Punti di vista da un altro pianeta

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giovedì 14 ottobre 2010

Il bigodino della speranza

Due mesi abbondanti di campeggio in uno dei deserti più duri del pianeta possono mettere alla prova le unghie e i capelli di chiunque. Figuriamoci se non è una vacanza. Ecco dunque doppie punte, colori spenti, chiome polverose e sfibrate, pelle stanca, occhiaie e unghie rotte, magari anche rosicchiate, date le circostanze. Così, prima dell'inizio delle operazioni di salvataggio dei minatori, signore e ragazze, mogli e figlie - poco più di una trentina in tutto - hanno lasciato il campo in cui hanno vissuto tutte le fasi di questa vicenda ormai finita in un meraviglioso happy end, e sono andate a farsi belle.

Secondo quando riportato da moltissimi siti di news di tutto il globo, poche ore prima dell'inizio dei viaggi della capsula, la Peluquería Palumbo di Copiapo ha offerto trattamenti di bellezza a tutte le protagoniste. Capelli, tinte, manicure, forse anche qualche maschera per stappare i pori da quella sabbia senza vita. Sembra che il salone di bellezza abbia offerto gratuitamente i trattamenti, forse in cerca di pubblicità. Ma non è questo il punto. Il punto è che c'è qualcosa di meraviglioso in questo.

Pensare a queste donne che si accomodano su una poltrona imbottita di finta pelle e si fanno massaggiare la faccia e che, con i bigodini colorati in testa e la retina, si lasciano limare le unghie incremate, ha qualcosa di commovente. Perché quando gli uomini usciranno sporchi e provati da settanta giorni di buio, polvere, umidità e aria viziata e la mancanza di un bagno degno di questo nome, con tutta la stanchezza fisica e psicologica, ancorché mitigate dalla felicità di essere rinati, questa volta dal ventre della Terra, cosa potrà importare loro dell'aspetto della moglie o della figlia?


Di certo la prima cosa che si sono detti abbracciandosi non è stata: «Ti piace il mio nuovo taglio?» fosse anche solo per gli occhiali scuri che hanno impedito ai redivivi di vedere la nuance Biondo Miele (cod. 5.34) o le unghie madreperlate con quella sfumatura color salvia (537) che va tanto di moda. Eppure le donne lo hanno voluto fare ugualmente. Per rilassarsi, per cercare normalità, per amore, perché farsi i capelli significa pensare che domani sarà un domani degno di avere i capelli in ordine. Un domani (di nuovo) felice.

A meno che, naturalmente, non l'abbiano fatto per le telecamere.

venerdì 16 luglio 2010

Lo scandalo rotuleo

Ma perché siete così formidabilmente ancorati a ipocrisie surreali e stravaganti condizionamenti sociali? Insomma cosa ci sarà poi di male, per un maschietto della specie "colletto bianco", in questi giorni di caldo da paura, a infilare i suoi arti inferiori sotto la scrivania dell'ufficio, dentro dei bei calzoni corti? Mica uno slip da bagno. Mica dei boxer a fiori. Mica degli hot pants parigamba superstretch che ticontoipelidelpaccounoperuno. No. Dei semplici calzoni corti, chessò, blu scuri, molto anonimi e molto sobri, esattamente come quelli lunghi, ma con l'orlo appena sopra il ginocchio. Perché non si può fare? Perché se ne parli a qualche collega, sia maschio che femmina, ti guarda con due occhi così, come se avessi appena detto che il tuo sogno segreto è andartene in giro per i campi a inchiappettare gli struzzi in corsa?

In fondo le maniche corte rispetto alle lunghe fanno la stessa cosa: scoprono una parte del corpo che va da un'articolazione (gomito=ginocchio) a un'altra (polso=caviglia). Per il resto che differenza c'è? Sono i peli più folti che vi ricordano le vostre origini neanderthaliane e quindi vi mettono in imbarazzo? O sono le rotule dalle rotondità più audaci rispetto ai naturalmente appuntiti (e dunque riservati) gomiti? O forse i polpacci e gli stinchi? Entrambi decisamente più libertini dei ben più morigerati radio e ulna, da sempre tradizionalmente tutti casa e chiesa? O forse ancora siete cagionevoli e temete di prendere freddo? I colleghi sostengono che coi calzoni corti, di qualsiasi foggia e colore essi siano, non si verrebbe presi sul serio perché sembrereste di essere in vacanza e non al lavoro. In altre parole demandate a due pleonastici palmi di stoffa sopra qualche osso, un po' di muscolo flaccido e nient'altro, la vostra immagine professionale estiva, come d'inverno la delegate a un'inutile strisciolina di stoffa legata attorno al collo.

È un po' come dire, non so, che la Carfagna oggi non può essere un buon ministro, solo perché fino a ieri se ne andava in giro coi glutei al vento... Ops!

martedì 13 luglio 2010

Darwinismo prêt-à-porter

Perché da voi esiste quella strana cosa chiamata "moda"? In questi primi giorni di saldi e di caldo, la domanda è meno peregrina di quello che possa sembrare. Rispetto ai saldi, perché da quanto m'è parso capire sono il sale della moda, il momento che più d'ogni altro fa sì che voi umani vi lasciate tentare dall'acquisto - appunto - di tendenza. Rispetto al caldo, perché non c'è come la temperatura bollente a darvi alla testa e a farvi compiere atti inconsulti, ovvero a limare le vostre inibizioni e lasciarvi andare ai peggiori istinti animali.

Eppure la "moda" non sembra essere una necessità "naturale" propria dagli esseri pensanti. Un rapido sguardo a un centinaio di mondi abitati della galassia mi (di)mostra che nessuno di essi ha sviluppato il significato di "moda", se non come concetto matematico/statistico. Solo voi l'applicate all'abbigliamento, ovvero alle logiche dell'apparire, come pure ultimamente anche all'elettronica di consumo. Non sarete mica di quelli che se ne vanno in giro a dire che l'iPad non è "di moda", bensì è "utile"! Quindi la faccenda si ammanta sempre più dei contorni del mistero. Perché voi sì, e tutti gli altri no? Ho deciso di indagare.

E dunque ho cercato di documentarmi. Ho provato a recuperarne le radici storiche, di quella moda propria degli uomini ricchi e dei preti che volevano ostentare il loro status e affermare la loro superiorità e la loro opulenza; ne ho inseguito gli aspetti psicologici, nella sua capacità di infondere sicurezza attraverso l'autoattribuzione di connotati estetici; ho scavato pure nei risvolti sociali, di quella moda capace di costruire identità singolari e collettive, ovvero di aiutare l'individuo a sentirsi parte di un gruppo, quindi accolto e dunque meno vittima della solitudine. E preso dallo sconforto per non avere trovato niente che mi soddisfasse veramente, sono infine arrivato a sfiorare argomenti spirituali e metafisici, che mi hanno portato a considerare sciaguratamente la moda come uno (lo?) "scopo" ultimo della vostra esistenza. Eppure anche questo non mi ha portato molto lontano.

Poi quando ormai pensavo che fosse tutto perduto e stavo per lasciare perdere, col mio telescopio mi sono imbattuto in questi:
e sono stato colto dall'illuminazione! La "moda", quale voi la intendete, non ha proprio un cazzo a che fare con l'estetica, la comodità, l'identità, l'accettazione, l'ostentazione, la ricchezza o la complicità. Al contrario, è solo il modo con cui l'Evoluzione Naturale della (vostra) specie ha deciso di dichiarare all'Universo il proprio cocente, inesorabile fallimento. E ci voleva tanto?

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