Punti di vista da un altro pianeta

giovedì 23 luglio 2015

Il destino dell'incauto neologista

Poi succede che un giorno senti una parola che non avevi mai sentito prima. Neologismi li chiamano. In genere per la prima volta li leggi sul giornale o su un manifesto pubblicitario, o li ascolti alla radio o alla televisione, che anche se sono parole nuove, più o meno il significato lo capisci dal contesto e la prima volta sembra quasi un accidente, uno sbaglio, uno scherzo, finché non li senti una seconda volta e poi una terza, magari da un amico o da un collega al lavoro. E quando li ascolti (o li leggi) vuol dire che in qualche modo sono già in circolo come virus inestirpabili. Nella fattispecie non sai mai se quella che stai ascoltando/leggendo sia la sua prima volta, l'esordio assoluto di quella parola nell'ambito della comunicazione umana, ma in genere se un neologismo si aggira nei territori dei mass media vuol dire che ha già conquistato un suo diritto all'esistenza.

Eppure ci sarà qualcuno, da qualche parte, un demiurgo letterario che li forgia, i neologismi. Non è che le parole nascono da sole, come le canzoni di Vasco, già con le parole. Ogni neologismo avrà pure un suo papà da qualche parte, qualcuno che avrà avuto l'illuminazione per esprimere un vecchio concetto in un modo nuovo, originale e più efficace, o per esprimere una nuova situazione in una maniera più adeguata, più concisa, di quelle che calzano a pennello e si insediano facilmente nelle menti degli interlocutori/ascoltatori/spettatori/lettori, ignari, incolpevoli e ricettivi come spugne vergini, finché magari dopo un po' hanno pure l'onore di finire dentro al dizionario che se le metti nel tema, il prof non te le può più segnare con la matita blu. Robe che funzionano tipo: gugolare, gombloddo, pentastellato, bunga bunga, celodurismo, downloadare, svapare...

E sarebbe tanto, tanto bello poter sapere chi è il papà di queste nuove parole, colui che per primo le ha pensate, e poi scritte e dette (o viceversa), una persona che così, come niente, cambia la vita di noi tutti, perché cambia il nostro modo di comunicare. Sarebbe davvero elettrizzante poter cliccare da qualche parte et voilà, ecco chi è il papà di quella nuova parola!, dargli un volto, un nome e cognome, magari anche la targa di un'auto, un indirizzo, sapere dove andarlo a prendere, insomma, e trascinarlo in un posto appartato, magari dotati di qualche strumento duro e con una certa massa, uno spezzone di tubo innocenti potrebbe andare bene - di quelli per i ponteggi per intendersi -, e dargliele, dargliele, dargliele di santa ragione per avere inventato il termine: apericena.

lunedì 20 luglio 2015

Quasi come un Test di Rorschach

In questi giorni sono stato colpito da qualcosa che voglio sottoporvi, un po' come una specie di gioco estivo. Si tratta dei manifesti della pubblicità di uno smartphone, il nuovo Huawei P8 che raffigurano un angelo con le ali di fuoco, realizzazione di Benjamin Von Wong, fotografo e artista visivo piuttosto noto nel settore, che dovrebbe testimoniare le elevatissime prestazioni della camera dello smartphone anche in condizioni di luce particolarmente difficili. Ecco, l'immagine è questa qui sotto:


Ebbene, ora allontanatevi un po' dallo schermo e cercate di osservare la fotografia nel suo insieme, per qualche secondo, senza mettere a fuoco nessun dettaglio particolare. A che cosa vi fa pensare? Secondo me l'immagine è quasi esplicita nella sua esattezza subliminale, al punto che mi pare quasi impossibile che sia frutto di una semplice casualità. Ora, se suggerisce solo a me una prospettiva frontale di gambe aperte con tanto di vagina nel mezzo, okay, vorrà dire che il maniaco sono io e Rorschach avrà avuto ragione ancora una volta.

giovedì 16 luglio 2015

mercoledì 15 luglio 2015

Nutrire la democrazia

La democrazia non potrà mai essere portatrice di grandi cambiamenti. I grandi cambiamenti (come le vere rivoluzioni) sono traumatici per il popolo, mentre - per converso - la democrazia ha bisogno di compiacere il popolo, perché è di questa compiacenza che si alimenta.

martedì 14 luglio 2015

Plutone, dalla scienza alla fantascienza

Se leggete questo post, significa che la sonda New Horizons ha fatto il suo passaggio ravvicinato alla superficie di Plutone a soli 12.500 km di distanza. Per celebrare quindi lo storico evento di oggi, e in attesa delle migliori immagini che potremo avere di Plutone per molti e molti anni a venire (e che per certi versi mineranno per sempre la nostra immaginazione nel confronti di questo luogo così remoto), eccovi una breve bibliografia plutoniana, ovvero una lista - ancorché non esaustiva - delle opere di fantascienza, che in qualche modo hanno come protagonista Plutone, Caronte, o entrambi. E chissà che non venga anche a voi voglia di fare un viaggio fin laggiù.

La prima apparizione di Plutone nella letteratura fantastica risulta risalire al 1930, proprio l'anno della sua scoperta, grazie al grande H.P. Lovecraft che nel racconto Colui che sussurrava nelle tenebre (The Whisperer in Darkness, 1930) parla del pianeta Yuggoth, luogo in cui abitano le creature chiamate Mi-go, e fa capire che si tratta proprio di Plutone. Naturalmente la scoperta di un nuovo pianeta così distante scatena l'immaginazione degli scrittori degli anni '30 e forse è per questo che in quel decennio troviamo molte storie ambientate su Plutone, come: Negli abissi di Plutone (Into Plutonian Depths, 1931) di Stanton A. Coblentz, romanzo di fantascienza umoristico nel quale i due protagonisti scienziati giungono su Plutone e vi trovano una strana società suddivisa in tre sessi e capace di esprimersi attraverso un congegno chiamato "lampada del sesso"; Il terrore plutoniano (The Plutonian Terror, 1933) racconto di Jack Williamson; il Ciclo degli Lensman di E.E.Smith, iniziato nel 1934, nel quale Plutone è una colonia di esseri a quattro dimensioni chiamati Palainiani; La Peri Rossa (1935) racconto di Stanley G. Weinbaum, nel quale Plutone funge da rifugio per dei pirati spaziali e viene immaginato come un pianeta più grande della Terra, ghiacciato e abitato da diverse specie di cristalli viventi e Ingegneri cosmici (Cosmic Engineers, 1939) di Clifford D. Simak, in cui Plutone ospita un avamposto della razza umana.

Sebbene non presenti la straordinaria ricorrenza di Marte, Plutone comunque ogni tanto ritorna anche nei decenni successivi, forse a indicare le suggestioni e i misteri di una frontiera davvero remota e ignota del Sistema Solare. Per esempio anche il celebre Robert Silverberg ci ha portati su Plutone nel suo World's Fair 1992 (1968), in cui la navicella Pluto I, una spedizione americana, raggiunge Plutone in meno di due settimane grazie alla propulsione nucleare e ritorna sulla Terra con cinque indigeni plutoniani a forma di granchio, mentre cinque anni dopo Clifford D. Simak torna su Plutone nel suo racconto Il cantiere (Construction Shack, 1973), in cui la prima missione umana sul pianeta nano scopre gli indizi che il Sistema Solare è un progetto d'ingegneria extraterrestre andato per il verso sbagliato.

Venendo poi più vicini ai giorni nostri, e quindi anche a titoli forse più facilmente rintracciabili, vi segnalo: Icehenge (1985) di Kim Stanley Robinson, nel quale lo scrittore americano fa trovare un misterioso monumento simile a Stonehenge proprio al polo nord di Plutone e L'anello di Caronte (The Ring of Charon, 1990) di Roger MacBride Allen che prende le mosse da un esperimento scientifico non autorizzato effettuato con un acceleratore di particelle situato proprio intorno al satellite di Plutone.

E a questo punto non mi resta che augurarvi buon viaggio!

lunedì 13 luglio 2015

Oggi e domani siamo tutti plutoniani

Domani, martedì 14 luglio 2015, alle ore 13:49:57 (ora italiana), la sonda New Horizons passerà a soli 12.500 km da Plutone e, a 85 anni dalla sua scoperta, scriverà la Storia dell'Astronomia e quindi anche della cultura umana, mostrandoci da vicinissimo per la prima volta nella storia un pianeta transnettuniano, cioè un corpo celeste oltre l'orbita di Nettuno.

Nessuna sonda infatti aveva mai visitato Plutone prima d'ora e, trattandosi di un corpo celeste eccezionalmente distante dal Sole (mediamente 36.530.000.000 km) e nello stesso tempo molto piccolo (soli 2368 km di diametro), le migliori immagini che si potevano ottenere dalla Terra, anche con i telescopi più potenti come l'Hubble Space Telescope, erano al massimo una sfera luminosa con tutt'al più qualche ombra.

Piuttosto curiose sono le circostanze della sua scoperta. All'inizio del XX secolo si riteneva che ci dovesse essere un ulteriore pianeta, oltre a quelli già conosciuti, la cui influenza gravitazionale potesse spiegare certe anomalie che si registravano nell'andamento dell'orbita di Nettuno. Sofisticati calcoli teorici potevano dare indicazioni su dove andare a puntare i telescopi per vedere se c'era effettivamente qualcosa. Il metodo, cosiddetto delle Perturbazioni, era già stato utilizzato con successo per scoprire Nettuno.

Così, nel 1929 un giovane ricercatore di nome Clyde Tombaugh fu assunto al celebre Osservatorio Lowell a Flagstaff in Arizona proprio con il compito di trovare questo fantomatico Pianeta X. E, dopo numerosi calcoli, studi, ricerche e, soprattutto, esami di lastre fotografiche di medesime porzioni di cielo riprese in date differenti, il 18 febbraio 1930 Tombaugh fece effettivamente bingo! confrontando due foto riprese il 23 e il 29 gennaio del medesimo anno (qui sotto, vedete le due foto in questione e Plutone, indicato dalla freccia, lo si nota effettivamente spostato sullo sfondo delle stelle fisse).
L'astronomo trovò il nuovo pianeta quasi esattamente nella posizione indicata dai suoi calcoli teorici, peccato però che, negli anni a venire, successive e più accurate osservazioni dimostrarono che Plutone aveva una massa troppo piccola per influenzare gravitazionalmente l'orbita di Nettuno, dunque non poteva essere il Pianeta X che Tombaugh stava cercando. Plutone fu dunque scoperto per puro caso, solo perché si trovava nel posto giusto al momento giusto, e per questo è uno dei più classici esempi di quella che gli inglesi chiamano serendipity (all'italiana serendipità). Per la cronaca, l'anomalia delle orbite di Urano e Nettuno fu spiegata alla fine degli anni '80, quando la Voyager 2 fornì misurazioni più precise delle masse dei due pianeti, consentendo di ricalcolare le orbite e scoprendole, con i nuovi dati, prive di anomalie.

Ma la curiosa storia di Plutone non finisce qui, perché a metà degli anni '90, quando gli strumenti e le tecniche osservative divennero abbastanza sofisticati da spingersi più lontano nello spazio, nuovi corpi celesti di dimensioni comparabili allo stesso Plutone (tipo Quaoar, Sedna ed Eris) furono scoperti oltre l'orbita di Nettuno, in quella zona di spazio che nei primi anni '50 era stata ipotizzata e battezzata come Fascia di Kuiper. A questo punto divenne evidente che gli oggetti non potevano essere tutti assimilati al rango di pianeti, come Mercurio, Venere, Terra, Marte, Giove, Saturno, Urano e Nettuno. E il 24 agosto 2006 - e non senza dibattiti e proteste (nella foto a fianco la protesta al declassamento di Plutone, in primo piano con gli occhiali il figlio di Tombaugh) - l'Unione Astronomica Internazionale ratificò la nuova classificazione, inserendo Plutone, Quaoar, Sedna, Eris (ma anche, tra gli altri, Cerere e Vesta) e gli altri "piccoli" corpi celesti sferici, ma non in grado di "ripulire" le vicinanze della loro orbita (non dotati di massa sufficientemente grande), nella categoria dei pianeti nani.

Domani dunque si fa davvero la Storia. La New Horizons farà il suo cosiddetto fly-by, un passaggio ravvicinato (la sonda pertanto non entrerà in orbita), dopo più di nove anni e mezzo di viaggio. Ma le prime straordinarie immagini ravvicinate di questo nuovo mondo e del suo satellite principale Caronte, le vedremo uno o due giorni dopo, in quanto la trasmissione dati è particolarmente lenta a causa della scarsa potenza disponibile (tra 0,6 e 1,2 kbit/s). Dopodiché le osservazioni continueranno, naturalmente, almeno fino a fine anno. Quando poi Plutone non sarà di nuovo più di un puntino anche per la New Horizons, ci sono buone possibilità che la sonda venga diretta verso un nuovo obiettivo, e possa tra due o tre anni effettuare un nuovo fly-by vicino a un altro oggetto della Fascia di Kuiper, per continuare così la sua missione e arrivare là, dove nessuna sonda è mai giunta prima. E, per favore, non venite a chiedermi che cosa diavolo ci andiamo a fare.

sabato 11 luglio 2015

Quel retrogusto amaro di sconfitta della democrazia

Come si concilierebbe il risultato della consultazione di domenica scorsa con la vittoria del NO, con l'accordo che Tsipras potrebbe firmare dopo il via libera del suo parlamento? Tecnicamente si concilierebbe nella misura in cui il quesito referendario si riferiva esclusivamente all'accettazione o meno del piano proposto dalla Troika a fine giugno. Questo significa che votare NO semplicemente voleva dire: "Questo accordo non l'accetto!", ma non implicava esplicitamente: "Non accetterò mai nessun altro tipo di accordo". Eppure per tutto il resto, si ha l'impressione che non si concili affatto.

Non si può negare che la vittoria del NO al referendum ha avuto soprattutto il suono di un sonoro schiaffo alla Troika, ovvero la vittoria di un principio in base al quale non doveva essere accettato solo quel particolare accordo, ma nessun tipo di accordo. È così che in maniera piuttosto diffusa e trasversale è stato inteso (interpretato) quel risultato, altrimenti non avrebbero avuto senso tutti quegli entusiasmi, al punto che moltissimi erano ormai portati a pensare che non ci sarebbe stato spazio per altro se non per l'uscita della Grecia dall'Euro. Adesso però, colpo di scena!, a meno di una settimana Tsipras ha un accordo, lo fa approvare dal suo parlamento (invero con più di qualche mal di pancia anche nel suo partito) e sarebbe in procinto di andarlo a ratificare a Bruxelles (sempre che Berlino non si metta di traverso, come sembra stia facendo in queste ultime ore).

Ora, a parte il fatto che la situazione è fluida e ancora in evoluzione, le condizioni di questo accordo sono davvero migliori di quelle della precedente proposta sottoposta al referendum, al punto che si può ragionevolmente pensare che se si facesse un nuovo referendum in questo caso vincerebbe il SI? Forse sono migliori solo per il fatto che stavolta Tsipras e il suo (nuovo) Ministro delle Finanze affermano che l'accordo va bene, perché stavolta, dicono, è una proposta che proviene da loro, dalla Grecia? Ebbene, questa ha tutto l'aspetto di una questione di lana caprina piuttosto infantile. In fondo, con tutti i compromessi del caso di cui peraltro non abbiamo (né avremo mai) i dettagli, se c'è un accordo tra due parti, significa che – a prescindere da come si giunge al suo perfezionamento (e non crediate che in queste cose sia una sola parte che lavora) – entrambe le parti devono essere d'accordo nell'accettarlo. Quindi, nel momento in cui venisse definitivamente accettato anche dalla Troika tanto osteggiata, sarebbe difficile credere che i sostenitori del NO referendario concorderebbero con questo scenario.

Insomma, per come si sta sviluppando la vicenda, e mettendosi dalla parte del popolo, si ha l'impressione che il referendum di domenica scorsa sia stato per lo più l'equivalente sociale di un'iniezione di morfina, giusto per ubriacarsi e prendere un po' di tempo, ma almeno rispetto alla maggioranza che ha votato NO, è impossibile non venire colti da un retrogusto amaro di sconfitta della democrazia.

giovedì 9 luglio 2015

Demitizzando la Grecia (quasi un paradosso)

È un errore politico, una mistificazione mediatica, un abbaglio sociale, un lapsus ideologico, un equivoco narrativo dire che i greci abbiano fatto qualcosa di straordinario o, addirittura, eroico domenica scorsa. Non c'è nulla di tutto questo nel risultato del referendum greco. Molti in queste ore si sono ingioiellati la bocca con le parole eroismo, dignità, stima, rispetto, quando in realtà si è precipitati dentro una mitizzazione globale alimentata da un transfert rivoluzionario.

L'errore, innanzitutto, è considerare "il popolo" greco. Il popolo in quanto tale non esiste o per lo meno non esiste come essere senziente. Esistono semmai gli individui che lo compongono, con la multiformità che li contraddistingue, ognuno col suo modo di pensare, i suoi umori, le sue attitudini, le sue esperienze, le sue condizioni, le sue convinzioni politiche, le sue capacità intellettuali eccetera. Dunque, in un certo senso, se proprio dobbiamo dargli una connotazione, il popolo è un individuo statistico. E gli individui si sono espressi statisticamente. Il risultato, lo abbiamo visto tutti, è stato un 61%-39%, a favore del NO, con un'affluenza del 62,50%. Ciò significa che hanno votato NO il 38,1% dei greci e SI il 24,4%. Gli altri, ovvero il 37,5% dei greci aventi diritto, non hanno votato.

E qui credo sia necessaria una considerazione: i votanti sono stati pochi. Date le circostanze, mi sarei aspettato un referendum molto più partecipato. Invece il referendum greco ha visto un'affluenza discreta, ma non eccezionale. Questo significa che il 37,5% dei greci non ha ritenuto che fosse importante votare, o che avesse senso farlo, o non aveva un'idea in proposito tale da spingerlo a mettere una croce di qua o di là, oppure non è colpito dalla crisi greca e dunque non gliene frega un accidente. Magari un po' di tutte queste cose insieme. Però data la congiuntura particolarmente complessa e difficile, o per lo meno per come ce la dipingono i media italiani, quel numero a mio avviso non può essere lasciato passare inosservato.

Dopodiché prendiamo in considerazione quel 38,1% dei greci che ha votato NO. Perché credete che l'abbia fatto? Con quale cognizione di causa? A fronte di qualche tipo di informazione o di consapevolezza economica o finanziaria? E se sì, quale? Premettendo che dal punto di vista tecnico è molto difficile avere un quadro della situazione chiaro e comprensibile e dunque valutabile, che probabilmente neanche la Merkel e Tsipras ce l'hanno, e chissà forse nemmeno Varoufakis e Tsakalatos e Draghi eccetera (però di certo meglio di Nikolaos Konstantopoulos, pescatore di Mykonos), è ragionevole ritenere che la stragrande maggioranza di quel 38,1% avrà votato secondo due criteri di massima, peraltro entrambi incuranti delle conseguenze: (1) κοιλία, la pancia: ovvero ma vaffanculo Europa; ma vaffanculo poteri forti; ma vaffanculo BCE; ma vaffanculo Angela, Mario e Jean-Claude; ma vaffanculo tutti, ma proprio tutti vaffanculo!; (2) στόμαχος, lo stomaco: stiamo così mal messi da cinque anni, che peggio di così...; con l'austerity ci avevano promesso miglioramenti, invece la situazione è peggiorata, quindi inutile continuare per la stessa strada; ormai non manca molto a toccare il fondo, già lo vediamo, pertanto solo un colpo di coda può restituirci almeno la speranza; non abbiamo davvero più niente da perdere ormai, dunque tanto vale votare NO.

In mezzo ci sono naturalmente tutte le sfumature possibili modulate dalla propaganda, dalla demagogia, dagli umori, da Facebook e da Twitter e dalle discussioni davanti a un bicchiere di Ouzo (il tutto relativo a entrambe le posizioni, ovviamente), come pure – ma, ne sono certo, in misura minore – dall'informazione seria, precisa e circostanziata, soprattutto rispetto a una questione che, come dicevo prima, ha bisogno di un background tecnico rilevante per essere affrontata e soprattutto analizzata, e a proposito della quale davvero si sente dire tutto e il contrario di tutto, visto che il mondo pare essersi improvvisamente popolato di un esercito di esperti economisti.

Eppure, a prescindere dalla categoria di appartenenza, (1) o (2), non c'è alcuna virtù speciale, perché non c'è la presupposizione di alcun sacrificio e di certo non "del popolo greco" (se sofferenza dev'esserci, i greci – o per lo meno una quota parte di essi – la sperimentano ormai da anni), e non a fronte del risultato di un referendum le cui conseguenze sono di difficile previsione in entrambi i casi. L'eroismo, la dignità e il resto di questa retorica di opposizione, sono solo il frutto di un racconto, una mitologia affascinante e suggestiva, quella di Davide che sfida Golia, del povero che si ribella al ricco, della ghigliottina che cala sul morbido e profumato collo dell'odiata regina. Non sono i greci a essere eroi, Achille lo è.

lunedì 6 luglio 2015

Il titolatore impenitente (a proposito di Maggie)

Il nuovo film con Arnold Schwarzenegger, Contagious - Epidemia Mortale, da poco uscito, ripropone con una certa prepotenza l'ormai annosissima questione delle trasposizioni italiane dei titoli di film e libri. Già, perché il film appartiene a quello che si può considerare uno dei filoni più alla moda degli ultimi anni, per lo meno dall'attestarsi del successo planetario di The Walking Dead, ovvero quello dell'epidemia zombie. Tuttavia il titolo originale è quanto di più distante ci sia da zombie, contagi ed epidemie. Infatti il titolo originale di questo film è Maggie. Maggie, come il diminutivo di Marguerite, la figlia del protagonista del film (Schwarzie) che viene infettata (zombizzata) e che, nell'impossibilità di fare altro, attende protetta dal padre che la trasformazione - particolarmente lenta nella visione di questo film - si completi.

Ora si sa che il problema dell'adattamento in un'altra lingua è complesso e non può essere liquidato con una semplice traduzione letterale. Non è detto che ciò che viene bene espresso in una lingua, nella fattispecie l'inglese, può essere espresso altrettanto bene con una traduzione letterale pedissequa. A volte, e non solo nel caso di modi di dire, giochi di parole eccetera, bisogna adattare. E nell'adattamento a volte si perde qualcosa, mentre altre (più rare) ci si guadagna. Mi viene in mente A Clockwork Orange di Anthony Burgess/Stanley Kubrick, letteralmente Un'arancia a orologeria, che in italiano diventa l'apprezzabile Arancia meccanica, oppure The Man in the High Castle di Philip K. Dick, letteralmente L'uomo nell'alto castello, che però da noi è conosciuto come il totalmente diverso La svastica sul sole, oppure più recentemente, The Martian di Andy Weir in italiano diventato L'uomo di Marte, che può assomigliarci, ok, ma che concettualmente è molto diverso. Di esempi come questi ce ne sono a bizzeffe.

È giusto dunque che l'opportunità dell'adattamento rispetto alla traduzione letterale vada valutata di volta in volta. Tuttavia, in Italia - in particolare in ambito cinematografico, ma non solo – noto una tendenza diffusa e ricorrente a stravolgere i titoli, falsando quindi l'intenzione principale degli autori dell'opera con la conseguenza che gli spettatori credono di trovarsi di fronte una cosa e se ne trovano invece un'altra, completamente diversa. Maggie è un caso emblematico. Contagious - Epidemia Mortale vuole suggerire un thriller avventuroso, con la ridondanza eccessiva di tre parole simili: contagio, epidemia e mortale. Una scelta "esteticamente" pessima di per sé (e assai surreale, in quanto si adatta il titolo inglese del film con un'altra espressione inglese), ma ancora peggiore se si guarda al contenuto del film.

Qualcuno obietterà che Maggie non era un titolo abbastanza suggestivo e, invece, serviva qualcosa che facesse maggiormente presa sul pubblico. D'accordo. Però perché agli anglofoni quel titolo va bene? Forse loro pensano in modo diverso da noi? Forse gli anglofoni, che in quanto a narrazione di genere da Edgar Allan Poe in avanti possono soltanto insegnarci, sono diversamente suggestionabili? Cioè, insomma, perché con loro Maggie funziona, mentre con noi non dovrebbe? Oppure è la considerazione che i distributori italiani hanno nei confronti del pubblico italiano a essere diversa? O forse ancora, non è tanto la considerazione che i distributori italiani hanno nei confronti del pubblico italiano a essere diversa, quanto piuttosto la loro convinzione che certe "categorie" di titoli funzionino meglio a prescindere?

La sensazione mia è che – per lo meno in ambito cinematografico – il distributore italiano, il cui unico interesse è massimizzare gli introiti, faccia un ragionamento di livello piuttosto basso, perché lui stesso è parte del pubblico cui si rivolge. In questo modo segue la tracce di quanto già fatto in passato (forse perché il passato gli ha dato ragione, forse perché non è disposto a rischiare), e sovente finisce così per inventarsi varianti di titoli già usati o locuzioni simili, a volte assonanti, meglio naturalmente se relative a film che hanno avuto almeno un discreto riscontro di pubblico. La titolazione di film anglofoni sembra quindi seguire, almeno a tratti, più un criterio pavloviano, che di marketing o di creatività alla ricerca di vere suggestioni, per la serie quando si dice che è il mercato a educare il pubblico e non viceversa.

Ecco dunque uscire fuori il nostro Contagious – Epidemia mortale, che – per dire – fa abbastanza il paio con Contagion (2011) e con Virus letale (1995), nel quale però, a dispetto della presenza di Schwarzenegger, non c'è avventura, non c'è thriller, niente tute bianche con i caschi, niente laboratori, niente azione e niente muscoli. Perché Maggie è un film insolito, e qui sta il suo miglior pregio, perché minimalista, intimista oserei dire, nel quale la collocazione horror è davvero accessoria, giacché Maggie potrebbe essere affetta da una qualsiasi malattia purché incurabile e contagiosa. Ma chi invece andrà a vedere Contagious - Epidemia Mortale, che genere di film penserà di vedere? Di certo a quel punto non avrà più alcuna importanza, perché a quel punto il biglietto l'avrà già pagato.

Per la cronaca, il film non è male, nel suo inedito, non-morto punto di vista. Purtroppo, però, non sfonda, se non nel finale, in quanto per tutto il resto della vicenda imbocca binari che seguono un percorso troppo tradizionale, canonico, a tratti banale, e dunque prevedibile e noioso. Così alla fine tutto quello che gli si può concedere è giusto una sufficienza stiracchiata, ottenuta con il colpo di coda in zona Cesarini e uno Schwarzenegger perfino credibile in un ruolo non muscolare.

mercoledì 17 giugno 2015

Ritorno a Cyberworld

Chi è stato appassionato di fantascienza (letteraria) a cavallo tra gli anni '70 e i '90, non può non avere avuto un rapporto speciale, oserei dire quasi mitologico, oltre che con Urania Mondadori, anche con la Casa Editrice Nord, per oltre un quarto di secolo un punto di riferimento fondamentale per la science fiction in Italia. Dalla Casa Editrice Nord sono infatti usciti quasi tutti i più grandi capolavori classici della fantascienza, dal ciclo di Dune di Frank Herbert a Neuromante di William Gibson, da La svastica sul sole di Philip K. Dick a I reietti dell'altro pianeta di Ursula K. Le Guin, solo per citare alcuni tra i più famosi. Insomma, con le sue collane Cosmo Oro e Argento, la Nord ha segnato indelebilmente l'immaginario letterario fantascientifico italiano e quando nel 1990 venne bandita la prima edizione del Premio Cosmo, la casa editrice aprì ufficialmente i battenti alla possibilità di fare parte di quell'immaginario.

Con il Premio Cosmo, in realtà la Nord non faceva che seguire le orme di Mondadori che solo l'anno precedente aveva introdotto il Premio Urania, premio ormai affermato e consolidato che dura ormai da oltre 25 anni e che nel corso del tempo ha visto la scoperta di autori di rilievo come Valerio Evangelisti. La Nord però si propose di bandire questo suo premio per la pubblicazione del miglior romanzo di fantascienza italiano solo per cinque edizioni. Non ne conosco il motivo, forse perché l'editore non pensava di poter sostenere a lungo lo sforzo – di certo non trascurabile – di gestire la valutazione di molti elaborati ogni anno. Fatto sta che, avendo già sviluppato da un po' di tempo il bernoccolo della scrittura, mi proposi di partecipare. A volte basta poco per far scattare certi interruttori che non lo sai ancora, ma in qualche modo finiscono per cambiarti per sempre. Il punto era che, in quegli anni, parliamo dei primi anni '90, ero invischiato nelle paludi universitarie, nelle sabbie mobili di esami e lezioni. Difficile dunque dedicare anima e corpo alla stesura di un romanzo. Successe così che le varie edizioni si susseguirono fino all'ultima, senza alcuna possibilità di partecipazione.

In occasione di quella del 1995, però, la congiuntura sembrò essere finalmente favorevole. Una laurea conseguita a inizio marzo poteva consentire nei tre mesi successivi, con una stesura forsennata agevolata da una probabile disoccupazione (!), di raggiungere in tempo la scadenza per la presentazione dell'elaborato entro e non oltre il 30 giugno. Sostenuto nei mesi precedenti anche da un'intensa attività di lettura di numerosi saggi sulla realtà virtuale che sarebbe venuta, e che sarebbero stati propedeutici alla stesura, riuscii nel mio proposito proprio in zona Cesarini (spedii il manoscritto proprio l'ultimo giorno), benché l'ultimo mese fui occupato in una borsa di studio e quindi dovetti barcamenarmi tra il primo approccio al mondo del lavoro e le visioni cyber che mi passavano per la testa come folate di vento psichedelico. Insomma, alla fine la imbroccai e nel marzo 1996 ricevetti l'"espresso" dalla Casa Editrice Nord (lettera che custodisco gelosamente) in cui il leggendario Gianfranco Viviani, di suo pugno, mi annunciava la vittoria e, dunque, la pubblicazione nella collana Cosmo Argento, alla quale, un paio d'anni dopo, seguì anche un'edizione nella collana Tascabili.

Oggi, a 20 anni esatti dalla sua stesura e a 19 dalla sua pubblicazione, esce questa nuova edizione in e-book per i tipi di Delos Digital (copertina in alto), dedicata proprio a quel Gianfranco, fabbricante di universi, mancato il 29 agosto 2014, senza il quale questo libro non solo probabilmente non sarebbe mai stato pubblicato, ma forse non sarebbe neanche mai esistito. Chissà, senza questo libro, forse nemmeno questo blog esisterebbe. Si tratta di un'edizione, questa, leggermente revisionata, lucidata per bene, ma non stravolta. Il testo, insomma, è lo stesso dell'edizione originale, emendato solo qua e là da poche sviste, inesattezze e difficoltà di comprensione che all'epoca erano sfuggite. Benché sia rimasta forse qualche ingenuità e qualche peccato (letterario) di gioventù, ho ritenuto imprescindibile che il testo rimanesse fedele all'originale, non solo perché è comunque lo specchio di quel momento della vita e dell'evoluzione dell'autore, ma anche in considerazione del fatto che il romanzo trova la sua cifra e molto della sua ragione d'essere anche nel fatto che uscì proprio nel momento in cui Internet stava nascendo (Netscape Navigator è del 1994 e il primo Internet Explorer è del 1995) e quindi propone una visione precisa di quello che - all'epoca - si poteva pensare sarebbe stata la rete di lì a qualche decennio. L'edizione, va detto, è impreziosita da una bellissima introduzione di Giovanni De Matteo (quello di Sezione π² e Corpi Spenti, per intenderci) e una (doverosa) postfazione del sottoscritto con la quale ho voluto voltarmi indietro a riguardare il romanzo vent'anni dopo.

Per ulteriori info, vi rimando anche qui.

L'e-book è disponibile a 3,99€ sia in formato epub, che in formato Kindle, anche direttamente sul Delos Store o su Itunes.

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