Viviamo tutti dentro un Universo-Non-Capitalista.
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martedì 24 luglio 2012
venerdì 20 luglio 2012
Sogni d'interdipendenza, utopie di lungimiranza
Pensarsi interdipendenti: il (bel) concetto si è imposto almeno due volte, con una certa intensità , dalle piccole (ma interessanti) discussioni che sono nate durante questa breve serie di post legati alla decrescita, all'ecologia, al mondo che dovremmo auspicarci, ovvero per cui dovremmo batterci, e al Festival del Paesaggio Agrario che comincia oggi, con il suo orizzonte verde di ambizioni e speranze. Appare dunque abbastanza evidente a tutti (o no?) che si tratti di una condizione (mentale) necessaria, una sorta di punto di partenza prospettico indispensabile.Tuttavia, come osservò giustamente SPB, questo stato d'animo "implica accettare di dipendere da qualcuno e che qualcuno dipenda da te, accettare di influenzare e di essere influenzato, accettare di subire le conseguenze di un'azione altrui e di essere causa di conseguenze per altri. Implica, in una parola, la presa di coscienza che non sei solo, nel bene e nel male. E che ciò che fai si riflette, modifica, interagisce con il resto." E questo - ribadisco io - corrisponde in maniera prepotente a una visione olistica che dovremmo avere non solo rispetto all'universo in termini fisici, ma anche alla società in cui gli individui vivono e alle sue componenti in relazione tra loro.
"Ma qual è", continua SPB, "la spinta che ti può portare ad accettare, a cercare, a perseguire il bene tuo e CONTEMPORANEAMENTE quello dell'altro? A non muoverti solo per il tuo, di risultato, ma a muoverti per una condivisione, affinché - e nella misura in cui - il risultato sia utile a te e pure all'altro?" Di sicuro la risposta alla domanda in questione può valere, da sola, l'intero futuro dell'umanità .E Fulvio the Cat in qualche modo ha provato a dare una risposta quando qualche giorno dopo ha detto: "Ma non sarà che la coscienza civile, e in generale la consapevolezza che 'siamo tutti sulla stessa barca', e quindi la solidarietà e la collaborazione alla lunga danno risultati migliori dell'individualismo, sono un meme positivo che si propaga per contatto, soprattutto sociale? Voglio dire: la televisione ci allontana, promuove l'individualismo e il meme tossico del primeggiare a tutti i costi. La rinascita delle comunità , reali o virtuali, dovrebbe essere una sorta di antidoto."
E si vede che Fulvio è un ottimista. D'altro canto, se siete pessimisti, potreste pensare di rispondere: "Nessuna, non esiste". Oppure se siete giusto un po' meno pessimisti, potreste azzardare un: "Solo una crisi di proporzioni tali da promuovere la maturazione di una forte istanza condivisa che, messa in pratica in termini di solidarietà , possa consentirci, in qualche modo, di salvarci". Quello che voglio invece osservare io, a proposito di questo cambio di mentalità che oggi risulta comunque necessario intraprendere, ma prima ancora, interiorizzare (e anche il più velocemente possibile) e che è emerso, a parer mio, tra le righe delle considerazioni fatte, è questo: ma è proprio necessario vedersi interdipendenti per salvarsi il futuro?
In altre parole, invece di cambiare (stravolgere) la "prospettiva relazionale", che a parer mio è molto difficile, non potrebbe forse essere sufficiente il cambio della "prospettiva temporale"? Voglio dire, non potrebbe essere sufficiente pensare che gli effetti delle decisioni di stamane avranno effetto non solo sulla nostra vita di stasera e di domani, ma anche su quella del prossimo anno o dei prossimi dieci, venti, cinquant'anni? Perché spesso sento sbandierare la retorica su quale accidenti di mondo lasceremo ai nostri figli o ai nostri nipoti. Eppure a me pare che l'Uomo non riesca nemmeno a fare delle scelte a beneficio del mondo che verrà , per lui stesso, tra soli sei mesi. L'Uomo, invece, pensa (sempre e solo) all'adesso, forse perché è l'unica cosa che - davvero - esiste, visto che il passato ormai non c'è più e il futuro ancora non c'è stato. Ma finché sarà così, nessun cambiamento (consapevole e voluto) sarà mai possibile. Nessuna rivoluzione (pacifica) potrà mai essere intrapresa./fine (per ora)
[Credit: il quadro in alto è di Elena Puca]
mercoledì 18 luglio 2012
Detrattori della Decrescita, andate a quel paese!
Tu parli di Decrescita e per uno che annuisce ce ne sono almeno cinque o sei che storcono il naso e uno, il più fesso di tutti, che ride. Non so se le percentuali sono queste, ma quando mi è capitato di accennare il discorso su forum o altrove, mi sono accorto che per lo più la gente non è pronta ad accettare questo nuovo paradigma e fa di tutto per aggrapparsi al (bellissimo) status quo, cercando di dimostrare che sono tutte palle. Le argomentazioni in genere sono due. La prima è quella che sì, è vero che le risorse non sono infinite, però basta "controllare" la crescita in modo da non esagerare, non sprecare, ottimizzare, avere maggiore onestà nell'amministrazione di pubblico e privato eccetera eccetera. Peccato che tutte queste (belle) cose vadano in conflitto con il dio-profitto e i suoi angioletti di Wall Street. Ma in fondo questo è solo un dettaglio. La seconda è quella degli esperti, secondo i quali non è vero che le risorse sono limitate perché il pianeta viene continuamente rifornito di energia dal Sole, dunque, almeno finché il Sole splenderà , sulla Terra si troverà comunque qualche modo per estrarre risorse utili alla Crescita continua.
Ora, se ce qualcuno tra voi che ha voglia di spiegarmi meglio il concetto, gliene sarei grato. Dal canto mio mi pare che questo ragionamento faccia acqua da tutte le parti, semplicemente perché - e qui non mi invento niente - (1) l'energia che riceviamo dal Sole è sotto una determinata forma (radiazione) e l'equivalenza relativistica massa-energia non è utilizzabile a nostro completo piacimento, come per esempio nei replicatori di Star Trek, per intendersi, dove puoi creare qualsiasi cosa materiale utilizzando pura energia immagazzinata da qualche parte e (2) certe risorse non vengono comunque reintegrate o, se anche sussistessero le condizioni per esserlo, avrebbero tempi di reintegrazione di gran lunga superiori ai tempi umani di consumo delle medesime. Basti pensare a quello che sta succedendo con gli idrocarburi (per altre analisi a riguardo vi rimando, se volete, al Libretto Verde).
Quindi? Quindi, per farla breve, rassegnatevi al fatto che la Decrescita è qualcosa con cui nel medio o lungo periodo l'umanità sarà - volente o nolente (e proprio qui sta il punto cruciale) - costretta a confrontarsi, qualcosa di inevitabile e di necessario per sopravvivere, perché è altrettanto inevitabile e necessario che l'entropia aumenti, che l'energia si degradi e che il vostro frigorifero, per raffreddare la vostra birra, debba essere collegato alla presa di corrente. Funziona esattamente allo stesso modo anche su Marte. Capisco che si tratti di una sorta di lutto da elaborare per moltissimi di voi, e che non sia per niente facile adattarsi a questa nuova prospettiva, ma che ci vogliate credere o no, la festa sta finendo, i palloncini si stanno raggrinzendo, i festoni sono già andati da un pezzo e nella tinozza del punch galleggiano un reggiseno, un paio di boxer e un preservativo usato. Così a questo punto c'è (assoluto) bisogno di qualcuno che abbia voglia di sporcarsi le mani per mettere a posto il casino. Eppure non vedo tutte queste mani alzate./continua
lunedì 16 luglio 2012
Biologicamente mangiando
Che si debba spendere di più per gli alimenti naturali è qualcosa che ha del surreale. Fermo restando che, in qualità di consumatori, è difficile (impossibile?) stabilire il grado di biologicità di un prodotto naturale, come pure il livello di artificiosità di un prodotto industriale, vista dall'altra prospettiva è altrettanto surreale che si preferisca spendere meno per degli alimenti non naturali, ovvero più o meno pesantemente industrializzati. Anche questo dà la misura di come oramai il sistema ci abbia assuefatti a ritenere auspicabile la diminuzione di prezzo di un prodotto, a discapito della relativa diminuzione della sua qualità . E questo anche perfino rispetto alla considerazione che si tratta di prodotti alimentari, dunque che ingeriamo e metabolizziamo, con tutti i rischi per la salute a medio e lungo termine, spesso sconosciuti o addirittura inconoscibili (ed è proprio all'interno di questo territorio oscuro che il sistema pascola indisturbato). Senza contare che la produzione di tipo industriale ha bisogno di elevate quantità produttive per mantenere i prezzi concorrenziali, anche a discapito degli enormi e inevitabili sprechi che comporta.
Eppure quello del "biologico" e del "naturale" è un business in crescita. Forse il solo. Quelle di prodotti naturali sono forse le uniche categorie di negozi che si vedono fiorire, a fronte di tante altre che la crisi sta mettendo in ginocchio. E su questo mi vengono spontanee due osservazioni. La prima è l'impressione (che però non riesco a focalizzare, aiutatemi voi) in base alla quale nel ragionamento c'è di mezzo un ossimoro intrinseco, ovvero: può un "business" essere (davvero) "naturale"? La seconda invece è: "perché" questo business è in crescita? La terza (sì lo so, avevo detto due, ma nel frattempo me n'è venuta in mente un'altra) è: ha senso che (o che senso ha che) questo business sia in crescita? Ebbene, se la prima domanda - come dicevo - la lascio a voi, alla seconda mi verrebbe da rispondere: perché la gente cerca di tutelare la propria salute mangiando cose (che ritiene in qualche modo) più sane. Ma il punto è un altro. Quando mai i prodotti "non naturali" hanno dimostrato la loro pericolosità al punto da deciderne l'abbandono? Okay okay, sappiamo che a volte sono salite alla ribalta delle sofisticazioni, anche gravi, tipo il tristemente celebre vino al metanolo o le recenti mozzarelle blu, senza contare tutto il problema legato agli OGM, ma chi può veramente dire in che misura possano nuocere i prodotti industriali in condizioni normali?
Infine l'ultima domanda: il fatto che questo business sia in crescita cosa ci dice? Che la gente ha sempre più voglia di cose naturali? O che la gente ha sempre più paura delle cose artificiali? Stiamo dunque forse assistendo a una perdita progressiva di fiducia da parte del pubblico (anche) nelle capacità industriali di fornire prodotti alimentari che possano essere considerati sani (sani in senso lato)? E se invece anche al mercato degli alimenti naturali si debba applicare il modello base del business, ovvero che per essere tale e sostenersi ha sempre e comunque bisogno di creare nella platea di consumatori un bisogno più grande di quanto quel bisogno non sia in realtà ?/continua
sabato 14 luglio 2012
Che cosa c'entra questo con...
Quello che potete vedere qui sotto è il cortometraggio che nel 1989 vinse l'Oscar nella categoria Miglior Cortometraggio Animato.
Giusto a proposito della crisi, dei conflitti, della politica, dei minuetti che vediamo da mesi ballare a Bruxelles in punta di spread, della decrescita (ovvero della sua negazione) e di tutti i discorsi che stiamo facendo in questi giorni riguardo gli argomenti correlati al Festival del Paesaggio Agrario e della mentalità di fondo dell'essere umano, ovvero della fattiva dominanza del suo antico cervello rettiliano.
/continua
Giusto a proposito della crisi, dei conflitti, della politica, dei minuetti che vediamo da mesi ballare a Bruxelles in punta di spread, della decrescita (ovvero della sua negazione) e di tutti i discorsi che stiamo facendo in questi giorni riguardo gli argomenti correlati al Festival del Paesaggio Agrario e della mentalità di fondo dell'essere umano, ovvero della fattiva dominanza del suo antico cervello rettiliano.
/continua
venerdì 13 luglio 2012
Una volta, qui, era tutta cittÃ
Ci fu un'epoca, non molto tempo addietro, in cui si assistette a una specie di migrazione di massa: dalle campagne alle città . Perché la città era una terra promessa, la città era una cornucopia delle possibilità , foriera di ricchezze, di comodità e di cose mai viste. La città era un orizzonte di modernità e progresso. E modernità e progresso erano l'industria. L'industria era il lavoro. Il lavoro era la crescita. La crescita era la sicurezza. Andare in città significava (credere di) andare incontro al futuro con una speranza nuova, che era quasi una certezza, che quel futuro sarebbe stato meglio del passato, ovvero che i figli avrebbero potuto godere di una vita migliore di quella dei loro genitori. E la crescita è diventata la Crescita.Per contro oggi sembra (proprio) che le cose non stiano più così. E per la prima volta da un secolo a questa parte, ma anche forse nell'intera storia dell'Uomo, quando in epoca pre-industriale alla meglio i figli stavano né più né meno come i loro genitori (epidemie e guerre e razzie a parte), i figli finiranno per stare peggio dei loro genitori. E se non accadrà ai figli, potete giurare che toccherà ai nipoti. Perché la Crescita è una bella favola con cui hanno voluto drogarci, essendo essa il carburante inebriante di un sistema (quello capitalista ultraliberista) che brucia la candela da due parti, una favola che non ha un lieto fine, non potendo essere protratta all'infinito per le semplici leggi della fisica, ma che come ogni favola ha una morale finale. E le morali fanno sempre male, perché ti sbattono in faccia i tuoi limiti.
Non credo dunque sia un caso che (proprio) adesso la città non abbia più tutta quell'attrazione di un tempo e che, complici le tecnologie informatiche che possono tenerci aggiornati e in contatto anche da posti decentrati, la campagna e con essa il paesaggio agrario (e il Festival che stiamo promuovendo in questi giorni è solo un piccolo esempio) stiano riconquistando in classifica posizioni che avevano perduto, catalizzando una lenta, ma significativa contromigrazione, che contribuisca a cercare di ripristinare quell'equilibrio con la Natura che il miraggio del progresso e della tecnologia (della Crescita) ci hanno fatto smarrire. Forse, per lo meno nel medio-lungo periodo, è l'unica à ncora di salvezza cui possiamo sperare di aggrapparci./continua
lunedì 9 luglio 2012
Ambiente: il paradosso della cintura di sicurezza
Una delle più grandi conquiste ecologiche degli ultimi anni, ancorché non si possa dire raggiunta, ma senza dubbio a buon punto, a mio avviso è quella del riciclo. Riciclare gli oggetti, carta, vetro, plastica e alluminio, come pure l'organico, è un gesto semplice e facile da portare a termine, soprattutto da quando la raccolta viene eseguita in maniera capillare (ovvero i bidoni per lo più vengono a te e non viceversa). Eppure, se da una parte c'è moltissima gente che pratica quotidianamente questo gesto di civiltà , ce n'è ancora una moltitudine altrettanto nutrita che se ne sbatte, la ritiene una stupidaggine inutile, una insulsa perdita di tempo, dover pensare a dividere di qua e di là , dover tenere in casa un sacchetto per ogni categoria di materiali, cercare di capire se questa cosa qui, che sembra plastica, è davvero riciclabile o no, e - insomma - non lo fa. Ebbene, di questa reazione non mi interessa il giudizio morale che lascio a voi, mi interessa osservarne la componente mentale.
In altre parole, benché un gesto come il riciclaggio - se eseguito coralmente - possa servire per migliorare la vita della collettività , chi si ostina a non farlo dimostra sostanzialmente due cose. La prima è che la sensibilizzazione all'ecologia è faccenda assai più difficile di quanto non si possa pensare. La seconda è che l'animale-uomo, a meno di non essere minacciato fisicamente, per esempio da un'arma puntata contro di lui o da una malattia incombente, ovvero da un "pericolo" imminente, da qualcosa che gli può fare male e di cui egli si può rendere conto in prima persona, tende sempre e comunque a sottovalutare la percezione della propria rovina o del rischio che corre, soprattutto quando si tratta di qualcosa che non è immediato, ma che è solo la prospettiva più o meno remota di una minaccia che si manifesta come conseguenza progressiva della reiterazione di un comportamento disdicevole.
Pensate allora alle cinture di sicurezza nelle auto. Per convincere gli italiani ad averle ma, soprattutto, a usarle, è stata necessaria l'approvazione di una legge apposita e dunque l'istituzione di una multa collegata all'infrazione di quella medesima legge. Così il pericolo che corre, e che convince l'italiano a usare le cinture, non è più quello del tutto ipotetico di spargere il proprio cervello in mezzo a due carreggiate dell'autostrada dopo essersi fracassato la testa contro il parabrezza, bensì quello ben più reale di prendere la multa.
L'interpretazione alternativa sarebbe quella che l'italiano medio consideri prendere la multa come una situazione maggiormente disdicevole rispetto ad avere la testa ridotta in poltiglia, ovvero che la propria testa abbia un valore medio minore di quello della multa (cosa che peraltro è spesso vero). Si può dunque ritenere che i comportamenti ecologici, per avere successo, debbano passare per forza da una gestione "volontaria" a una gestione "obbligatoria"? In tal caso una gestione obbligatoria avrebbe la necessità di una legislazione adeguata e un adeguato livello di monitoraggio della sua effettiva applicazione, cosa che nel caso dei rifiuti è decisamente più difficile di un posto di blocco della Polizia Stradale.
Ecco perché difficilmente tutta la faccenda, in termini ecologici, potrebbe funzionare e perché, come in un labirinto molto difficile, ci accorgiamo di avere girato in tondo e di esserci ritrovati di fronte al problema della volta scorsa, ovvero alla necessità di sviluppare una sensibilità che faccia sì che i comportamenti ecologici - a partire da quelli più semplici come il riciclo, a quelli più complessi come, per dire, la permacultura - diventino "naturali", ovvero parti integranti del nostro modo di vivere, talmente integrate nel nostro comportamento da adottarli non tanto perché siamo giunti al punto che è necessario tutelare l'ambiente, ma perché, semplicemente, è così che è giusto e normale fare.
/continua
In altre parole, benché un gesto come il riciclaggio - se eseguito coralmente - possa servire per migliorare la vita della collettività , chi si ostina a non farlo dimostra sostanzialmente due cose. La prima è che la sensibilizzazione all'ecologia è faccenda assai più difficile di quanto non si possa pensare. La seconda è che l'animale-uomo, a meno di non essere minacciato fisicamente, per esempio da un'arma puntata contro di lui o da una malattia incombente, ovvero da un "pericolo" imminente, da qualcosa che gli può fare male e di cui egli si può rendere conto in prima persona, tende sempre e comunque a sottovalutare la percezione della propria rovina o del rischio che corre, soprattutto quando si tratta di qualcosa che non è immediato, ma che è solo la prospettiva più o meno remota di una minaccia che si manifesta come conseguenza progressiva della reiterazione di un comportamento disdicevole.
Pensate allora alle cinture di sicurezza nelle auto. Per convincere gli italiani ad averle ma, soprattutto, a usarle, è stata necessaria l'approvazione di una legge apposita e dunque l'istituzione di una multa collegata all'infrazione di quella medesima legge. Così il pericolo che corre, e che convince l'italiano a usare le cinture, non è più quello del tutto ipotetico di spargere il proprio cervello in mezzo a due carreggiate dell'autostrada dopo essersi fracassato la testa contro il parabrezza, bensì quello ben più reale di prendere la multa.
L'interpretazione alternativa sarebbe quella che l'italiano medio consideri prendere la multa come una situazione maggiormente disdicevole rispetto ad avere la testa ridotta in poltiglia, ovvero che la propria testa abbia un valore medio minore di quello della multa (cosa che peraltro è spesso vero). Si può dunque ritenere che i comportamenti ecologici, per avere successo, debbano passare per forza da una gestione "volontaria" a una gestione "obbligatoria"? In tal caso una gestione obbligatoria avrebbe la necessità di una legislazione adeguata e un adeguato livello di monitoraggio della sua effettiva applicazione, cosa che nel caso dei rifiuti è decisamente più difficile di un posto di blocco della Polizia Stradale.
Ecco perché difficilmente tutta la faccenda, in termini ecologici, potrebbe funzionare e perché, come in un labirinto molto difficile, ci accorgiamo di avere girato in tondo e di esserci ritrovati di fronte al problema della volta scorsa, ovvero alla necessità di sviluppare una sensibilità che faccia sì che i comportamenti ecologici - a partire da quelli più semplici come il riciclo, a quelli più complessi come, per dire, la permacultura - diventino "naturali", ovvero parti integranti del nostro modo di vivere, talmente integrate nel nostro comportamento da adottarli non tanto perché siamo giunti al punto che è necessario tutelare l'ambiente, ma perché, semplicemente, è così che è giusto e normale fare.
/continua
mercoledì 4 luglio 2012
Di crisi, futuro, ecologia e altre quisquilie
Sono sempre più convinto che sia necessario osservare e agire sulla realtà che ci circonda, quella fatta di spread che non diminuisce, disoccupazione che aumenta, crescita che non c'è, energia sempre più costosa, rifiuti da smaltire, sprechi (non solo) alimentari, disparità estreme tra paesi ricchi e paesi poveri, nord e sud, conflitti internazionali, sfruttamento della manodopera, inquinamenti assortiti e continuate pure finché vi pare... in un modo diverso, come se tutte queste facessero parte di un unico immenso mosaico che acquista un senso solo se osservato molto dall'alto, un mosaico i cui contorni ci parlano di un'esistenza umana migliore. In altre parole, credo che la situazione attuale dovrebbe convincere tutti che bisogna pensare a se stessi e al mondo in maniera sempre più olistica, ovvero attraverso un concetto di integrazione in un sistema globale interdipendente in cui il futuro di ciascuno, ovvero la qualità di esso, dipende da quello di tutti gli altri e solo un perseguimento condiviso può condurre a un miglioramento globale delle condizioni di vita di tutti.
Del resto va osservato che questo è un assunto che non ha bisogno di connotazioni religiose. Non serve un paradigma: "Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te" o "Ama il prossimo tuo come te stesso". Ma nemmeno andare a infilarsi nel ginepraio di qualche evanescente disciplina New Age. Basta invece la fisica. La pura, nuda, asettica, ma solida fisica, in base alla quale, già nel 1893 affermava tramite Ernst Mach, il Principio in base al quale:
Dopodiché Relatività Generale e Meccanica Quantistica, con tutte le loro conseguenze, non fecero altro che confermare il concetto in maniera sempre meno teorica e sempre più sperimentale, sia nell'macrocosmo, che nel microcosmo.
Naturalmente questa visione si scontra (e violentemente!) con le esigenze private, i personalismi, gli orgogli, gli egoismi, le meschinità , i limiti e tutto quel variegato campionario di prerogative che estraggono l'essere umano dal tessuto connettivo dell'universo e lo illudono di essere un singolo individuo, bastante a se stesso, in cerca di continua autoaffermazione e in eterna competizione con la natura e i propri simili, ovvero, in altre parole, con il mondo intero. È dunque evidente che un qualche tipo di cambiamento, qualsiasi esso sia, per nascere, deve cominciare dall'inversione di questa prospettiva, ovvero da una modifica percettiva di ciascuno rispetto alle proprie relazioni con ciò che lo circonda e alle conseguenze che esse hanno nei confronti di tutto il resto.
Per questo motivo ho colto molto volentieri l'invito degli organizzatori della quarta edizione del Festival del Paesaggio Agrario che si svolgerà i prossimi 20, 21 e 22 luglio nella zona dell'astigiano (qui il programma) a ritornare a parlare un po' di questi argomenti, già toccati qualche mese fa a ridosso dell'uscita del Libretto Verde. Perché un (continuo) movimento di pensiero e discussione è fondamentale essendo il solo modo da cui può scaturire un futuro degno di questo nome, facendoci maturare quell'unica, nuova, sensibilità che - da sola - può salvarci la vita e che, per questo, non dobbiamo mai eliminare dal nostro orizzonte.
Perché questa è una guerra che si può vincere, ma soltanto tutti insieme.
/continua
Del resto va osservato che questo è un assunto che non ha bisogno di connotazioni religiose. Non serve un paradigma: "Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te" o "Ama il prossimo tuo come te stesso". Ma nemmeno andare a infilarsi nel ginepraio di qualche evanescente disciplina New Age. Basta invece la fisica. La pura, nuda, asettica, ma solida fisica, in base alla quale, già nel 1893 affermava tramite Ernst Mach, il Principio in base al quale:
«L'inerzia di ogni sistema è il risultato dell'interazione del sistema stesso con il resto dell'universo.
In altre parole, ogni particella presente nel cosmo ha influenza su ogni altra particella.»
Dopodiché Relatività Generale e Meccanica Quantistica, con tutte le loro conseguenze, non fecero altro che confermare il concetto in maniera sempre meno teorica e sempre più sperimentale, sia nell'macrocosmo, che nel microcosmo.
Naturalmente questa visione si scontra (e violentemente!) con le esigenze private, i personalismi, gli orgogli, gli egoismi, le meschinità , i limiti e tutto quel variegato campionario di prerogative che estraggono l'essere umano dal tessuto connettivo dell'universo e lo illudono di essere un singolo individuo, bastante a se stesso, in cerca di continua autoaffermazione e in eterna competizione con la natura e i propri simili, ovvero, in altre parole, con il mondo intero. È dunque evidente che un qualche tipo di cambiamento, qualsiasi esso sia, per nascere, deve cominciare dall'inversione di questa prospettiva, ovvero da una modifica percettiva di ciascuno rispetto alle proprie relazioni con ciò che lo circonda e alle conseguenze che esse hanno nei confronti di tutto il resto.
Per questo motivo ho colto molto volentieri l'invito degli organizzatori della quarta edizione del Festival del Paesaggio Agrario che si svolgerà i prossimi 20, 21 e 22 luglio nella zona dell'astigiano (qui il programma) a ritornare a parlare un po' di questi argomenti, già toccati qualche mese fa a ridosso dell'uscita del Libretto Verde. Perché un (continuo) movimento di pensiero e discussione è fondamentale essendo il solo modo da cui può scaturire un futuro degno di questo nome, facendoci maturare quell'unica, nuova, sensibilità che - da sola - può salvarci la vita e che, per questo, non dobbiamo mai eliminare dal nostro orizzonte.
Perché questa è una guerra che si può vincere, ma soltanto tutti insieme.
/continua
lunedì 19 dicembre 2011
L'ultima conferenza stampa del Prof. Itnom
Entra nel salone con uno sguardo severo, la faccia scolpita nel granito. Si sistema al tavolo dietro ai microfoni con l'espressione di una bistecca che sta per essere messa su una griglia, mentre uno stuolo d'uomini in occhiali da sole e auricolare prendono posizione intorno a lui senza troppa discrezione. Nella platea i giornalisti fremono come un branco di coccodrilli a digiuno. Poi si ode una voce che si schiarisce e un timido: «Okay, possiamo cominciare». Pausa. Frustate di flash. I coccodrilli tengono in caldo le mandibole, mentre dalle finestre proviene il sordo mormorio del moto ondoso della folla in peggioramento. Il Prof. Itnom solleva il bicchiere di carta, illudendosi di farsi un sorso di coraggio.«Buongiorno a tutti e grazie di essere intervenuti con così poco preavviso.» Già un'altra pausa sorso. Occhi acquosi, vaganti. Non c'è niente di abbastanza consolatorio in giro cui aggrappare lo sguardo. O niente di sufficientemente amichevole cui aver voglia di dare confidenza. «I dati dell'ESCO li avete già sentiti tutti e sono stati confermati stamane. Dunque, nonostante la manovra appena approvata dal Parlamento, per l'anno a venire è previsto un aumento del LIP del 14,4%, che corrisponde a un incremento dei posti di lavoro di almeno 1.800.000 unità nell'arco dell'intero anno.» Brusio. L'eco della voce rimbalza dagli altoparlanti del megaschermo in piazza che segue in diretta la conferenza stampa e fa precipitare le condizioni meteo.
«Posso confermare che, date le circostanze, il governo ha messo in atto tutte le misure possibili e plausibili, compatibilmente con le forze politiche presenti in Parlamento (NdA la maggioranza assoluta di estrema sinistra), che il nostro paese poteva ragionevolmente affrontare. Forse in passato sono stati compiuti degli errori, ma solo chi non agisce, non sbaglia. D'altro canto è anche sotto gli occhi di tutti che la crisi ha una natura globale, basti vedere cosa sta succedendo agli altri paesi dell'unione e agli ASU. Dunque, quello che posso dirvi, oggi, qui, ora, è che la cosa migliore è ammettere di trovarsi in una situazione di (tono funebre) crisi, crisi davvero molto grave.» Pausa sorso. Poi il Prof. Itnom si aggiusta gli occhiali e riprende la ripidissima salita col fiato di uno del tutto fuori allenamento.
«Per questo motivo, il Governo sarà costretto a far approvare una manovra aggiuntiva per aumentare i livello dei consumi obbligatori di beni materiali. In tal senso è allo studio l'introduzione di una diminuzione consistente dell'AVI. È altresì evidente che, nostro malgrado, non potremo sottrarci a un incremento degli orari di lavoro per sopperire all'aumento di richiesta di manodopera industriale. Capisco che per i cittadini un passaggio da venti ore obbligatorie alla settimana, a quaranta, può risultare molto oneroso anche sotto il profilo della qualità della vita, e che questo rischierà di far aumentare gli stipendi medi fino al 150%, ma posso assicurare che il Governo ascolterà le parti sociali e farà ogni sforzo possibile per mantenere la manovra equa. In tal senso il Ministro del Lavoro sta già studiando l'incremento degli stipendi e delle indennità di tutti i dipendenti pubblici, Parlamentari inclusi, come pure un sostanziale abbassamento dell'età pensionabile, nella speranza di invertire la pericolosa e disgraziata tendenza che si profila all'orizzonte del nostro immediato futuro. Grazie.»Dato il difficile momento, il Prof. Itnom non concede domande. Si alza mentre i coccodrilli stridono protendendo le loro fauci e lui scompare dietro il simbolo dell'Ailati. Il suo braccio destro gli consiglia di aspettare prima di uscire, che la gente digerisca la notizia, che le onde si plachino almeno un po', ma lui scuote la testa, dice di no, dice che vuole metterci la faccia, affrontare la tempesta che si è scatenata fuori dell'edificio. Se vedranno che avrà il coraggio lui, se lo vedranno uscire a testa alta, lo rispetteranno e si faranno coraggio anche loro. Ma le condizioni, fuori, sono davvero difficili, troppo difficili e gli uomini con gli occhiali da sole lo perdono quasi subito di vista. Il Prof. Itnom scompare tra i cavalloni di carne, mani tese, urla, insulti e striscioni. Nessuno lo vedrà più. Molte cose possono essere in qualche modo fatte digerire al popolo, magari anche grazie a un'oculata politica di (dis)informazione, ma la Crescita, oddio, quella proprio no.
[Credits: il Monti in versione Ultimatum alla Terra è di Lameduck.]
venerdì 25 novembre 2011
La decrescita comincia in e-book
Eccolo qua! Come promesso, il Libretto verde è un e-book. Per ora è scaricabile solo in formato pdf. Ma presto (ovvero quando avrò capito come impaginare il testo in maniera corretta) vorrei mettere a disposizione anche il formato ePub, mobi e magari anche Kindle, per chi è dotato di e-reader.Il libretto è pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Condividi allo stesso modo 3.0 Italia, quindi è distribuibile, utilizzabile e modificabile a vostro piacimento, a patto di non utilizzarlo per scopi di lucro, di citare l'autore originale e di ridistribuirlo sempre con le stesse modalità .
Intanto, se avete voglia, dategli un'occhiata. Mi farà piacere ricevere le vostre impressioni.
Libretto verde - Download .pdf
lunedì 21 novembre 2011
Delle nubi all'orizzonte (un po' introduzione e un po' intenzione)
Per cercare di non far scivolare tutto il lavoro fatto di recente nella deriva del tempo della rete, che sorvola le cose e dimentica in fretta, e confortato anche dall'interesse suscitato sia qui, che su Facebook, ho pensato di raccogliere tutti i post sulla Decrescita pubblicati in queste ultime tre settimane in un piccolo e-book scaricabile gratuitamente dal blog in vari formati.Datemi dunque qualche giorno per organizzarmi e per prepararlo.
Nel frattempo vi anticipo qui sotto l'introduzione e, a lato, la bozza della copertina. A tale riguardo non sono del tutto sicuro del titolo. Per coerenza rispetto a quanto esposto qualche giorno fa, non volevo che ci fosse dentro la parola "decrescita", ma nemmeno "sviluppo sostenibile". Se dunque vorrete darmi i vostri pareri, opinioni o consigli in merito, sarete i benvenuti.
Ed ecco l'intro:
"Qualcosa sta accadendo. Se ne vedono i profili aguzzi all'orizzonte, come una sorta di minacciosa silhouette d'inchiostro in continuo movimento. Non si capisce ancora di preciso di che cosa si tratti e, soprattutto, quale portata possa avere, ma è da ottusi negare, fare finta di niente, o affidarsi all'ottimismo, pensando che il vento cambierà e l'allontanerà dalla costa, solo per adottare un alibi confortevole che eviti di pensare al peggio. Del resto non serve nemmeno l'occhio di un esperto per intuire che quelle avvisaglie non parlano di giornate da gita fuori porta e notti stellate in riva al mare.
Qualcosa sta accadendo. Perché questi non sono Tempi Normali, sempre che Tempi Normali nella storia siano mai esistiti. Eppure adesso si percepisce nell'aria qualcosa di veramente nuovo, come il profumo di una consapevolezza inedita, che forse molti non hanno ancora razionalizzato o assimilato, ma che iniziano a sentire come istanza che si fa strada, magari non del tutto definita nei suoi contorni, ma sempre più pressante e sempre più ineludibile. Lo si vede dai movimenti che fioriscono spontanei in tutto l'occidente, lo si vede dalla partecipazione alle manifestazioni e dalla loro frequenza, lo si capisce dai discorsi nei social media. E ogni giorno che passa lo si può (o meglio lo si deve) ignorare sempre meno.
Qualcosa sta accadendo. In Italia e nel mondo. E non c'è dubbio che abbia ha a che fare con un'esigenza condivisa. È probabile che ciascun individuo senta l'urgenza a modo suo, che la interpreti secondo la sua personale prospettiva di vedere la vita, in base alla sua cultura, alle sue tradizioni, alla sua condizione economica e sociale, ma il dato di fatto, se te ne vai in giro a osservare e ascoltare, è che la gente parla sempre più di cambiamento. Cambiamento in generale, perché semplicemente il sistema non ce la fa più. La gente sente che qualcosa in qualche modo si sta spezzando. Un semplice equilibrio che comincia a vacillare. E se la Terra se ne sta accorgendo dal punto di vista ecologico, chi è dotato di maggiore sensibilità , comincia a rendersene conto anche in termini psicologici e sociali, individuali e collettivi. E in tutto questo il punto difficile da smentire è: «Non si potrà andare avanti così ancora a lungo».
Qualcosa sta accadendo. Perché l'impressione è che un vento di cambiamento così sovranazionale, trasversale e generalizzato non si sia mai sentito, almeno non in tempi recenti. Forse davvero mai. Non è detto che queste energie remino tutte nella stessa direzione, anzi probabilmente non è così. Spesso queste forze spingono in direzioni opposte, ognuna inseguendo una propria traccia di filosofia o di convenienza (o entrambe), con il risultato di non riuscire a spostare di molto il baricentro della società . Eppure i segnali che indicano una strada privilegiata a mio avviso ci sono, come i funghi colorati che punteggiano i margini di una pista di decollo immersa in una nebbia uniforme.
Qualcosa sta accadendo. Ma la difficoltà è catalizzare e dare consapevolezza e orientamento comuni a tutte queste energie, affinché qualcosa di buono accada sul serio. E questo si può fare solo con la cultura e la conoscenza, l'informazione e lo stimolo alla riflessione e alla partecipazione. Questo è il motivo per cui è nato questo piccolo Libretto verde, che raccoglie una serie di note monografiche pubblicate a puntate sul blog Il grande marziano tra ottobre e novembre 2011, in merito alla Filosofia della Decrescita, forse l'unica soluzione vera, seria, ragionevole, pratica, attuabile e lungimirante rispetto ai problemi che stiamo vedendo addensarsi all'orizzonte e che sono già in viaggio verso di noi. Il proposito è dunque quello di dare uno strumento informativo agile, semplice, breve, facilmente distribuibile e, soprattutto, gratuito che contribuisca a proporre i concetti dell'unico cambiamento possibile, cercando di alimentarne la riflessione. Perché è solo dalla cultura che questo cambiamento potrà cominciare e diffondersi, perché si tratta di un cambiamento che non può prescindere dal rinnovamento delle coscienze di chi lo desidera e lo deve (e lo può) cominciare a realizzare.
Qualcosa sta accadendo. E se siete qui, forse è perché state cominciando ad accorgervene anche voi. Ma qui dentro non troverete soluzioni liofilizzate, né presunzione di completezza o di esaustività , bensì le informazioni minime necessarie, qualche idea su cui ragionare e, soprattutto (ed è quello che spero), una manciata di stimoli che vi spingano ad approfondire l'argomento, a pensare che vale la pena rifletterci su, perché forse in questa proposta di cambiamento c'è davvero qualcosa di buono, qualcosa che vale la pena di fare proprio, facendolo diventare qualcosa di più dei buoni propositi e delle belle parole che svaniscono insieme con la chiusura del libro, come nuvole di un profumo inebriante al fiuto, ma che non vi sognereste mai di spruzzarvi dietro alle orecchie.
Qualcosa sta accadendo. Qualcosa accadrà , presto o tardi, su questo potete giurarci. E sarà comunque un cambiamento sociale forte, radicale, epocale, globale. Sta dunque a noi capire se esserne soggetti attivi e provare a farlo controllandolo secondo le modalità nostre, o lasciare invece che le cose vadano per conto loro e il sistema ci travolga secondo i capricci suoi, lasciandoci in balìa di un destino che non abbiamo voluto e che dovremo subire, probabilmente - a quel punto - senza poterci fare granché.
Qualcosa sta accadendo. Siamo ancora in tempo.
Facciamolo accadere noi."
venerdì 18 novembre 2011
La ri(e)voluzione della specie
L'altro aspetto (forse il peggiore di tutti) che penalizza la Filosofia della Decrescita è il suo essere in controtendenza rispetto alle inclinazioni (animali) insite nella natura umana. Difatti come non riconoscere che queste ultime sono quelle maggiormente assecondate dal sistema ultraliberista dell'economia di mercato, dello sviluppo, del profitto, della ricchezza oltre misura, dell'iperbenessere e del Tutto-Intorno-A-Te? Come può dunque, in condizioni più o meno normali, la decrescita competere con un sistema che, seppure mostrando preoccupanti segni di cedimento, riesce ancora (almeno nel breve o brevissimo periodo) a propinare con una qualche vaga credibilità , complice il sistema autoreferenziale dei media, miraggi luccicanti di un futuro fatto di automobili volanti, divani antigravitazionali, merendine neurotoniche, televisioni inebrianti e biancheria intima autocarrozzante?
Ma quel che è peggio, non è tanto il fatto che la decrescita predichi una sobrietà e una lungimiranza a un mondo in cui la sobrietà è stata gettata a marcire negli abissi fetidi delle discariche di rifiuti del Terzo Mondo, e la lungimiranza è stata svenduta alle compagnie che sfruttano e vessano i loro dipendenti (anche minorenni) rendendoli di fatto gli schiavi del nuovo millennio. No. Il peggio è il fatto che la decrescita richiede impegno, attività e partecipazione. La decrescita impone all'individuo di tornare innanzitutto a essere cittadino e dunque individuo responsabile che fa parte di una comunità che potrà avere un futuro non tanto a partire dalle iniziative individualistiche, quanto dalle scelte condivise. La decrescita sollecita il singolo ad alzarsi dalla comoda poltrona di una vita fatta di abbonamenti e punti premio, di partite di calcio e di grandi fratelli, e di fare propria la lungimiranza di pensare che il futuro proprio e dei propri figli stavolta dipende solo e soltanto, più di ogni altra cosa, da quello che farà lui oggi.
La decrescita chiede innanzitutto all'individuo di lasciare da parte le pantofole e mettersi in marcia per farsi parte attiva del cambiamento, perché è da lì che tutto deve cominciare. Quando si parla di decrescita, il cittadino deve smetterla di demandare il suo futuro alla X su una scheda elettorale, pensando di aver così esaurito il suo compito all'interno della comunità : la politica non ha mai aggiustato le cose (a meno - forse - di non aver toccato veramente il fondo) e tantomeno potrà farlo oggi (a meno - forse - di non toccare veramente il fondo). Ed è da questo punto di vista che il cambiamento della decrescita può davvero essere chiamato "rivoluzione", l'unica auspicabile, l'unica pacifica, l'unica possibile, ma solo e soltanto dentro una condivisione il più allargata possibile. Perché il cambiamento invocato dalla "decrescita serena" chiede alle persone di rimboccarsi le maniche e di diventare, a tutti i livelli, ciascuno nel suo piccolo ambito, ciascuno con il suo impegno, ciascuno con il suo esempio, uno che ci mette del suo, uno che agisce per cambiare le cose, dunque - di fatto - un rivoluzionario.
La difficoltà (e parte della mia mancanza di ottimismo a riguardo, o forse dovrei chiamarlo semplicemente realismo?) risiede nel fatto che se una volta bastava una sola, grande personalità rivoluzionaria per coinvolgere la massa nell'inseguimento di un ideale forte di cambiamento, oggi la rivoluzione della decrescita funzionerà solo se ciascuno si farà rivoluzionario nella consapevolezza consolatoria che, mal che vada, la raggiunta maggiore sostenibilità della propria vita gli potrà essere motivo di salvezza se (quando?) il sistema crollerà imponendo comunque con la forza (ovvero tutta d'un colpo) quella medesima decrescita che la comunità non avrà saputo scegliersi in maniera ragionevole e programmata.La Filosofia della Decrescita chiede dunque all'uomo di fare qualcosa di equivalente a un vero e proprio salto evolutivo di pensiero, un salto che nell'azione sarà capace di premiarlo in termini di selezione naturale e dunque in termini di maggiori capacità di sopravvivenza in quello che sarà l'ambiente sociale di domani e, soprattutto, di maggiore felicità .
Voi la state prendendo la rincorsa?
/fine (almeno per ora)
lunedì 14 novembre 2011
Decrescita? No, grazie!
Nonostante le argomentazioni e i propositi, che qualsiasi essere umano sano di mente dovrebbe trovare condivisibili, almeno a livello concettuale, la filosofia della decrescita a mio avviso è afflitta da due vizi, uno in qualche modo evitabile, l'altro purtroppo connaturato alla filosofia stessa, che agiscono come attriti profondi alla sua diffusione presso i cittadini del mondo occidentale. Il primo è di ordine puramente rappresentativo e, non tenendo in considerazione il fatto che comunque la società occidentale è una sorta di mediamondo, in cui dunque le idee non possono (più) prescindere dai mezzi di comunicazione con cui vengono diffuse e dalla forma con cui vengono diffuse, il termine "decrescita" è quanto di più deleterio e controproducente ci possa essere.La gente è superficiale, la gente non approfondisce, la gente è pigra e presuntuosa e dunque si convince sempre di avere capito tutto alla prima impressione. La gente per lo più costruisce le proprie opinioni di un'esistenza intera solo per sentito dire. Dunque quale può essere il destino di una filosofia, che è anche uno stile di vita, imperniata su una parola chiave come "decrescita"? Come convincere la gente anche a interessarsi a una cosa che se ne va in giro a dire come prima cosa che "meno è meglio" (come nell'ultimo libro di Maurizio Pallante, uno dei maggiori promotori italiani del "decrescita felice " e fondatore dell'omonimo Movimento)?
Crescere è un termine che prima di ogni altra cosa l'istinto associa ai processi biologici e normalmente, se le cose vanno per il verso giusto, a meno dunque di circostanze patologiche, la crescita è quello che sempre ci si auspica. Basti pensare ai bambini che se non crescono è un guaio, ma lo stesso succede ai germogli del grano o ai pulcini o ai vitelli. Dunque, per converso, il termine decrescita evoca qualcosa che non funziona, ovvero che non è desiderabile. Perché dunque farlo diventare il termine di riconoscimento rappresentativo del nuovo mondo che vorremmo? Da un punto di vista memetico non potrà mai funzionare.Ma c'è anche un'ulteriore svista semantica da considerare, nella quale a mio avviso sono inciampati i vari filosofi e promotori di questo ambizioso programma di rinnovamento sociale globale. Ed è il fatto che se senti la necessità di associare alla "decrescita" un aggettivo positivo come "felice" o "serena", confermi implicitamente la negatività della prima e questo messaggio quasi subliminale, nell' immaginario sempre superficiale e un po' rozzo di chi ascolta, non fa altro che acuire per reazione l'attitudine al rifiuto e in questo modo ad allontanare il destinatario anche solo dalla voglia di fare un tentativo per capire qualcosa di più della visione che vi sta dietro, abortendo così fin dal principio la possibilità che vi possa trovare dentro qualcosa di buono e, magari, condivisibile.
Il secondo, quello intrinseco, è di natura mentale, o se vogliamo psicologica, ma ne parliamo - e, almeno per ora, concludiamo - venerdì (che mercoledì ho in programma un'altra cosa).
/continua
venerdì 11 novembre 2011
Ingredienti per un mondo nuovo (3 di 3)
[Se te la sei persa, la seconda parte la trovi qui]
6. Ridurre
È una società , quella odierna occidentale, che fa del "troppo" la sua cifra esistenziale. Dunque esistono numerosi ambiti in cui è necessario ridurre, ridimensionare, senza che questo significhi vivere da pezzenti. Ridurre i sovraconsumi e il loro impatto sulla biosfera, anche attraverso una moratoria della pubblicità , in maniera da disincentivare la creazione di bisogni inesistenti. Ridurre gli sprechi (perché mai si deve vendere un tubetto di dentifricio dentro una scatola di cartone?). Ridurre il turismo di massa. Ridurre - come già detto - gli orari di lavoro e incentivare la flessibilità dando la possibilità , per esempio, a un operaio che lavora in una fabbrica automobilistica, di fare altro nei periodi in cui la fabbrica non lavora per penuria di domanda. Da questo punto di vista, Latouche sostiene che il sistema interinale può essere un passo nella direzione giusta, anche se il sistema ovviamente va concepito con spirito completamente diverso.
7. Riutilizzare
Il concetto dell'uso e della sostituzione degli oggetti nella società dei consumi ha innumerevoli sfaccettature, ma che si riducono soprattutto al fatto che gli oggetti hanno una vita d'uso molto più breve di quella che potrebbero ragionevolmente avere a causa di quella che Brooks Stevens chiamò obsolescenza pianificata e che in estrema sintesi può essere duplice. Da un lato c'è l'obsolescenza progettuale, ovvero quella in base al quale si costruiscono e si mettono sul mercato degli oggetti che deliberatamente durano poco, hanno una scarsa affidabilità , o si consumano (o si rovinano) in fretta, in modo da costringere gli utenti alla loro frequente sostituzione. Dall'altro c'è l'obsolescenza indotta, ovvero quella realizzata attraverso per lo più la pubblicità e il marketing che instillano nel consumatore il bisogno del rinnovo dell'oggetto proponendone uno che fa il medesimo uso, solo più bello/potente/veloce/ecologico/ecc., anche quando quello che avete già potrebbe andare avanti benissimo ancora per molto, molto tempo.
8. Riciclare
Questo è ovvio, direte voi. Certo. Ma il riciclaggio deve andare oltre la semplice raccolta differenziata dei rifiuti (benché questa non sia ancora diffusa ed entrata nelle mentalità dei cittadini su tutto il territorio come dovrebbe, e prova ne è l'ormai celebre, fantomatico tizio che butta via una bottiglia di vetro o un giornale nel bidone dell'immondizia comune, quando proprio di fianco, a solo un metro di distanza, ci sono i rispettivi contenitori per la raccolta differenziata), ma essere implementata industrialmente nelle macchine, ovvero nella loro progettazione, nei materiali con cui sono costruite, e nella filosofia del loro utilizzo e della loro dismissione una volta esaurito il loro compito.
Ebbene, ciò che è davvero interessante (e bello) di queste regole, è che se da una parte, dal punto di vista pubblico, ovvero politico e sociale, sembrano uscite da un'autentica utopia moderna, dall'altra la maggioranza di esse è di fatto perseguibile anche su piccola scala, localmente, addirittura individualmente. Magari in quest'ultimo caso la loro efficacia potrà risultare di minore impatto di quanto non potrebbe essere se fossero instituzionalizzate ufficialmente nel sistema, eppure sono convinto che, a condizione di essere tanti (e quando dico tanti, intendo TANTI), anche solo l'adozione personale di questi stili di vita può contribuire a cambiare la società in maniera significativa. Ciò che è davvero interessante (e bello) di queste regole, è che fanno piazza pulita di tutti gli alibi che la gente adduce per rimanere nella soffice comodità del lamento e non passare mai all'azione.
/continua (lunedì)
6. RidurreÈ una società , quella odierna occidentale, che fa del "troppo" la sua cifra esistenziale. Dunque esistono numerosi ambiti in cui è necessario ridurre, ridimensionare, senza che questo significhi vivere da pezzenti. Ridurre i sovraconsumi e il loro impatto sulla biosfera, anche attraverso una moratoria della pubblicità , in maniera da disincentivare la creazione di bisogni inesistenti. Ridurre gli sprechi (perché mai si deve vendere un tubetto di dentifricio dentro una scatola di cartone?). Ridurre il turismo di massa. Ridurre - come già detto - gli orari di lavoro e incentivare la flessibilità dando la possibilità , per esempio, a un operaio che lavora in una fabbrica automobilistica, di fare altro nei periodi in cui la fabbrica non lavora per penuria di domanda. Da questo punto di vista, Latouche sostiene che il sistema interinale può essere un passo nella direzione giusta, anche se il sistema ovviamente va concepito con spirito completamente diverso.
7. Riutilizzare
Il concetto dell'uso e della sostituzione degli oggetti nella società dei consumi ha innumerevoli sfaccettature, ma che si riducono soprattutto al fatto che gli oggetti hanno una vita d'uso molto più breve di quella che potrebbero ragionevolmente avere a causa di quella che Brooks Stevens chiamò obsolescenza pianificata e che in estrema sintesi può essere duplice. Da un lato c'è l'obsolescenza progettuale, ovvero quella in base al quale si costruiscono e si mettono sul mercato degli oggetti che deliberatamente durano poco, hanno una scarsa affidabilità , o si consumano (o si rovinano) in fretta, in modo da costringere gli utenti alla loro frequente sostituzione. Dall'altro c'è l'obsolescenza indotta, ovvero quella realizzata attraverso per lo più la pubblicità e il marketing che instillano nel consumatore il bisogno del rinnovo dell'oggetto proponendone uno che fa il medesimo uso, solo più bello/potente/veloce/ecologico/ecc., anche quando quello che avete già potrebbe andare avanti benissimo ancora per molto, molto tempo.
8. RiciclareQuesto è ovvio, direte voi. Certo. Ma il riciclaggio deve andare oltre la semplice raccolta differenziata dei rifiuti (benché questa non sia ancora diffusa ed entrata nelle mentalità dei cittadini su tutto il territorio come dovrebbe, e prova ne è l'ormai celebre, fantomatico tizio che butta via una bottiglia di vetro o un giornale nel bidone dell'immondizia comune, quando proprio di fianco, a solo un metro di distanza, ci sono i rispettivi contenitori per la raccolta differenziata), ma essere implementata industrialmente nelle macchine, ovvero nella loro progettazione, nei materiali con cui sono costruite, e nella filosofia del loro utilizzo e della loro dismissione una volta esaurito il loro compito.
Ebbene, ciò che è davvero interessante (e bello) di queste regole, è che se da una parte, dal punto di vista pubblico, ovvero politico e sociale, sembrano uscite da un'autentica utopia moderna, dall'altra la maggioranza di esse è di fatto perseguibile anche su piccola scala, localmente, addirittura individualmente. Magari in quest'ultimo caso la loro efficacia potrà risultare di minore impatto di quanto non potrebbe essere se fossero instituzionalizzate ufficialmente nel sistema, eppure sono convinto che, a condizione di essere tanti (e quando dico tanti, intendo TANTI), anche solo l'adozione personale di questi stili di vita può contribuire a cambiare la società in maniera significativa. Ciò che è davvero interessante (e bello) di queste regole, è che fanno piazza pulita di tutti gli alibi che la gente adduce per rimanere nella soffice comodità del lamento e non passare mai all'azione.
/continua (lunedì)
giovedì 10 novembre 2011
Ingredienti per un mondo nuovo (2 di 3)
[Se te la sei persa, la prima parte la trovi qui.]
3. Ristrutturare
È evidente che l'apparato produttivo e i rapporti sociali vanno adeguati alla rivalutazione e alla riconcettualizzazione: questa è la ristrutturazione, sebbene non è detto che essa debba per forza discendere come conseguenza dai primi, bensì può anch'essa concorrere al consolidamento dei primi, come in un processo di retroazione positiva che diventa così circolo virtuoso. Di certo la ristrutturazione implica la fuoriuscita dal capitalismo. Questo tuttavia non deve far pensare che la decrescita sia espressione di una società schierata compatta a sinistra, tant'è che a tutt'oggi tutte le forze di sinistra si esprimono, pur con i loro distinguo, sempre in termini di "crescita-crescita-crescita". A tale proposito infatti, Latouche rivendica il fatto che il programma della decrescita sia "in primo luogo un programma di buon senso" e che "è altrettanto poco condiviso sia a sinistra che a destra". E questo, aggiungo io, dà la misura delle profonde contraddizioni in cui versa la sinistra di oggi. Del resto su questo punto Latouche ha ragione e giustamente approfitta della situazione per smarcare intelligentemente la decrescita dalla diatriba politica. Tuttavia, lo spirito non cambia e, a mio modo di vedere, i valori propugnati dalla decrescita dovrebbero corripondere ai valori classici della sinistra, ancorché traghettati dentro la modernità del XXI secolo. Potete immaginare valori di questo genere promossi da forze - anche moderate - di destra?
4. Ridistribuire
Qui lascio parlare direttamente Latouche, non saprei dirlo meglio. "La ristrutturazione dei rapporti sociali è già ipso facto una ridistribuzione. Questa riguarda la ripartizione delle ricchezze e dell'accesso al patrimonio naturale tanto tra il Nord e il Sud, quanto all'interno di ciascuna società , tra le classi, le generazioni, gli individui. La ridistribuzione avrà un duplice effetto sulla riduzione del consumo. Direttamente, ridimensionando il potere e i mezzi di consumo della 'classe consumatrice mondiale' e in particolare dell'oligarchia dei grandi predatori. Indirettamente, diminuendo lo stimolo al consumo vistoso".

5. Rilocalizzare
È naturale che la decrescita faccia della deglobalizzazione uno dei suoi punti cardinali. Pertanto tutto ciò che è producibile localmente, va prodotto localmente. In quest'ottica gli spostamenti di merci e di capitali vanno ridotti all'indispensabile. C'è davvero bisogno di fragole cilene a Natale o di ninnoli cinesi tutto l'anno? Ma anche la politica, la cultura, l'economia, fino addirittura al senso della vita, "devono ritrovare un ancoraggio territoriale" e le relative decisioni devono essere prese localmente tutte le volte che è possibile. Le Società Mutue per l'Autogestione per esempio sono realtà sociali ed economiche territoriali che vanno esattamente in questa direzione, per questo soluzioni del genere dovrebbero essere promosse e incentivate. Allora da questo punto di vista la decrescita potrebbe addirittura rendere felici i leghisti?
/continua (domani)
3. RistrutturareÈ evidente che l'apparato produttivo e i rapporti sociali vanno adeguati alla rivalutazione e alla riconcettualizzazione: questa è la ristrutturazione, sebbene non è detto che essa debba per forza discendere come conseguenza dai primi, bensì può anch'essa concorrere al consolidamento dei primi, come in un processo di retroazione positiva che diventa così circolo virtuoso. Di certo la ristrutturazione implica la fuoriuscita dal capitalismo. Questo tuttavia non deve far pensare che la decrescita sia espressione di una società schierata compatta a sinistra, tant'è che a tutt'oggi tutte le forze di sinistra si esprimono, pur con i loro distinguo, sempre in termini di "crescita-crescita-crescita". A tale proposito infatti, Latouche rivendica il fatto che il programma della decrescita sia "in primo luogo un programma di buon senso" e che "è altrettanto poco condiviso sia a sinistra che a destra". E questo, aggiungo io, dà la misura delle profonde contraddizioni in cui versa la sinistra di oggi. Del resto su questo punto Latouche ha ragione e giustamente approfitta della situazione per smarcare intelligentemente la decrescita dalla diatriba politica. Tuttavia, lo spirito non cambia e, a mio modo di vedere, i valori propugnati dalla decrescita dovrebbero corripondere ai valori classici della sinistra, ancorché traghettati dentro la modernità del XXI secolo. Potete immaginare valori di questo genere promossi da forze - anche moderate - di destra?
4. Ridistribuire
Qui lascio parlare direttamente Latouche, non saprei dirlo meglio. "La ristrutturazione dei rapporti sociali è già ipso facto una ridistribuzione. Questa riguarda la ripartizione delle ricchezze e dell'accesso al patrimonio naturale tanto tra il Nord e il Sud, quanto all'interno di ciascuna società , tra le classi, le generazioni, gli individui. La ridistribuzione avrà un duplice effetto sulla riduzione del consumo. Direttamente, ridimensionando il potere e i mezzi di consumo della 'classe consumatrice mondiale' e in particolare dell'oligarchia dei grandi predatori. Indirettamente, diminuendo lo stimolo al consumo vistoso".

5. Rilocalizzare
È naturale che la decrescita faccia della deglobalizzazione uno dei suoi punti cardinali. Pertanto tutto ciò che è producibile localmente, va prodotto localmente. In quest'ottica gli spostamenti di merci e di capitali vanno ridotti all'indispensabile. C'è davvero bisogno di fragole cilene a Natale o di ninnoli cinesi tutto l'anno? Ma anche la politica, la cultura, l'economia, fino addirittura al senso della vita, "devono ritrovare un ancoraggio territoriale" e le relative decisioni devono essere prese localmente tutte le volte che è possibile. Le Società Mutue per l'Autogestione per esempio sono realtà sociali ed economiche territoriali che vanno esattamente in questa direzione, per questo soluzioni del genere dovrebbero essere promosse e incentivate. Allora da questo punto di vista la decrescita potrebbe addirittura rendere felici i leghisti?
/continua (domani)
mercoledì 9 novembre 2011
Ingredienti per un mondo nuovo (1 di 3)
Ma la decrescita non si ferma alla masturbazione filosofica, non è come i discorsi che puzzano di campagna elettorale tipo «più lavoro per tutti», «bisogna investire nella scuola», «le pensioni non si toccano», «la salute è il bene primario», «città più sicure», «salvaguardare il territorio a tutti i costi», eccetera. Non si ferma al puro distillato della teoria, insomma. E non vuole (né forse può) essere nemmeno demagogia. Perché la decrescita richiede impegno, sia nell'individualità che nella collettività nel perseguimento degli obiettivi che si propone di raggiungere. Si tratta di otto azioni suggerite da Latouche (qui non c'è proprio niente di marziano, anche se ho qualche dubbio sulla provenienza planetaria dello stesso Latouche) necessarie a suo giudizio per mettere in moto un circolo virtuoso di decrescita sociale. Permettetemi per una volta il didascalismo, e lasciate che ve le illustri brevemente (per i dettagli vi rimando alle sue pubblicazioni). Credo sia importante dare loro un'occhiata, se non altro per farsi almeno un'idea di quali siano le direzioni complessive, individuali, sociali, politiche ed economiche che la Filosofia della Decrescita propone di seguire per cercare di innescare un circolo virtuoso che cambi davvero il mondo o almeno che ci provi. Magari per invogliarvi ad approfondire il tema.
1. RivalutareQui si parla di valori e in parte Latouche si riferisce a quanto ho già esposto nei precedenti post. Le scale di valori (ovvero di non-valori) oggi dominanti vanno cambiate, l'immaginario consumistico va demitizzato a favore di una (ri)appropriazione consapevole di valori sociali autentici. "L'altruismo dovrebbe prevalere sull'egoismo, la collaborazione sulla competizione sfrenata, il piacere del tempo libero e l'ethos del gioco sull'ossessione del lavoro l'importanza della vita sociale sul consumo illimitato, il locale sul globale, l'autonomia sull'eteronomia, il gusto della bella opera sull'efficienza produttivistica, il ragionevole sul razionale, il relazionale sul materiale"(1).
2. Riconcettualizzare
È il diretto corollario della rivalutazione. Le coordinate di nuovi valori tracciano una diversa mappa del mondo conosciuto, del mondo auspicato, di cui ci si deve appropriare. La riconcettualizzazione è dunque appannaggio per esempio del binomio ricchezza/povertà o rarità /abbondanza, quest'ultimo "binomio infernale, fondatore dell'immaginario economico, che è necessario descostruire con la massima urgenza"(1). Infatti "l'economia trasforma l'abbondanza naturale in rarità con la creazione artificiale della mancanza e del bisogno attraverso l'appropriazione della natura e la sua mercificazione"(2). Inutile dire che questo è uno dei paradigmi da depotenziare.
(1) Serge Latouche, Breve trattato sulla decrescita serena (Einaudi)
(2) Paul Dumouchel e J.-P. Dupuy, L'Enfer des choses
[Credit: la foto in alto è la Sad Earth dei Cool Globes fotografata a Chicago nel 2007 da John LeGear]
/continua (domani)
lunedì 7 novembre 2011
Pensieri nei dintorni dell'utopia
Non faccio fatica a riconoscere che vista così, sulla superficie del pelo dell'acqua, distante dalla spiaggia, tutta questa faccenda della Decrescita suona un po' come un'inutile pazzia, come l'imbarcarsi in una lotta contro i giganti, un'impresa folle, persa in partenza, destinata a fallire miseramente nella polvere e nelle lacrime della frustrazione, un'azione buona solo per l'autoreferenzialità che esprime e dunque per la gratificazione psicologica che regala a chi la fa, a prescindere dai risultati finali che può raggiungere. Perché in questo caso il nemico non ha un volto preciso. Non puoi andarlo a prendere di notte, tendergli un'imboscata, nemmeno lanciargli dei pomodori marci quando passa col suo corteo di auto blu, né puoi mettere un cecchino sul tetto, aspettando che esca allo scoperto. Perché in questo caso il nemico è ovunque, è diffuso, frammentato e, per questo, onnipresente. Ma, soprattutto, in questo caso molta parte del nemico è annidata dentro ciascuno di noi e chi è disposto a fare piazza pulita di se stesso, ammettendo dunque così per certi versi di avere fin qui sbagliato?
Eppure, come ho avuto spesso modo di dire, sono convinto che se l'occidente non sarà capace di cambiare il suo modo di intendere il mondo, istruendo così anche l'oriente che con il ritardo di qualche decade sta ormai rincorrendo vertiginosamente lo stesso modello, sarà il mondo che deciderà per l'occidente - ma anche per l'oriente - e li affonderà entrambi nel giro di poche decadi. A quel punto il cambio di visione non sarà più scelto, controllato, programmato, ma imposto dalla casualità e dalla balìa degli eventi, come una tempesta di neve epocale che vi ha colto in cima a un monte, dopo che avete presuntuosamente ignorato l'alzarsi del vento tagliente, l'abbassamento drastico della temperatura e il rannuvolamento cupo del cielo a partire dall'orizzonte delle creste e poi, via via, sempre più sulle vostre teste indifese.
Ma non ci si può aspettare che siano i politici a prendere l'iniziativa. Essi non avranno mai il coraggio di mettersi a cavallo di argomentazioni elettoralmente penalizzanti presso i cittadini come quelle che parlano di cose che hanno a che fare con il concetto di rinuncia. Quindi siete voi a dover cominciare a dimostrare a parole (ovvero parlandone il più possibile) e nei fatti (comportamenti ed esempi), che le nuove istanze sono forti, condivisibili e auspicabili, e che esiste un desiderio autentico di uscire da quello che Cornelius Castoriadis chiama onanismo consumistico televisivo, attuando un nuovo tipo di educazione ecologica a tutto tondo, difendendosi dalla manipolazione aggressiva della pubblicità e rinnovando i valori della quotidianità da quelli del consumo, a quelli della relazione, della convivivalità , della cultura e della creatività .Questa è la conditio sine qua non, la triangolazione morale necessaria a individuare la rotta e catalizzare l'energia per intraprendere il viaggio verso una società rinnovata. Dopodiché i cambiamenti di paradigma potranno cominciare a essere portati avanti anche a livello politico, economico e sociale. Ma non crediate che, come sempre succede con la politica, ci si fermi agli slogan, belli e suggestivi, ma vuoti e inutili. La filosofia della Decrescita ha individuato una manciata di interventi ben precisi da perseguire. Alla prossima puntata, però.
/continua
sabato 5 novembre 2011
giovedì 3 novembre 2011
Tossicodipendenza da tassi
Nella puntata scorsa si parlava da un lato della perversa equazione desiderio = consumo = soldi = lavoro che implica la necessità da parte dei cittadini di adeguarsi a una società iperlavorativa che ha svilito il termine ozio connotandolo negativamente quando invece il suo significato vero"(derivato dal latino otium) indica un'occupazione principalmente votata alla ricerca intellettuale, attività di fatto riservata alle classi dominanti, ed è contrapposto al concetto di negotium, occuparsi (più per necessità che per scelta) dei propri affari."
(da Wikipedia);
dall'altro della dipendenza dal profitto (ovvero dall'accumulo parossistico di ricchezza) che l'economia di mercato ultraliberista ha sviluppato e consolidato nella prospettiva di chi fa impresa a tutti i livelli, dal piccolo commerciante al grande industriale. Ebbene, sulle prime i due aspetti possono sembrare questioni diverse e separate, almeno nella misura in cui da un lato gli impiegati e gli operai, dall'altro gli imprenditori, si trovano in effetti su sponde opposte di un confine sociale marcato con l'inchiostro delle buste paga. Eppure per come la vedo io, la radice filosofica e psicologica individuale dei due approcci è esattamente la stessa. L'istinto che porta la popolazione a picchiarsi per entrare per prima all'inaugurazione di un nuovo Centro Commerciale, ovvero a sentirsi felice nella soddisfazione di desideri inoculati dalla pubblicità soddisfatti acquistando cose, possibilmente battezzate dall'incentivo di un'offerta speciale, è semplicemente la gratificazione del possesso, ovvero in pratica, ancorché su scale diverse, lo stesso imperativo morale che porta la casta politica e quella imprenditoriale a voler arricchirsi senza misura e a non voler rinunciare ai propri privilegi.Perché dunque si dovrebbe pretendere da loro quello che non vogliamo fare neanche noi? Lo so, lo sento fin da quassù lo scricchiolio dei vostri nasi che si storcono. Loro (prendiamo in questo caso i politici) sono dei ricchi privilegiati del cazzo, che vanno in pensione dopo pochi anni di lavoro (lavoro per modo di dire) e vivono da nababbi a spese dei contribuenti. Per non parlare di uno come Marchionne il cui stipendio annuale vale lo stipendio annuale di qualche migliaio di operai (dunque se Marchionne rinunciasse al 90% del suo stipendio resterebbe comunque molto ricco e nel contempo potrebbe evitare la cassa integrazione a un'intera fabbrica per un anno). Perché, direte voi (lo sapete che percepisco i vostri pensieri), non cominciano loro a ridursi i loro privilegi, visto che siamo noi quelli che se lo prendono sempre sotto la coda? Vi capisco, il vostro ragionamento non fa una piega. Quello che però mi interessa evidenziare qui, è che la molla psicologica che anima loro e voi è la stessa, perché se voi foste al posto loro (o comunque la maggioranza di coloro che non sono al posto loro) vi comportereste né più né meno come loro. Un po' come ritrovarsi nel bel mezzo di una sorta di intifada della cupidigia.
Per questo nell'ambito della filosofia della decrescita, che poi non è solo una dottrina teorica, bensì anche un programma sociale e politico molto pratico, quello che viene richiesto ai singoli individui a tutti i livelli (sociale, politico, economico) è un salto generale di visione, che deve partire innanzitutto dalla comprensione e dalla consapevolezza che questo non è l'unico mondo possibile, che questo non è il migliore mondo possibile. Ed è proprio questo che intende Serge Latouche quando parla di "decolonizzazione dell'immaginario", ovvero la disintossicazione mentale da quel sistema consolidato (e autorafforzativo e autocelebrativo) di credenze in base alle quali gli individui della società occidentale vengono educati, crescono, vivono e muoiono all'interno di un modello di esistenza non inevitabile, né invero più auspicabile di altri. È dunque una rivoluzione culturale generale quella che prima di ogni altra cosa deve diffondersi come una mutazione positiva, affinché la decrescita possa davvero avere qualche possibilità , una rivoluzione che può partire solo dal diffondersi di una coscienza sociale critica verso se stessa e conduca così le persone innanzitutto al riconoscimento che si può (anche) vivere diversamente da così, senza che questo debba significare per forza peggio di così. /continua
lunedì 31 ottobre 2011
Figli di noia
Poi è facile che in questo periodo ti capiti di parlare della crisi. Tipo qualche giorno fa, al lavoro, con alcuni colleghi (ci sono testimoni pronti a giurarlo). Parte tutto da una trattativa in corso per dei nuovi contratti collettivi. I sindacati ti hanno anche dato il classico volantino con le tabelle. Si parla di una proposta di aumenti di una manciata di decine di euro spalmati su tre anni. E mentre - manco a dirlo - commentate disincantati la sostanziale irrisorietà dell'incremento degli stipendi, tu butti lì (apposta) un piccolo sasso nello stagno: «Invece di aumentarci lo stipendio, potrebbero diminuirci le ore di lavoro». Al che tutti smettono di parlare e tu vieni guardato dai colleghi come se fossi un marziano, cosa che, date le circostanze, potrebbe anche essere considerato un complimento.
La statistica suggerisce la probabilità che in quel frangente di colleghi ce ne fossero un po' di tutte le età , vicino a te, giovanissimi neolaureati, di quelli che magari vivono ancora coi genitori, meno giovani, sposati da poco, alcuni con figli piccoli che la notte li fanno andare fuori di zucca, e impiegati - chiamiamoli - "maturi", di quelli che non vedono ancora il traguardo della pensione, ma che sono ormai fuori dalle logiche dei pannolini o della discoteca, uomini potenzialmente tranquilli, insomma. Eppure tutti, giovani, vecchi, uomini, donne, invariabilmente tutti quanti, ti guardano e fanno segno di no con la testa. «Figurati!» dice uno. Lo sguardo al marziano di poco fa è diventato l'espressione che si riserva a uno che non capisce un cazzo, la qual cosa in effetti non esclude la prima. «No, no!» esclama un'altra, quasi con il terrore che le tue parole possano essere prese sul serio da qualcuno. «E poi cosa cazzo faccio se rimango a casa?» aggiunge un terzo, sgomento. «Spendo!» si risponde da solo un istante dopo, dando voce al traguardo di un ragionamento tutto suo. «Eh sì» annuisce quella di prima. «Se stai a casa, cosa fai?» alza le spalle, «finisce che vai a farti un giro al Centro Commerciale...» e da lì a tirare fuori il bancomat per portarti a casa qualcosa che non ti serve, anzi, di cui fino a mezzo minuto fa non sapevi neanche l'esistenza, non è niente di più di un battito di farfalla che vola di fronte alla borsa di Hong Kong.Dice eloquentemente Paolo Cacciari nel suo Pensare la decrescita:
"[il lavoratore si riduce a essere un] biodigestore che metabolizza il salario con le merci e le merci con il salario, transitando dalla fabbrica all'ipermercato e dall'ipermercato alla fabbrica."
E non è forse questa l'altra faccia dello stesso perverso circuito di (dis)valori responsabile, nei contesti finanziari, della dipendenza dal profitto a tutti i costi come (unica) virtù da perseguire, e tutto il resto intorno a fare da semplice accidente collaterale, quando non ostacolo da cercare di rimuovere a qualunque prezzo? Vivere-per-essere-ricchi e vivere-per-comprare sono due aspetti complementari di realizzazione individuale nell'avere. Solo che in questo caso la spirale è - se possibile - tremendamente più triste e prosaica e, per questo, tragica, perché testimoniata da individui che, pur subendola in toto, l'hanno fatta propria come normale (anzi ovvio) stile di vita, abituale modo di essere e di vedere le cose, anzi addirittura l'unico possibile, in quanto nella loro prospettiva non ha alcun senso prendere in considerazione alcunché di diverso, tipo sedersi e provare piacere dal leggere un libro, realizzare un lavoro a maglia, dipingere in riva al mare, fare del bricolage, giardinaggio, trekking, piuttosto che dal sentire il brivido del rumore della strisciata di una carta di credito o dall'accarezzare con lo sguardo la pendenza positiva del grafico dei guadagni dell'ultima speculazione in borsa che hai fatto.La percezione del tempo libero dunque non è (più) vista come un'inestimabile ricchezza a credito dell'individuo in quanto fonte di arricchimento e di potenziale realizzazione sociale, culturale, familiare, personale, bensì come una voce a debito nel bilancio dell'esistenza personale in quanto portatrice di spese (per lo più inutili, ma - ahimè - inevitabili!), meglio ancora se in comode rate mensili a un tasso speciale* fatto apposta per te (prima rata a partire da gennaio 2012).
/continua
(*offerta valida solo fino al 31 ottobre 2011)
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