile, qualcosa che va oltre le peculiarità, le predilezioni, i tic e le scaramanzie di ciascun autore. Ma, altrettanto curiosamente, ci saranno anche delle regole completamente opposte.

Cominciamo da Neil Gaiman, autore della serie di fumetti Sandman, dei romanzi Nessun Dove, American Gods e un bel po' di altre cose. Ecco le sue 8 regole:

1. Scrivi

2. Metti una parola dietro l'altra. Trova la parola giusta e scrivila.

3. Termina quello che stai scrivendo. Qualunque cosa tu debba fare per finirlo, finiscilo.

4. Mettilo da parte. Leggilo come se non l'avessi mai letto prima. Mostralo agli amici di cui rispetti l'opinione e quelli ai quali sai che piacciono cose come quella che hai scritto.

5. Ricorda: quando qualcuno ti dice che a suo giudizio c'è qualcosa di sbagliato o che non funziona, ha quasi sempre ragione. Quando invece ti dicono esattamente che cosa c'è che non va e come metterlo a posto, hanno quasi sempre torto.

6. Rivedilo. Ricorda che, presto o tardi, prima che raggiunga la perfezione, tu dovrai comunque abbandonarlo per iniziare a scrivere qualcos'altro. La perfezione è come raggiungere l'orizzonte. Si sposta in continuazione.

7. Ridi alle tue battute.

8. La regola principale della scrittura è che se tu scrivi con abbastanza fiducia in te stesso, puoi arrivare a fare quello che vuoi. (Che può essere una regola di vita oltre che di scrittura. Ma è certamente vera per la scrittura). Così scrivi la tua storia come dev'essere scritta. Scrivila onestamente e raccontala al meglio delle tue possibilità. Non sono sicuro che ci siano altre regole. Per lo meno regole che abbiano importanza.

License

Creative Commons License
I testi di questo sito sono pubblicati sotto Licenza Creative Commons.

Statistiche

Blogsphere

Copyright © Il grande marziano Published By Gooyaabi Templates | Powered By Blogger

Design by Anders Noren | Blogger Theme by NewBloggerThemes.com