Punti di vista da un altro pianeta

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martedì 20 ottobre 2015

Su stelle misteriose, alieni e sfere di Dyson

Su KIC 8462852 s'è già detto abbastanza: che presenta anomalie nell'emissione della sua luce; che tali anomalie non sembrano essere riconducibili a fenomeni noti o comunque immediatamente ipotizzabili; che gli astronomi, nel loro studio, non hanno avanzato alcuna ipotesi aliena, che evidentemente è stata fatta uscire sui media per altre vie, forse anche per cercare di attirare l'attenzione su un fenomeno che ha bisogno di ulteriori fondi per essere investigato (a partire dal progetto SETI che dovrebbe puntare le sue antenne verso quella stella entro qualche mese); che l'ipotesi aliena è, appunto, solo un'ipotesi, ma decisamente bizzarra, in quanto la semplice applicazione del Rasoio di Occam (quel principio logico che afferma che, a parità di fattori, tra due spiegazioni è da preferire quella più semplice) ci impone di optare per un fenomeno naturale, ancorché insolito. A tale riguardo va detto che, anche solo nella vastità della nostra galassia - e dunque senza contare gli altri milioni di galassie - e considerando che noi possiamo esplorare in maniera molto approssimativa una limitatissima porzione di spazio, il concetto di "insolito" nell'esperienza umana potrebbe applicarsi con una frequenza decisamente più alta del necessario.

Quello su cui vorrei soffermarmi, invece, è quello che è venuto subito dopo, ovvero l'ipotesi della costruzione aliena, nella fattispecie la cosiddetta Sfera di Dyson, che è stata sventolata un po' ovunque. Da dove nasce questa storia? È piuttosto semplice. Nel 1959, un fisico e matematico britannico, Freeman Dyson, nell'ambito di un articolo pubblicato sulla rivista Science e intitolato Search for Artificial Stellar Sources of Infrared Radiation ("Ricerca di sorgenti stellari artificiali di radiazione infrarossa"), ipotizzò che una civiltà tecnologicamente molto avanzata, avrebbe avuto un fabbisogno di energia talmente elevato da dover utilizzare tutta l'energia emessa dalla propria stella. A tale proposito, Dyson scrisse che tale ipotetica civiltà avrebbe potuto costruire intorno alla stella una sfera artificiale di raggio pari a quello di un'orbita planetaria, con una quantità enorme di collettori solari in grado di immagazzinare l'energia emanata dalla stella. In realtà non si deve pensare che Dyson avesse in mente un guscio continuo, cioè una sfera solida, bensì una serie di strutture orbitali indipendenti in quantità nell'ordine delle decine di migliaia.

In realtà all'epoca Dyson non aveva avuto un'idea totalmente originale, in quanto già nel 1937, lo scrittore e filosofo britannico Olaf Stapledon nel suo romanzo Il costruttore di stelle (Star Maker) aveva già avanzato la possibilità che una civiltà molto avanzata potesse costruire qualcosa di simile. E a sua volta Stapledon potrebbe aver preso ispirazione da The World, the Flesh and The Devil di J.D. Bernal del 1929 dove vengono descritte delle colonie spaziali sferiche. E qui sta il punto. L'ipotesi di Dyson, ancorché pubblicata su Science, non ha maggior peso, né basi scientifiche di quella espressa nel suo romanzo di fantascienza da Stapledon. Non c'è niente che possa fare pensare che una tecnologia sufficientemente avanzata possa trovarsi a costruire qualcosa di simile. Insomma, la Sfera di Dyson è un'emerita, ancorché molto suggestiva, fantasia, che deriva da una serie di assunti tutti quanti assolutamente arbitrari. Ovvero, (come minimo) i seguenti:

1) Che esista nella galassia almeno una civiltà tecnologicamente molto avanzata (oltre alla nostra);

2) Che una civiltà tecnologicamente molto avanzata non abbia altro modo di produrre l'energia che le serve se non attraverso l'impiego di migliaia e migliaia di collettori solari;

3) Che una civiltà tecnologicamente molto avanzata abbia le risorse politiche, sociali ed economiche per costruire un'opera così mastodontica, al cui confronto le piramidi sono castelli di sabbia costruiti da un paio di bambini in un ozioso pomeriggio d'estate.

La cosa curiosa è che dal tono degli articoli che ho letto in questi giorni su KIC 8462852, la Sfera di Dyson ipotizzata per spiegare il fenomeno osservato viene trattata quasi alla stregua di ipotesi fisiche teoriche tipo la Fascia di Kuiper o il bosone di Higgs che, teorizzate all'inizio degli anni '50 la prima, verso la metà degli anni '60 il secondo, sono state poi confermate dalle osservazioni e dagli esperimenti a distanza di molti anni. Al contrario, la Sfera di Dyson non può essere annoverata nello stesso tipo di ipotesi scientifica. La Sfera di Dyson è un'altra cosa. La Sfera di Dyson è un'ipotesi, certo, ma definirla scientifica è essere decisamente di manica larga. Insomma, vi piaccia o no, la Sfera di Dyson è fantascienza pura.

A tale riguardo, se vi intriga l'idea della Sfera di Dyson e volete leggere qualcosa, è dunque proprio alla fantascienza che vi dovete rivolgere. Ecco allora alcuni suggerimenti: La civiltà degli eccelsi (Across a Billion Years, 1969) di Robert Silverberg, La sfera di Dyson (The Starless World, 1978) di Gordon Eklund, La sfera spezzata (Shattered Sphere, 1994) di Roger MacBride Allen, seguito de L'anello di Caronte (The Ring of Charon, 1990), o l'eccellente Il Sole dei soli di Karl Schroeder (Sun of Suns, 2006) edito da Zona 42 e appartenente al Ciclo di Virga di cui è appena uscito il seguito Regina del Sole (Queen of Candesce, 2007) e di cui sono in via di pubblicazione gli altri volumi sempre a cura di Zona 42.

venerdì 20 febbraio 2015

Tu chiamali se vuoi, extraterrestri

Conviene provare a contattare eventuali civiltà aliene o e meglio restare (nascosti) ad ascoltare? È questo, il succo del dibattito che si è innescato nell'ambito del meeting dell'American Association for the Advancement of Science (AAAS) tenuto a San Jose qualche giorno fa. Da una parte, Seth Shostak direttore del progetto SETI e organizzatore della manifestazione è il capofila di coloro che sostengono la necessità di adottare una nuova modalità di ricerca di intelligenze extraterrestri che preveda l'invio di messaggi radio specifici e non solo l'ascolto di eventuali trasmissioni provenienti dallo spazio. Dall'altra ci sono coloro, tra cui lo scrittore (di fantascienza) David Brin, che ritengono che non è ancora il caso di procedere con questo tipo di ricerca. Secondo Brin questo approccio potrebbe in qualche modo essere rischioso, in quanto potrebbe esporre l'umanità a qualcosa di sconosciuto e quindi di potenzialmente pericoloso.

C'è da considerare che il progetto SETI, fin dai primi tentativi - non ancora istituzionalizzati né sistematici - di ascolto del cielo attraverso i radiotelescopi nei primi anni ’60, non ha portato alcun risultato, naturale quindi che senta il bisogno di una specie di reboot, di un rinnovamento, di qualcosa che gli consenta di trovare nuove prospettive, nuova linfa, pena il rischio di morire per insufficienza di risultati. Non è da escludere dunque, che la posizione di Shostak sia in una certa misura (anche) di natura politica: trovare qualcosa per tenere in vita il progetto. E il progetto del cosiddetto Active SETI potrebbe fare al caso suo. Naturalmente, credo che tuttavia la prima questione su cui interrogarsi dovrebbe essere: quali probabilità possono esserci che ci sia qualcuno là fuori in grado di captare/riconoscere i nostri segnali radio, dal momento che in trent’anni di ascolto sistematico non ne abbiamo ricevuto nessuno?

Ma a parte il fatto che si potrebbero tentare altri approcci di comunicazione oltre a quello radio (tipo impulsi di luce laser), quello su cui mi preme soffermarmi più che altro è la prima parte della questione cioè: è davvero pericoloso cercare di contattare eventuali intelligenze extraterrestri? O chi pensa questo è (magari) influenzato da luoghi più o meno comuni di matrice fantascientifica?

Mi pare evidente che innanzitutto sia necessario partire dal presupposto che là fuori ci sia effettivamente qualcuno da contattare, che costui sia tecnicamente in grado di captare il nostro messaggio, che in qualche modo lo possa comprendere e, infine, che voglia e sia capace di rispondere con qualcosa di intelligibile. Basta che una di queste condizioni non si verifichi e noi non potremo mai sapere se esiste qualcun altro là fuori. Dunque dando per buono quanto sopra, credo si possano fare alcune considerazioni:

1. Gli alieni sono più o meno al nostro stesso livello tecnologico. Questo significa che hanno grosse difficoltà a "staccarsi" dal loro pianeta. E questo implica che non dovrebbero esserci grossi problemi a farci vivi con loro. Comunque essi siano, buoni o cattivi, alti o bassi, pelosi o glabri, fino a qui non ci arriveranno mai.

2. Gli alieni sono un po’ più avanzati del nostro livello tecnologico, ma non abbastanza. Gli alieni riescono a gironzolare per i loro dintorni cosmici, ma altra faccenda è muoversi sugli anni-luce. Distanze astronomiche e leggi della fisica sono brutte bestie anche per loro. Qui non ci arriveranno mai.

3. Gli alieni sono molto più avanzati di noi. Possiedono una tecnologia che per noi è magia. Viaggiano in lungo e in largo per la galassia come noi per i cieli del mondo. Ebbene, in questo caso, con tutte le trasmissioni radiotelevisive accidentali che abbiamo mandato in giro per lo spazio nell’ultimo secolo, di scarsa potenza, certo, e quindi forse difficili da captare a grandi distanze, ma comunque in ogni direzione, potremmo esserci già fatti notare e, con la loro tecnologia, se volessero sarebbero già qui.

4. Gli alieni sono molto più avanzati di noi. Possiedono una tecnologia che per noi è magia. Viaggiano in lungo e in largo per la galassia come noi per i cieli del mondo. Noi mandiamo loro un messaggio e loro ci scoprono e, in un battibaleno, arrivano sulla Terra. A questo punto abbiamo altre tre sotto-casi:

    4.1 Sono alieni buoni come ET. Ci salvano dalla barbarie, da Facebook e da Beppe Grillo e ci elevano verso nuovi stadi evolutivi Una cosa come Le guide del tramonto di Arthur C. Clarke.

    4.2 Sono alieni piuttosto indifferenti nei nostri confronti. Vengono, ma si fanno i cavoli loro. Danno una sbirciatina, si prendono qualcosa se gli serve e se ne vanno, o restano. Ma a noi non fanno niente. Magari siamo noi, noti bastardi in tutta la galassia, che facciamo qualcosa a loro. Una cosa tipo il film Monsters (se non l'avete visto, vedetelo!).

    4.3 Sono alieni pezzi di merda. Ci vogliono conquistare, mangiare, farsi le borsette con le nostre chiappe. Ci sterminano, ci spazzano via, ci fanno loro schiavi o loro fermacarte. Qui la questione si divide ancora in tre:

         4.3.a Siamo capaci di difenderci e di organizzare una resistenza degna di Visitors. Alla fine vinciamo (o ci accordiamo), il mondo torna in pace e l'umanità ne esce rafforzata, migliorata, più evoluta.

         4.3.b Ci spazzano via e fanno della Terra una specie di Sharm El Sheikh aliena. In questo modo ci fanno anche un favore, ponendo fine alle nostre sofferenze come razza.

         4.3.c Ci schiavizzano, ci imprigionano, ci fanno soffrire come bestie, ma in modi che noi non siamo neanche in grado di immaginare, e noi non siamo in grado di ribellarci, di rialzare la testa. Siamo succubi loro. È la fine della civiltà umana, ridotta a servitù, a marionette, a cagnolini da compagnia.

Se supponiamo che questi scenari siano esaustivi e abbiano lo stesso peso, questi ultimi due, i peggiori, valgono (solo) 2 probabilità su 10. Questo significa che ci sono 80 probabilità su 100 che lo scenario non sia pericoloso. Non vi bastano? L'esplorazione, il raggiungere orizzonti dove nessuno era mai giunto prima, non ha forse sempre comportato un rischio di qualche tipo? A meno che quello che noi in questo caso chiamiamo "pericolo", non sia in realtà quello di confrontarsi con una razza molto superiore alla nostra che potrebbe facilmente metterci nudi di fronte alla nostra stessa, terribile, tragica barbarie. E questo, in effetti, lo potremmo sopportare molto meno della nostra stessa morte.

giovedì 20 settembre 2012

Due o tre cose su Prometheus (sottotitolo: non sparate su Ridley Scott)

Se parto dall'osservazione, mi rendo conto del tutto opinabile, che - da quello che ho potuto vedere (e quindi attraverso un'impressione personale con nessuna valenza statistica) - pur non essendo stato considerato un capolavoro da nessuno, Prometheus è stato giudicato come passabile più da parte degli appassionati di fantascienza, che non dal pubblico generalista, c'è qualcosa che non mi torna. Perché gli appassionati di cinema di fantascienza dovrebbero, a mio avviso, essere più esigenti, rispetto a un pubblico non addicted che riesce a trangugiarsi d'un fiato (e anche con una certa soddisfazione) Transformers e The Avengers. Se dunque questa considerazione ha qualche fondamento (e ho qualche indicazione che in qualche misura lo abbia), Prometheus deve avere qualcosa che in qualche modo funziona per un appassionato di fantascienza e invece non va a genio agli altri.

Sgombriamo però subito dal campo l'idea che l'appassionato di fantascienza, pur di vedersi robot, alieni e astronavi, sia disposto a sorbirsi di tutto. Non è così. Gli appassionati di fantascienza cui mi riferisco sono platee che hanno sviluppato un gusto per il genere (assai più del pubblico generalista), lo sanno vivisezionare, ne conoscono i meccanismi, i rimandi, ne possono apprezzare le citazioni e rilevare i plagi meglio di chiunque, e sono dunque capaci di farci le pulci sopra molto più degli altri e, anzi, proprio per questo sanno essere ipercritici a riguardo. Ebbene, in linea di massima a costoro Prometheus sembra che non sia dispiaciuto. Per lo meno non hanno sparato a zero, al contrario degli altri, i quali hanno invece parlato di un film (quasi) inguardabile, quando non di una ciofeca tremenda. Ebbene, personalmente credo di avere intuito un possibile (se interessante lo lascio giudicare a voi) motivo. Ma lasciatemi fare qualche passetto indietro.


Innanzitutto non è casuale che Prometheus suoni come una specie di remake di Alien (già i titoli di testa lo richiamano esplicitamente). Di fatto il progetto è partito come un film dichiarato appartenente al franchise di Alien per poi evolvere in qualcosa di sempre più diverso lungo la strada della realizzazione, senza però mai distaccarsene del tutto. Dunque non sorprende di ritrovarvi dentro tutti gli stilemi che lo stesso Ridley Scott ha definito nel 1979 e che poi sono stati ripresi a piene mani da altri cineasti. Parlo della situazione claustrofobica in un luogo estremo e alieno, e di un equipaggio che si trova suo malgrado a confrontarsi con una forza ostile con cui non può venire a patti e che piano piano lo decima (ricordo i vari seguiti di Alien, ma anche, così su due piedi, almeno La cosa, The Abyss, Sfera, Event Horizon, Pandorum, ma ce ne sono certamente altri). Inoltre, salta agli occhi come certe scene o situazioni di Prometheus siano state quasi rifatte, riprodotte, rivolute, come in una versione 2.0 rispetto alle originali di Alien, e chi ha visto il film sa bene a quali mi riferisco. È altresì ovvio che questo non può essere considerato casuale, né frutto di una mancanza di originalità. Vi piaccia o no, è stata una scelta precisa e voluta. Perché Alien non è solo un marchio, ma è anche un modello, un paradigma, un gioco che ormai ha le sue regole stabilite e tradirle significa cambiare gioco.

Dunque non credo che valga il discorso che ho sentito dire: Ridley Scott è alla frutta e non ha più niente (di nuovo) da dire. No, Ridley Scott ha deciso - a tavolino - di seguire le regole del suo gioco, con meticolosità, devozione e, quasi, riconoscenza. E, secondo me, in fin dei conti ha fatto bene. Perché Prometheus è, a tutti gli effetti un prequel di Alien, sebbene si piazzi rispetto alla storia originale in maniera del tutto trasversale e cerchi di dire molto di più del suo lontano predecessore, allargandone di parecchio l’orizzonte. Prometheus, infatti, proponendosi di raccontare una versione delle origini dell'umanità (Prometeo è il titano che creò l’umanità dietro incarico di Zeus secondo la mitologia greca), ci dà anche una versione (quasi esplicita) delle origini del parassita di Alien, e la sua peculiarità e nel contempo la sua pecca (quella che dicevo all'inizio, che gli appassionati apprezzano e i non appassionati denigrano) non sta tanto nelle - molte - situazioni che sanno di deja vu, quanto nella assoluta, totale, completa assenza di informazioni accessorie o spiegazioni.

[N.B. Qualche lieve spoiler da qui in avanti]
Durante il film lo spettatore viene infatti messo più d'una volta nella condizione di chiedersi la ragione di situazioni che sembrano sbagliate o messe lì a casaccio, come riempitivo, senza un senso preciso (e al cinema - va detto - poche cose sono peggio di questa), magari solo per creare una tensione narrativa, o per dare al regista la possibilità di girare una scena particolarmente suggestiva dal punto di vista cinematografico. Mi viene in mente la sequenza del sogno (che non si capisce subito che si tratta di un sogno e, benché lo spettatore attento possa capirlo, non viene spiegato, se non molto più avanti con un accenno del robot), come pure la sequenza olografica degli Ingegneri che scappano dentro la piramide (che poi si capisce essere una sorta di registrazione di qualcosa che è accaduto, ma che, anche in questo caso, non viene esplicitamente spiegato).

E se dunque è vero che il film qua e là trascende un po' la soglia della credibilità, come nella scena dell'auto-operazione della protagonista o come nel classico risveglio dell'infettato un po' troppo duro a morire (ma questo è soggettivo e poi, diamine, siamo pur sempre al cinema!), che il personaggio di Charlize Theron è del tutto inutile nell’economia della storia tranne per l’estetica, e che in qualche punto i dialoghi avrebbero potuto essere più curati, a livello di trama molti fatti restano non chiariti, ma lasciati alle congetture o alle riflessioni dello spettatore, e non parlo dei grandi Quesiti che il film pone. Per esempio, oltre a quanto già detto, non viene spiegato di preciso perché il robot infetta Charlie, cosa che non sembra avere alcunché a che fare con gli scopi del vegliardo e multimiliardario Weyland che ha finanziato l'impresa.

Non sappiamo nemmeno perché l'Ingegnere si incazza in quel modo quando il robot, ancora lui, gli parla (forse perché non voleva essere svegliato?!). D'altronde non viene fornito allo spettatore nemmeno il benché minimo indizio per sapere che cosa realmente il robot gli dice. Quello che è certo è che il ruolo del robot è cruciale, in una visione complessiva che non trascura le citazioni a Blade Runner (chi non ha pensato all'incontro di Deckard con Tyrell quando ha visto apparire Weyland in quell'ufficio olografico all'inizio?) rispetto per esempio al fatto che il robot non ha bisogno di rintracciare le coordinate della sua creazione, come invece ha bisogno l'Uomo; né le citazioni a 2001: Odissea nello spazio (l'inizio del film a bordo della Prometheus ricorda molto l'atmosfera a bordo della Discovery, il robot che a un certo momento si contrappone all'uomo per scopi non chiari è una versione corporea di Hal9000, la camera da letto del vecchio Weyland riprende nettamente la stanza finale del vecchio Bowman, senza contare tutto il tema della ricerca delle origini).

Ma lo spettatore nota anche delle incongruenze (vere o presunte?), come la ragione apparentemente del tutto inutile per il cui il letto operatorio automatico dovrebbe funzionare solo per i maschi (forse perché lo dovrebbe poter usare solo Weyland?), oppure perché i reperti archeologici terrestri indicherebbero quel pianeta come quello da cui l'umanità proviene, se si tratta solo di un pianeta-laboratorio degli Ingegneri (e Alien ci fa pensare che probabilmente è solo uno dei tanti) e non la culla degli Ingegneri stessi, come il finale del film conferma. Oppure, ancora, perché gli Ingegneri avrebbero lasciato il loro DNA sulla Terra (e soprattutto perché se il loro DNA è identico al nostro noi siamo così più piccoli di loro?) e crearsi così una discendenza genetica, per poi però volerla distruggere? Forse perché l'Ingegnere/Prometeo che vediamo all'inizio è un reietto dalla sua gente e si è sacrificato per la creazione dell'umanità, come un dispetto nei confronti di chi l'ha abbandonato lì? Da cui anche l'odio degli Ingegneri per l'Umanità intera?

Al di là dell'azione e dell'avventura che un film come questo istituzionalmente richiede, l'architettura narrativa del film appare dunque del tutto sospesa e se Alien non suscitava di fatto alcuna domanda, Prometheus pone in pratica solo domande, senza praticamente dare alcuna risposta (tranne forse quella meno importante, ovvero quella dell’origine del parassita di Alien). Così, giunti a questo punto, presumo che a voi venga la voglia di osservare che le risposte non ci sono perché (1) non ne avevano idea neanche gli autori, o (2) si preparano a farci uno o due sequel per spiegarci questo e quest'altro e quest'altro ancora (e spillarci un altro bel po' di quattrini). A questo riguardo chi ha un po' di dimestichezza con la narrativa e lo storytelling sa che, con lo scheletro giusto, si può sostenere quasi ogni cosa. E la mia sensazione è che Prometheus uno scheletro, ancorché forse proprio non solidissimo, ce l'abbia. Dunque, benché sono abbastanza buone le probabilità che alla fine un sequel ci sia (di fatto in giro se ne parla e lo stesso Scott non nega l'interessamento suo e della 20th Century Fox) e che almeno alcuni quesiti siano stati lasciati ad arte per tenere aperta una strada verso il seguito, credo anche che il film vada giudicato come opera a sé stante e, da questo punto di vista, una simile mancanza di informazioni e spiegazioni non dev'essere vista per forza come un vizio di forma, bensì come una scelta voluta e, in parte, anche coraggiosa. La caratteristica, in fin dei conti, che dà meno fastidio agli appassionati di fantascienza, avvezzi all'incontro con l'incomprensibile destinato a rimanere in parte tale e aperto all’ipotesi e alla speculazione, e dà invece più fastidio allo spettatore generalista che vuole dalla finzione la consolazione della verità e della conoscenza che la realtà non potrà mai dargli.

mercoledì 21 settembre 2011

Gli extraterrestri ai tempi della crisi

Non voglio parlare di Super 8. Cioè, non tanto dei meriti o demeriti strettamente cinematografici o citazionistici, rispetto alla misura in cui J.J. Abrams ha voluto rendere omaggio al suo mentore (e produttore) Steven Spielberg e alla magia del cinema in generale. Se n'è sentito parlare un po' dappertutto e alcuni aspetti sono talmente evidenti da essere stati trasfigurati in luoghi quasi comuni (e questo - a mio avviso - non è stato un bene), come - e qui cominciano gli spoiler, quindi siete avvertiti - i ragazzini a metà strada tra degli Elliott e dei Goonies, le biciclette onnipresenti, la famiglia dell'amico (la madre è il clone della mamma di Elliott), i militari che non ci fanno mai una bella figura e, infine, l'extraterrestre bloccato sulla Terra che vuole (solo) tornare a casa. Quindi non voglio neanche dire se il film funziona, se è bello, se emoziona, tranne limitarmi a osservare (ma proprio perché non posso farne a meno) la straordinaria bravura di Elle Fanning che praticamente da sola tiene in piedi tutte le scene forti del film e che riesce a rivaleggiare con la più famosa (ma lo sarà ancora dopo questo film?) sorella Dakota.

Invece, forse perché date le circostanze - sapete com' è - mi sento chiamato in causa, voglio concentrarmi sull'extraterrestre, ovvero su come è cambiata a distanza di un quarto di secolo la visione di un alieno messo praticamente nella medesima, identica situazione. Insomma c'è sempre 'sta storia degli extraterrestri che, per un verso o per l'altro, restano bloccati loro malgrado sulla Terra. Da un lato E.T. era un alieno integralmente buono, incapace di qualsiasi sentimento negativo, e grazie all'amichetto Elliott riusciva, non solo a sfuggire ai soliti governativi (bastardi) che volevano acchiapparlo per studiarlo, ma anche a ritrovare la strada verso casa. E.T. insomma è il rappresentante ideale dell'innocenza di un mondo, qual è quello di un bambino, il cui rifiuto di seguire l'alieno alla fine della pellicola è l'ammissione implicita di non poter evitare la corruzione dalla società degli adulti. E in questo senso E.T. è un autentico alieno.

D'altro canto, all'alieno di Super 8 non viene attribuito un nome (e questo vuole già dire qualcosa), non è affatto animato da buoni sentimenti, ma nemmeno è totalmente cattivo come gli invasori di Independence Day o i marziani [sospiro] di Mars Attacks. L'alieno di Super 8 è - di fatto - totalmente umano. Perché all'alieno di Super 8 girano tremendamente i coglioni di essere stato imprigionato per anni e anni senza che dunque gli sia stato concesso di tornare a casa solo per il capriccio di chi voleva mettere sotto il microscopio lui e la sua tecnologia. E chi di voi, nelle medesime circostanze, non reagirebbe come fa lui? L'alieno di Super 8 dunque non ha più niente di ideale, non è uno stereotipo, né in bene, né in male, in fondo non è nemmeno un alieno, tranne per i suoi vaghi poteri telepatici, messi lì giusto per risolvere narrativamente i problemi di comunicazione con gli umani (e salvare la pelle a Joe). Al contrario è una creatura semplicemente reale e, nella misura in cui è una creazione umana, è creata a immagine e somiglianza del suo creatore. E.T. dunque era forse quello che l'uomo vorrebbe essere, ma non può essere se non per un breve periodo della sua infanzia. L'alieno di Super 8 è invece come l'uomo vede se stesso e il proprio simile, né più né meno.

Ma c'è qualcosa di più, perché in genere certe visioni sono anche figlie dei loro tempi. Che dire dunque dei periodi storici in cui i due alieni sono stati concepiti? L'E.T. originale è un prodotto degli anni '80, periodo che vede la fine dei tormenti degli anni '70 e consolida una stagione, ancorché breve, di positività e benessere economico crescente, che si traducono nell'ottimismo del famoso edonismo reaganiano. Basti vedere anche che lo stile e i messaggi impliciti delle serie TV che allora la facevano da padrona sul piccolo schermo. Oggi invece le cose sono cambiate. Oggi è l'epoca dei vampiri, sfruttatori del prossimo, e dei cinici, promotori di se stessi. E anche l'alieno del 2011 è cambiato, perdendo qualsiasi connotato ideale. E' un alieno non pregiudizievolmente cattivo, ma tremendamente incazzato e disposto all'esercizio della violenza - ancorché non gratuita - pur di affermare i propri diritti fondamentali: quello di essere libero e quello di tornare a casa (e daje torto?). I tempi degli ideali sono scaduti e al contrario di Elliott, anche per colpa delle diverse circostanze in cui viene messo, a Joe Lamb non gliene frega un accidente dell'extraterrestre, il quale deve solo contare su se stesso per cavarsela. Non c'è uno scambio interrazziale significativo tra alieni e terrestri. E il piccolo Joe agisce solo per salvare la sua bella, come nella migliore tradizione fiabesca. Per il resto ognuno obbedisce al paradigma egoista del "Si salvi chi può", senza più la speranza in alcun tipo di utopia, ancorché accarezzata nel periodo della fanciullezza, e dunque anche solo per la sua esistenza effimera ma, essendo comunque "esistenza", potenzialmente recuperabile.

Attenzione, però, non voglio dire con questo che gli anni '80 siano stati migliori degli anni 2000. In fondo sono proprio gli anni '80 ad avere piantato i semi delle piante carnivore che vediamo oggi infestare le borse e i parlamenti occidentali e non solo. Ma la differenza è che, forse, negli anni '80, dentro gli occhioni di E.T. si poteva ancora intravedere riflesso un piccolo barlume di speranza nel futuro. Oggi quella speranza ve la siete venduta in cambio dei punti premio della COOP e, cinematograficamente, tutto ciò in cui potete confidare è nel fatto che gli alieni non tornino a farvi il culo una volta per tutte. Oppure che lo facciano veramente e non se ne parli più. Ma non chiedetelo a noi, noi veniamo sempre e solo in pace.

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