Punti di vista da un altro pianeta

lunedì 26 gennaio 2015

La partecipazione ai tempi di Change.org

Ormai c'è una petizione per tutto. Per abolire la pizza con la rucola, per vietare le automobili nere opache, per chiedere la sparizione di Paola Ferrari da tutti i palinsesti della televisione italiana. La complicità virale dei social network ha diffuso a dismisura le iniziative di siti come Change.org, Avaaz.org, Firmiamo.it, tanto che non c'è giorno in cui non veniamo invitati a sostenere una causa con una firma. Eppure, come in una specie di al lupo al lupo, la moltiplicazione virtualmente infinita delle possibilità di esercitare questa sorta di miraggio di democrazia diretta, fa in modo che vada perduto il senso vero dell'attivismo, dell'impegno e della (reale) partecipazione per cercare di cambiare davvero le cose.

La petizione on-line (in merito a un problema di cui probabilmente non conoscevi l'esistenza fino a un minuto prima) ti illude che basti una firma. Quattro secondi, un clic e hai fatto quello che potevi fare. Ti convince di esserti impegnato in prima persona per migliorare il mondo e in questo senso ti gratifica per aver fatto qualcosa che in realtà non ha comportato alcuno sforzo, nessuna difficoltà e della quale dopo tre secondi ti sarai già dimenticato. Se poi, dopo qualche tempo, ti ricorderai di andare a documentarti sull'esito della petizione (ma non ci andrai), molto probabilmente scoprirai che non ha raggiunto il suo scopo, come succede con la stragrande maggioranza delle petizioni, perché quelle che centrano il bersaglio sono veramente una manciata e spesso il loro successo deriva più dall'autorevolezza di chi le ha proposte, che dalla petizione in sé o dal numero di adesioni raccolte.

Ma se questo modo di intraprendere battaglie personali, politiche e sociali finisce per costituire un innocuo e piacevole tonico per la propria coscienza, la sua inflazione lo depotenzia in maniera preoccupante. E questo non è più tanto innocuo. Perché in questo modo si tende a smarrire il senso dell'importanza delle cause per cui si dovrebbe combattere, attribuendone ad alcune (molta) più di quella che meritano e ad altre (molta) di meno. Così succede che la battaglia per non far chiudere una serie TV cancellata anzitempo finisca sullo stesso piano di quella per evitare la lapidazione di una condannata a morte in Iran e questo fa sì che si passi davanti alla seconda con la stessa reattività con la quale si passa davanti alla prima, perdendo addirittura il senso stesso della battaglia o, almeno, della misura di essa. E quando poi ci sarebbe da fare sentire sul serio la propria voce, il proprio grido, scendendo in piazza, si preferisce invece andare a cercare un comodo link dove scrivere il nostro nome, cliccare e tornare subito, senza perdere altro tempo, sul divano, a sgranocchiare Pringles davanti alla tv. Così se, come diceva Gaber, "la libertà è partecipazione", allora questa partecipazione sarà tutt'altro che libertà.

venerdì 23 gennaio 2015

Locke, ovvero della costruzione (e della distruzione) di una vita

Un uomo. Un auto. Una strada. La notte. La vita. Si può riassumere in questi cinque elementi chiave Locke, bellissimo film, lasciatemi definire ultraminimalista, del regista Steven Knight che ho visto ieri qualche giorno fa con colpevole ritardo (è uscito in Italia nell'aprile dell'anno scorso). Dico ultraminimalista perché la scena è un uomo, solo, che fa un viaggio in auto (non vi svelo il perché). E i novanta minuti di spettacolo si dipanano in tempo quasi reale lungo un percorso di un'ora e mezza e che quindi potrebbe essere un qualsiasi Genova-Milano (in realtà è un Birmingham-Londra). E in questo sta l'assoluta universalità del film, perché il viaggio di Ivan Locke è il viaggio di tutti noi sull'autostrada dell'esistenza.

Il film parte come una scommessa (vinta) nella sua essenza quasi sperimentale. L'azione infatti è pressoché assente. C'è solo un'auto che va, il traffico notturno, le luci come gioielli cuciti nel velluto della notte a volte sfocati di stanchezza e tensione, e poi dissolvenze su fanali, svincoli e periferie industriali, ogni tanto un po' di pioggia inglese, e Ivan Locke, il cui viaggio imprevisto racchiude tutto il senso e le difficoltà di una vita, divisa tra la continua ricerca di realizzazione personale in un buon lavoro (che ci appassioni e in cui credere) e nella costruzione di una famiglia (che si ama e che ci ami), la gestione dei piccoli-grandi drammi di tutti i giorni, gli imprevisti (o gli errori) che, in qualunque momento, possono far crollare quel grattacielo grande e meraviglioso costruito con tanta pazienza e meticolosa passione, e la necessità di un confronto coraggioso e onesto con i fantasmi del passato.

Qui dentro c'è tutto il dramma di Ivan Locke che si districa attraverso una serie di telefonate e qualche monologo ad accompagnare un viaggio da incubo, come un labirinto esistenziale dal quale Locke cerca disperatamente di uscire pur sapendo che, quando lo farà, non sarà più la stessa persona che era salita in macchina. Sono quindi solo voci, in una dimensione quasi teatrale, a fare da contraltare alla maschera stanca, segnata e disperata, ma anche determinata, fiera e risoluta di uno straordinario Tom Hardy (per intendersi l'antagonista Bane de Il cavaliere oscuro - Il ritorno), che ha girato il film in sole otto notti consecutive. Eppure, nonostante questa staticità, la dinamica emotiva del film - anche proprio grazie all'intensità di Hardy e alla sapiente sceneggiatura - è tale che in qualche momento il dramma umano e personale di Locke assume i connotati del thriller.
Alla fine Locke, che già aveva sorpreso il pubblico del Festival del Cinema di Venezia nel 2013, benché presentato fuori concorso, si rivela un film su come solo il coraggio e la responsabilità possono riscattare le nostre fragilità e i nostri sbagli, mettere una pezza alle crepe della nostra anima e non lasciare che tutto rovini al suolo per sempre. Ma quello che con ancora più forza visiva ci dice Locke, è che ogni cosa è sempre, prima di tutto, un confronto con se stessi e che di fronte ai veri drammi della vita si è sempre come un autista nella notte. Inequivocabilmente e irrimediabilmente soli.

mercoledì 21 gennaio 2015

Una cosa o due sul finale di True Detective

Non starò certo qui ad accodarmi (con colpevole ritardo) al coro pressoché unanime dei magnificanti di questa splendida serie TV, una serie notevolissima per intensità, scrittura, interpretazioni, messa in scena, musiche ecc. ecc. Voglio soltanto dire qualcosa circa il finale che, invero da più parti, è stato l'unico aspetto criticato della serie come un insopportabile tradimento rispetto a tutto quanto s'era visto prima.

Insomma, che il cinico e nichilista Cohle alla fine salvi la pelle, che quando sta rischiando di morire abbia la visione della figlia morta quasi fosse una specie di risposta (divina o inconscia) al suo meraviglioso e sprezzante monologo a margine della tenda della Chiesa Evangelica (nell'episodio 3), che alla fine i due protagonisti – nonostante i loro trascorsi anche parecchio burrascosi – se ne vadano via insieme (abbracciati) dall'ospedale, che proprio all'ultimo lo stesso Cohle affermi che una volta c'era solo il buio, ma adesso "Secondo me, la luce sta vincendo", sono tutti segni inequivocabili di un happy end che effettivamente ribalta, e di molto, la visione espressa da Nic Pizzolatto, autore della serie, fino a quel momento. Tutti noi spettatori eravamo convinti che Cohle, a caccia del killer con quella camicia impeccabilmente bianca, icona perfetta per essere inzuppata di sangue, ci avrebbe lasciato la pelle, laggiù negli oscuri meandri di Carcosa. E invece no. Secondo me invece il finale funziona, anzi, è perfetto che True Detective termini così.

Dove sta infatti il problema della mancanza di coerenza? Che fastidio dà il finale così com'è? Ebbene, il pregio di questo finale è la sua realtà e la sua umanità, perché per sua natura l'uomo (e anche il marziano) difetta di coerenza e non è detto che questo sia un male, tutt'altro. Perché la vita è un'esperienza vera solo se porta a una mancanza di coerenza, nella misura in cui l'esperienza modifica la visione delle persone, la evolve e (si spera) la migliora. Forse è questo il suo stesso scopo, della vita intendo, se avete proprio bisogno di cercarne uno. E di certo costituisce uno dei cardini della scrittura cinematografica: il percorso del personaggio che, alla fine della vicenda narrata, non è uguale a come lo avevamo visto all'inizio. E in tutto questo acquista molto senso il fatto che, passato indenne attraverso sofferenze come quelle che Nic Pizzolatto ci ha raccontato, Cohle sia progredito e abbia trovato una scintilla, proprio come la luce di una stella nel buio, qualcosa che lo aiuti a dire che, comunque sia, comunque vada a finire, vale la pena provarci perché le nostre azioni non sono (del tutto) inutili. In fondo è quello di cui tutti abbiamo (disperatamente) bisogno. Si chiama speranza.

lunedì 19 gennaio 2015

La meravigliosa uguaglianza della cacca

The Daily Duty, il dovere (si spera) quotidiano, è l'ultimo progetto con cui l'artista cagliaritana Cristina “Krydy” Guggeri, sta facendo parlare di sé. E in questo caso il suo lavoro è stata una vera e propria bomba in giro per il web, capace di sorprendere, ma anche di far riflettere e discutere, come nei casi migliori l'arte sa fare. Ritrarre i potenti del mondo nel momento più naturale della loro vita quotidiana, è infatti qualcosa di genialmente provocatorio, un po' perché Guggeri lo ha fatto attraverso la realizzazione di strabilianti lavori artistici, intensi ed espressivi, ma anche perché con le sue istantanee riporta nella giusta prospettiva il modo con cui siamo abituati a rapportarci col potere.


Vedere questi personaggi seduti su troni ceramici con le braghe o le calze calate, invece che sui loro consueti scranni vellutati (reali o metaforici), li spoglia innanzitutto di qualsiasi loro attributo di specialità, mettendoli sullo stesso piano di tutti gli esseri viventi come solo la morte sa fare (Totò la chiamava la livella), e secondariamente ci ricorda che il potere non esiste di per sé, ma è solo qualcosa che viene attribuito, tramandato, preso (e anche, si spera, tolto), ma resta comunque una sovrastruttura squisitamente umana.


Infine, a partire dalla considerazione laterale che la loro merda puzza e fa schifo tanto quanto la nostra, Guggeri ricorda che Il dovere quotidiano dei potenti dovrebbe essere quello di servire il popolo che defeca esattamente come loro e di tenere la merda e la puzza esclusivamente nell'ambito dei loro gabinetti.

sabato 17 gennaio 2015

Greta, Vanessa, i media e noi

In tutta questa storia Greta e Vanessa hanno due difetti terribili. Il primo è la loro giovanissima età. E su questo non ci sono dubbi, visto che hanno rispettivamente 20 e 21 anni. Il secondo, peraltro in parte diretta conseguenza dal primo, è la faccia. Proprio lei. Quella cosa che, a noi che siamo totalmente al di fuori della loro vicenda e ce ne facciamo un'idea solo attraverso i più svariati mezzi di comunicazione, ci trasmette due espressioni che, in fatto di volontariato, te le immagineresti più dietro il banco della lotteria di beneficienza della Festa Parrocchiale di Sant'Agata, che in Siria a un tiro di kalashnikov da un manipolo di mujaheddin con le barbe cespugliose e le cartucciere incrociate sul petto.

Mi riferisco alle loro immagini prima della prigionia, quelle che i media ci stanno propinando a sottolineare retoricamente il pauroso divario rispetto a come le stiamo vedendo in queste ore, dopo la prigionia, devastate nell'anima e nel corpo dai mesi di un terrore consumato nella terribile incertezza dell'esito finale. Ma di questo loro non hanno nessuna colpa. Sono giovani e forse, sì, anche un po' naïf. Sono così, Greta e Vanessa. O meglio, ce le stanno facendo vedere così. Ed è un attimo costruirsi l'immagine di due idealiste (forse) un po' sprovvedute, o (forse) un po' incoscienti, o (forse, chissà) nessuna delle due cose, perché nessuno di noi le conosce sul serio. I media costruiscono l'immagine mentale che noi abbiamo di loro.

Ed è da qui, da questa immagine irreale e dalla nostra percezione derivata, che è partita la polemica piuttosto spiacevole che ruota per lo più intorno al vociferato riscatto (12.000.000€?) sborsato per la loro liberazione. Del resto la cifra non importa, in quanto in certi frangenti la libertà non è (mai) gratis, non può esserlo, né è quasi mai come nei film, quando si finisce con il classico scambio di prigionieri e tutti a casa felici e contenti. Insomma, potete stare certi che non le hanno rimandate a casa perché puzzavano. Detto questo, perché a molti questa cosa non va bene? Perché quei soldi sono nostri soldi? Nell'ipotesi (ragionevole) dei 12.000.000€, se gli italiani sono 60.000.000, significa che ciascuno di noi avrebbe sborsato 10 cent per ciascuna di loro. È da molto ormai che con 10 cent non ci compri neanche un rotolo di carta igienica. Non li vale forse 10 cent una vita?

Poi però c'è la storia di quanta gente verrà ammazzata con le armi che i terroristi si compreranno con quei soldi. Vero. E poi c'è anche la faccenda della sicurezza degli altri italiani in giro per il mondo, visto che adesso lo Stato italiano si sarà fatto la reputazione di ottimo finanziatore di terroristi. Vero anche questo. È per questo che ci sono nazioni che non pagano mai, in nessun caso (o almeno così dicono). Ma queste sono scelte, badate bene, politiche. Non c'entrano alcunché con la solidarietà, né con l'umanità. Il punto, semmai, è che forse non doveva essere loro consentito di andare. Forse, meglio, non dovrebbe essere consentito a ONG prive di adeguate strutture locali (anche di sicurezza) di operare in posti così esplicitamente a rischio. Ma anche di questo, noi da qui sappiamo ben poco e non è facile farsi un’idea che si avvicini al vero. Quindi è facile sputare sentenze a vanvera. C'è però un'altra cosa che mi tormenta, a proposito di tutto il bailamme che ne sta venendo fuori in queste ore, come una specie di linciaggio mediatico.

Se invece di Greta e Vanessa si fossero chiamate Mario e Giuseppe, sarebbe successo lo stesso?

venerdì 16 gennaio 2015

La dura legge di Bergoglio (una specie di telefonata)

Pronto, Francesco? Mi permetti di chiamarti così? Ecco, se ho ben capito, in pratica, stando a quello che hai detto oggi, se un amico offende mia mamma, è lecito che si aspetti da me un pugno. Giusto? Quindi, in base a questo, è altrettanto lecito che, in un frangente del genere, io glielo dia, un pugno. È così? Quindi un pugno in faccia va bene. Ottimo. Sai, tanto per sapere... Non vorrei che, se le dà della puttana, va bene la faccia, ma se le dà della stronza, devo invece limitarmi alla pancia, ecco.

Quindi, insomma, mi confermi che tutte quelle storie lì, di "ama il prossimo tuo", di "non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te", dell'"altra guancia", eccetera, le possiamo considerare roba vecchia, obsoleta, come le musicassette e i televisori a tubo catodico. No, per essere sicuro, perché sai, così, anche la questione della difesa proporzionata all'offesa, fondamento della filosofia del diritto a partire dalla Legge del Taglione, non è che ci fa proprio una buona figura e non vorrei poi dover venire a confessarmi.

Ah, scusa, un'ultima cosa: ma sei sicuro che 'sta faccenda valga solo per gli amici? Non è che vale anche per i conoscenti?

mercoledì 14 gennaio 2015

Satira, democrazia e giornalisti in minigonna

Se vale il principio che la libertà di qualcuno finisce dove inizia quella di qualcun altro, la libertà di espressione della satira dove finisce? Qual è il suo limite? Ne ha uno? Lo deve avere? O forse, meglio, lo può avere? L'impressione mia è che la risposta sia no. A vedere certe vignette di Charlie Hebdo sembra che il limite non esista, almeno nella misura in cui l'offesa o la volgarità vengono messe a servizio di quello che è da sempre il fine principale della satira: attaccare le espressioni del potere (soprattutto politico e religioso). A questo punto l'unico pericolo che può rendere la satira spazzatura, è che sia inefficace.

Ma la forza della satira, la sua veemenza, la sua esplosività, non possono prescindere dalla percezione che l'oggetto rappresentato (ovvero chi in qualche modo se ne sente coinvolto) ha di essa. È il caso per esempio del dogma islamico dell'iconoclastia, molto radicato e sentito tra i musulmani, riferendosi all'irrappresentabilità non solo di Maometto e Allah, ma anche di ogni figura umana che possa essere oggetto di venerazione, contro cui va Charlie Hebdo ogni volta che pubblica una vignetta che raffiguri Maometto.

Dunque la domanda è: in nome della libertà di espressione, i giornalisti di Charlie Hebdo hanno superato (o superano) il limite? In che modo Charlie Hebdo e tutti i giornali di satira possono trovare giustificazione al loro superare i limiti? Qual è il principio - se non giurisprudenziale, per lo meno razionale - per cui non possono essere accusati, per esempio, di vilipendio contro le religioni? Che cosa salva la satira? La risposta è semplice: la sua indipendenza, ovvero il fatto che la satira sia davvero libera da ogni condizionamento e ogni altro fine, se non quello di smascherare i vizi del potere. Non questo potere o quel potere: tutti i poteri.

Perché la vera satira non è comparativa, non fa preferenze, è questa la sua prerogativa più nobile. E finché sulle copertine di Charlie Hebdo come del Vernacoliere troveremo Cattolicesimo, Islam ed Ebraismo, non per mettere in ridicolo le religioni in quanto tali, ma per caricaturare le loro umane storture, amplificarle e metterle, nude, di fronte agli occhi dei lettori, la satira troverà nell'esercizio della sua indiscriminata libertà, il limite (necessario) alla sua stessa libertà. Del resto pensare che quelli di Charlie Hebdo se la siano cercata, è come dire che se una donna esce in minigonna e tacchi a spillo non si deve lamentare se viene stuprata.

martedì 13 gennaio 2015

Tutto è perdonato

Un'immagine forte, ma anche delicata. Profonda, ma anche toccante. Il tutto senza un briciolo di retorica. Questo è genio. Puro. E chi avrà l'ottusità di condannarla come blasfema e provocatoria, dimostrerà come le religioni addormentino la ragione, creando mostri.

lunedì 12 gennaio 2015

L'uomo di Marte

Con un titolo della versione originale come The Martian, potevo forse esimermi dal parlare di questo romanzo?! Ma non è solo questo. Opera prima di Andy Weir, giovane informatico americano con una grandissima passione per l'astronautica, The Martian è stato infatti il clamoroso caso editoriale (americano) dello scorso anno. E la sua ascesa acquista i connotati di un'impresa se si considera che Weir, da autentico esordiente sconosciuto, nel 2011 prima ha messo il romanzo a puntate sul suo sito, dopodiché su richiesta dei fan, ha autopubblicato il romanzo su Amazon al prezzo minimo possibile (0,99$) e su questa piattaforma come ebook ha venduto la bellezza di 35.000 copie in tre mesi. Dopodiché, a inizio 2013, Weir ha trovato un editore per la versione in audiolibro del romanzo e dopo pochi mesi per quella cartacea, venduta - sembra - per una somma a sei cifre (a quel punto non dev'essere stato troppo difficile). Ma Weir è andato oltre e, in men che non si dica, ha venduto anche i diritti cinematografici del romanzo addirittura a Ridley Scott, il quale ha messo il progetto sul cosiddetto fast track (e pensare che ci sono autori assai più titolati che ci mettono decenni ad approdare sul grande schermo, vedi ad esempio Joe R. Lansdale) e già l'anno prossimo il film vedrà la luce delle sale cinematografiche con un cast davvero marziano (Matt Damon, Jessica Chastain, Jeff Daniels, Sean Bean e Chiwetel Ejiofor). Insomma, con questo romanzo Andy Weir ha pescato il jolly. E prova ne è anche il fatto che in Italia, dove la fantascienza fa una fatica boia ad approdare, il romanzo è stato acquisito quasi subito, ancorché da una casa editrice non specializzata ma di grande visibilità come Newton Compton, la quale l'ha affidato a un traduttore di provata esperienza ed eccelse referenze come Tullio Dobner (il traduttore storico di Stephen King, tanto per dirne una - anche se in questo caso sono d'accordo con chi gli contesta un'eccessiva morbidezza dei toni, soprattutto all'inizio, in cui la versione originale del romanzo risulta molto più "volgare"), e lo sta spingendo ovunque a un prezzo stracciato. Ma, insomma, com'è questo libro? Vale davvero tutta la fama che si porta dietro? La risposta, secondo me, è ni. Ma andiamo con ordine.

In copertina Newton Compton ne riassume la vicenda come "Gravity (che) incontra Robinson Crusoe". Ecco, diciamo che non è del tutto falso, anche se piuttosto che Gravity si sarebbe dovuto citare MacGyver (se non sapete cos'è MacGyver, significa che siete troppo giovani e dovete cliccare sul link). Per contro di Gravity c'è soltanto un ambientazione spaziale ricostruita con ottima perizia, ancorché in questo caso ci troviamo su Marte e non in orbita intorno alla Terra, e una storia di sopravvivenza in condizioni estreme. Su Robinson Crusoe c'è invece poco da dire: è un naufrago e i naufraghi devono cercare di sopravvivere (per restare in tema cinematografico potevano citare Cast Away). Così, per una situazione imprevista, l'astronauta Mark Watney si ritrova abbandonato su Marte dai suoi compagni e deve cercare di sopravvivere, da solo, esclusivamente con quello che ha a disposizione. Quindi non aspettatevi alieni o altre stranezze. L'uomo di Marte è un ingegnere e un botanico e il romanzo non si allontana di una virgola dalla più fredda scienza e tecnica che il protagonista cerca di applicare con un po' fantasia, ma con rigore, per cercare di portare a casa la pelle.

Dunque non siamo proprio nei territori della più sfrenata immaginazione e originalità, ma la scintilla che rende il romanzo degno di attenzione è l'approccio severamente tecnico al tema. Il taglio che Weir dà al romanzo è infatti scientifico al massimo grado - e in questo la preparazione dell'autore riesce a dare un'eccezionale credibilità alla narrazione - mentre la modalità del racconto è quella di un diario personale lasciato a eventuali posteri che dovessero trovarlo, qualora lui non se la cavasse e nel quale il protagonista racconta in prima persona la propria situazione e descrive, per filo e per segno, come cerca di cavarsela, superando un problema dopo l'altro. Eppure, se la rigorosa narrazione tecnica è il vero aspetto peculiare del libro, la sua esclusività ne è anche il suo più grande limite. Il protagonista infatti si ritrova ad affrontare tutta una serie di problemi e il diario si sofferma a raccontare (quasi esclusivamente) ciascuno di essi e come l'astronauta lo risolve. Giochino piuttosto curioso e interessante all'inizio, senza dubbio, ma sulla medio-lunga distanza diventa stucchevole e fa decisamente perdere interesse al punto che si ha più l'impressione di essere di fronte a un manuale tecnico di sopravvivenza (per giunta per una situazione in cui il lettore mai si troverà), piuttosto che a un'opera letteraria. Anche perché le incursioni non tecniche nel diario, quelle personali, quelle umane, quelle intime, quelle che potrebbero conferire spessore al personaggio, suggerire al lettore empatia ed emozione, e rendere così maggiormente credibile (e interessante) un diario di questo genere, sono davvero poche e banali e non riescono a togliere bidimensionalità alla figura del protagonista. E il tentativo di essere spiritoso non basta, anzi spesso sortisce l'effetto opposto (per lo meno nella versione italiana, ma questi sono aspetti in cui la traduzione può aver giocato a sfavore).

Altra scelta che non mi è piaciuta, anche se ne capisco la funzione nel contesto, è quello di rinunciare alla coerenza strutturale del diario, e passare di tanto in tanto a una narrazione in terza persona incentrata su altri punti di vista come i personaggi della NASA sulla Terra e i suoi compagni che lo hanno abbandonato sul Pianeta Rosso e che sono in viaggio verso casa, tutti che - naturalmente - contribuiscono a cercare di trovare un modo per salvare la vita al protagonista. Avendo Weir deciso di scrivere il romanzo sotto forma di diario, avrei apprezzato maggiormente che ne avesse mantenuto la struttura fino in fondo. Questo avrebbe dato maggior personalità e originalità al testo. Ma forse, da esordiente, Weir ha avuto timore di non riuscire a tenere una narrazione tesa e proficua fino in fondo dal solo punto di vista diaristico, decisamente più difficile da gestire. Infine, nonostante un finale che non vi svelo, ma che concede un po' troppo al clichè della spettacolarità cinematografica, ma che confesso ho letto con rinnovato piacere dopo una parte centrale che mi ha annoiato per i motivi già esposti, avrei decisamente dato alle fiamme l'ultimissima pagina, ingenua e moraleggiante, disgustosamente politically correct.

Nel complesso, dunque, mi sento di affermare che L'uomo di Marte è un romanzo discreto, che a seconda di come si prendono i tecnicismi davvero eccessivi (ovvero da quanto è il grado geek del lettore) può risultare più o meno gradevole. Ma in ogni caso siamo abbastanza distanti da qualcosa di veramente eccezionale. Qualcuno, oltre che a Gravity, ha voluto paragonarlo ad Apollo 13 per rigore scientifico e per una vicenda di sopravvivenza nello spazio, una sopravvivenza inevitabilmente legata alla capacità dell'uomo di saper padroneggiare scienza e tecnologia, e per questo ritiene che L'uomo di Marte abbia le potenzialità per essere un ottimo film. Ebbene, certo, non si può dire che non ci siano similitudini, ma al di là di quello che sarà capace di fare Ridley Scott (scostandosi eventualmente - e sperabilmente - dal romanzo), Apollo 13 aveva dalla sua qualcosa che L'uomo di Marte non ha. Qualcosa di cui ogni spettatore di Apollo 13 era consapevole prima di iniziarne la visione. Come una lente amplificatrice di interesse ed emozioni posta di fronte agli occhi e al cuore. Qualcosa su cui L'uomo di Marte non potrà contare. La forza della vita vera, la potenza della biografia.

L'incipit.

Giornale di bordo: Sol 6

Sono spacciato di brutto.
Questa è la mia ponderata valutazione.
Spacciato.
Sono passati solo sei giorni dall'inizio di quelli che sarebbero dovuti essere i più gloriosi due mesi della mia vita e sono finito in un incubo.
Non so nemmeno chi leggerà questo diario. Immagino che prima o poi qualcuno lo troverà. Magari di qui a cent'anni.
Per la cronaca... Non sono morto a Sol 6. Così crede senza dubbio il resto dell'equipaggio e non posso biasimarli. Forse decreteranno una giornata di lutto nazionale in mia memoria e sulla mia pagina di Wikipedia ci sarà scritto: "Mark Watney è l'unico essere umano morto su Marte".


L'uomo di Marte, di Andy Weir (2013 - Newton Compton Editori, trad. Tullio Dobner, 379 pagg., 9,90€)

PS: Il Sol è il nome del giorno marziano.

venerdì 9 gennaio 2015

Il complotto come mitologia del male

Quando accadono cose troppo brutte per essere vere, è allora che scatta puntuale l'ipotesi di complotto. Perché il complotto consola, il complotto giustifica, la natura maligna e perversa del complotto riesce in qualche modo a darci ragione di cose che altrimenti faremmo fatica a disciplinare. Perché il complotto è prima di tutto un antidoto a una realtà che stordisce da quanto è brutta, una realtà che fa schifo, che fa vomitare, che fa orrore, che avvelena. Per questo c'è il complotto, perché non si può credere di fare parte di quella stessa realtà. Dunque si genera una finzione, il complotto, uno spazio cognitivo consolatorio in cui l'orrore sta su un piano diverso, più credibile, in qualche modo più accettabile, forse anche perché inevitabile. Ma soprattutto, il complotto conferisce una giustificazione e una complessità al male che nello stesso tempo ci allontana e ci separa da esso. Invece il male è stupido, il male è noioso, il male è molto più banale e prosaico di quanto si possa immaginare. Proprio come la vita di tutti noi.

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