Punti di vista da un altro pianeta

venerdì 12 ottobre 2012

Infinite Jest, ovvero sulla dipendenza (da David Foster Wallace) (2 di 2)

Appare dunque chiaro che l'approccio stilistico di IJ con cui vi ho lasciato ieri, ovvero non-lineare, così per certi versi estremo e radicale, è un po' un'arma a doppio taglio: ci si sorprende sempre per situazioni che non ci si può (quasi mai) neanche lontanamente aspettare, ma per lo stesso motivo non si è mai colti (per lo meno a me è successo così) dalla voglia di sapere come va a finire (perché in genere il desiderio di sapere come va a finire è, di fatto, nutrito dalla conferma - o smentita - di un'aspettativa che deriva da ipotesi che il lettore fa sullo svolgimento della storia stessa e con DFW è impossibile farlo). Sotto questo punto di vista DFW è letteratura allo stato puro, perché sono i passaggi che fai - e che magari ti costano fatica fisica e psichica - e i paesaggi che vedi - e che ti lasciano a bocca aperta - di quel lungo trekking che contano, non la meta cui arriverai alla fine, contano le singole tessere (alcune devastantemente belle, divertentissime o tristissime o, spesso, entrambe le cose insieme, come nell'allucinante storia ipersurreale di Eric Clipperton - parliamo della vicenda di un tennista che, non sopportando l'idea di perdere, gioca sempre con una pistola alla tempia, minacciando così di farsi saltare la testa nel caso di sconfitta... - o nel racconto che Hal fa allo psicologo circa la scoperta della morte di suo padre - questa non ve la dico -, ma ce ne sono moltissime sparse lungo tutta la narrazione) e molto, molto meno il mosaico finale.

Forse perché il mosaico finale è davvero molto, molto complesso da risolvere nella sua interezza e probabilmente una lettura non basta e forse nemmeno due, anche perché soprattutto tutta la prima parte serve per familiarizzare con nomi, soprannomi (certi personaggi ne hanno addirittura più d'uno, come per esempio il padre di Hal), luoghi, situazioni e costruirsi le coordinate base della vicenda non è cosa di poche pagine. E questo, devo dire alla fine nel mio caso ha portato un po' di delusione (ma i finali di DFW non sono mai scoppiettanti perché non si assiste mai un vero e proprio climax nella narrazione), come pure, a tratti, ho trovato difficilmente sopportabili alcuni lunghi passaggi scritti in flusso-di-coscienza (quello, molto lungo, sul finale, a tratti è davvero pesante e lo penalizza ancora di più il fatto di trovarsi in prossimità della coda del romanzo, quando per forza di cose in qualche modo ti aspetti eventi/rivelazioni che però non arrivano, o almeno non come penseresti tu - ma questo succede con ogni cosa di DFW). D'altro canto, se si pensa che nella stesura che DFW presentò inizialmente all'editore il romanzo era lungo circa il doppio, obiettivamente aver auspicato ulteriori tagli - sebbene forse avrebbero potuto giovare alla lettura - è di difficile ragionevolezza.

Per i medesimi motivi risulta anche molto arduo parlare dei temi del romanzo, senza semplificarli troppo o senza dimenticarsene qualcuno. D'altro canto c'è in giro una smisurata saggistica sul romanzo, e non ho certo la presunzione di poter aggiungervi qualcosa di notevole qui, in poche righe e avendo letto il romanzo una sola volta, qualcosa insomma che non sia già stato detto. Mi mantengo dunque a livello pseudoinformativo, dicendo - a beneficio di chi non ne sa un accidente - che i poli tematici forti del libro sono due: la dipendenza, realizzata attraverso differenti agenti, come la droga, l'alcool, le medicine, ma anche attraverso l'intrattenimento, di cui Infinite Jest rappresenta la punta suprema (chi si imbatte nella visione di questo film, ne trae talmente piacere da non potersene staccare più in alcun modo, fatto increscioso che ne causa la morte e la trama - peraltro non molto marcata - ruota proprio attorno al recupero del master della cartuccia di questo film realizzato dal padre di uno dei protagonisti) e la competizione estrema che la società occidentale richiede agli individui che la popolano per emergere e realizzarsi, metaforizzata attraverso le vicende dei giovani tennisti della Enfield Tennis Academy (lo stesso DFW praticò il tennis ad alto livello per tutta l'adolescenza, dunque non è un caso che sia uno dei suoi argomenti feticcio).

Ma la cosa davvero notevole del romanzo è la miriade di storie, aneddoti, memorie, testi teatrali, interviste, saggi, persino un gioco di ruolo - l'Eschaton - che coniuga tennis e guerra termonucleare (DFW usa ogni tecnica letteraria disponibile), in cui ci si imbatte di volta in volta, come un cielo stellato per uno che è appena uscito per la prima volta da una caverna, e lo stile di DFW sempre in bilico tra tragedia e commedia, tra il riso (a volte a crepapelle, sul serio) e il dolore più disperato, in un surrealismo che possiede un'originalità di ordine superiore e, nel contempo, una lucidità e una profondità di analisi degli individui e della società davvero fuori del comune. E se, ammetto, alla fine - come opera nel suo complesso - ho apprezzato un filo di più La scopa del sistema (nel senso che alla fine della Scopa ero entusiasta, mentre alla fine di IJ mi sono ritrovato annichilito), ma forse anche perché ho chiuso IJ davvero provato, anche per colpa dell'ultima parte non sempre agevole, non posso non rendermi conto che IJ è qualcosa di unico e (forse) irripetibile nel panorama letterario (post?)moderno e che la sua complessità ha bisogno di essere decantata per essere apprezzata, come un bellissimo viaggio che nella consapevolezza distillante della memoria acquisisce maggiore bellezza nel riconoscimento via via maggiore dell'esperienza fatta.

Così, chi ha voglia e riesce ad arrivare in fondo a IJ, non può non rendersi conto di trovarsi di fronte, ancora prima che a un'opera letteraria unica, a un autore straordinariamente unico, uno che ti ipnotizza con l'obliquità del pensiero, uno capace di sovrapporre il paradosso supremo della vita, la tragedia e la commedia, nella medesima narrativa, come non mi è mai capitato di sperimentare prima in letteratura, uno in grado di evidenziare la filigrana della realtà e delle sue conseguenze (non dimentichiamo che IJ è del 1996) e prendersi gioco di essa con una lucidità impressionante (cosa dire di uno che, per esempio, si inventa l'abbandono del Calendario Gregoriano - e ti spiega anche per filo e per segno come e perché - a beneficio dell'introduzione dell'Anno Sponsorizzato, cosicché - per dire - invece del 2012, tu ti trovi nell'Anno del Pannolone per Adulti Depend?) uno - l'unico? - che ha tirato fuori forse qualcosa davvero di nuovo dalla narrativa negli ultimi quindici anni, uno che, come dice Zadie Smith in una introduzione a uno dei suoi libri, ha un cervello che viene voglia di frequentare.


Alcune citazioni sparse:

Le mattine peggiori, coi pavimenti freddi e le finestre calde e la luce senza pietà - la certezza dell'anima che il giorno non dovrà essere traversato ma scalato verticalmente, e andare a dormire alla fine della giornata sarà come cadere da un punto molto in alto, a strapiombo.

Se una donna appena attraente fa tanto di sorridere a Don Gately quando gli passa accanto in una strada affollata, Don Gately, come quasi tutti i tossicodipendenti eterosessuali, nello spazio di un paio di isolati le ha già confessato eterno amore nella sua mente, l'ha scopata, si è sposato e ha avuto figli da quella donna, tutto nel futuro, tutto nella sua testa, e sta coccolando un piccolo Gately sulle ginocchia mentre questa Sig.ra G. mentale spolvera in giro con un grembiule addosso che certe notti indossa senza niente sotto. Quando arriva dove doveva andare, il tossicodipendente ha già divorziato dalla donna e si sta battendo come un leone per la custodia dei figlio oppure è ancora mentalmente felice insieme a lei negli anni del tramonto, seduti insieme in mezzo ai nipotini con le teste grosse sotto il portico su un dondolo speciale modificato per sostenere la mole di Gately, lei con le calze elastiche e le scarpe ortopediche, ancora maledettamente bellissima, e non hanno bisogno di parlare per capirsi, e si chiamano 'Mamma' e 'Papà', sapendo che tireranno il calzino a poche settimane l'uno dall'altra perché nessuno dei due può assolutamente vivere senza l'altro, e questo è il legame che li unisce dopo tutti questi anni.

Ogni palla che atterra nella vostra parte di campo ma non siete sicuri se è dentro o fuori: datela buona. Ecco come rendervi invulnerabili da chi usa mezzucci. Come non perdere mai la concentrazione. Ecco come ripetersi, quando l'avversario ruba punti, che una volta corre il cane e una volta la lepre. Che la punizione di un gioco poco sportivo è sempre autoinflitta. Provate a imparare dalle ingiustizie.

La vita è come il tennis. Vince chi serve meglio.

Infinite Jest, di David Foster Wallace (Einaudi Stile Libero)

[Credit: il ritratto in alto è di Tommaso Pincio, preso qui]

4 commenti:

  1. assurdo, geniale, folle. Io non l'ho ancora finito. Tanto si può leggere a pezzi

    "uno che ti ipnotizza"

    azzeccato:-)

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    1. Altro che ipnotizzatore. DFW era un prestigiatore della parola. Uno che - dice Lipsky nella sua intervista-fiume che sto leggendo - "parlava in prosa". Tra l'altro un tipo spiritoso, pazzesco, comico, ironico e autoironico. Nel medesimo libro, Lipsky racconta la sua morte. E cazzo, se mi ha fatto piangere.

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  2. Bene, per il tipo di lettura (emotiva) che ho io questo libro, se già prima mi inquietava un poco, ora mi spaventa proprio. Mi dai l'idea che "o mi porta fuori o mi affossa del tutto" (non saprei come altro dirlo).
    Ma le paure vanno affrontate no? :-)
    Ora speriamo solo che arrivi!
    Ciao Marziano
    (e grazie per la bella recensione)
    SPB

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    1. Dentro IJ ci sono delle pagine pazzesche davvero. Non tutte, ovviamente, non sarebbe possibile. Ma ce ne sono parecchie. Non so bene cosa intendi con "mi porta fuori o mi affossa del tutto", ma dentro qualcosa ti fa.
      Ciao e grazie a te, SPB.

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