Punti di vista da un altro pianeta

venerdì 27 febbraio 2015

Il friabile (e burroso) primato della narrazione

Se le nostre vite fossero crostate, la narrazione sarebbe la pasta frolla. La nostra vita infatti è scandita, misurata, ritagliata dal racconto che facciamo di essa, ovvero da quello che riteniamo (o ci illudiamo, ma va bene lo stesso) che valga la pena di raccontare a chi ci orbita intorno (siano essi padri, madri, sorelle, amici, colleghi, social, world wide web, oppure perfino noi stessi). La nostra esistenza di primati parlanti poggia le sue fondamenta sulla narrazione e, per converso, la narrazione le restituisce importanza, spessore, consistenza. Che poi è la stessa cosa di dire: se non hai niente da raccontare, non stai vivendo.

Perché narrare, anche (o soprattutto) la prosaicità della nostra vita, significa tre cose. La prima è il consolidamento nella memoria dello scorrere continuo del tempo, un modo per riafferrare un passato che ci sfugge in continuazione e sul quale abbiamo bisogno di mettere delle bandierine che traccino i contorni di quello che siamo. La seconda è la costruzione di una mitologia personale, qualcosa che affranchi i meri accadimenti dal piano della realtà e li riporti, solo per il fatto di essere scelti per essere narrati (magari farciti dalla marmellata dell'iperbole), su un piano più alto, più importante, più degno, e con essi anche il narratore e la sua esistenza. La terza è la messa in comune di qualcosa di nostro che, grazie all'interesse dell'interlocutore, ma basta anche solo presunto tale, funge per noi - per dirla con David Foster Wallace - da antidoto contro la solitudine.
È da questa scintilla, in breve, che scaturisce la letteratura, come un banale versione 2.0 di quest'intimo bisogno primordiale. La letteratura, semplicemente, allarga quest'orizzonte, lo schematizza, lo istituzionalizza, lo professionalizza, e mette un grandangolo (o un microscopio) di fronte al panorama circostante, oppure chiude gli occhi ed esplora universi alternativi per arricchire l'esperienza (e l'esistenza) di chi scrive e di chi legge, di chi narra e di chi ascolta, in quanto consente di vivere più vite nel tempo di una sola. Insomma, noi siamo i nostri racconti ben più di quello che crediamo. E per fare una buona crostata, la pasta frolla è tutto.

1 commento:

  1. Se non hai niente da raccontare, non stai vivendo.
    Esemplerare

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